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Le
Upanishad sono l'opera suprema del pensiero indiano, e che sia
effettivamente così, che l'altissima espressione della personalità del
proprio genio la loro sublime capacità poetica, la loro enorme capacità
creativa in pensiero e in parola, non siano un capolavoro letterario o
poetico della mente ordinaria, ma un ampio flusso di rivelazione
spirituale per questo carattere profondo e diretto, è un fatto
significativo, prova di una mentalità unica e di non comune inclinazione
dello spirito.
Le
Upanishad sono nello stesso tempo profonda scrittura religiosa, in quanto
testimonianza delle più assolute esperienze spirituali, documenti di una
filosofia rivelatrice e intuitiva di luce, potere e ampiezza inesauribili
e, sia in prosa che in metrica, poemi spirituali di una assoluta,
infallibile ispirazione costante nel linguaggio, straordinaria per ritmo
ed espressione.
E'
la manifestazione di una mente nella quale filosofia e religione e poesia
sono diventate una cosa sola, perché questa religione non termina in un
culto ne è limitata ad un aspirazione di tipo etico-religioso, ma si
innalza verso una scoperta infinita di Dio, del Sé, della nostra più
alta e totale realtà spirituale e di esseri viventi
e descrive un'estasi di luminosa conoscenza e un'estasi di
partecipe compiuta esperienza; questa filosofia non è un'astratta
speculazione intellettuale intorno alla Verità o una delle strutture
dell'intelligenza logica, ma una verità vista, esperita, vissuta,
posseduta dalla mente e dall'anima più profonda nella gioia di esprimere
una sicura scoperta di possesso, e questa poesia è opera di una
concezione estetica innalzata oltre l'ambito ordinario per esprimere la
meraviglia e la bellezza della più rara autocoscienza spirituale e della
più profonda, ispirata Verità del Sé e di Dio e dell'Universo.
Qui
lo spirito intuitivo e l'intima esperienza psicologica dei veggenti vedici
perviene ad un culmine supremo in cui lo Spirito, come è detto in un
passaggio della Katha Upanishad, svela la sua più vera essenza, rivela la
parola esatta della sua auto espressione e apre alla mente la vibrazione
dei ritmi che, ripetuti all'ascolto spirituale sembrano sostanziare
l'anima e porla, ricolma e compiuta, sulle sommità dell' autoconoscenza.
Le
Upanishad sono state la sorgente riconosciuta di varie e profonde
filosofie e religioni che da esse sono poi scorse in India come i suoi
grandi fiumi dalla culla himalayana rendendo fertili la mente e la vita
degli uomini e hanno mantenuto viva la sua anima lungo il grande procedere
dei secoli ritornando costantemente ad esse per la rivelazione, mai
mancando di dare nuova illuminazione, fontana di inesauribili acque di
vita.
Il
Buddismo con tutti i suoi sviluppi fu solo una riaffermazione, sebbene da
un nuovo punto di vista e con nuovi termini di definizione di ragionamento
intellettuale, di un aspetto di questa esperienza e la portò così
modificata nella forma, ma appena nella sostanza, attraverso tutta l'Asia
e a Occidente verso l'Europa.
Le
idee contenute nelle Upanishad possono essere ritrovate in molto nel
pensiero di Pitagora e Platone e costituiscono la parte più profonda del
Neo-Platonismo e dello Gnosticismo con tutte le loro importanti
conseguenze sul pensiero filosofico occidentale, e il Sufismo le ripete in
un altro linguaggio religioso.
La
parte più consistente della metafisica tedesca è in sostanza poco più
che uno sviluppo intellettuale e di grandi realtà meglio spiritualmente
comprese da questo antico sapere, e il pensiero moderno le sta rapidamente
assorbendo con una ricettività sempre più essenziale, viva ed intensa
che promette una rivoluzione tanto nel pensiero, quanto in quello
religioso; ora esse filtrano grazie a varie influenze indirette, ora si
esprimono in modi aperti e diretti.
Quasi
non esiste una grande idea filosofica che non possa trovare forza o una
nuova origine o indicazioni in queste antiche scritture, le speculazioni,
secondo un certo punto di vista, di pensatori che non avevano migliore
passato o migliore base culturale al loro pensiero di una rozza primitiva,
naturalistica ed animistica ignoranza.
E
persino le più ampie generalizzazioni della scienza si ritrovano
costantemente applicabili alla verità delle formule della natura fisica
già scoperta dai saggi indiani nel loro originale, nel loro più vasto
significato, nella più profonda verità dello spirito.
*
E
tuttavia queste opere non sono speculazioni filosofiche di genere
intellettuale, analisi di tipo metafisico che cercano di definire nozioni,
di selezionare idee e di distinguere quante tra di loro sono vere, di
logificare la verità o aiutare altrimenti la mente nelle sue inclinazioni
intellettuali per mezzo del ragionamento dialettico e nel suo concetto di
proporre una soluzione definitiva dell'esistenza nella luce di questa o di
quella idea della ragione e di osservare tutte le cose da quel solo punto
di vista, in quel fuoco e in quella determinata prospettiva.
Le
Upanishad non avrebbero potuto avere una vitalità così perenne,
esercitare una influenza così sicura, produrre tali risultati o vedere
oggi le loro asserzioni autonomamente confermate in altri ambiti di
ricerca e attraverso metodi completamente diversi, se fossero state opere
del genere.
E'
perché questi veggenti videro la Verità piuttosto che semplicemente
pensarla, la rivestirono anzi di una forte sostanza di intuizione e di
immagine rivelatrice, ma una sostanza di trasparenza ideale attraverso la
quale noi guardiamo verso l'illimitato, e perché esse compresero in
profondità le cose nella luce del Sé e le videro con la visione
dell'infinito, che le loro parole rimangono sempre vive e immortali, di un
significato inesauribile, di una immancabile autenticità, un fine
convincente che è nello stesso tempo infinito inizio della Verità, alle
quali tutte le nostre ricerche quando terminano di nuovo approdano e alle
quali l'umanità costantemente ritorna nelle sue menti e nelle sue epoche
di più profonda visione.
Le
Upanishad sono il Vedanta, un libro di conoscenza ad un più alto grado
persino dei Veda, conoscenza nel più profondo senso indiano del termine, Jnana.
Non
un semplice pensare e considerare attraverso l'intelligenza, non il
ricercare e il cogliere una forma mentale della verità con la mente
razionale, ma un vederla nell'anima ed un vivere totale in essa grazie al
potere dell'essere interiore, un possesso spirituale attravesro una sorta
di identificazione con l'oggetto della conoscenza è Jnana.
E
poiché è solo attraverso una conoscenza integrale del Sé che questo
genere di conoscenza diretta può essere resa completa, fu questo che i
saggi vedantini cercarono di conoscere, di penetrare e di vivere
nell'identità.
E
attraverso questo sforzo essi giunsero facilmente a comprendere che il Sé
in noi è una cosa sola con il Sé universale di tutte le cose e ancora
che questo Sé non è che Dio e il Brahman, un Essere o una Esistenza
trascendenti, ed essi videro, sentirono, vissero nella più totale intima
verità di tutte le cose dell'universo e nella più intima verità
dell'esistenza interiore ed esteriore dell'uomo grazie alla luce di questa
sola e unificante visione.
Le
Upanishad sono inni della conoscenza del Sé dell'universo e di Dio.
Le
grandi formule di verità filosofiche di cui esse abbondano non sono
astratte generalizzazioni intellettuali, realtà che possono rischiarare
ed illuminare la mente ma che non vivono e non spingono l'anima ad
ascendere, ma sono ardori e luci di un illuminazione intuitiva e
rivelatrice, raggiungimento e comprensione della sola Esistenza, della
Divinità trascendente, del divino e universale Sé, scoperta della sua
ruvelazione con le cose e le creature di questa grande manifestazione
cosmica.
Canti
di un ispirato sapere, essi emanano come tutti gli inni un tono di
aspirazione ed estasi religiose, non del genere scarsamente profondo
proprio a un sentimento religioso minore, ma innalzato al di là del culto
e di forme particolari di devozione, verso l'universale Ananda
del Divino che ci raggiunge attraverso l'avvicinamento e l'identità
con l'autocosciente Spirito universale.
E
sebbene principalmente concernenti la visione interiore e non direttamente
l'agire umano esteriore, tutte le più importanti etiche del Buddismo e
dell'Induismo posteriore sono tuttavia ancora della stessa vita e del
significato delle verità alle quali essi danno forma espressiva e forza e
tuttavia esiste qualcosa di più grande di qualunque precetto etico e
norma di virtù mentale, l'ideale supremo di una azione spirituale fondata
sull'identità con Dio e con tutti gli esseri viventi.
Perciò
anche quando sono morte le
forme del culto vedico, le Upanishad sono rimaste viventi e creative ed
hanno potuto generare le grandi religioni devozionali e sostenere la
duratura concezione indiana del Dharma.
*
Le
Upanishad sono la creazione di una mente rivelatrice e intuitiva e della
sua illimitata esperienza; la loro sostanza, la struttura, l'espressione,
il linguaggio figurato e le dinamiche sono determinanti e contrassegnati
da questo carattere originale.
Queste
verità supreme e onnipervadenti visioni di unità, del Sé e di un essere
divino universale sono proiettate in frasi concise e monumentali che le
portano immediatamente di fronte alla visione dell'anima e le rendono
presenti e imperative per la sua aspirazione e la sua esperienza e sono
espresse in brani poetici pieni di potere rivelatore e di una concezione
suggestiva che scopre l'intero infinito attraverso un'immagine finita.
L'Uno
è la rivelato ma ha anche
dischiuso i suoi innumerevoli aspetti, e ciascuno guadagna pieno
significato attraverso l'ampiezza dell'espressione e trova, come in una
spontanea autoscoperta, il suo posto e la sua coordinazione attraverso
l'illuminante esattezza di ogni parola e dell'intera frase.
Le
più vaste verità metafisiche e le più sottili distinzioni
dell'esperienza psicologica sono raccolte all'interno del movimento
ispirato e rese immediatamente chiare per la mente che osserva e colmate
di infinite suggestioni per lo spirito che conosce.
Esistono
frasi particolari, singoli distici, brevi passaggi che contengono in se
stessi l'essenza di una vasta filosofia e tuttavia ciascuno di essi viene
pronunciato come un lato, un aspetto, una parte dell'infinita
autoconoscenza.
Tutto
è di una concisione raccolta e ricca di idee e tuttavia perfettamente
lucida e luminosa, tutto di una infinita compiutezza.
Un
pensiero di questo genere non può seguire il lento, prudente e prolisso
sviluppo dell'intelligenza logica.
Il
brano, la frase, il distico, il verso e persino il mezzo verso segue
quello che procede con un significato inespresso, un silenzio che echeggia
tra loro, un pensiero che viene trasmesso in una suggestione totale ed è
implicito alla cadenza stessa ma che la mente è lasciata libera di
elaborare a proprio vantaggio, e questi intervalli di silenzio
significante sono ampi, la cadenza di questo pensiero come i passi di un
Titano che cammina tra rocce distanti su acque infinite.
Si
trova una perfetta totalità, una estesa correlazione di parti tra loro
armoniche nella struttura di ogni Upanishad; ma il tutto è trattato al
modo di una mente che vede in uno sguardo messe di verità e si arresta
per estrarre solo la parola necessaria da un silenzio compiuto.
Il
ritmo ne verso o la cadenza della prosa scolpiscono l'idea e
l'espressione.
Le
forme metriche delle Upanishad sono costituite da quattro semiversi
ciascuno chiaramente definito, versi che sono generalmente completi e
dotati di senso, semiversi che presentano due pensieri o parti distinte di
un pensiero che sono unite o si completano reciprocamente, e la cadenza
sonora segue un principio corrispondente, ciascun passo conciso e marcato
della chiarezza del proprio intervallo, colmo di ritmi echeggianti che
permangono a lungo vibrare nell'ascolto interiore; ciascun passo è come
un'onda dell'infinito che porta in se stessa interi la voce e il suono
dell'oceano.
E'
un genere di poesia, parola della visione, ritmo dello spirito, che non è
più stato scritto, ne prima ne dopo.
Il
linguaggio figurato delle Upanishad si è in larga parte sviluppato dal
genere di linguaggio figurato dei Veda e sebbene esso solitamente
preferisca la svelata chiarezza di una immagine direttamente illuminante,
a volte esso usa gli stessi simboli in un modo che è profondamente simile
allo spirito e all'aspetto meno tecnico del metodo di quel simbolismo più
antico.
E'
in larga misura questo elemento non più afferrabile dal nostro modo di
pensiero che ha sconcertato certi studiosi occidentali e li ha fatti
affermare che queste scritture sono una combinazione delle più alte
speculazioni filosofiche con i primi goffi balbettii della mente bambina
dell'umanità.
Le
Upnaishad non rappresentano uno scostamento rivoluzionario dalla mente
vedica, dal suo temperamento e dalle sue idee fondamentali, piuttosto una
continuazione e uno sviluppo e in una certa misura un ampliamento nel
senso di una resa in aperta espressione di tutto ciò che fu tenuto
nascosto nel discorso simbolico dei Veda come un mistero segreto.
Esse
iniziano a raccogliere il linguaggio figurato e i simboli rituali dei Veda
e dei Brahmana e a trasformarli in modo da esprimere un senso interiore e
mistico che serve come una sorta di punto di partenza psichico per la
propria filosofia, più evoluta e più puramente spirituale.
Esiste
un grande numero di passaggi specialmente nelle Upanishad in prosa che
sono interamente di questo genere ed azione, in un modo recondito, oscuro
e persino incomprensibile per il pensiero moderno, con il senso psichico
di idee allora comuni nella mente religiosa vedica, la distinzione tra i
tre generi di Veda, i tre mondi e altri soggetti simili; ma, conducendo
come fanno nel pensiero delle Upanishad a più profonde verità spirituali
, questi brani non possono essere scartati come infantili aberrazioni
dell'intelligenza privi di senso e di ogni rintracciabile rapporto con il
più alto pensiero nel quale essi culminano. Al contrario troviamo che
essi possiedono un significato sufficientemente profondo quando riusciamo
a penetrare il loro significato simbolico.
Questo
significato si mostra in una ascesa psicofisica a una conoscenza
psicospirituale per la quale noi useremmo oggi termini più intellettuali,
meno concreti e immaginativi, ma che è ancora valida per coloro che
praticano lo yoga e riscoprono i segreti del nostro essere psicofisico e
psicospirituale.
Passaggi
tipici di questo genere di espressione peculiare di verità psichice sono
la spiegazione di Ajatashatru del sonno e dei sogni o i brani della
Prashna Upanishad sul principio vitale e le sue azioni, o ancora quelli in
cui l'idea vedica della lotta tra dèi e demoni è ripresa e guadagna il
suo significato spirituale e le divinità vediche, più chiaramente che
nel Rig o nel Sama Veda, sono caratterizzate e invocate per la loro
funzione interiore e per il loro potere spirituale.
*
Le
Upanishad abbondano di passaggi che sono ad un tempo poesia e filosofia
spirituale, di chiarezza e bellezza assolute, ma nessuna traduzione priva
delle suggestioni e dei solenni e sottili e luminosi echi di senso delle
parole e dei ritmi originali, può dare alcuna idea del loro potere e
della loro perfezione.
In
altri le più sottili verità psicologiche e filosofiche sono espresse in
modo completamente sufficiente senza mancare di una perfetta bellezza
nell'espressione poetica e sempre in modo tale da vivere nella mente e
nell'anima e non essere semplicemente offerte alla comprensione
intelligente.
C'è
in alcune delle Upanishad in prosa un altro elemento di vivido racconto e
tradizione che ci restituisce, sebbene solo in brevi fugaci, il quadro di
quella animazione e di quel movimento di ricerca spirituale e di passione
verso la più alta conoscenza che hanno reso possibili le Upanishad.
Le
scene del mondo antico rivivono davanti a noi in alcune pagine, i saggi
che siedono nei boschi pronti ad ammaestrare chi si presenta, prìncipi e
dotti Bramini e grandi proprietari terrieri alla ricerca della conoscenza,
il figlio del re nel suo carro e il figlio illegittimo della serva,
ricercando ogni uomo che avrebbe potuto portare in se stesso l'idea della
luce e la parola della rivelazione, le tipiche figure simboliche e
personalità, Janaka e la sottile mente di Ajatashatru, Raikwa del carro,
Yoinavalka soldato della verità, calmo ed ironico, che prende con
entrambe le mani senza alcun attaccamento i beni del mondo e le ricchezze
spirituali e lascia alla fine tutti i suoi averi per peregrinare come un
asceta senza casa, Krishna figlio di Devaki che udì una sola parola del Rishi
Gora e conobbe immediatamente l'Eterno, gli Ashram,
le corti di re che furono anche ricercatori e conoscitori spirituali, le
grandi assemblee sacrificali dove i saggi si incontravano e confrontavano
la loro conoscenza.
Così
noi vediamo come nacque l'anima dell'India e come scorse questo grande
canto delle origini nel quale essa si levò in volo dalla terra verso i
supremi cieli dello spirito.
I
Veda e le Upanishad non sono solo la bastevole sorgente della filosofia e
della religione indiana, ma di tutta l'arte e la letteratura indiana.
Fu
l'anima, il temperamento, lo spirito ideale in essi formato ed espresso
che costruì in seguito le grandi filosofie, edificò la struttura del Dharma,
testimoniò la sua eroica gioventù nel Mahabharata e nel Ramayana, si
intellettualizzò infaticabilmente nell'epoca classica della sua maturità,
produsse così tante intuizioni originali nella scienza, creò un così
ricco fervore di esperienze estetiche, vitali e sensibili, rinnovò la sua
essenza spirituale e psichica nei Tantra e nei Purana, si gettò nella
magnificenza e nella bellezza delle linee e del colore, scolpì e fuse il
suo pensiero e la sua visione nelle pietre e nel bronzo, si riversò in
nuovi canali di autoespressione nei linguaggi successivi e ora dopo una
lunga eclissi riemerge sempre identico nella diversità e pronto per nuova
vita e nuova creazione.
*
La
fissata concezione fondamentale del Vedanta è che là esiste in qualche
luogo - e non potremmo non trovarla - accessibile all'esperienza o all'autorivelazione
anche se negata alla ricerca puramente intellettuale, una verità sola
onnicomprensiva e universale nella luce della quale l'intera esistenza si
trova rivelata e chiarita nella sua natura e nel suo fine.
Questa
esistenza universale, con tutta la moltitudine della sua realtà e la
diversità delle sue forze, è una in sostanza ed origine; ed esiste una
quantità non conosciuta, X o Brahman, alla quale essa può venire
ridotta, perché da lui è originata e in lui e attraverso di lui
persiste.
Questa
quantità non conosciuta è chiamata Brahman.
Ma
intanto i veggenti dell'antica India avevano completato, nei loro
esperimenti e sforzi di disciplina
spirituale e di conquista del corpo, una scoperta che nella sua importanza
per il futuro della conoscenza umana oscura le intuizioni di Newton e
Galileo; persino la scoperta del metodo induttivo e sperimentale nella
Scienza non è risultato così fondamentale; perché essi penetrarono sino
ai suoi processi ultimi il metodo dello yoga e attraverso il metodo dello
yoga si elevarono al culmine di una triplice realizzazione.
Essi
compresero dapprima come una realtà l'esistenza, aldisotto del flusso e
della molteplicità delle cose, di quella suprema Unità e immutabile
Stabilità che era stata sino ad allora ipotizzata solo come una teoria
necessaria, una inevitabile generalizzazione.
Giunsero
a comprendere che Quello è la sola realtà e tutti i fenomeni non sono
che le sue apparenze e le sue sembianze, che Quello è il vero Sé di
tutte le cose e i fenomeni non sono che le sue vesti e i suoi ornamenti.
Essi
impararono che Quello è assoluto e trascendente, perciò eterno,
immutabile, indiminuibile e indivisibile.
E
guardando allo sviluppo passato del pensiero, compresero che questa era
anche la meta alla quale li avrebbe condotti il puro ragionamento
intellettuale.
Poichè
ciò che è nato nel tempo deve nascere e morire; ma l'Unità e la
Stabilità dell'universo sono eterne e devono perciò trascendere il
Tempo.
Ciò
che è nello Spazio deve crescere e diminuire, possedere parti e
relazioni, ma l'Unità e la Stabilità dell'Universo non sono diminuibili,
non sono aumentabili, sono indipendenti dalla modificazione delle proprie
parti e non toccate dal mutarsi delle loro relazioni, e devono perciò
trascendere lo Spazio; e se trascendono lo Spazio non possono possedere
parti; poiché lo spazio è la condivisione della divisibilità materiale;
la divisibilità deve perciò essere, come la morte, un'apparenza e non
una realtà.
Infine
ciò che è soggetto alla Casualità è necessariamente soggetto al
Cambiamento; ma l'Unità e la Stabilità dell'Universo sono immutabili,
identiche a ciò che furono negli eoni trascorsi e a ciò che saranno
negli eoni futuri e devono perciò trascendere la Casualità.
Questa
fu dunque la prima realizzazione ottenuta attraverso lo Yoga, nityonityanam,
l'Eterno Uno nella moltitudine transitoria.
Allo
stesso tempo essi compresero una verità interiore - una verità
sorprendente; compresero che il Sé trascendente e assoluto dell'Universo
costituiva anche il Sé degli esseri viventi; anche il Sé dell'uomo,
l'essere supremo tra quelli che abitano il piano materiale sulla terra.
Il
Purusha, l' Io conscio
nell'uomo che aveva sconcertato i Sankhyas, si è rivelato nella sua realtà
ultima esattamente identico a Prakriti,
la sorgente apparentemente non conscia della realtà, la non-coscienza di Prakriti,
come molto altro, si è dimostrata un'apparenza, non una realtà, perché
dietro ogni forma inanimata una intelligenza conscia all'opera è, agli
occhi dello yogi, luminosamente autoevidente.
Questa
fu dunque la seconda realizzazione ottenuta attraverso lo Yoga, cetanascetananam,
la Coscienza Una nella moltitudine delle Coscienze.
Infine
alla base di queste due realizzazioni se ne trova una terza, la più
importante per la nostra umanità, cioè che il Sé trascendente in ogni
uomo è così completo perché esattamente identico al Sé trascendente
dell'Universo; perché il Trascendente è indivisibile e il senso
dell'individualità separata non è che una delle apparenze fondamentali
dalle quali la manifestazione dell'esistenza fenomenica perpetuamente
dipende.
In
questo modo l'Assoluto, che sarebbe altrimenti aldilà di ogni conoscenza,
diventa conoscibile; e l'uomo che conosce il suo intero Sé conosce
l'intero Universo.
Questa
stupenda verità è per noi rinchiusa nelle due famose formule del Vedanta,
"so ham", Egli ed io, e "aham brahma asmi", io sono il
Brahman, l'Eterno.
Basata
su queste quattro grandi verità, nytonityanam,
cetanascetanam, so ham,
aham brahma asmi, come su quattro possenti pilastri la suprema
filosofia delle Upanishad ha eretto il suo fronte tra le più lontane
stelle.
Sri
Aurobindo |