Principali sette dei sadhu:
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I Sadhu
appartengono a molteplici sette ed ordini.
Al momento di unirsi ad una setta, un aspirante-sadhu deve
sottoporsi ad un rito di iniziazione, considerato come morte
simbolica e rinascita. Egli muore alla sua precedente vita
terrena per rinascere alla vita divina. Il segno visibile di
questa rinascita è la testa rasata del novizio, calvo come un
neonato.
Dopo l’iniziazione il novizio
viene distolto da ogni parola o pensiero relativo alla sua
precedente esistenza che è divenuta per lui estranea; la sua età
viene ora calcolata dalla nuova nascita.
Il vincolo con il suo guru è
divenuto ora la sola cosa importante. Il Guru è colui che
“dissolve le tenebre”, la guida per lacerare il Velo
dell’illusione. E’ padre, madre e maestro ed è l’oggetto
di adorazione del discepolo, come incarnazione divina; egli lo
servirà in ogni maniera possibile, sempre nel migliore dei
modi.
La maggior parte delle sette sono
abbastanza moderate nelle loro pratiche, ma alcune possono
raggiungere veri eccessi.
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The Naga sadhus or 'warrior-ascetics'
2136 Saraswati Giri è un vero
maestro del damaru. Suona contemporaneamente due tamburi di
diversa grandezza, ognuno con un ritmo diverso creando un
ritmo particolare. Si tratta di una forma attiva di meditazione
per mantenere la quale è richiesta grande concentrazione e
vigore fisico.
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Una grande ed
importante setta Shivaita è quella dei ‘guerrieri
asceti', o Naga ( ‘i nudi'), che esiste fin dalla
preistoria.
Sebbene i sadhu siano in genere
amanti della pace, i Naga sono stati sempre estremamente
combattivi nei confronti delle sette rivali, dei Mussulmani e
anche degli invasori Inglesi. Non avendo alcun timore della
morte, erano eccellenti guerrieri.
Tracce di questo comportamento virile possono trovarsi ancora ai
nostri giorni. La setta dei Naga è suddivisa in Akhara,
(reggimenti), come una vera armata.
Il loro bellicoso passato è visibile nell’esibizione delle
armi – bastoni, lance, spade e soprattutto il tridente – ma
ai nostri giorni esse hanno soprattutto una funzione simbolica.
Tra i Naga – come il loro nome
ci lascia immaginare – troviamo ancora molti sadhu che
camminano completamente nudi. Essi rappresentano l’immagine
ideale del sadhu, rimasta immutata da migliaia di anni.
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Tra I ghiacci dell’ Himalaya, eppure
completamente nudo, Bhola Giri Naga baba soffia nel corno a
forma di serpente, chiamato nagphani,
'il cobra-incappucciato', che produce una nota acuta e
penetrante. Questo strumento è connesso al cobra (naga), intimo
compagno del Signore Shiva,
sempre avvolto al suo collo.
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Santosh
Giri Nagaji, una sadhvi appartenente alla setta dei Naga-sadhu,
fuma il chilam come un uomo.
Il chilam, una pipa d’argilla fumata attraverso le mani poste a
forma di coppa, è riempita di tabacco e hashish. E’ fumata da
molti sadhu, ad imitazione di Shiva, il Signore dell’ Hashish,
egli stesso in perenne stato di ebbrezza. |
Con
una certa dose di esibizionismo questi Baba stanno mostrando la
loro “penitenza del pene”. In realtà essi stanno dando qui il
loro darshan, per mostrare sé stessi ai fedeli, con i segni
evidenti della loro ascesi; manca qui ogni riferimento sessuale.
Nella loro nudità essi
non emanano alcuna sensualità. Al contrario essi controllano ed
inibiscono ogni ‘vibrazione’ sessuale, conservando tale
energia in modo da trasformarla in potere psichico e spirituale.Il
Baba sulla sinistra indossa un anello metallico attorno al suo
pene, un residuo ornamentale delle grosse catene che alcuni asceti
erano soliti indossare in passato.
Il Baba sulla destra esegue un esercizio logico che va sotto il
nome di chabi, che significa 'chiave'. Lo scopo di questo
esercizio non è la semplice ritenzione dell’energia sessuale,
ma la sua ascesa.
Detto in parole semplici, costringere meccanicamente il pene in
posizione abbassata, permette l’innalzamento della kundalini. |
Lal
Baba sostiene una speciale pietra triangolare per il suo lingasana
(vedi a lato), sulla quale è la scritta "30 kilos".
Egli esegue regolarmente tale esercizio in uno ‘show’ e
addirittura pubblicizza sé stesso come
"lingasana Naga Baba" sui cartelli disegnati
(alle sue spalle). Essendo di bassa statura è costretto a stare
su due mattoni per poter sollevare la pietra da terra per alcuni
centimetri. Questa tuttavia non viene considerata
un’impresa: trenta chili dovrebbe essere più della metà
del suo stesso peso. |
Sollevare
pesi con il proprio pene, come mostrato qui da Shyam Puri, è
sostanzialmente lo stesso esercizio del chabi (vedi sopra). E’
un miracolo che il pene non venga strappato via. Quest’immagine
ricorda le catene usate in passato per appesantire continuamente
il pene, ma questo esercizio oggi viene fatto occasionalmente e
solo per qualche un minuto. Abbastanza a lungo per mostrare il
potere del sadhu, la sua capacità di trascendere la sessualità. |
Stranamente
il sollevamento di pietre con il pene non ha un nome particolare
ma è genericamente definito come kriya (esercizio yogico).
Lal Baba (vedi sopra) usa il termine lingasana (postura-del-pene),
che ha probabilmente inventato lui stesso.
In un certo senso si tratta della rievocazione dello storico
kara-lingi, la palla-e-catena con cui il pene veniva
appesantito. Come rileva Abbé Dubois, un missionario Francese
che visse in India dal 1792 al 1823, nel suo libro Usanze
Hindu : "essi appendono ai loro organi genitali un
grosso peso e lo trascinano fino a che la forza dei muscoli e
dei nervi è completamente distrutta."
Così lo scopo di questi esercizi (lingasana and chabi)
certamente non è quello di ingrossare il pene, come sostengono
certe dicerie, ma piuttosto quello di desensibilizzare il pene,
per distruggere la sua capacità erettile. E’ difficile dire
se questo scopo venga ancor oggi ricercato, ma è un fatto che
le dozzine di sadhu che ho osservato praticare questo esercizio,
non avevano un pene più grande del normale. |
I Gorakhnathis o Jogi
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0153 Pagal
Mauni Baba appartiene alla fazione Aghori dei Gorakhnathis. Come mostra il suo nome questo Baba
è ‘pazzo’, divinamente drogato (pagal) e
'non-parlante' (mauni).
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Il
nome Gorakhnathis è comunemente riferito agli Yogi (o Jogi).
Sebbene l’aspetto sia molto simile a quello dei Sannyasi, gli
Jogi non seguono l’insegnamento dei Veda e di Shankara, ma
aderiscono al Tantrismo insegnato dal loro Guru-fondatore,
Gorakhnath. Tuttavia essi sono devoti di Shiva, nella sua
manifestazione di Bhairava, e adorano Hanuman e Dattatreya.
Essendo una incarnazione di Shiva, Gorakhnath è adorato dagli
Jogi come una divinità, ed esistono numerosi templi a lui
dedicati. Gli Jogi sono perciò spesso chiamati 'Gorakhnathis',
o più semplicemente come 'Nath-Babas'. |
Gli Udasin
0619
Vital Das, un Udasin baba, con il corpo coperto di cenere.
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La
principale setta degli asceti Udasin in origine non era Shivaita
– e neanche Hindu – ma apparteneva alla religione Sikh. Fu
fondata nel sedicesimo secolo da un figlio del Guru Nanak – il
fondatore dei sikh – chiamato
Shrichandra.
Gli Udasin pertanto sono conosciuti anche come Nanakputras, I
'figli di Nanak', e venerano il Grantha Saheb, il sacro
libro dei Sikh.
Essi furono scomunicati dal successore di Guru Nanak e
gradualmente aderirono all’Hinduismo.
Gli Udasin adorano panchayatana, una combinazione di cinque
divinità, Shiva,
Vishnu, il Sole, la
dea Durga, e Ganesh; adorano inoltre il loro Guru-fondatore
Shrichandra.
La loro filosofia è essenzialmente il Vedanta monistico
insegnato da Shankara, ed in effetti assomigliano molto ai
sannyasis Shivaiti. |
2035
La scena di un tranquillo mattino attorno al dhuni
di Udasin Babas, nel cui ashram si
raccolgono in giugno, durante l’annuale celebrazione di
Shivaratri.
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Come tutti i
sannyasi Shivaiti, gli Udasin indossano solitamente vesti rosse
o nere, si cospargono di cenere, si lasciano crescere i capelli
e così via, ma differiscono per alcuni dettagli quali ad
esempio i loro
berretti di lana lavorata ed un piccolo orecchino d’argento, a
forma di semiluna, all’orecchio destro. Inoltre in ogni
disputa con le sette rivali, hanno sempre parteggiato per gli
Shivaiti. |
Gli Aghori
2389
Bere da un teschio umano è solo una delle sorprendenti
peculiarità che distingue Gauri Shankar Mishra dalla maggior
parte degli asceti. Egli beve alcolici (proibiti alle caste
degli Hindu e
soprattutto agli asceti), mangia la carne degli animali morti
che trova per strada ed insulta la gente con le peggiori oscenità.
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La santità può
essere non solo austerità ma anche ‘follia,’ possessione
divina, come dimostrano i membri di una piccola e oscura setta,
quella degli Aghori.
Essi imitano la qualità più eccessiva di Shiva, il Vincitore
della Morte: il
loro rifugio preferito sono i campi-di-cremazione, fanno il
bagno nelle ceneri delle cremazioni, indossano ghirlande di ossa
e teschi, sono amici di spiriti e fantasmi, si drogano
continuamente, si comportano da pazzi.
Gli Aghoris trasgrediscono volentieri tutti I tabù degli
asceti, convinti come sono che, rovesciando tutti i valori, essi
raggiungeranno l’illuminazione. Mentre tutti i sadhu sono
vegetariani ed astemi, (come del resto ogni hindu), gli Aghoris mangiano carne e
bevono alcolici.
Altre orribili abitudini sono attribuite agli Aghoris: mangiano
la carne dei corpi putrefatti, escrementi ed urina, anche di
animali come il cane; praticano rituali con prostitute mestruate
nei luoghi di cremazione, dove sono soliti vivere, meditano
seduti su di un cadavere.
Non sappiamo se queste pratiche vengano effettuate regolarmente,
ma pare certo che occasionalmente ed in un contesto
ritualistico, una sorta di ‘eucarestia’, vengano ancora
praticati questi atti cannibalici e inumani.
Gli Aghoris vivono preferibilmente
nei campi di cremazione e si circondano con simboli di morte
come teschi umani, nei quali sono soliti bere e con i quali
praticano riti magici.
Nonostante
tutto questo, gli Aghoris rappresentano una tradizione vecchia
di millenni e ci sono stati periodi in cui la setta è stata
molto numerosa.
Nota
della Redazione "Pagine Vedanta": Queste abitudini che
risultano così atterrenti sono una specifica disciplina
spirituale, che serve a rompere qualsiasi schema, attitudine e
abitudine mentale di casta, di rito e religiosa. In questa
maniera il praticante riesce ad andare oltre le sue opinioni
mentali. Chiaramente nel momento in cui questa modalità
divenisse a sua volta una abitudine mentale, diventa del tutto
inutile.
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I Ramanandi
All’inizio
del quattordicesimo secolo una setta ascetica di grande successo
fu fondata da Ramananda: la Ramananda Sampradaya, meglio nota
come la setta dei Ramanandis.
Oggi, a causa della sua posizione dominante, viene considerata
come una organizzazione separata ma ufficialmente è ancora
parte dello Shri Sampradaya, poiché Ramananda iniziò il suo
cammino ascetico come membro di questa setta. Essa è rimasta
fedele alla filosofia del suo fondatore Ramanuja, ma ha scelto
Rama e Sita come divinità personali, facendo della loro
devozione il nodo centrale della pratica religiosa della setta.
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1877
La setta può essere riconosciuta dai simboli dipinti sulla
fronte ma all’interno della setta raramente troviamo simboli
identici. Molti saduh danno un loro tocco personale ed alcuni
fanno modifiche importanti al simbolo fondamentale della setta.
Il risultato può essere abbastanza impressionante come mostra
Hanuman Hari Das, ma ciò non implica necessariamente un livello
gerarchico più elevato. E neppure, questo singolo aspetto, sta
ad indicare un più alto grado di spiritualità. |
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Nell’immagine
in basso Rama e Sita sono circondati dai principali personaggi
del Ramayana e del pantheon Hindu.
Inginocchiato di fronte a loro c’è il fedele servitore
Hanuman, il dio-scimmia, generale dell’armata delle scimmie.
Il poema epico Ramayana, con le numerose avventure simboliche di
Rama, rappresenta la principale fonte di ispirazione per
foggiare l’attitudine ad una intensa devozione nei confronti
di Rama, che contraddistingue i suoi devoti. |
Rama
gioca un ruolo importante nell’Hinduismo moderno. Egli vive
nel cuore della gente comune e regola la vita dei sadhu a lui
devoti. Per molti di essi memorizzare, analizzare e studiare il
Ramayana rappresenta lo sforzo di una vita ed alcuni di loro
diventano commentatori di professione che recitano e commentano
in pubblico i sacri testi. |
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Si ritiene che il solo ascolto delle sacre parole del Ramayana
sia di per sé fonte di liberazione e possa conferire la grazia
di Rama. Più semplicemente la recitazione continua, con
devozione del nome di Rama, può condurre all’illuminazione.
Infatti, in questa Epoca Oscura i devoti di Rama ritengono
questa pratica la sola strada per raggiungere l’assoluto.
E se
l’illuminazione non avviene durante la vita, essa può
giungere al momento della morte e ciò avviene se uno muore
pensando a Rama e pronunciando il suo nome.
Nei
funerali viene salmodiato il canto: “Rama nama satya hai!”,
“il nome di Rama è Verità.” |
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La castità
è senza dubbio la più importante penitenza praticata dai sadhu.
Secondo la metafisica-Yoga, l’energia sessuale, il fuoco delle
passioni, è potenzialmente la principale fonte di energia
spirituale.
Ma
per aiutare il controllo mentale della sessualità, deve
talvolta essere utilizzata la repressione fisica ed un metodo è
rappresentato dall’uso continuo di una ‘cintura di castità’.
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1076 Questa
cintura (arbandh) di legno con l’astuccio (langoti) attaccato,
può essere considerate una vera cintura di castità, ovviamente
autoimposta.
Il langoti può essere staccato per ragioni igieniche ma l’
arbandh resta sempre addosso.
Jaganath Das ha indossato questa cintura per tredici anni ed ha
fatto voto di restare così per tutta la vita.
Questa pratica,
come spesso avviene, viene di solito mantenuta per almeno dodici
anni.
Solitamente un modesto pezzo di stoffa copre questa
‘biancheria di legno’ ma questi Baba sono in procinto di
fare un bagno ed hanno buone ragioni per toglierlo. |
1074
Kailas Das ha indossato questa cintura di castità d’acciaio
per cinquant’anni.
Egli è anche conosciuto come Mauni Baba, perchè ha fatto voto
di silenzio da dodici anni. |
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I Sakhis o i travestiti religiosi
143
Un sakhi, che considera il Signore Rama come il proprio amante
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I sadhu che hanno
scelto Rama o Krishna come loro divinità, sono caratterizzati
da una forte, profonda devozione e da un totale abbandono nei
confronti dell’incarnazione terrena del signore Rama e del
divino pastore Krishna.
La divinità è considerata una 'persona' con la quale i devoti
possono stabilire un intimo legame che di solito prende la forma
di un rapporto Maestro-discepolo.
Alcuni sadhu, comunque, osano rivolgersi a Dio come al loro
amante e, dal momento che la divinità è maschile, è logico
che essi debbano giocare il ruolo della ‘donna di Dio’.
Vengono chiamati sakhis. Essi immaginano di
avere una relazione erotica con dio. Alcuni sakhis vanno anche
oltre fino ad affermare di avere regolari rapporti sessuali con
il loro Signore – salvo che nei giorni del loro ‘ciclo’.
Chiaramente i sottintesi del loro comportamento sessuale vengono
guardati con sospetto dagli altri asceti per i quali la
repressione sessuale rappresenta la norma, anche se tali
comportamenti sono rivolti ad una divinità.
Nondimeno
essi sono riconosciuti quali manifestazione devozionale rivolta
ad una divinità e la devozione è la
caratteristica di tutti i sadhu.
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Questi sadhu-travestiti devono essere distinti da un altro
gruppo di transessuali o eunuchi che praticano la prostituzione
ed una disgustosa forma di accattonaggio.
Gli hijras, come vengono chiamati, vengono castrati subito dopo
l’iniziazione al loro ordine. Vengono considerati ‘nè-uomo-nè-donna’
ma si vestono da donna e si atteggiano in maniera esageratamente
effeminata. Come in quasi tutte le cose indiane, esiste un
significato religioso della loro volontaria mutilazione e del
comportamento che ne segue.
Durante
le festività di Rama,
gli hijras si travestono talvolta da sakhis al fine di
elemosinare denaro.
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Sadhu stranieri
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Ogni straniero in
India, non importa quanto a lungo rimane o quanto riesce ad ‘indianizzarsi’,
resterà per sempre un alieno.
Tuttavia anche gli stranieri possono diventare sadhu, e i locali
li considerano santi, come i sadhu indiani. Soprattutto i
contadini ingenui (il 75% della popolazione totale vive ancora
nelle campagne) li tratta con grande rispetto e chiede la loro
benedizione. Gli abitanti delle città, i moderni indiani
occidentalizzati, mostrano spesso una minore tolleranza.
Sebbene
siano presenti in India molti stranieri, sia maschi che femmine,
la maggior parte di loro sono italiani o francesi.
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1590
Mohan Das (a sinistra), un sadhu giapponese, mentre viene
benedetto dal suo guru, Mathura Das. Secondo le antiche
tradizioni l’allievo deve svolgere per il proprio insegnante i
lavori più umili, e Mohan Das si comporta come lo schiavo del
suo Maestro. Comunque lo fa volentieri perché ciò gli
conferisce un "karma" positivo per cancellare i
peccati delle sue vite precedenti.
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1957
Charan Das, di origine americana, ha vissuto in India come un
sadhu per più di venti anni. Sempre cordiale e privo di
affanni, vagava per la campagna per una parte dell’anno,
andando da un luogo sacro all’altro, visitando i
fratelli-sadhu. E’ morto pochi anni fa. |
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Alcuni
sadhu stranieri sono 'part-timers',
che si immergono per un periodo nell’avventura della vita da
sadhu ma mantengono un legame con la vita precedente.
Altri invece bruciano ogni ponte, come in effetti andrebbe
fatto, e si dedicano interamente alla realizzazione. |
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4396
Parvat Giri, un sadhu italiano, allievo di Dipak Giri (a
destra) e che è stato un khareshwari -- un sadhu immobile
– per più di due anni.
E’ stato il primo sadhu
straniero che abbia mai praticato un esercizio così severo. |
4423
Dipak Giri, un baba di origine Italiana che è un Mahant dell’
Avahana Akhara.
Ha anche un ashram in Italia, su di una montagna nel mezzo di un
parco nazionale.. |
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Traduzione dell'Articolo a cura di F.N. |
Vidya Bharata, 21
Aprile 2002
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