Le sette Sadhu

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Le sette Sadhu

Testo e foto di  Dolf Hartsuiker, autore del libro "Sadhus, Holy Men of India" 1993, pubblicato da Thames & Hudson, 30-34 Bloomsbury Street, Londra WC1B 3QP - UK.

 

Principali sette dei sadhu:

 

I Sadhu appartengono a molteplici sette ed ordini.
Al momento di unirsi ad una setta, un aspirante-sadhu deve sottoporsi ad un rito di iniziazione, considerato come morte simbolica e rinascita. Egli muore alla sua precedente vita terrena per rinascere alla vita divina. Il segno visibile di questa rinascita è la testa rasata del novizio, calvo come un neonato.

Dopo l’iniziazione il novizio viene distolto da ogni parola o pensiero relativo alla sua precedente esistenza che è divenuta per lui estranea; la sua età viene ora calcolata dalla nuova nascita.

Il vincolo con il suo guru è divenuto ora la sola cosa importante. Il Guru è colui che “dissolve le tenebre”, la guida per lacerare il Velo dell’illusione. E’ padre, madre e maestro ed è l’oggetto di adorazione del discepolo, come incarnazione divina; egli lo servirà in ogni maniera possibile, sempre nel migliore dei modi.

La maggior parte delle sette sono abbastanza moderate nelle loro pratiche, ma alcune possono raggiungere veri eccessi.

 


The Naga sadhus or 'warrior-ascetics'

2136 Saraswati Giri è un vero maestro del damaru. Suona contemporaneamente due tamburi di  diversa grandezza, ognuno con un ritmo diverso creando un ritmo particolare. Si tratta di una forma attiva di meditazione per mantenere la quale è richiesta grande concentrazione e vigore fisico.

Una grande ed importante setta Shivaita è quella dei ‘guerrieri  asceti', o Naga ( ‘i nudi'), che esiste fin dalla preistoria.

Sebbene i sadhu siano in genere amanti della pace, i Naga sono stati sempre estremamente combattivi nei confronti delle sette rivali, dei Mussulmani e anche degli invasori Inglesi. Non avendo alcun timore della morte, erano eccellenti guerrieri.
Tracce di questo comportamento virile possono trovarsi ancora ai nostri giorni. La setta dei Naga è suddivisa in Akhara,  (reggimenti), come una vera armata.
Il loro bellicoso passato è visibile nell’esibizione delle armi – bastoni, lance, spade e soprattutto il tridente – ma ai nostri giorni esse hanno soprattutto una funzione simbolica.

Tra i Naga – come il loro nome ci lascia immaginare – troviamo ancora molti sadhu che camminano completamente nudi. Essi rappresentano l’immagine ideale del sadhu, rimasta immutata da migliaia di anni.

Tra I ghiacci dell’ Himalaya, eppure completamente nudo, Bhola Giri Naga baba soffia nel corno a forma di serpente, chiamato nagphani,  'il cobra-incappucciato', che produce una nota acuta e penetrante. Questo strumento è connesso al cobra (naga), intimo compagno del Signore  Shiva, sempre avvolto al suo collo.

Santosh Giri Nagaji, una sadhvi appartenente alla setta dei Naga-sadhu, fuma il chilam come un uomo. 
Il chilam, una pipa d’argilla fumata attraverso le mani poste a forma di coppa, è riempita di tabacco e hashish. E’ fumata da molti sadhu, ad imitazione di Shiva, il Signore dell’ Hashish, egli stesso in perenne stato di ebbrezza.
Con una certa dose di esibizionismo questi Baba stanno mostrando la loro “penitenza del pene”. In realtà essi stanno dando qui il loro darshan, per mostrare sé stessi ai fedeli, con i segni evidenti della loro ascesi; manca qui ogni riferimento sessuale.

Nella loro nudità essi non emanano alcuna sensualità. Al contrario essi controllano ed inibiscono ogni ‘vibrazione’ sessuale, conservando tale energia in modo da trasformarla in potere psichico e spirituale.Il Baba sulla sinistra indossa un anello metallico attorno al suo pene, un residuo ornamentale delle grosse catene che alcuni asceti erano soliti indossare in passato.
Il Baba sulla destra esegue un esercizio logico che va sotto il nome di chabi, che significa 'chiave'. Lo scopo di questo esercizio non è la semplice ritenzione dell’energia sessuale, ma la sua ascesa.
Detto in parole semplici, costringere meccanicamente il pene in posizione abbassata, permette l’innalzamento della kundalini.

 

2339Lal Baba sostiene una speciale pietra triangolare per il suo lingasana (vedi a lato), sulla quale è la scritta "30 kilos". Egli esegue regolarmente tale esercizio in uno ‘show’ e addirittura pubblicizza sé stesso come  "lingasana Naga Baba" sui cartelli disegnati (alle sue spalle). Essendo di bassa statura è costretto a stare su due mattoni per poter sollevare la pietra da terra per alcuni centimetri. Questa tuttavia non viene considerata  un’impresa: trenta chili dovrebbe essere più della metà del suo stesso peso. 0255Sollevare pesi con il proprio pene, come mostrato qui da Shyam Puri, è sostanzialmente lo stesso esercizio del chabi (vedi sopra). E’ un miracolo che il pene non venga strappato via. Quest’immagine ricorda le catene usate in passato per appesantire continuamente il pene, ma questo esercizio oggi viene fatto occasionalmente e solo per qualche un minuto. Abbastanza a lungo per mostrare il potere del sadhu, la sua capacità di trascendere la sessualità.

Stranamente il sollevamento di pietre con il pene non ha un nome particolare ma è genericamente definito come kriya (esercizio yogico). Lal Baba (vedi sopra) usa il termine lingasana (postura-del-pene), che ha probabilmente inventato lui stesso.
In un certo senso si tratta della rievocazione dello storico kara-lingi, la palla-e-catena con cui il pene veniva appesantito. Come rileva Abbé Dubois, un missionario Francese che visse in India dal 1792 al 1823, nel suo libro Usanze Hindu : "essi appendono ai loro organi genitali un grosso peso e lo trascinano fino a che la forza dei muscoli e dei nervi è completamente distrutta."
Così lo scopo di questi esercizi (lingasana and chabi) certamente non è quello di ingrossare il pene, come sostengono certe dicerie, ma piuttosto quello di desensibilizzare il pene, per distruggere la sua capacità erettile. E’ difficile dire se questo scopo venga ancor oggi ricercato, ma è un fatto che le dozzine di sadhu che ho osservato praticare questo esercizio, non avevano un pene più grande del normale.

 


 

I Gorakhnathis o Jogi

 

0153 Pagal Mauni Baba appartiene alla fazione Aghori dei Gorakhnathis. Come mostra il suo nome questo Baba è ‘pazzo’, divinamente drogato (pagal) e  'non-parlante' (mauni).

 
Il nome Gorakhnathis è comunemente riferito agli Yogi (o Jogi).

Sebbene l’aspetto sia molto simile a quello dei Sannyasi, gli Jogi non seguono l’insegnamento dei Veda e di Shankara, ma aderiscono al Tantrismo insegnato dal loro Guru-fondatore, Gorakhnath. Tuttavia essi sono devoti di Shiva, nella sua manifestazione di Bhairava, e adorano Hanuman e Dattatreya.

Essendo una incarnazione di Shiva, Gorakhnath è adorato dagli Jogi come una divinità, ed esistono numerosi templi a lui dedicati. Gli Jogi sono perciò spesso chiamati 'Gorakhnathis', o più semplicemente come 'Nath-Babas'.

 


Gli  Udasin

 

0619 Vital Das, un Udasin baba, con il corpo coperto di cenere.

La principale setta degli asceti Udasin in origine non era Shivaita – e neanche Hindu – ma apparteneva alla religione Sikh. Fu fondata nel sedicesimo secolo da un figlio del Guru Nanak – il fondatore dei sikh – chiamato  Shrichandra.
Gli Udasin pertanto sono conosciuti anche come Nanakputras, I  'figli di Nanak', e venerano il Grantha Saheb, il sacro libro dei Sikh.
Essi furono scomunicati dal successore di Guru Nanak e gradualmente aderirono all’Hinduismo.
Gli Udasin adorano panchayatana, una combinazione di cinque divinità,  Shiva, Vishnu, il Sole,  la dea Durga, e Ganesh; adorano inoltre il loro Guru-fondatore Shrichandra.
La loro filosofia è essenzialmente il Vedanta monistico insegnato da Shankara, ed in effetti assomigliano molto ai sannyasis Shivaiti.
 

2035 La scena di un tranquillo mattino attorno al dhuni di Udasin Babas, nel cui ashram si raccolgono in giugno, durante l’annuale celebrazione di Shivaratri.


Come tutti i sannyasi Shivaiti, gli Udasin indossano solitamente vesti rosse o nere, si cospargono di cenere, si lasciano crescere i capelli e così via, ma differiscono per alcuni dettagli quali ad esempio i  loro berretti di lana lavorata ed un piccolo orecchino d’argento, a forma di semiluna, all’orecchio destro. Inoltre in ogni disputa con le sette rivali, hanno sempre parteggiato per gli Shivaiti.

 


Gli Aghori

 

 

2389 Bere da un teschio umano è solo una delle sorprendenti peculiarità che distingue Gauri Shankar Mishra dalla maggior parte degli asceti. Egli beve alcolici (proibiti alle caste degli  Hindu e soprattutto agli asceti), mangia la carne degli animali morti che trova per strada ed insulta la gente con le peggiori oscenità.

La santità può essere non solo austerità ma anche ‘follia,’ possessione divina, come dimostrano i membri di una piccola e oscura setta, quella degli Aghori.
Essi imitano la qualità più eccessiva di Shiva, il Vincitore della Morte:  il loro rifugio preferito sono i campi-di-cremazione, fanno il bagno nelle ceneri delle cremazioni, indossano ghirlande di ossa e teschi, sono amici di spiriti e fantasmi, si drogano continuamente, si comportano da pazzi.
Gli Aghoris trasgrediscono volentieri tutti I tabù degli asceti, convinti come sono che, rovesciando tutti i valori, essi raggiungeranno l’illuminazione. Mentre tutti i sadhu sono vegetariani ed astemi,  (come del resto ogni hindu), gli Aghoris mangiano carne e bevono alcolici.

Altre orribili abitudini sono attribuite agli Aghoris: mangiano la carne dei corpi putrefatti, escrementi ed urina, anche di animali come il cane; praticano rituali con prostitute mestruate nei luoghi di cremazione, dove sono soliti vivere, meditano seduti su di un cadavere.
Non sappiamo se queste pratiche vengano effettuate regolarmente, ma pare certo che occasionalmente ed in un contesto ritualistico, una sorta di ‘eucarestia’, vengano ancora praticati questi atti cannibalici e inumani.

Gli Aghoris vivono preferibilmente nei campi di cremazione e si circondano con simboli di morte come teschi umani, nei quali sono soliti bere e con i quali praticano riti magici. 

Nonostante tutto questo, gli Aghoris rappresentano una tradizione vecchia di millenni e ci sono stati periodi in cui la setta è stata molto numerosa.

Nota della Redazione "Pagine Vedanta": Queste abitudini che risultano così atterrenti sono una specifica disciplina spirituale, che serve a rompere qualsiasi schema, attitudine e abitudine mentale di casta, di rito e religiosa. In questa maniera il praticante riesce ad andare oltre le sue opinioni mentali. Chiaramente nel momento in cui questa modalità divenisse a sua volta una abitudine mentale, diventa del tutto inutile. 

 


I Ramanandi

 

All’inizio del quattordicesimo secolo una setta ascetica di grande successo fu fondata da Ramananda: la Ramananda Sampradaya, meglio nota come la setta dei  Ramanandis.

Oggi, a causa della sua posizione dominante, viene considerata come una organizzazione separata ma ufficialmente è ancora parte dello Shri Sampradaya, poiché Ramananda iniziò il suo cammino ascetico come membro di questa setta. Essa è rimasta fedele alla filosofia del suo fondatore Ramanuja, ma ha scelto Rama e Sita come divinità personali, facendo della loro devozione il nodo centrale della pratica religiosa della setta.
   1877 La setta può essere riconosciuta dai simboli dipinti sulla fronte ma all’interno della setta raramente troviamo simboli identici. Molti saduh danno un loro tocco personale ed alcuni fanno modifiche importanti al simbolo fondamentale della setta. Il risultato può essere abbastanza impressionante come mostra Hanuman Hari Das, ma ciò non implica necessariamente un livello gerarchico più elevato. E neppure, questo singolo aspetto, sta ad indicare un più alto grado di spiritualità.

 

Nell’immagine in basso Rama e Sita sono circondati dai principali personaggi del Ramayana e del pantheon Hindu.
Inginocchiato di fronte a loro c’è il fedele servitore Hanuman, il dio-scimmia, generale dell’armata delle scimmie.
Il poema epico Ramayana, con le numerose avventure simboliche di Rama, rappresenta la principale fonte di ispirazione per foggiare l’attitudine ad una intensa devozione nei confronti di Rama, che contraddistingue i suoi devoti.

Rama gioca un ruolo importante nell’Hinduismo moderno. Egli vive nel cuore della gente comune e regola la vita dei sadhu a lui devoti. Per molti di essi memorizzare, analizzare e studiare il Ramayana rappresenta lo sforzo di una vita ed alcuni di loro diventano commentatori di professione che recitano e commentano in pubblico i sacri testi.

Si ritiene che il solo ascolto delle sacre parole del Ramayana sia di per sé fonte di liberazione e possa conferire la grazia di Rama. Più semplicemente la recitazione continua, con devozione del nome di Rama, può condurre all’illuminazione. Infatti, in questa Epoca Oscura i devoti di Rama ritengono questa pratica la sola strada per raggiungere l’assoluto.

E se l’illuminazione non avviene durante la vita, essa può giungere al momento della morte e ciò avviene se uno muore pensando a Rama e pronunciando il suo nome.

Nei funerali viene salmodiato il canto: “Rama nama satya hai!”, “il nome di Rama è Verità.”

 

La castità è senza dubbio la più importante penitenza praticata dai sadhu. Secondo la metafisica-Yoga, l’energia sessuale, il fuoco delle passioni, è potenzialmente la principale fonte di energia spirituale.

Ma per aiutare il controllo mentale della sessualità, deve talvolta essere utilizzata la repressione fisica ed un metodo è rappresentato dall’uso continuo di una ‘cintura di castità’.

 

1076 Questa cintura (arbandh) di legno con l’astuccio (langoti) attaccato, può essere considerate una vera cintura di castità, ovviamente autoimposta.
Il langoti può essere staccato per ragioni igieniche ma l’ arbandh resta sempre addosso.
Jaganath Das ha indossato questa cintura per tredici anni ed ha fatto voto di restare così per tutta la vita.

Questa pratica, come spesso avviene, viene di solito mantenuta per almeno dodici anni.
Solitamente un modesto pezzo di stoffa copre questa ‘biancheria di legno’ ma questi Baba sono in procinto di fare un bagno ed hanno buone ragioni per toglierlo.

1074 Kailas Das ha indossato questa cintura di castità d’acciaio per cinquant’anni.
Egli è anche conosciuto come Mauni Baba, perchè ha fatto voto di silenzio da dodici anni.

 


I  Sakhis o i travestiti religiosi

 

 

143 Un sakhi, che considera il Signore Rama come il proprio amante

I sadhu che hanno scelto Rama o Krishna come loro divinità, sono caratterizzati da una forte, profonda devozione e da un totale abbandono nei confronti dell’incarnazione terrena del signore Rama e del divino pastore Krishna.
La divinità è considerata una 'persona' con la quale i devoti possono stabilire un intimo legame che di solito prende la forma di un rapporto Maestro-discepolo.
Alcuni sadhu, comunque, osano rivolgersi a Dio come al loro amante e, dal momento che la divinità è maschile, è logico che essi debbano giocare il ruolo della ‘donna di Dio’.

Vengono chiamati sakhis. Essi immaginano di avere una relazione erotica con dio. Alcuni sakhis vanno anche oltre fino ad affermare di avere regolari rapporti sessuali con il loro Signore – salvo che nei giorni del loro ‘ciclo’. Chiaramente i sottintesi del loro comportamento sessuale vengono guardati con sospetto dagli altri asceti per i quali la repressione sessuale rappresenta la norma, anche se tali comportamenti sono rivolti ad una divinità.

Nondimeno essi sono riconosciuti quali manifestazione devozionale rivolta ad una divinità e la devozione è la caratteristica di tutti i sadhu.

Questi sadhu-travestiti devono essere distinti da un altro gruppo di transessuali o eunuchi che praticano la prostituzione ed una disgustosa forma di accattonaggio.
Gli hijras, come vengono chiamati, vengono castrati subito dopo l’iniziazione al loro ordine. Vengono considerati ‘nè-uomo-nè-donna’ ma si vestono da donna e si atteggiano in maniera esageratamente effeminata. Come in quasi tutte le cose indiane, esiste un significato religioso della loro volontaria mutilazione e del comportamento che ne segue.

Durante le festività di  Rama, gli hijras si travestono talvolta da sakhis al fine di elemosinare denaro.

 


Sadhu stranieri

 

Ogni straniero in India, non importa quanto a lungo rimane o quanto riesce ad ‘indianizzarsi’, resterà per sempre un alieno.
Tuttavia anche gli stranieri possono diventare sadhu, e i locali li considerano santi, come i sadhu indiani. Soprattutto i contadini ingenui (il 75% della popolazione totale vive ancora nelle campagne) li tratta con grande rispetto e chiede la loro benedizione. Gli abitanti delle città, i moderni indiani occidentalizzati, mostrano spesso una minore tolleranza.

Sebbene siano presenti in India molti stranieri, sia maschi che femmine, la maggior parte di loro sono italiani o francesi.
 
1590 Mohan Das (a sinistra), un sadhu giapponese, mentre viene benedetto dal suo guru, Mathura Das. Secondo le antiche tradizioni l’allievo deve svolgere per il proprio insegnante i lavori più umili, e Mohan Das si comporta come lo schiavo del suo Maestro. Comunque lo fa volentieri perché ciò gli conferisce un "karma" positivo per cancellare i peccati delle sue vite precedenti.

1957 Charan Das, di origine americana, ha vissuto in India come un sadhu per più di venti anni. Sempre cordiale e privo di affanni, vagava per la campagna per una parte dell’anno, andando da un luogo sacro all’altro, visitando i fratelli-sadhu. E’ morto pochi anni fa.
 

Alcuni sadhu stranieri sono 'part-timers', che si immergono per un periodo nell’avventura della vita da sadhu ma mantengono un legame con la vita precedente.
Altri invece bruciano ogni ponte, come in effetti andrebbe fatto, e si dedicano interamente alla realizzazione.

4396 Parvat Giri, un sadhu italiano, allievo di Dipak Giri (a destra) e che è stato un khareshwari -- un sadhu immobile – per più di due anni.
E’ stato il primo  sadhu straniero che abbia mai praticato un esercizio così severo.

4423 Dipak Giri, un baba di origine Italiana che è un Mahant dell’ Avahana Akhara.
Ha anche un ashram in Italia, su di una montagna nel mezzo di un parco nazionale.
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Traduzione dell'Articolo a cura di F.N.

 

Vidya Bharata, 21 Aprile 2002
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Aggiornato il: 05 luglio 2002