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Shankara, anche denominato Sankaracarya (nato 700?, Kaladi?, India - morto 750?, Kedarnath), filosofo e teologo, il più noto esponente della scuola filosofica Advaita Vedanta (uno dei sei darshana bramanici), dalle cui dottrine le principali correnti del moderno pensiero indiano sono derivate. I suoi commentari sul Brahma-sutra e sulle Upanisads principali, affermano l'esistenza di una realtà eterna e immutabile (Brahman) e l' illusione della molteplicità e della differenziazione .

Ci sono almeno 11  biografie di Shankara. Tutte sono state composte parecchi secoli dopo il periodo di Shankara e sono piene di leggende e di aneddoti incredibili, spesso in reciproco conflitto. Oggi non ci sono referenze con cui ricostruire la sua vita con la certezza. La sua data della nascita è naturalmente un problema discutibile. È consuetudine assegnargli come date di morte e di nascita 788-820. Ma queste date state recentemente messe in discussione da alcuni Shankara Math che posizionano la sua vita molto più addietro di circa 1500 anni. Questo perché e' in uso nei cenobi da lui fondati di chiamare il Pontefice col titolo di Shankaracarya, pertanto si ritiene che lo Shankara cui normalmente ci si riferisce sia stato uno Shankaracarya del Kanci Peeta.

Secondo una tradizione, Shankara è nato in una pia famiglia di brahmani Nambudiri in un tranquillo villaggio chiamato Kaladi sul fiume Curna (r Purna, Periyar), in Kerala, India del Sud. Si dice che abbia perso il padre, Shivaguru, molto presto. Rinunciò al mondo divenendo un  sannyasin (asceta rinunciante) contro il volere della  madre. Studiò sotto Govinda, che era un discepolo di  Gaudapada. Mentre non si hanno notizie certe su Govinda, Gaudapada è molto noto come autore di importante opera del Vedanta, la Mandukya-karika, in cui l'influenza del Buddismo Mahayana - una forma di Buddismo che mira alla salvezza di tutti gli essere e che tende verso il pensiero non-dualistico o monistico - è evidente, specialmente nell'ultimo capitolo.

Una tradizione narra che Shiva, una delle forme del divino principali dell'Induismo fosse la divinità tutelare della su famiglia e che Shankara fosse, sin dalla nascita, uno Shakta o devoto a Shakti, consorte di Shiva e personificazione femminile dell'energia divina. In seguito fu considerato un devoto di Shiva o una sua stessa incarnazione. Il suo insegnamento, comunque, è lontano dallo Shivaismo e dalla Shaktismo. Dai suoi scritti si vede il rispetto per la fede e i culti in genere, non ultimo il culto Vaisnava, dedito a Visnu. Si ritiene anche che fosse altamente versato anche nello Yoga. Uno studio ha avanzato l'ipotesi che prima aderisse allo Yoga e solo in seguito sia divenuto un Advaitin.

I biografi narrano che Shankara si recò prima a Kashi (Varanasi, la vecchia Benares in dizione inglese), una città rinomata per la cultura e il respiro spirituale, e quindi abbia viaggiato in tutta l'India, tenendo dibattiti  con i filosofi delle diverse scuole. Celebre è il confronto con Mandana Mishra, un filosofo della scuola Mimamsa, la cui moglie fece da giudice; l'evento forse rispecchia il confronto storico fra Shankara, che sosteneva la conoscenza della Realtà Assoluta (Brahman) come unico scopo dell'esperienza terrena, e i seguaci della Mimamsa che invece sottolineavano l'esatta adesione alla esecuzione dei doveri prescritti nei rituali vedici.

Secondo le fonti piu' accettate dalla cultura accademica, l'opera di Shankara si svolse in un'era politicamente caotica; non insegnava agli abitanti delle città.  Il potere del Buddismo era ancora forte nelle città, nonostante fosse iniziato il declino, mentre il Giainismo, una fede ascetica non teistica, prevaleva fra i commercianti e gli artigiani. L'Induismo popolare era diffuso fra la gente comune, mentre gli abitanti delle città ricercavano le comodità e i piaceri. In alcune città era presenti anche gli epicurei. Alcuni sostengono che fu difficile per Shankara comunicare la filosofia Vedanta a queste persone, e per questo motivo la diffuse ai samnyasin  e agli intellettuali della provincia. Questa spiegazione viene ovviamente data solo da chi sia avvicina all'Advaita da una posizione empirica, dato che la filosofia non duale necessita per la comprensione un'apprensione diretta possibile solo attraverso una consapevole analisi fra il reale e il non reale, processo questo possibile solo a chi avesse gia' una determinata posizione coscienziale attraverso una sadhana. (NdR)

Sembra che  Shankara abbia avuto diversi discepoli, ma solo quattro ci sono noti per i loro scritti: Padmapada, Sureshvara, Totaka (or Trotaka), and Hastamalaka. Shankara fondò quattro cenobi-monasteri, at Shrngeri (nel Sud), Puri (Est), Dvaraka (Ovest), e Badarinatha (Nord) affindandoli ai quattro discepoli principali e tenendo per sé quello centrale, a Kanci una delle sette città più sacre dell'India.(NdR)  Probabilmente seguiva il sistema dei monasteri buddisti (vihara). La loro costituzione fu uno dei più importanti fattori nello sviluppo del suo insegnamento sino a divenire la filosofia principale dell'India.

Gli sono attribuiti oltre 300 lavori in sanscrito, molti dei quali però difficilmente possono essere considerati autentici, visto l'uso dei Pontefici di portare il nome di Shankara (NdR). Il suo capolavoro è  Brahma-sutra-bhasya, il commentario ai Brahma sutra che è il testo fondamentale della scuola Vedanta, recentemente pubblicato per la prima volta in lingua italiana dall'Edizioni Asram Vidya (ndr). I commentari sulle principali Upanisads attribuiti a  Shankara sono considerati tutti genuini con eccezione di quello alla Shvetashvatara Upanisad. Anche il commentario alla  Mandukya-karika fu composto da Shankara stesso. É probabile che sia anche l'autore del Yoga-sutra-bhasya-vivarana, l'esposizione del commentario di Vyasa sullo Yoga-sutra, un testo fondamnetale per la scuola Yoga. La Upadeshasahasri, che una introduzione alla filosofia di Shankara, è l'unico lavoro non di commento considerato certamente autentico.

Lo stile compositivo di Shankara è lucido e profondo. La penetrazione interiormente e la schematicità analitica caratterizzano le sue opere. L'approccio alla verità è psicologico e e religioso oltre che logico; per questa ragione forse è considerato un eminente maestro religioso piuttosto che un filosofo dalgli studiosi del XX secolo. I suoi lavori rivelano non solo che conosceva profondamente i sistemi brahmanici ortodossi, ma anche il Buddismo Mahayana.  É stato considerato spesso come un buddista sotto mentite spoglie dai suoi oppositori, per la somiglianza fra il Buddismo e il suo insegnamento. Eppure  nonostante questa critica, usò proprio la sua conoscenza del Buddismo per mostrarne i limiti o per condurle verso il non dualismo Vedantico, oltre che per ricondurre la filosofia vedantica precedente (contaminata dal Buddismo) alle reali radici tradizionali. La sua filosofia la potremmo dire più vicina al Sankya, un sistema filosofico di non teismo dualistico e allo yoga piuttosto che al Buddismo. Si narra che Shankara morì a  Kedarnatha sull'Himalaya, mentre altre voci danno la sua dipartita a Kanci (ndr). La scuola Advaita Vedanta da lui fondata è sempre stata prevalente nei circoli culturali dell'India.

 

Libri consigliati per approfondire la vita di Shankara

- Shankara e il Vedanta - Paul Martin-Dubost - Edizioni Asram Vidya

- Shankara e il Kevaladvaita - Mario Piantelli - Edizioni Asram Vidya

- Vivekacudamani - Shankara - Edizioni Asram Vidya

- Mandukya Upanishad - Gaudapada & Shankara - Edizioni Asram Vidya

 

In questa brevissima opera Śaṁkara condensa l'essenza dell'Istruzione e della disciplina che s'impone al discepolo.
Questi versi potrebbero costituire la regola di comportamento di colui che aspira alla realizzazione del Brahman, il suo stile di vita, sia all'interno che all'esterno di un āśram o di una comunità spirituale ecc., e il suo atteggiamento intellettuale nei confronti del piano empirico.
Nelle cinque strofe può essere riscontrato qualsiasi aspetto della sadhana realizzativa e il ricercatore dovrà avere l'accortezza di tenere sempre presente questa piccola raccolta e di conformarsi al suo significato ogniqualvolta tema il dubbio o avverta incertezza nel compiere un dato passo o nello sperimentare uno stadio.
Questa composizione è conosciuta anche sotto altri nomi come "Cinque versi sui mezzi di realizzazione del Sé" e "La quintuplice disciplina".

***


1. Si studi il Veda con assiduità; si compiano nella giusta maniera le attività [rituali] ivi prescritte; attraverso quelle si coltivi la devozione verso il Signore; si abbandoni il pensiero del desiderio [verso l'oggetto concernente il frutto dell'azione].
Ci si liberi dall'insieme dei vizi; si tenga presente che il [continuo porsi alla ricerca del] piacere nell'esistenza costituisce un ostacolo; si lotti con ardore per stabilizzare la volontà [di realizzazione] del Sè; si abbandoni il più rapidamente possibile [l'attaccamento verso] la propria vecchia dimora.

2. Si persegua il connubio con i Saggi; si acquisisca una stabile fede nel Signore; si pratichino le virtù mentali come la pacificazione e le altre; si tralascino immediatamente le attività più costrittive.
Ci si rechi presso un saggio che ha realizzato l'Essere; si osservi ogni giorno la devozione ai suoi piedi; si ponga come proprio fine solo la realizzazione del Brahman unico e immutabile; si ascoltino con estrema attenzione le principali sentenze delle Upanishad.

3. Quindi si investighi sul significato di quelle sentenze; si condivida appieno la visione principale e unica della Sruti; si receda decisamente da qualsiasi vano sofisma, ma si sostenga intellettualmente solo quel ragionamento che è in armonia con quanto dichiara la Sruti.
Si realizzi coscienzialmente [la sentenza] "Io sono Brahman"; giorno dopo giorno si lasci cadere l'orgoglio; si rimuova la [falsa] convinzione "io sono il corpo"; si eviti ogni discussione con gli eruditi.

4. Si ponga rimedio a quel disturbo che è la fame; si assuma ogni giorno la medicina che ha la forma di elemosina; non si nutra invece alcun desiderio di ricevere del cibo dal sapore gradevole; si raggiunga l'appagamento soltanto con quanto viene ottenuto come dono.
Si sopportino con pazienza il caldo e il freddo e le altre coppie [di opposti], ma non si pronuncino parole invano; si tenda verso la totale indifferenza [nei confronti di quanto offre il piano empirico]; si rimuova l'attitudine a tenere un comportamento dolce verso alcune persone e severo verso altre.

5. Ci si sieda comodamente in un luogo solitario; si concentri la consapevolezza sul Supremo; si cerchi di percepire all'interno il Sè che è Pienezza; si riconosca come questo universo si risolve in Quello.
Si distrugga il karma accumulato [e non ancora effettuato]; valendosi della forza scaturiente dalla consapevolezza si cerchi di non aderire a quello [che può eventualmente ancora formarsi in avvenire], ma si sperimenti qui stesso [e con totale distacco] quello che ha già ottenuto effetto.
Quindi ci si autorisolva nel Sè in quanto [identico al] Brahman supremo.

 

L'inno è tratto da Śaṁkara, Opere minori, vol. III. Ed. Āśram Vidyā. Il commento che lo precede è del gruppo Kevala [ora è Śaṅkara, Opere brevi. Edizioni Parmenides]

da forum pitagorico, Vedanta & Co, 19 febbraio 2014. 

 

Commentari ( Bhâsya) a 10 Upanishad antiche, parte integrante dei Veda ( Bhadâranyaka, Chândogya, Taittirîya, Aitareya, Kena, Katha, Îsa, Muñdaka, Prasna, Mâñdûkya).

Commentari ai Brahmasûtra (555 aforismi su Brahman, che danno la chiave di lettura dei testi sacri) e alla Bhagavad Gita.

Vari Inni e Canti devozionali, dedicati a Govinda, a Krishna, a Shiva e a varie divinità indù (considerate aspetti o personificazioni del Brahman nirguna che nella sua assoluta illimitatezza trascende tutte le determinazioni).Il fatto non è secondario, perché segnala una volta di più l'universalità dell'Advaita Vedânta e la capacità di superare le frammentazioni religiose, dovute a qualche forma di ristrettezza mentale, per altro inevitabile, entro certi limiti quando ci si rivolge ai più.

Molti trattati ( Prakaraña) di metafisica, che insegnano a meditare su aspetti decisivi dell'Advaita Vâda:

Âtmabodha ( La Conoscenza del Sé), manuale fondamentale della metafisica vedantina, poiché insegna a superare l'egoicità e le altre sovrapposizioni velanti che occultano il Sé universale.

Vivekacûdâmani ( Il Gran Gioiello della Discriminazione), manuale che insegna la discriminazione ( viveka) tra Realtà assoluta e illusoria, tra l'Universale-sovraformale e le forme parziali e relative. La liberazione esige il superamento delle identificazioni imprigionanti che legano al condizionato.

Aparokshânubhûti ( Realizzazione o Esperienza Diretta del Sé), in cui vengono spiegati i mezzi per ottenere tale conoscenza realizzativa, a partire da certi prerequisiti indispensabili che qualificano l'ascesi.

Upadeshasâhasrî ( L'Istruzione in un Migliaio di Versi), ampio trattato presentato nella forma di un dialogo tra Istruttore spirituale e discepolo. Il Maestro risponde alle obiezioni dell'allievo, aiutandolo a superare dubbi, paure e ristrettezza mentale, ostacoli ricorrenti in qualsiasi sentiero realizzativo.

Opere concise, talvolta brevissime, dedicate a qualche speciale risvolto dottrinario, forse sintesi di trattati più estesi:

Laghuvâkyavritti ( Breve Esposizione della Sentenza), commenta il mantra "Io sono Brahman", in modo assai conciso.

Vâkyavritti ( Esposizione della Sentenza): veloce commento della sentenza " Tat Tvam Asi "( Tu Sei Quello).

Jîvanmuktânandalaharî ( L'Oceano di Beatitudine del Liberato in Vita), descrive sinteticamente tale condizione, per quanto possibile.

Âtmajñâopadeshavidhi ( Istruzione sulla Conoscenza del Sé), esamina i vari involucri velanti e i vari stati di coscienza ("veglia, sogno, sonno profondo"), fino alla Coscienza Pura Universale, testimoniata dall'Âtman onnipervadente.

Pañcakaranam ( La Quintuplice Ripartizione), brevissima operetta che spiega il processo di formazione del mondo, a partire dai 5 Elementi, con commento del simbolismo AUM ( OM).

Sadâcarâ ( La Via dell'Essere): indica alcune regole che l'aspirante deve seguire per realizzare la Purificazione e la Conoscenza.

Yâtipañcakam ( Cinque Versi sull'Asceta): rapido scorcio sulla dimensione di vita dell'asceta.

Shivapañcaksharam ( La Quintuplice Realizzazione di Shiva): spiega in che senso la sola realtà sia Shiva-Brahman.

Manîshâpañcakam ( La Quintuplice Convinzione) descrive "l'incontro" con Shiva.

Secondo alcuni, sarebbe l'autore anche del Drig Drishya Viveka ( Discriminazione tra Spettatore e Spettacolo, vale a dire tra Âtman e non-Âtman), opera perfettamente in linea con la metafisica non-dualistica ed espressione della Scuola. Che l'autore materiale, in questo caso come in altri, possa esser Shankara o qualche altro Advaitin, in fondo è un fatto che riveste un'importanza del tutto marginale.

Terminiamo questa rassegna, necessariamente selettiva e incompleta, ricordando che a Shankara viene attribuito anche il testo Sharva-Vedânta-Siddhânta-Sârasangraha ( La Quintessenza del Vedânta): come recita il titolo, si tratta di un notevole manuale di dottrina della Non-Dualità, che viene organicamente compendiata in 1.006 Sûtra. Come ricorda l'ultimo Sûtra, "quest'opera è stata composta affinché possa aiutare altri aspiranti alla saggezza a disperdere i dubbi che possono sorgere nei loro cuori".

Molti tra i testi citati sono pubblicati in lingua italiana nelle Edizioni Âsram Vidyâ. La quintessenza del Vedanta si trova nelle Edizioni Ubaldini.

Paolo Scroccaro - Tratto da http://www.estovest.org

La sacra disapprovazione del non-Sé (Anātmśrivigarhaṇa)


1. L’erudizione, tenuta in grande onore dai re, è stata acquisita, e allora? [tataḥ kim?] Grandi ricchezze sono state accumulate, e allora? La compagnia di leggiadre donne è stata goduta, e allora? Tutte queste cose in verità sono vane per colui che non ha realizzato il Sé.

2. Il proprio corpo è stato abbellito con braccialetti (e altri ornamenti), e allora? Esso è stato abbigliato con vesti di seta (e altri ricchi tessuti), e allora? È stato saziato con cibi e bevande gustose, e allora? Tutte queste cose in verità sono vane per colui che non ha realizzato il Sé.

3. Molti bei paesi sono stati visitati, e allora? Molti cari parenti sono stati ben nutriti, e allora? La sofferenza della povertà, ecc. è stata allontanata, e allora? Tutte queste cose in verità sono vane per colui che non ha realizzato il Sé.

4. Bagni rituali sono stati fatti nel Gange e altri fiumi sacri, e allora? Sedici tipi di doni sono stati offerti, e allora?
I sacri mantra sono stati pronunciati innumerevoli volte, e allora? Tutte queste cose in verità sono vane per colui che non ha realizzato il Sé.

5. La famiglia è stata ben provvista di beni materiali, e allora? Il corpo è stato ben cosparso di ceneri sacre, e allora? I grani (rudràkṣa) del rosario sono stati totalmente consumati (nella recitazione delle preghiere), e allora? Tutte queste cose sono in verità vane per colui che non ha realizzato il Sé.

6. I brāhmaṇa sono stati propiziati con offerte di cibo, e allora? Gli dèi sono stati accontentati con le oblazioni sacrificali, e allora? La propria fama si è estesa a tutti i mondi, e allora? Tutte queste cose sono in verità vane per colui che non ha realizzato il Sé.

7. Il proprio corpo è stato purificato tramite il digiuno, e allora? Buoni figli sono nati dalla propria sposa, e allora? Il controllo del respiro è stato pienamente conseguito, e allora? Tutte queste cose sono in verità vane per colui che non ha realizzato il Sé.

8. Il nemico è stato vinto in battaglia, e allora? Nuove amicizie hanno grandemente accresciuto la propria influenza, e allora? Le siddhi sono state conseguite mediante la pratica dello yoga, e allora? Tutte queste cose sono in verità vane per colui che non ha realizzato il Sé.

9. L’oceano è stato attraversato a piedi, e allora? Il soffio vitale è stato trattenuto all’interno, e allora? La mitica montagna Meru è stata tenuta sul palmo della mano, e allora? Tutte queste cose sono in verità vane per colui che non ha realizzato il Sé.

10. Il veleno è stato bevuto come fosse latte, e allora? Il fuoco è stato ingerito come fosse riso soffiato, e allora? Il movimento nel cielo, simili a uccelli, è stato realizzato, e allora? Tutte queste cose sono in verità vane per colui che non ha realizzato il Sé.

11. Il fuoco e gli altri elementi sono stati dominati, e allora? Metalli come il ferro sono stati penetrati senza sforzo, e allora? Un tesoro nascosto sotto terra è stato scoperto con l’ausilio di un collirio magico, e allora? Tutte queste cose sono in verità vane per colui che non ha realizzato il Sé.

12. La sovranità su tutta la terra è stata conseguita, e allora? La supremazia su tutti gli dèi è stata ottenuta, e allora? L’autorità sugli asceti (saṁnyàsin) è stata raggiunta, e allora? Tutte queste cose sono in verità vane per colui che non ha realizzato il Sé.

13. Ogni entità è stata messa sotto controllo mediante i mantra, e allora? Il proprio corpo è stato colpito da frecce senza subire danni, e allora? La conoscenza del triplice tempo (passato, presente e futuro) è stata acquisita, e allora? Tutte queste cose sono in verità vane per colui che non ha realizzato il Sé.

14. La malattia del desiderio (kāma) è stata eliminata, e allora? L’effetto dell’ira è stato smussato, e allora? Il male dell’avidità e dell’attaccamento che tutto invade è tenuto lontano, e allora? Tutte queste cose sono in verità vane per colui che non ha realizzato il Sé.

15. Le tenebre dello smarrimento sono state diradate, e allora? Ogni genere di orgoglio è stato annientato, e allora? La malattia della gelosia è stata vinta, e allora? Tutte queste cose sono in verità vane per colui che non ha realizzato il Sé.

16. Il mondo di Brahmā (brahmaloka) è stato conquistato, e allora? Il mondo di Viṣṇu è stato contemplato, e allora? Il dominio sul mondo di Śiva è stato ottenuto, e allora? Tutte queste cose sono in verità vane per colui che non ha realizzato il Sé.

17. Nel cuore di colui che tiene sempre fisso il pensiero sulla sacra disapprovazione del non-Sé (anātmaśrīvigarhaṇam) si compie la diretta realizzazione del Sé.

18. Ma la realizzazione del Sé non è per coloro che, velati dal potere della māyā e incapaci di discernimento, credono nelle apparenze illusorie di questo mondo.

Tratto dal perodico mensile Vidyā, Ottobre 2012, pag 9-13; La sacra disapprovazione del non-Sé (Anātmśrivigarhaṇa) Prakaraṇa [opera, trattato specifico] attribuito a Śaṇkara; "Opere Minori Vol II", Ed. Asram Vidya, pag 65.

Śamkara rinuncia al mondo.

            Dopo tre anni di studio nel pathasala, Śamkara aveva acquisito, oltre alla pratica dei quattro Veda, delle solide conoscenze nelle diverse branche del sapere indiano tradizionale: Logica (Tarka), Yoga di Patanjali, Samkhya e Purva Mimamsa. A otto anni egli tornò a vivere con sua madre.

            Qualche tempo dopo, alcuni asceti itineranti (samnyasin), passando per Kalati, visitarono la sua casa e si mostrarono molto contenti dell'accoglienza che era stata loro riservata. Uno di essi spiegò ad Aryamba che, viste le circostanze nelle quali suo figlio era nato, egli aveva l'età per lasciare questo mondo, ma grazie all'ospitalità ricevuta gli era concesso di vivere il doppio. Il gruppo, nel quale si trovavano i saggi Agastya e Narada, benedisse la casa e se ne andò.

            Aryamba improvvisamente si ricordò dell'avvertimento del Dio Śiva a Trichur: «O numerosi figli mediocri con una lunga vita, o questo giovane Śamkara che illuminerà il mondo».

Gli asceti le avevano appena detto che il suo unico e diletto figlio sarebbe morto dunque a sedici anni. Il ragazzo consolò sua madre spiegandole che i rapporti dei genitori coi figli, in questa vita, sono transitori; i reciproci legami affettivi non devono impedirci di perseguire l'obiettivo principale del nostro passaggio sulla terra: la Realizzazione dell'essere e la sua Liberazione. Ma Aryamba che, per la sua condizione di donna, non era stata mai ammessa allo studio dei Veda non riusciva a capire queste considerazioni.

            Dopo la visita dei Saggi, la tendenza di Śamkara all'ascetismo si accentuava ogni giorno. Aryamba decise dunque di distogliere la sua attenzione impegnandolo nei lavori domestici, lasciando intendere con ciò che gli avrebbe cercato una sposa. Ma nelle sue meditazioni giornaliere, Śamkara intuì perfettamente che era destinato ad un grande compito, il più grande compito, il più grande che un figlio dell'India ebbe mai a compiere: ristabilire la Religione eterna (Vedikamatha) nella sua purezza originale. Come persuadere sua madre, vedova e per di più priva dimezzi, di lasciarlo partire?

            Un mattino Śamkara se ne andò al fiume a prendere il primo bagno della giornata (snanam), quando un coccodrillo lo afferrò per la caviglia e lo trascinò nella corrente. Śamkara chiamò sua madre in aiuto. Aryamba, tutta tremante vide sua figlia che si dibatteva nell'acqua. Egli le fece capire che un coccodrillo lo aveva appena afferrato alla gamba. «O madre, se tu mi darai il permesso di rinunciare la mondo, questo coccodrillo mi lascerà andare. Aryamba, piuttosto che vedere suo figlio morirle sotto gli occhi, acconsentì. Il coccodrillo lasciò immediatamente la presa e Śamkara raggiunse la riva. Pieno di gioia, egli dichiarò che d’ora in avanti tute le donne alle quali avrebbe chiesto l’elemosina sarebbero state per lui altrettanti madri amorevoli, il Maestro che lo avrebbe iniziato definitivamente come samnyasin sarebbe stato per lui come un padre, e i suoi futuri discepoli figli affettuosi. Tutta la terra sacra dell'India e il mondo intero, non più soltanto la piccola casa di Kalati, sarebbero stato la sua dimora.

            Prima di lasciare il villaggio natale, Śamkara chiese ai brahmani Nambutiri del luogo di prendersi cura di sua madre e di vigilare affinché non le mancasse nulla. Poi, si prosternò ai piedi di Aryamba un'ultima volta, la rassicurò dolcemente e le confidò in segreto: «Verrò ad assisterti negli ultimi istanti. Non temere nulla».

            Senza voltarsi, il giovanetto, attraverso le risaie e le piantagioni di cocco e di areca, prese la direzione di Trichur. Avvolto nel suo mundu immacolato, la fronte, il petto e gli avambracci segnati con ceneri bianche (bhasma), con la collana di rudraksa e il bastone di pellegrino, si sarebbe detto Daksinamutri (Siva) in persona che, uscito dal suo tempio, si era messo a camminare per le strade dell'India.

Tratto da Shankara e il Vedanta di Paul Martin-Dubost - Edizioni Asram Vidya

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