Gli insegnamenti dei Purana

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Gli insegnamenti dei Purana

Il dizionario dell’Induismo edito da Ubaldini, definisce il termine Purana 
con: “Una raccolta di storie dei tempi antichi”
Ciò che ci viene tramandato dai Purana, non deve essere definito leggenda e 
necessariamente scartato in quanto “fantastico” o “prodigioso”.
Quando parliamo di storie puraniche, parliamo di storie antichissime, che si 
perdono nei meandri del tempo. Tendiamo spesso a datare le storie, con l’età 
del libro che le riporta. Per esempio: Il Mahabharata è stato “pensato” da 
Vyasadeva e messo per iscritto da Ganesha, Vyasadeva è vissuto circa 5.000 
anni fa, quindi le storie del Mahabharata hanno 5.000 anni. No non è cosi. 
In epoche precedenti non c’era bisogno di scrittura, l’intelligenza e la 
memoria degli uomini era talmente sviluppata, che bastava ascoltare ciò che 
il maestro raccontava, per ricordarsi tutto parola per parola. Tutto era 
tramandato oralmente, con l’avvento del Kali-Yuga, l’era attuale, perdendo 
di intelligenza, l’uomo per crescere, per conoscere, per continuare a 
ricordare ha avuto bisogno di libri, quindi è nata la scrittura.
I vari studiosi dei Veda, quindi dei Purana, insistono nel dire che questi 
sono un grande caos, le cui storie sono prive di ordine cronologico, ma non 
è così.
Le storie dei Purana si datano da sole: In genere all’inizio, o nel bel 
mezzo della storia, viene dato un riferimento astronomico, per esempio: La 
Luna si trovava nella costellazione chiamata Rohini, Venere in Purva-Bhadra, 
Marte in Revati ecc.. Ricercando la posizioni dei pianeti in determinate 
stelle fisse, troviamo la data, in cui la storia ha avuto luogo.
Quando si parla di miti, o di leggende, si pensa sempre a qualcosa privo di 
fondamento, questo è il pensiero di chi non comprende che l’universo, i 
mondi quindi il pianeta Terra, si sviluppa in ere. Si è troppo abituati a 
pensare che qualche millennio fa gli uomini fossero tutti primitivi. Ma in 
ere precedenti poteva non essere così.
Quindi le storie narrate nei Purana, non hanno nulla di fantastico, nulla di 
leggendario, ma sono tutte autentiche. Sono storie vissute da civiltà molto 
più progredite della nostra.

OBBEDIENZA INCONDIZIONATA AL MAESTRO SPIRITUALE
(Gli insegnamenti dei Purana)

Dal Mahabharata

Parte prima

STORIA DI ARUNI

Sauti disse:
A quel tempo esisteva un saggio chiamato Ayoda-Dhaumya. Questo possedeva tre 
discepoli, i cui nomi sono: Aruni, Upamanyu e Veda. Un giorno il saggio, 
chiamò Aruni e disse: “Aruni di Panchala, vai a chiudere quella falla che si 
è aperta sulla riva del canale d’irrigazione”.
Obbediente al maestro, Aruni si diresse in quel luogo dove si era creata la 
breccia. Giunto sul posto, constatò che non era possibile chiudere la falla 
con mezzi ordinari. Quindi si rattristò, perché non sapeva come ubbidire 
agli ordini del suo precettore. Ma ad un certo punto ebbe un’idea e disse: 
“Ho trovato il modo per eseguire il comando del mio maestro”.
Quindi scese nella breccia e la ostruì con il proprio corpo. Così l'acqua 
cessò di fluire. Giunto il tramonto, Ayoda-Dhaumya chiese ai suoi discepoli: 
“Non vedo Aruni di Panchala, dov'è?”. Essi risposero: “L'hai mandato lontano 
dicendogli: -Vai e ferma la falla di quel canale-“
Ricordatosi, Dhaumya disse: “Rechiamoci in quel luogo”.
Giunti in quel luogo, il maestro gridò: “Aruni di Panchala dove sei? Figlio 
mio vieni presto”.
Nell'udire la voce del suo precettore, Aruni velocemente si alzò dall'acqua, 
comparendo così davanti al Guru.
Aruni disse: “Sono qui dentro la breccia che causa la fuoriuscita 
dell'acqua. Non essendo stato in grado di chiudere la falla con altri mezzi, 
sono entrato in essa e l'ho tappata con il mio corpo. E' solo dopo aver 
udito il tuo richiamo, che mi sono alzato, abbandonando così il mio compito. 
Ti saluto maestro, dimmi cosa devo fare”.
Il maestro disse: “Non temere, non è per disubbidienza che tu hai lasciato 
di nuovo scorrere l'acqua nella breccia, ma al contrario, ti sei alzato per 
rispondere alla mia chiamata, quindi come segno del mio favore, tu sarai 
chiamato Uddalaka. Poiché le mie parole sono state da te prontamente 
ascoltate, tu diverrai estremamente fortunato. Tutti i Veda e i Dharmasastra 
risplenderanno di luce in te”.
Da queste parole, Aruni Capì che aveva superato la sua prova, quindi, 
ricevuta la benedizione di Dhaumya, si congedò e tornò al proprio paese.

 

STORIA DI UPAMANYU

Sauti continuò:
Upamanyu fu un discepolo di Ayoda-Dhaumya. Un giorno chiamato a se lo
studente il maestro disse: “Upamanyu figlio mio, vai ad accudire il
bestiame”.
Ubbidendo agli ordini del maestro, Upamanyu raggiunse il luogo ove si
trovava la mandria. Dopo aver vegliato il branco per tutto il giorno, la
sera fece ritorno a casa. Presentandosi davanti al maestro, lo salutò con il
dovuto rispetto. Questi, vedendo che il discepolo era notevolmente grasso,
disse: “Upamanyu figlio mio, con cosa sostieni il tuo corpo?”.
Egli rispose: “Signore, sostengo me stesso mendicando”.
Il maestro replicò: “Non puoi consumare il cibo che ottieni mendicando senza
prima averlo offerto a me”. Udite queste parole il discepolo si allontanò.
Recuperate tutte le vivande, le portò al proprio precettore, il quale le
tenne tutte per sè. Al mattino Upamanyu andò di nuovo ad accudire il
bestiame e dopo un’intensa giornata di lavoro, al tramonto fece ritorno a
casa.
Dopo qualche giorno, percepito che il discepolo non esitava a dimagrire, il
maestro disse: “Upamanyu figlio mio, ho requisito ogni vivanda da te
elemosinata, quindi con cosa sostieni te stesso?”.
Il discepolo rispose: “Signore, dopo averti donato ogni cosa, sono uscito di
nuovo a mendicare. In questo modo ho potuto nutrire me stesso”.
Il maestro disse: “Non è questa la via con cui tu puoi obbedire ai miei
ordini. Con tale comportamento, tu hai privato altri esseri -che vivono di
carità- del loro sostentamento. Il tuo comportamento è paragonabile a quello
di una persona avida”.
Il discepolo dopo un cenno d’assenso si ritirò. Passata la notte, andò di
nuovo ad accudire il bestiame. Passarono i giorni, quando una sera, tornato
a casa dal lavoro, salutò il Guru. Questi vedendo che il discepolo ancora,
non esitava a dimagrire, disse: “Upamanyu figlio mio, ti trovo in buona
salute, io posseggo ogni vivanda da te elemosinata e tu non sei uscito una
seconda volta, quindi come hai potuto sostenere te stesso?”.
Il discepolo rispose: “Signore ora sostengo me stesso, con il latte
offertomi dalle mucche che io accudisco”.
Il maestro disse: “Non è corretto che tu ti appropri del latte delle mucche,
senza prima aver ottenuto il mio consenso”.
Upamanyu assentendo si congedò. Fattosi di nuovo giorno, come di solito,
egli andò ad accudire il bestiame e come ogni sera tornava a casa e come di
rito salutava il maestro. Questi vedendolo sempre più grasso, disse:
“Upamanyu figlio mio, tu non hai mangiato delle offerte elemosinate, non sei
uscito per elemosinare una seconda volta e non hai bevuto del latte di
mucca, ma malgrado ciò non accenni a dimagrire. Con quale mezzo sostieni ora
il tuo corpo?”.
Il discepolo rispose: “Signore, ora mi nutro con gli spruzzi che i vitelli
spandono, dopo aver succhiato le mammelle delle loro madri”.
Il maestro disse: “Quei poveri vitelli, colmi di compassione, fanno colare
dalle loro bocche una notevole quantità di latte, spruzzandolo verso di te.
Sappi figlio mio, che non è giusto privare i vitelli del loro pasto”.
Upamanyu assenti. Passata la notte, andò di nuovo ad accudire le vacche. Per
proibizione di Dhaumya, non mangiava più le vivande elemosinate, non beveva
più il latte che le mammelle delle mucche gli offrivano e nemmeno succhiava
le gocce di latte che colavano dalla bocca dei vitelli.
Un giorno, mentre con il bestiame, attraversava un bosco, oppresso dalla
fame, mangiò alcune foglie colte dai rami dell'albero Arka (Asclepias
Gigantea). Dopo poco tempo, i suoi occhi si arrossarono e cominciarono a
lacrimare a causa di un pungente dolore. La forte salinità contenuta in
quelle foglie, lo rese completamente cieco. Non potendo più vedere dove
posava i piedi, inciampò e cadde in un profondo buco. Quella sera non tornò
a casa.
Dhaumya, vedendo che il sole era ormai calato dietro le cime dei monti
occidentali e che il discepolo, ancora non era tornato, preoccupato chiese
ai suoi pupilli, dove fosse Upamanyu e perché non tornava. Essi risposero,
che Upamanyu si era allontanato per accudire la mandria.
Il maestro disse: “Upamanyu è stato da me ammonito a non cibarsi. E'
sicuramente a causa di ciò che egli non torna, usciamo a cercarlo”.
Dopo aver espresso queste parole, con i suoi discepoli entrò nel bosco e
ad alta voce cominciò a gridare: “Upamanyu dove sei?”.
Quest'ultimo udendo la voce del precettore, con voce alta rispose: “Maestro,
sono qua, sul fondo di un pozzo”. Raggiuntolo, il maestro lo interrogò su
ciò che era accaduto. Upamanyu rispose: “Trasgredendo ai tuoi comandi, ho
mangiato delle foglie dell'albero Arka e dopo qualche istante sono divenuto
cieco, così non potendo vedere dove camminavo, sono caduto in questo
profondo pozzo”.
Il maestro disse: “Glorifica i due Aswini, essi sono i medici degli Esseri
Celesti, solo loro sono in grado di restitutirti la vista”.
Dette queste parole, il vecchio maestro se ne andò. Rimasto solo, Upamanyu
cominciò a glorificare i Santi Aswini, usando le parole contenute in uno
degli inni del Rig-Veda:
“Voi esistevate prima della creazione. Voi siete i primi nati, visibili in
questo meraviglioso universo formato di cinque elementi. Voi, o infiniti,
desidero evocarvi per mezzo della conoscenza che proviene dall'ascolto e
dalla meditazione. Voi siete il corso della natura. Voi siete l'anima stessa
della natura.Voi siete gli uccelli dalle bellissime piume che dimorano nei
corpi, i quali sono simili a tronchi d'albero. Voi siete privi dei tre
attributi che caratterizzano tutti gli esseri. Voi siete incomparabili. Voi
con il vostro spirito pervadete ogni cosa in questo universo. Voi siete
aquile dalle piume dorate. Voi siete l'essenza in cui ogni cosa scompare.
Voi siete liberi da ogni errore e non conoscete deterioramento. Voi dai bei
becchi. Voi che non colpite mai ingiustamente. Voi che siete vittoriosi in
ogni incontro. Voi sicuramente prevalete sopra il tempo. Voi siete i
creatori del sole. Voi avete tessuto la meravigliosa veste dell'anno, per
mezzo del bianco filo del giorno e del nero filo della notte. Con la
tessitura di questa veste, avete stabilito le due vie di azione che
appartengono agli Esseri celesti e agli Antenati. Quando l'uccello della
vita viene afferrato dal tempo, il quale rappresenta la forza dell'Anima
Suprema, voi lo liberate. Coloro che sono immersi nella più profonda
ignoranza e che sono dominati dall'illusione dei sensi, credono che voi i
quali trascendete tutti gli attributi della materia.
Trecentosessanta mucche, rappresentano trecentosessanta giorni e il loro
vitello rappresenta l'anno. Questo vitello è il creatore e il distruttore di
ogni cosa. Coloro che ricercano la verità, seguono vie diverse, succhiano il
latte della conoscenza con il suo aiuto. Voi o Aswini siete i creatori di
questo vitello.
L'anno è simile al mozzo di una ruota alla quale sono attaccati
settecentoventi raggi, questi rappresentano i giorni e le notti. La
circonferenza di questa ruota rappresenta i dodici mesi, i quali si
succedono uno dopo l'altro senza sosta. Questa ruota è piena d’illusioni e
non conosce deterioramento. Essa influenza tutti gli esseri di questo e
d’altri mondi. O Aswini, questa ruota del tempo è messa in azione da voi.
Questa ruota rappresenta l'anno e il suo mozzo rappresenta le sei stagioni.
I dodici raggi che spuntano dal mozzo, rappresentano i dodici segni dello
Zodiaco. I frutti degli atti di tutti gli esseri, sono manifestati da questa
ruota. Le divinità che presiedono il tempo, dimorano in questa ruota.
Anch'io sono soggetto a quest’influenza.
Voi o Aswini, liberatemi dalla prigionia di questa ruota temporale. Voi o
Aswini, voi siete l'universo formato dai cinque elementi. Voi siete gli
oggetti che gioiscono in questo e nell'altro mondo, rendetemi indipendente
dai cinque elementi. Voi siete il supremo Brahman.
In principio, avete creato le dieci direzioni di questo universo. Poi avete
piazzato nel cielo il sole. I Saggi, in accordo al corso del sole, compiono
i loro sacrifici. Gli Esseri Celesti e gli uomini, compiono i loro
sacrifici, godendo così del frutto delle proprie azioni.
Mischiando i tre colori, voi avete prodotto tutti gli oggetti della vista.
E' da questi oggetti che l'intero universo deriva e nel quale i gli Esseri
Celesti, gli uomini e tutte le creature, sono immerse nelle loro rispettive
occupazioni.
Voi o Aswini, io vi adoro. Adoro anche il cielo che da voi è stato creato.
Voi siete gli elargitori dei frutti di tutte le azioni, di cui anche gli
esseri celesti non sono immuni. Voi solo siete liberi dai frutti delle
azioni. Voi siete i parenti di tutti.
Siete voi che come maschi e femmine inghiottite il cibo, dal quale si
sviluppa la vita, creando il fluido e il sangue. Il neonato succhia le
mammelle della propria madre, ma in verità siete voi che avete preso la
forma di un infante.
O Aswini, restituitemi la vista, la quale può proteggere la mia vita”.
Così invocati, i gemelli Aswini, apparvero e dissero: “Noi siamo soddisfatti
e per questa ragione, ti abbiamo portato in dono una torta. Prendila e
mangiala”.
Upamanyu rispose: “Le vostre parole sono sicuramente vere, ma io non posso
mangiare questa torta, senza averla prima offerta al mio precettore”.
Gli Aswini dissero: “Un tempo, il tuo maestro ci evocò. E noi gli regalammo
una torta del tutto simile a questa, ed egli la consumò senza prima offrirla
al suo precettore. Esegui pure la stessa cosa, che precedentemente è stata
fatta dal tuo maestro”.
Dopo aver udito le parole dei due Medici Celesti, Upamanyu disse: “O Aswini,
vi chiedo perdono, ma non posso consumare questa torta, senza aver prima
ottenuto il consenso del mio maestro”.
Gli Aswini risposero: “Siamo completamente soddisfatti del tuo comportamento
e della devozione che provi per il tuo precettore. I denti di quest'ultimo
sono fatti di ferro, mentre i tuoi sono fatti d'oro, riacquista pure la
vista e abbi buona fortuna”.
Mentre gli Aswini parlavano, Upamanyu recuperò la vista. Tornato a casa,
salutò come di rito il maestro e gli raccontò ogni cosa successa. Dhaumya fu
molto contento di lui, quindi gli disse: “Senza dubbio, tu otterrai tutta la
fortuna che gli Aswini ti hanno promesso. Che i Veda e i Dharmasastra
brillino di luce in te”.
E questa fu la prova di Upamanyu".

LE ORIGINI CHE PORTARONO AL GRANDE SACRIFICIO DEL SERPENTE
(Gli insegnamenti dei Purana)

Dal Mahabharata

Parte terza

STORIA DI UTANKA

Sauti disse: Il terzo discepolo di Ayoda-Dhaumya si chiamava Veda. Una
giorno il maestro disse: “Veda figlio mio, resta per qualche tempo nella mia
casa e con devozione servi il tuo maestro. Sicuramente, trarrai profitto da
ciò che farai”.
Quindi Veda dimorò per qualche tempo con la famiglia del maestro, servendolo
con accuratezza e senza pregiudizi. Del tutto simile ad un bue, egli
aggiogato dal suo precettore, senza lamentarsi, sopportava: il caldo, il
freddo, la fame, e la sete. Non passò molto tempo, che il suo precettore fu
soddisfatto. Quindi come premio, Veda ottenne buona fortuna e ampia
conoscenza. E questa fu la prova di Veda.
Sauti continuò: Dopo che Veda ebbe completato gli studi e fu congedato dal
suo maestro, si sposò ed entrò nel domestico modo di vita. Mentre viveva
nella propria casa, egli ebbe tre discepoli. Ricordandosi delle dolorose
esperienze passate nella casa del proprio maestro, non osò mai ordinare loro
di compiere lavori pesanti o di obbedire implicitamente ai propri comandi.
Essi non furono mai trattati con severità.
Dopo qualche tempo, Janamejaya e Paushya, entrambi appartenenti all'ordine
degli guerrieri, arrivarono alla residenza del saggio e stabilirono Veda
come loro guida spirituale.
Un giorno Veda, dovette assentarsi per svolgere certi affari riguardanti un
sacrificio. Quindi incaricò Utanka (uno dei suoi discepoli), di portare
avanti la carica di capofamiglia.
Veda disse: “Utanka, qualsiasi cosa necessiti alla mia casa, sia da te
svolta senza alcuna negligenza”.
Dopo aver dato questi precisi comandi, il maestro si mise in viaggio. Quindi
Utanka, per meglio obbedire agli ordini, prese dimora nella casa di
quest'ultimo. Mentre la risiedeva, le donne del suo precettore si riunirono
e rivolgendosi a lui, dissero: “O Utanka, la moglie del tuo signore è in
quella stagione di fertilità, per cui un’unione porta i suoi frutti. Il
maestro è assente, quindi tocca a te in sua vece, fare ciò che necessita”.
Utanka rispose: “Non è bene per me ubbidire al comando delle donne. Non sono
autorizzato ad eseguire qualcosa che mi sia improprio”.
Dopo qualche tempo, il maestro ritornò dal viaggio. Venuto a conoscenza di
ciò che era accaduto, fu soddisfatto del comportamento del discepolo, quindi
disse: “Utanka figlio mio, quale favore non potrò mai concederti? Sono stato
adeguatamente servito, quindi la nostra amicizia è rafforzata. Da questo
momento, tu sei libero di fare tutto ciò che vorrai. Vai lascia che ogni tuo
desiderio sì compia”.
Utanka rispose: “Prima di andare, lascia che io compia qualcosa che possa
gratificarti. Colui che da istruzioni contrarie alle regole e colui che le
riceve, corrono un serio pericolo di morte, a causa dell’inimicizia che
sorgerà tra i due. Avendo terminato i miei studi, ho ottenuto da te il
permesso di congedarmi, quindi lascia che io ti porti qualcosa, come
onorario a favore del tempo che hai speso per me”.
Il maestro disse: “Utanka figlio mio, attendi un momento”.
Cosi dicendo Veda sene andò. Dopo qualche minuto il precettore tornò e di
nuovo Utanka disse: “Ordinami ciò che desideri e io te lo porterò”.
Veda rispose: Mio caro Utanka, tu hai espresso il desiderio di portarmi
qualcosa come riconoscimento, per l'istruzione che ti ho impartito. Vai
allora e chiedi a mia moglie ciò che essa vuole e portale ciò che desidera”.
Così istruito, Utanka rivolgendosi alla moglie del maestro, disse: “Signora,
il maestro mi ha concesso la libertà di tornare a casa, quindi, io desidero
portare come onorario, per l'istruzione ricevuta, qualcosa che sia di tuo
gradimento. Non è corretto, partire senza prima aver saldato i propri
debiti. Quindi, ordina ciò che preferisci”.
La signora rispose: “Recati dal re Paushya e chiedi in dono, gli orecchini
che appartengono alla regina e portameli. Il quarto giorno contato da questo
è festa e io desidero mostrarmi con quegli orecchini, al cospetto dei Santi
uomini, che potranno essere presenti per il pranzo. O Utanka, esaudisci
questo mio desiderio, se tu avrai successo, buona fortuna ti attenderà,
altrimenti, quale prosperità potrai mai aspettarti?”.
Udito il comando, Utanka parti. Mentre era in cammino, vide un enorme toro
cavalcato da un uomo d’inconsueta statura. Rivolgendosì ad Utanka,
quest'uomo disse: “Mangia dello sterco di questo toro”.
Ma Utanka non approvò quest'ordine. Allora l'uomo di nuovo disse: “O Utanka,
non pensare e mangia questo sterco, un tempo, anche il tuo maestro ne
mangiò”.
Dato il suo assenso, Utanka mangiò lo sterco e bevve l'urina del toro. Dopo
il pasto, velocemente, si lavò le mani e la bocca e subito riprese il
cammino verso il luogo dove dimorava il re Paushya.
Arrivato alla reggia, Utanka vide Paushya seduto sopra il trono. Si avvicinò
pronunciando benedizioni e dopo aver salutato il monarca, disse: “Sono
venuto qui per svolgere un commissione”.
Dopo aver a sua volta salutato Utanka, il re disse: “Signore cosa posso fare
per te?”.
Utanka rispose: “Sono qui per chiedere in dono un paio d’orecchini, come
regalo per la moglie del mio precettore. E' stato deciso, che tu devi
donarmi gli orecchini che appartengono alla regina”.
Il monarca disse: “O Utanka, recati nelle stanze private delle donne e
chiedi questi alla regina”.
Ma recatosi nel gineceo, Utanka non fu in grado di trovare la regina.
Tornato dal re, disse: “Non è giusto che tu m’inganni. La regina non è nelle
sue stanze è per questo che non l'ho trovata”.
Il re fu per un momento pensieroso, poi disse: “Signore, fai mente locale di
ciò che sto per dire. Mia moglie non può essere vista da nessuno, il quale
si trovi in stato di impurità, dovuto all'ingestione di cibo già inghiottito
da altri”.
Utanka rifletté per un momento, poi rispose: “Si è così. Per la fretta, dopo
il pranzo, ho compiuto le mie abluzioni stando in piedi”.
Allora Paushya disse: “Questa è una trasgressione. La purificazione, non può
essere ottenuta da un uomo che sta in piedi e nemmeno da un uomo che
cammina”.
Convenuto che ciò era vero, Utanka si sedette rivolgendo la faccia ad Est e
attentamente si lavò la faccia, le mani e i piedi. Poi senza emettere
rumori, sorseggiò dal palmo della mano, tre sorsi d'acqua fresca e priva di
schiuma, in quantità sufficiente perché questa possa raggiungere lo stomaco.
Quindi si strofinò la faccia due volte e toccò con l'acqua le aperture dei
suoi organi , quali occhi, orecchi, naso ecc.. Dopo essersi purificato entrò
di nuovo nel gineceo. Questa volta Utanka incontrò la regina. Come questa lo
vide, lo salutò e poi disse: “Benvenuto o signore, dimmi cosa posso fare per
te?”.
Utanka rispose: “E' stato deciso, che tu mi dia in regalo i tuoi orecchini.
Ho avuto l'ordine di portarli, come onorario alla moglie del mio
precettore”.
La regina soddisfatta del comportamento di Utanka, considerandolo un atto di
carità, si tolse gli orecchini e glie li consegnò. Poi disse: “Questi
orecchini sono molto ambiti da Takshaka, il re dei serpenti. Quindi abbi
cura di non farteli rubare”.
Ascoltate le parole della regina, Utanka rispose: “Signora, non essere in
apprensione. Takshaka, il capo dei serpenti, non sarà in grado di
sopraffarmi”.
Lasciata la regina, Utanka tornò alla presenza del re, quindi disse:
“Paushya, io sono soddisfatto, ho avuto ciò che volevo”.
Il monarca rispose: “Un oggetto in carità, può essere ottenuto anche dopo
molto tempo. Tu sei mio ospite e io desidero compiere lo Sraddha. Quindi
rimani qui, ancora per qualche momento”.
Utanka rispose: Si, rimarrò, ma ti prego, fai che le provvigioni, siano
portate in fretta”. Il re assentì intrattenendo debitamente Utanka.
Quest'ultimo, vedendo che le vivande a lui portate, oltre che essere fredde,
contenevano anche dei peli, in collera disse: “Mi hai fatto portare del cibo
freddo e sporco, per questa ragione tu perderai la vista”.
Anch'esso in collera, Paushya rispose: “Tu hai affermato che questo cibo
fresco e puro è sporco, per questa ragione, rimarrai privo di figli”.
Utanka replicò: E' stabilito che non puoi restituirmi una maledizione, dopo
avermi offerto del cibo contaminato”.
Paushya volle accertarsi se ciò che Utanka diceva fosse vero. Quando vide
che il cibo era veramente freddo e mischiato a dei peli, come se questo
fosse stato precedentemente preparato da una donna con i capelli sciolti,
cercò di calmare il saggio, dicendo: “Signore, le vivande che ti stanno
davanti, sono veramente fredde e sporche, Questo cibo è stato preparato
senza sufficiente cura. Quindi chiedo il tuo perdono. Fai che io non divenga
cieco”.
Utanka rispose: “Ciò che ho detto deve accadere, inevitabilmente dovrai
divenire cieco. Tuttavia, potrai recuperare la vista, solo se io sarò
preservato dalla tua maledizione”.
Il re disse: “Non sono in grado di revocare tale maledizione, la mia collera
non è ancora stata placata. Sembra che tu non sappia, che il cuore di un
Brahmana deve essere calmo e dolce come il burro, mentre le sue parole,
possono essere acute ed affilate come la lama di un rasoio. Viceversa, le
parole di uno Kshatrya, sono calme e dolci come il burro, ma il suo cuore è
simile ad un acuto e tagliente strumento. La durezza del mio cuore non mi
permette di neutralizzare tale maledizione. Quindi esci e vai per la tua
strada”.
Utanka rispose: “Hai detto che io rimarrò senza figli, ma ti ho mostrato che
il cibo conteneva veramente della sporcizia, quindi sono tranquillo. La tua
maledizione non può avere effetto. Sono sicuro di questo”.
Dopo aver espresso queste parole, Utanka si allontanò, portando con sè gli
orecchini. Mentre era per strada, Utanka vide un mendicante che privo di
vestiti lo seguiva. Questo, come fosse fatto di vapore, appariva e spariva
in continuazione. Giunta l'ora dell'abluzione, Utanka si fermò nei pressi di
un corso d'acqua e posò per terra, insieme ai vestiti, gli orecchini. In
quel preciso istante, il mendicante fece la sua apparizione, rubò gli
orecchini e velocemente scappò. Completate le proprie abluzioni e fatta
adorazione agli dei e al maestro spirituale, di gran fretta inseguì il
ladro. Con gran difficoltà lo raggiunse, quindi lo afferrò, ma
improvvisamente, questo lasciò il corpo da mendicante ed assunse la sua vera
forma, egli era il serpente Takshaka. Senza perdere tempo Takshaka s’infilò
in un’apertura del terreno. Entrato in quel buco, egli si diresse verso la
propria dimora, nel regno dei Naga.
In quel momento, Utanka si ricordò delle parole della regina, quindi, deciso
ad inseguire il serpente, cercò di allargare quel buco aiutandosi con un
bastone, ma senza riuscirvi. Indra vedendo che egli non aveva successo,
mandò in suo aiuto il fulmine chiamato Vajra. La saetta penetrò nel bastone
e con la sua forza allargò il buco. Entrato nello squarcio, Utanka scorse
l'estesa regione dei serpenti, vide centinaia di palazzi, torri, case con il
tetto a cupola, portali, archi, strade e luoghi di ritrovo e divertimento.
Di fronte a questa meraviglia, Utanka glorificò subito i serpenti, recitando
i seguenti versi: “Voi serpenti. Voi sudditi del re Airavata. Voi che come
leggere nuvole spinte dal vento, con le armi in mostra, vi muovete sul campo
di battaglia. Voi figli di Airavata. Voi di bell'aspetto. Voi ornati
d’orecchini multicolori. Voi che splendete come il sole nel firmamento.
Sulle rive nord del fiume Gange, dimorano numerosi serpenti. In quel luogo,
costantemente vi ho adorati. Chi eccetto Airavata, può desiderare di
muoversi allo scoperto, sotto i brucianti raggi del sole? Quando
Dhritarashtra, il fratello d’Airavata, esce, ventottomila e otto serpenti lo
seguono per servirlo.
Voi che avete Airavata come fratello maggiore. Voi che gli siete vicini. Voi
che gli state lontani. Voi tutti io vi adoro.
O Takshaka, tu che hai soggiornato nella foresta Khandava a Kurukshetra,
allo scopo di ottenere gli orecchini, io ti adoro.
Voi Takshaka e Aswasena. Voi che siete i costanti compagni di coloro che
dimorano sulle rive del fiume Ikshumati a Kurukshetra, io vi adoro.
O illustre Srutasena, o giovane fratello di Takshaka, tu che risiedi nel
luogo sacro chiamato Mahadyumna, con il proposito di ottenere il governo dei
serpenti, io t’adoro”.
Pur avendo debitamente salutato e glorificato il capo dei serpenti, Utanka
non riuscì a riavere gli orecchini. Quindi si fece pensieroso. Guardandosi
intorno, li vicino, notò due donne che con mani esperte, lavoravano al
telaio, tessendo una stoffa composta di fili bianchi e fili neri. Egli notò
che la ruota di quel telaio, possedeva dodici raggi e che era azionata da
sei ragazzi.
Poi vide anche un uomo piuttosto alto, che stava in sella ad un bellissimo
cavallo. Stimolato da queste visioni, egli pronunciò le seguenti preghiere:
“A questa ruota, i cui trecentosessanta raggi, rappresentano altrettanti
giorni, io m’inchino. A questa ruota, le cui ventiquattro divisioni della
sua circonferenza, rappresentano altrettante quindicine lunari, io mi
inchino. A questa ruota, i cui sei ragazzi che costantemente la muovono,
rappresentano altrettante stagioni, io m’inchino. A queste fanciulle, che
rappresentano la natura universale e che ininterrottamente, tessono una
tela, composta di fili bianchi e fili neri, dalla quale sorgono
all'esistenza i molteplici universi e tutti gli esseri che vi abitano, io
m’inchino.
A te che brandisci il fulmine, a te o protettore dell'universo, a te o
uccisore di Vritra e Namuchi, a te o illustre, a te che indossi vesti nere,
a te che mostri la verità e la falsità in tutto l'universo, a te che
cavalchi il cavallo che è nato dalle profondità dell'oceano, il quale non è
altro che una forma del Dio del fuoco, a te o Signore dei tre sistemi
planetari, a te io m’inchino o Purandara”.
L'uomo che montava il cavallo, rivolgendosi a Utanka, disse: “Le tue parole
d’adorazione, mi hanno soddisfatto. Che cosa posso fare per te?”.
Utanka rispose: “Lascia che i serpenti si sottomettano al mio controllo”.
L'uomo disse: “Percuoti questo cavallo”.
Utanka eseguì l'ordine. Subito dopo aver colpito il cavallo, da tutti gli
orifizi del suo corpo, si sprigionò un divampante fuoco, il quale con i suoi
fumi e le sue fiamme, si apprestava a bruciare l'intera regione dei
serpenti. La sorpresa e il terrore fu tale, che Takshaka, portando con se
gli orecchini, uscì dalla sua dimora, quindi disse: “Signore, ti prego,
riprendi questi orecchini”.
Ed Utanka li riprese. Recuperati gli orecchini, Utanka pensò: “Oggi è il
giorno sacro, la moglie del mio precettore mi sta aspettando e io mi trovo
lontano, come farò ad arrivare in tempo?”.
Mentre Utanka era immerso in questi pensieri, l'uomo disse: “Monta su questo
cavallo, esso, in un attimo ti porterà alla dimora del tuo precettore”.
Utanka assentì, montò sul cavallo e all'istante, come per magia, si trovò
nei pressi della casa del maestro.
Quel mattino, dopo essersi lavata, vestita e pettinata, la signora pensava
al modo migliore di emettere una maledizione, nel caso che Utanka non fosse
giunto in tempo. In quel mentre, Utanka entrò in casa, con rispetto, salutò
la moglie del precettore e quindi gli consegnò gli orecchini.
“Utanka”, lei disse: “Sei arrivato nel luogo giusto al momento giusto.
Benvenuto figlio mio, tu sei innocente, quindi non ti maledirò. Che la
fortuna sia sempre con te. Lascia che ogni tuo desiderio sia coronato da
successo”.
Utanka aspettò l'arrivo del maestro. E quando questo giunse, rivolgendosi al
discepolo, disse: “Benvenuto, qual è il motivo della tua lunga assenza?”.
Il discepolo rispose: “Signore, nell'eseguire i miei affari, sono stato
ostacolato da Takshaka, il re dei serpenti. Quindi ho soggiornato nella
profondità della regione dei serpenti. La ho veduto due fanciulle, che
sedute a un telaio tessevano un manufatto, utilizzando dei fili bianchi e
dei fili neri. Che cosa significa ciò? La ruota di quel telaio, possedeva
dodici raggi ed era costantemente azionata da sei ragazzi. Qual è il
significato di questa visione? E chi era l'uomo che ho visto? E chi era
quello straordinario cavallo? E ancora, chi era quel toro e chi era quel
possente uomo che lo cavalcava, che vidi sulla strada, mentre camminavo
verso la dimora del re Paushya? Chi era quell'uomo che mi disse: “Mangia
dello sterco di questo toro, il quale un tempo, fu mangiato dal tuo
precettore?”. Obbedendo al suo comando, io mangiai di quello sterco. Che
cos'era veramente questo? Illuminami o maestro, il mio cuore desidera
ascoltare ogni cosa”.
Veda, così interrogato rispose: “Le due fanciulle da te viste, erano Dhata e
Vidhata, i fili bianchi e i fili neri, rappresentano i giorni e le notti, la
ruota rappresenta l'anno, i dodici raggi rappresentano i dodici mesi, i sei
ragazzi che la muovono rappresentano le sei stagioni, l'uomo era Parjanya il
dio della pioggia, il cavallo era Agni il Dio del fuoco, il toro che tu hai
incontrato era Airavata il re degli elefanti, l'uomo che lo montava era
Indra e lo sterco del toro che tu hai mangiato era Amrita il nettare
dell’immortalità. E' sicuramente grazie a quest'ultimo, che tu non hai
incontrato la morte, entrando nel regno dei serpenti. Indra il quale mi è
amico, a voluto essere misericordioso con te. Per questo motivo, tu hai
potuto fare ritorno sano e salvo, portando con te gli orecchini. O amabile,
ora sei finalmente libero, vai e che tu possa ottenere ogni buona fortuna”.
Dopo aver ottenuto il permesso di andarsene, Utanka furioso e desideroso di
vendetta nei confronti di Takshaka, quell'eccellente tra i saggi, si diresse
verso Hastinapura. Giunto in quella città, il saggio fu ricevuto dal re
Janamejaya, che nel frattempo era tornato vittorioso da Takshashila. Vedendo
l'invincibile monarca, circondato da tutti i suoi ministri, Utanka pronunciò
nei suoi confronti, appropriate parole di benedizione. Quindi disse: “O
migliore tra i monarchi, Come hai trascorso il tuo tempo? Come un bambino
che desidera risposte, io chiedo la tua attenzione”.
Il monarca così interrogato, salutò il saggio, quindi rispose: “Ho avuto
cura dei miei sudditi, ho alleviato i membri della mia nobile tribù, dai
pesanti doveri che li affliggevano. Ma ora dimmi, qual è quella cosa che ti
opprime e che ti ha spinto al mio cospetto?”.
Utanka disse: “O re, il motivo che mi affligge e che mi ha spinto sin qui,
riguarda anche la tua persona, quindi ascoltami con attenzione. Tuo padre è
stato privato della propria vita da Takshaka, quindi, uccidi quel vile
serpente e vendica tuo padre. Il tempo è venuto, l'atto di vendetta è già
stato stabilito dal destino. Su dunque, vendica la morte del tuo magnifico
padre, il quale fu morso senza ragione e ridotto nei cinque elementi, da
quel vile serpente, così come un albero è ridotto in cenere, dopo essere
stato colpito da un fulmine. Il malvagio Takshaka, il più vile tra la razza
dei serpenti, intossicato dall'orgoglio, commise un atto non necessario,
mordendo il re tuo padre, il quale era un uomo simile a un Deva, protettore
della razza dei santi monarchi.
Malvagio in tutte le sue azioni, Takshaka rimandò indietro Kasyapa il
migliore tra i medici, mentre questi veniva a portare sollievo a tuo padre.
E' stabilito che tu devi bruciare quel miserabile serpente, nel grande fuoco
del sacrificio. O re ordina all'istante che questo sacrificio si compia.
Così potrai ottenere la giusta vendetta per tuo padre. In questo modo tu
potrai mostrarmi un grande favore. O principe, per colpa di quel miserabile,
gli affari che stavo svolgendo per conto del mio precettore, sono stati un
giorno ostacolati.
Dopo aver ascoltato quelle parole, il re divenne furioso con Takshaka. Le
parole di Utanka, Infiammarono il principe, così come il burro chiarificato,
col suo contato infiamma il fuoco. Mosso dal dolore, alla presenza dei suoi
ministri, il principe chiese a Utanka di raccontare tutti i particolari, che
hanno portato suo padre, nella regione dei beati. Quando egli ebbe udito
dalle labbra di Utanka, tutti i particolari che hanno circostanziato la
morte del proprio padre, fu sopraffatto dal dolore.

A cura di Manuele - Lista SB - Settembre 2002

 

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Aggiornato il: 12 settembre 2002