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Alcuni identificano se stessi col proprio corpo, non
rendendosi conto che il corpo è transitorio e che può, da un momento
all'altro, sparire come una bollicina d'aria nell'acqua. Chi si identifica
col corpo sarà colto di sorpresa dalla morte. Cinque sono gli elementi
che costituiscono il corpo: etere, aria, fuoco, acqua e terra ed esso è
marcescibile; mentre l'Essere che vi abita all'interno è permanente, non
ha né nascita né morte ed è, invero, il Divino stesso. L'uomo che
considera se stesso come un effimero corpo spreca la vita.
Vi sono altri che, fuorviati, sprecano la vita
identificandosi con il proprio mentale. Sono persone che si tormentano con
pensieri ed immaginazioni, piagnucolano sul passato e fanno congetture sul
futuro; così trascurano il presente e sono sempre in uno stato di
confusione.
C'è poi una terza categoria di persone per le quali ha
somma importanza la razionalità, si identificano col proprio intelletto,
se ne servono e si imbarcano in vari progetti. Ma costoro, a furia di
esaltare le virtù della ragione, finiscono per misconoscere la loro vera
natura, che è divina. Perciò, viene ad essere sprecata la potenzialità
divina dell'intelletto stesso e si impiega una vita in ricerche ed
esperimenti senza fine. Per quante ricerche ed indagini si possano
condurre, la ragione non servirà mai a comprendere il Divino.
Una quarta categoria di persone ha posto ogni fiducia
nel potere dell'antahkarana, ossia l'organo interno d'azione comprensivo
di mente, ego e intelletto. Costoro cercano di realizzare il Divino
intraprendendo il sentiero spirituale, perché considerano il mondo
fenomenico come separato da loro.
La quinta categoria è dell'uomo che dice: "Io
sono tutto; nel mondo non c'è nulla di separato da me". Costui è
consapevole dell'irrealtà del mondo e ha compreso il principio-Prâjña
relativo all'io, si trova cioè in una costante ed integra consapevolezza
divina. Per far sì che corpo, mente, intelletto e antahkarana siano un
tutt'uno e individuare il fine trascendentale, occorre andare oltre la
mente, l'intelletto e l'antahkarana e superare gli stati di veglia, sogno
e sonno profondo.
Soltanto allora sarà possibile comprendere il
principio della Consapevolezza divina, o Prâjña. Corpo, mente,
intelletto e antahkarana sono relativi ai fenomeni della natura (Prakriti),
e non sono altro che varianti funzionali della mente. Dio non si può
comprendere per mezzo del pensiero e la mente andrebbe con ogni sforzo
tenuta sotto controllo.
I Quattro Aforismi
A questo proposito, i Veda hanno coniato quattro grandi
massime o aforismi, detti appunto mahavâkya. Uno di essi così suona:
Prajñânam Brahma, "L'Assoluto è la più alta Sapienza". Che
cos'è questa "prajñânam"? È la coscienza o consapevolezza (chaitanyam).
È la coscienza che pervade ogni cosa del creato, uomini, demoni, dèi,
uccelli e bestie selvagge. Questa coscienza che pervade tutto è stata
considerata come l'Assoluto, il Brahman. Brahman si riferisce a ciò che
permea, trascende il corpo e la mente ed è al di là dei tre stati di
veglia, sogno e sonno profondo.
Dal momento che il Brahman che tutto pervade è
identificabile con il principio dell'Io Universale (Aham), i Veda hanno
presentato un secondo aforisma: Aham Brahmasmi, "Io sono il Brahman".
Dunque, divinità, coscienza e compenetrazione non sono elementi diversi
per nome e forma, ma identici, e tuttavia il Brahman ha organi e membra
differenti.
Prendiamo, ad esempio, il corpo umano; ha un solo nome,
corpo, ma in quest'unico nome sono inclusi mani, occhi, orecchie, ecc.
Allo stesso modo, il principio-Brahman è associato al principio-Prâjña;
possiede gli attributi della compenetrazione, dell'integrità (paripûrnatvam)
e della coscienza. Tali attributi costituiscono le membra, e la divinità
ne rappresenta la forma integrale.
Quindi, l'assioma Prajñânam Brahma significa "Brahma
è Coscienza". Dove si trova questa Coscienza? Dovunque. Non c'è un
luogo che ne sia privo. Su questa base i Veda hanno proclamato che il
Divino è onnipresente, onnipotente e onnisciente.
"Aham Brahmasmi"
La seconda grande massima vedica è Aham Brahmasmi,
"Io sono il Brahman". Qui ci sono tre parole: aham, brahma e
asmi. Aham significa "interezza"; non va soggetto a mutamenti
per cause di tempo, luogo o circostanze. Aham ha anche un altro
significato, e cioè quello di "testimone" (sâkshin). Ciò vuol
dire che il Divino è osservatore e testimone di tutto - che appartenga al
passato, al presente o al futuro - ma senza esserne condizionato. Brahma
si riferisce al principio che sta al base dell'âkâsha, lo spazio, e
degli altri elementi costitutivi della natura (pañchabhûta). Tra Aham e
Brahma non c'è differenza; sono entrambi interdipendenti e inseparabili.
Il principio-Aham possiede anche l'attributo dell'onnipervadenza ed è
anche presente nei cinque elementi. Asmi è il trait-d'union fra Aham e
Brahma. Non sono separati, ma uno e medesimo. Questo è il significato di
Aham Brahmasmi.
"Tat tvam asi"
La terza sentenza filosofica è Tat tvam asi, "Io
sono Quello". Tat è ciò che rimane immutato prima e dopo la
creazione, ed è privo di nome e di forma. Per questo viene definito
"tat", ossia (indefinitamente) "quello", ed è
immutabile; quindi, viene chiamato "essere", ossia ciò che è
senza modificazioni e trascende le categorie di tempo e spazio.
Il secondo termine, tvam, si riferisce a ciò che ha
nome e forma; è dotato di corpo, mente, intelletto e antahkarana, ed
appartiene al mondo fenomenico. Esiste un legame comune tra il Senza-forma
e l'oggetto con forma. In tutti gli oggetti dotati di forma è presente il
principio-Prâjña o principio dell'Io. Di conseguenza anche tvam
acquisisce l'attributo di tat.
Un esempio lo può spiegare. Uno scultore scolpì una
statua di Krishna ricavandola da un blocco di roccia. Durante la
lavorazione eliminò le schegge indesiderate, essendo interessato
unicamente alla formazione della statua. Ultimato l'idolo, venne collocato
in un tempio, dove divenne ogni giorno oggetto di culto. Dopo il trasporto
della statua, gli altri frammenti di pietra senza nome né forma rimasero
sulla collina a protestare: "Noi siamo la stessa cosa di Quello
(l'idolo di Krishna). Una volta eravamo uniti in una roccia, ma poiché
all'altra pietra sono stati attribuiti un nome e una forma, ci siamo
distinti da quella. Ma la divinità presente in tutti noi è una e
medesima".
Così pure, è dal Principio Puro (Shuddha tattva), il
Tat, che sono partiti il corpo, la mente, ecc. Con la separazione
dall'elemento sattvico, il corpo e le altre parti sono diventati inutili.
Come mai sono inutili? Finché si ha a che fare con la vita del mondo,
tutti gli elementi del corpo, mente, ecc., sono essenziali. Il primo
requisito per compiere una disciplina spirituale è avere un corpo; per
pensare a qualcosa, occorre una mente; per andare a fondo in qualsiasi
argomento, vi serve un intelletto (buddhi).
Così, per vivere la vostra vita quotidiana, corpo,
mente e intelletto sono requisiti fondamentali, che, però, sono solo
degli strumenti, mentre l'agenzia che li ha posti all'opera è diversa.
Quell'agenzia è il Tat, che, dimorando nel corpo, nella mente,
nell'intelletto e nell'antahkarana, li fa assolvere ai loro rispettivi
doveri. Tuttavia, non c'è alcuna differenza che li separi l'uno
dall'altro.
Prendiamo un altro esempio: un oceano sconfinato. Da
esso sorgono innumerevoli onde, che sembrano diverse l'una dall'altra, ma
in realtà non lo sono. Sono espressioni della stessa acqua dell'oceano ed
è soltanto la loro forma che sembra variare. Dalle onde emerge anche
della schiuma, che è inseparabile da esse. Non esiste schiuma senza onde,
né le onde possono essere disgiunte dall'acqua dell'oceano. L'oceano,
dunque, è presente sia nelle onde che nella schiuma. L'unità di questi
tre elementi - onde, schiuma e oceano - nel Vedânta viene definita Kûtastha,
ossia "Base Immutabile", e si riferisce al Tat che è presente
in tutte le cose differenti per nome e forma. Questo principio di unità
viene
dal Vedânta proclamato nell'aforisma Tat Tvam asi.
"Ayam Âtma Brahma"
La quarta massima è Ayam Âtma Brahma, dove ayam
significa ciò che brilla di luce propria ed è autocreato. È immanifesto
(paroksha) e la sua forma è una scelta autonoma. Viene poi il termine âtma.
L'âtma è presente in tutti gli esseri sotto forma di coscienza (chaitanya),
e a tale coscienza, propria di ogni essere, è stato attribuito il nome di
satyam.
La ragione di tale appellativo è che quest'âtma è
sempre presente (nitya). Vien detto inoltre satyam, perché, come
affermato nella Taittiriya Upanishad, l'Âtma è la base di tutti i buoni
pensieri e le buone azioni.
Quindi, la verità alla base di tutti e quattro gli
aforismi vedantici è sempre la stessa: il principio dell'Aham, l'Io, come
espresso dalla costante Coscienza di unità o Prâjña. Aham è il suono
divino che c'è in tutti gli esseri; ogni altro suono è sorto dall'Aham.
Questa è la ragione per cui è venuto in uso il termine Shabdabrahman,
"il Suono di Brahman".
Il Shabda Brahman
Dove si trova questo Shabdabrahman? La risposta ci
viene data dal termine Charâcharamayî, "l'Uno che è presente in ciò
che si muove e non si muove". Come fa la sua apparizione questo Charâcharamayî?
Esso esiste come Effulgenza Infinita ovvero come Jyotirmayî. E come esce
dalla bocca dell'uomo la parola Jyotirmayî? Come vângmayî, ossia sotto
forma di linguaggio (vâk). Anche dopo la morte, la parola di un uomo
sopravvive sotto forma di onde elettriche nell'etere. Una trasmissione
radiofonica da Delhi può essere udita simultaneamente in più luoghi
lontani. I suoni sono trasportati in ogni luogo dalle onde radio.
Grazie al potere del linguaggio, noi possiamo
sperimentare la pienezza della beatitudine, implicita nell'attributo nityânandamayî.
L'esser beati è caratteristica di chi è parâtparamayî,
personificazione del Supremo. Para è usualmente considerato un
riferimento a dimore celestiali come il Vaikunta, ma si riferisce a ciò
che permea ogni cosa ed è presente come testimone.
È anche denominato mâyamayî, ed è il potere che fa
credere reale l'irreale e viceversa. Questo potere che genera l'illusione
è detto mâyâ. Uno studente, per esempio, nella penombra del tramonto,
scambia un pezzo di corda per un serpente e ne prova immediatamente
orrore; ma, dopo aver acceso una torcia, scopre che non si trattava di un
rettile, bensì di una fune. La sua paura così si dilegua. Eppure, anche
prima di accendere la torcia non c'era altro che un pezzo di corda; non
c'erano serpenti, né prima né dopo. Il serpente era una creazione della
sua mente in funzione dell'ignoranza causata dall'oscurità.
Oggi bisogna far scomparire l'oscurità dell'ignoranza,
dovuta alla mancanza di potere discriminante (aviveka), e l'assenza di
discriminazione è dovuta ad apprensioni immaginarie (bhrânti). Queste
paure immaginarie sono causate da attaccamento e collera, che sono il
risultato di azioni (karma), causa del nascere (janma).
Esiste, pertanto, uno stretto rapporto tra ignoranza e
nascita. La nascita umana è il risultato di azioni passate o karma. Le
azioni hanno come risultato attaccamenti e avversioni che generano paure
immaginarie. La sorgente ultima di queste paure è l'ignoranza, che non ha
né nascita né morte. Non c'è una causa specifica dell'ignoranza.
Dimenticando la sua natura divina, l'uomo è preso
nelle maglie dell'illusione e dalle paure da essa causate. Come liberarsi
dell'illusione? La risposta è: riconoscendo Shrîmayî, ossia la
personificazione della prosperità. Chi è Shrîmayî? È colui che
splende sempre con effulgenza, pienamente sveglio e consapevole. Le cose
infauste gli sono estranee, ed egli è sempre accompagnato da buoni
auspici. È Sat, Prâjña; è l'Io (nenu).
La Divinità possiede gli otto attributi, o forme di
ricchezza. È necessario unificarli liberandosi dalla coscienza corporea e
mentale. Allora, diventerà evidente l'unità del Divino.
Gli sforzi degli uomini d'oggi sono governati da
desideri egoistici, da sentimenti meschini e da obiettivi mondani. Come
risultato, all'uomo sfugge il significato della divinità.
La più alta disciplina che deve praticare l'uomo
d'oggi è quella di concentrare tutti i sensi su Dio. Può sembrare
difficile, ma con la forza di volontà è assolutamente possibile. È più
facile abbandonare le cose che attaccarvisi. Chi afferma di essere tenuto
in schiavitù dal samsâra o dalla vita di famiglia non si esprime
correttamente: è lui che si lega a famiglia e proprietà.
L'uomo dovrebbe accrescere la propria fede in Dio. Solo
allora sarà in grado di sperimentare eterna felicità. (Swami fa qui
riferimento alla devozione concentrata delle gopika verso Krishna e alla
lezione che esse insegnarono a Uddhava circa la vera natura della
devozione).
La mente continua ad oscillare. Per concentrarla su Dio
va immersa nel nome di Râma o di Krishna o in qualsiasi altro nome
divino.
Sai Baba, 29 Maggio 1992
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