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SUTTA NIPATA 1.8: Karaniya Metta Sutta


L’amore universale

Questo dovrebbe fare chi pratica il bene
e conosce il sentiero della pace:
essere abile e retto,
chiaro nel parlare,
gentile e non vanitoso,
contento e facilmente appagato;

non oppresso da impegni e di modi frugali,
calmo e discreto, non altero o esigente;
incapace di fare
ciò che il saggio poi disapprova.

Che tutti gli esseri
vivano felici e sicuri:
tutti, chiunque essi siano,
deboli o forti,
grandi o possenti,
alti, medi o bassi,
visibili e non visibili,
vicini e lontani,
nati o non nati.

Che tutti gli esseri vivano felici!
Che nessuno inganni l'altro,
né lo disprezzi
né, con odio o ira,
desideri il suo male:

Come una madre
protegge con la sua vita
suo figlio, il suo unico figlio
così, con cuore aperto,
si abbia cura di ogni essere,
irradiando amore
sull'universo intero;
in alto verso il cielo,
in basso verso gli abissi,
in ogni luogo, senza limitazioni,
liberi da odio e rancore.

Fermi o camminando,
seduti o distesi,
esenti da torpore,
sostenendo la pratica di Metta;
questa è la sublime dimora.

Il puro di cuore,
non legato ad opinioni,
dotato di chiara visione,
liberato da brame sensuali,
non tornerà a nascere in questo mondo.

 

Mae Mut Garden

 

Brano tratto da forum pitagorico.

Il Suttanipata ("La raccolta dei discorsi"), il quinto libro del Khuddak Nikaya, consiste di 71 brevi sutta divisi in cinque vagga (capitoli). L'ottavo capitolo, il Karaniya Metta Sutta contiene la parola del Buddha su come coltivare l’amore universale (metta).

per approfondimenti si veda: Canone pali

a cura di Ambika

Buddha Gautama (Kapilavastu, attuale Nepal 563 ca-486 ca. a.C.), fondatore del buddhismo. Il suo patronimico, nome del Buddha storico, è Gautama, mentre l'epiteto Buddha significa "l'Illuminato, il Risvegliato". Tra le fonti antiche, una cronologia singalese pone l'ultimo nirvana di Buddha circa 218 anni prima della consacrazione del re Aßoka (273 a.C.), mentre le fonti sanscrite e cinesi situano la scomparsa di Buddha un secolo dopo la consacrazione di Aßoka; risulta pertanto arduo separare leggenda e realtà, e collocare storicamente le vicende della vita del Buddha, poiché i resoconti a noi pervenuti non sono attendibili.

Il primo periodo

Buddha, discendente della casta dei guerrieri Sakya, ebbe nome di Siddharta; prima della sua nascita la madre ebbe un sogno premonitore, e dopo il parto morì; il bimbo venne allevato dal padre nel più grande sfarzo. Siddharta sembrava mostrare una precoce tendenza contemplativa, mentre il padre l'avrebbe voluto guerriero e sovrano anziché monaco, sicché si sposò giovane, ebbe un figlio e partecipò alla vita di corte.

La tradizione vuole che il Buddha abbia intrapreso la ricerca dell'illuminazione a 29 anni quando, incontrando un vecchio, un malato e un morto, comprese improvvisamente che la sofferenza accomuna tutta l'umanità. Dopo essersi imbattuto in un monaco mendicante, calmo e sereno, stabilì di rinunciare alla famiglia, alla ricchezza e al potere per cercare la verità.

Siddharta vagabondò per diversi anni, soggiornando presso alcuni asceti, poi si stabilì nei pressi dell'attuale Gaya con cinque seguaci, trascorrendovi quasi sei anni nel più rigido ascetismo, fino quasi a morirne; comprendendo infine l'inutilità del digiuno, tornò gradualmente a una dieta normale e si alienò così le simpatie dei suoi discepoli, che videro nel suo gesto un segno di debolezza.

L'illuminazione

All'età di 35 anni, al Buddha, seduto sotto un fico sacro a Bodh Gaya, si spalancò l'illuminazione perfetta: egli meditò una notte intera fino a raggiungere il nirvana. Buddha conseguì, con la meditazione, livelli sempre maggiori di consapevolezza: afferrò la conoscenza delle Quattro nobili verità e dell'Ottuplice sentiero e visse a quel punto la Grande Illuminazione, che lo liberò per sempre dal ciclo della reincarnazione (vedi Trasmigrazione): dotato di sovrumana intelligenza, trascorse le settimane seguenti a contemplare i vari aspetti del dharma (legge) che aveva compreso.

Il Buddha come maestro

Il Buddha decise di predicare il dharma recandosi dapprima a Benares (Varanasi) dai suoi antichi discepoli, che lo accolsero come maestro e divennero monaci; tenne poi il suo primo sermone, in cui espose le dottrine fondamentali del buddhismo, come il principio fondamentale della "via di mezzo", disciplina monastica che equilibra gli estremi della rinuncia a se stessi e dell'indulgenza verso se stessi.

Accompagnato dai discepoli, Buddha percorse la valle del Gange, diffondendo la sua dottrina e fondando comunità monastiche che accoglievano chiunque, indipendentemente dalla condizione sociale. Si stabilì quindi in un monastero donatogli da un facoltoso ammiratore a Savatthi (sanscrito, Sravasti). Sebbene I monasteri a lui ispirati sorsero numerosi nelle principali città lungo il Gange, la sua lunga carriera di maestro e guida spirituale non fu del tutto esente da problemi, tentativi di scisma e persino di assassinio.

La morte e la fama del Buddha

Dopo una vita dedicata all'attività missionaria, Buddha morì a Kusinagara, in Nepal, a ottant'anni. A quanto pare predisse la sua morte e ne avvisò i discepoli, ma rifiutò di fornire indicazioni precise riguardo all'organizzazione futura e alla diffusione della sua dottrina, sostenendo di aver già insegnato loro quanto fosse necessario per la salvezza.

Il Buddha fu una figura straordinaria; fondò una nuova, grande religione e, ribellandosi agli estremi edonistici, ascetici e spiritualistici della disciplina religiosa coeva e al sistema delle caste, influenzò profondamente lo stesso induismo. Il suo rifiuto della speculazione metafisica e il suo pensiero logico introdussero un'importante tendenza analitica che era sempre mancata nella tradizione indiana.

Nella stessa regione dell'India nord-orientale, dove si era sviluppato il pensiero religioso del Jina Mahâvira, nacque e si propagò un'altra dottrina, che per larghezza di diffusione e numero di seguaci, doveva superare di gran lunga la prima. Il nome della terra di origine non è noto se non attraverso il nome dei suoi regnanti Sakya, classe orgogliosa di nobili, particolarmente avversa al potere spirituale dei bramini. Compresa longitudinalmente tra il corso medio dei fiumi Rapti e Rohini, essa si estendeva dalle ultime pendici dell'Himalaya, a nord-est di Benares, fino al Gange.

L’essenziale della dottrina buddista si compone di quattro «nobili verità»:

* Tutto è dolore, il dolore impregna e determina la vita di tutti gli esseri. Non esistono né Dio né principio vitale supremo, ma soltanto nature composte, soggette per natura  alla decomposizione. Solo il dolore esiste in modo permanente.
* L’origine del dolore è la  «sete», il desiderio , la cui causa è l’ignoranza della realtà che il Budda rivela; la realtà è il vuoto, la temporaneità.
* La terza verità è la soppressione di ogni desiderio, e perciò l’estinzione del dolore (nirvãna).
La quarta verità è la via che conduce a questa estinzione del dolore: quella di una vita austera e frugale, tendente a favorire la concentrazione spirituale per pervenire al risveglio (Bodhi), cioè alla percezione della «realtà» di cui il Budda ha avuto l’illuminazione.

Nascita.
Budda («l'Illuminato») è un personaggio storico vissuto dal 560 al 480 a.C. ai confini del Nepal. Possediamo su questo personaggio soltanto notizie leggendarie: ogni tentativo di ricerca critica è praticamente impossibile per lo storico, in assenza di ogni documento dell'epoca.
Da Suddhodama, capo eletto dei Sakya, nacque, nel 560 circa a.C., un bimbo cui venne imposto il nome augurale di Siddhartha «colui che ha raggiunto il suo scopo» o Gotama, dal nome del ramo (Gotra) dei Sakya cui apparteneva. Nel corso degli anni fu designato con altri nomi: Samana, Gotamide (l'asceta), Sakyamuni (il saggio dei Sakya), Tathagata (colui che è in possesso della verità), Bhagava (l'eminente), sino al più recente Budda (l'illuminato).
Non esistono dubbi circa l'effettiva esistenza di questo personaggio, esistenza che ha trovato una conferma nella scoperta presso Rummindei, ai confini del Nepal con l'India, di una colonna in cui è incisa un'iscrizione che ricorda l'esenzione dalle imposte concessa dall'imperatore Asoka nel 249 a.C., al villaggio di Lumbini (odierno Rummindei), ove Siddhattha sarebbe nato.
Secondo i testi sacri, Budda sarebbe nato a Kapilavatthu, la capitale del dominio dei Sakya. Sette giorni dopo la sua nascita gli morì la madre Maya ed il padre sposò la sorella della moglie, Mahapajapati, che più tardi ebbe altri due figli. Fra i sedici e i diciannove anni, Siddhattha sposò, secondo alcune interpretazioni, una donna con tre nomi o più probabilmente tre donne: Yasodhara, Gopa e Bhaddakaccha, dalla quale ebbe, intorno ai ventinove anni, un figlio, Rahula.
Non aveva ancora trent'anni quando, insoddisfatto dei piaceri che la vita gli offriva, dimentico della moglie e del figlioletto, alla ricerca di qualcosa di più duraturo delle glorie terrene, abbandonò di notte la casa paterna per intraprendere una vita ascetica, nella quale trovare un mezzo di liberazione dal dolore dell'esistenza. Indossata la veste gialla del penitente, si diresse verso Rajugaha, ai piedi della catena del Vindhya, località in cui erano soliti convenire coloro che avevano deciso di dedicarsi a una vita di espiazione.
Dopo l'incontro di due maestri bramini, che non riuscirono a soddisfare il suo spirito assetato di verità, riprese il cammino assieme ad altri cinque monaci e giunse a Uruvela, un villaggio situato a mezzogiorno di Patna nei pressi del fiume Nerangiara, dove si diede alle più aspre e severe penitenze, destinate ad esercitare lo spirito e mortificare la carne.
Dopo sei anni di indicibili sofferenze, in cui il corpo assunse un aspetto ripugnante a causa dei digiuni e delle macerazioni, Gotama capì che il suo spirito non poteva ricevere la luce dalle sofferenze del corpo e perciò decise di abbandonare questa autoflagellazione, ciò che gli valse la diffidenza e l'abbandono degli altri monaci.

L’Illuminazione. La Predica di Benares
La diffidenza non valse a distogliere l'asceta Gotama dalla sua ricerca, così dopo sette anni dall'abbandono della casa paterna, narra la leggenda che una notte, mentre era seduto sotto un albero di fico (che sarebbe rimasto per molti secoli oggetto di venerazione con il nome di Bodhivrksre «l'albero della chiaroveggenza»), la luce della verità brillò nella sua mente. Considerata la miseria delle leggi della natura cui l'uomo è soggetto (nascita, vecchiaia, malattia, morte, dolore, corruzione), Siddhartha intuì lo stato di grazia suprema che poteva renderlo libero; capì, cioè, l'essenza del dolore e ne scoperse le origini; ripercorse passate esperienze di vite remote; ebbe in sé la sensazione dell'intera umanità: intuizioni che lo portarono alla distruzione del dolore e, attraverso la liberazione dall'esistenza, al nirvana. Nel corso di quella notte, ripercorse la serie delle cause e degli effetti e riuscì a dissipare l'ignoranza, a conquistare la scienza, a distruggere l'oscurità, a raggiungere la luce: da quel momento non fu più solo Siddhartha, non più solo l'asceta Gotama, ma Budda «l'illuminato», il «risvegliato».
Considerata l'utilità e il bene che questa rivelazione avrebbe prodotto presso gli uomini, Budda decise di farne partecipi anzitutto due vecchi maestri bramini, ma avendone appurata la morte, proseguì per Isipatama, il bosco delle gazzelle, presso Benares, dove sapeva che operavano i cinque monaci che lo avevano abbandonato. Qui dovette faticare non poco per convincere i vecchi compagni, diffidenti della rivelazione e del segreto per gli uomini per raggiungere la nuova vita e la suprema salute.
Vinta la loro riluttanza e conquistate le loro anime, il Budda fece loro la prima predica, passata nei secoli come predica di Benares.

L’Apostolato.
All'epoca dell'illuminazione, Budda aveva 36 anni; a quel momento può farsi risalire l'inizio del suo vero e proprio apostolato, che si svilupperà ininterrottamente per quarantaquattro anni (la sua morte è comunemente fissata tra il 484 e il 480 a.C.) attraverso una peregrinazione nei regni di Magadha, del Korala e di Kasi (odierna Benares), interrotta solo nel periodo delle piogge, quando le strade erano impraticabili. Le sue prediche raccolsero intorno a lui schiere di neofiti che comprendevano nobili, mercanti, contadini ed intellettuali provenienti dalle più diverse sedi, in cerca di serenità e di pace.
Fra le prime prediche dell'illuminato, deve citarsi quella che egli tenne a Uruvela, dalle alture del monte Gayasisa, denominata da alcuni, per analogia con il cristianesimo, il «sermone buddista della montagna», dinanzi a seguaci del culto del fuoco, mentre un incendio si era sviluppato su una vicina collina. Il re di Magadha, Bibbisara, convertitosi alla sua fede, gli regalò il bosco di bambù (Veluvana), uno dei primi luoghi di raccoglimento del Budda e dei suoi discepoli nei periodi di sosta forzata, nelle stagioni delle piogge.
In seguito a forti insistenze di suo padre, il Budda, qualche tempo dopo il discorso di Benares, tornò nella sua città natale Kapilavatthu, sollevando grande scandalo presso i suoi parenti offesi dall'abbigliamento e dai modi umili, scandalo che non impedì di convertire il padre Suddhodama, il fratellastro Nanda e persino il figlioletto Rahula di appena sette anni.
Ma il Budda non intendeva fare proseliti solo fra gli uomini della sua condizione sociale, la sua dottrina era universale, a nessuno poteva essere negato il diritto di cercare la via della liberazione; ciò però non escludeva per lui la sistemazione della società in caste, dato che il nascere in una, piuttosto che in un'altra, condizione era per lui la conseguenza delle azioni (karman) compiute in una precedente esistenza. I discepoli della nuova religione, per aver raggiunto uno stato di liberazione, erano perciò stesso posti al di sopra di ogni casta: «La mia legge è una legge di grazia per tutti», «poiché la legge che insegno è assolutamente pura, essa non fa distinzione fra patrizi e plebei, fra ricchi e poveri». Tra i suoi discepoli si annoverano quindi uomini di umile estrazione quali artigiani, contadini, pescatori e persino un brigante, Angulimala, i quali raggiunsero tutti lo stadio di liberazione.

Devadatta, il primo scisma.
Tra i primi e più fedeli discepoli del Budda, sono da ricordare Ananda (fu il suo accompagnatore per più di vent'anni) e Devadatta, il quale, pur essendo vissuto in piena osservanza della dottrina per molti anni, sarebbe divenuto il suo più fiero avversario (per analogia col cristianesimo sono stati paragonati il primo a San Giovanni, il secondo a Giuda).  Devadatta, cugino del Budda, nutrì sin dall'inizio una sorta di rancore nei confronti del maestro per cause familiari, e questo rancore, mai sopito, lo portò, attraverso una serie di intrighi, a cui non furono estranei neanche i regnanti del Korala, al vero e proprio scisma fra il 494 e il 492 a.C., scisma mai perdonato dal Budda al suo discepolo.
Lo scisma, fondato sul maggiore rigore della vita monastica concernente l'abitazione, l'abbigliamento e il cibo, esaltava il principio per cui la concentrazione mentale era il mezzo più efficace di qualsiasi altro, pur etico, nella ricerca della via verso la liberazione. Non ebbe una grande diffusione: cinquecento monaci, staccatisi dalla comunità, dopo breve tempo vi fecero ritorno, persuasi dai discepoli Sariputta e Moggallone. Tuttavia da testimonianze di pellegrini cinesi, si può desumere l'esistenza di seguaci di Devadatta sino al quinto, sesto secolo dopo Cristo. Fu il primo e più rilevante scisma mentre Budda era in vita; altri e più profondi travaglieranno la dottrina buddista dopo la morte del maestro.

Ultimi avvenimenti nella vita del Budda.
L'apostolato del Budda non ebbe sosta durante tutta la sua vita, in particolare negli ultimi tre mesi, egli svolse una frenetica attività presso i seguaci delle varie regioni del suo paese per comporre dissidi. Nel corso di una sua permanenza a Beluva, per passarvi la stagione delle piogge, si ammalò ma volle lo stesso riprendere il viaggio verso Kapilavatthu e giunto a Pava (odierna Padranna), villaggio presso Kusinara (odierno Kasia), sostò, invitato nella casa del fabbro Cunda, ove si aggravò a causa del cibo malsano ingerito; riuscì tuttavia a trascinarsi sino a un sobborgo di Kusinara. Deposto su un giaciglio di foglie ai piedi di un albero di Sala in fiore, attorniato dai suoi discepoli, tra cui il prediletto Ananda, ebbe ancora la forza di predicare il suo verbo e convertire un medico eretico, tale Subhadda, prima di esalare serenamente l'ultimo respiro.
Questi sono i dati storici che si sono raccolti intorno alla vita del Buddha; molto più fantasiose le leggende che sorsero e si svilupparono nei secoli. A tali leggende si riferiscono gli episodi riportati della fuga dalla casa paterna favorita dagli dei e di quattro famosi incontri col vecchio, col malato, col corteo funebre e col monaco, nonché le tentazioni mondane di Mara, il genio del male, durante le sue meditazioni sotto il fico.
La leggenda buddista è piena di avvenimenti meravigliosi, di miracoli realizzati da Budda: tutti questi fatti, tutti questi miti hanno arricchito l'arte indiana con statue e bassorilievi. Fra le forme più pittoresche della predicazione di Budda, citiamo le Jataka , che sono leggende concernenti ciascuna delle 547 incarnazioni anteriori di Gautama; terminano tutte con massime morali, come le favole di Esopo.
Su istigazione di Ananda, il corpo di Budda venne incenerito e le sue reliquie divise e sepolte in nove posti differenti, in ognuno dei quali si costruì un piccolo edificio di pietra chiamato Stupa (nel 1909 fu esumato uno Stupa vicino alla città di Peschawar; conteneva un reliquiario di cristallo nell'interno del quale si trovarono frammenti di osso: alcuni pensarono trattarsi dei resti di Budda).

I Testi.
La dottrina del buddismo ci è stata trasmessa in lingua pali (medio indiano letterario) e in sanscrito misto e puro.
La compilazione del Canone pali, erroneamente definito meridionale, anche se proveniente da Ceylon, dove era stato conservato dai monaci, è originaria delle regioni centrali, tra l'Himalaya e i Vindhya, ed è opera dei discepoli diretti di Budda, attraverso quattro secoli dopo la sua morte. Il Canone pali consiste nel cosiddetto Tri-pitaka «i tre canestri», il primo dei quali definito Vinaya-Pitaka «il canestro della disciplina», il secondo Sutta-Pitaka «il canestro delle prediche», il terzo Abhidhamma-Pitaka «il canestro dell'essenza della legge».
• Il Vinaya-Pitaka consta di tre raccolte contenenti tutto quanto può riferirsi alle comunità dei monaci e cioè:
1) il Sutta-vibhanga «dichiarazione dei sutta», contenente 227 regole (sutta) da recitarsi due volte al mese nell'adunanza dei monaci e delle monache; regole la cui osservanza o violazione portava alla permanenza o all'esclusione dall'ordine;
2) i Khandhaka «sessioni», concernenti la vita quotidiana dei monaci e delle monache (regole per l'abitazione e per l'abbigliamento);
3) Paivana , che costituisce una vera e propria appendice di testi canonici ad uso della comunità.
• Il Sutta-Pitaka comprende, in cinque raccolte o collezioni in forma di prediche, discorsi, dialoghi, la dottrina buddista espressa per bocca del Budda o, a volte, da uno dei suoi discepoli.
• La Abhidhamma-Pitaka comprende sette testi che trattano particolarmente dei fondamenti psicologici dell'etica buddista. É il meno antico dei tre Pitaka, e presuppone la conoscenza del Sutta-Pitaka, di cui svolge, in senso dialettico-didascalico, il contenuto.
Dalle stesse fonti, sono giunti sino a noi frammenti di un Canone in sanscrito e in tocarico (lingua dell'Asia centrale), rinvenuti nel 1003 nel Turkestan orientale, contenenti citazioni di altri testi buddisti.
Il Canone pali e sanscrito citati, quest'ultimo molto più piccolo del primo, la cui dottrina sarà denominata Hinayana («Piccolo Veicolo») in contrapposizione a quella Mahayana («Grande Veicolo»), concordano, come contenuto, fra di loro, ciò che conferma l'ipotesi di una loro provenienza da una stessa fonte. Allo stesso Hinayana appartiene il Mahavastu «Il libro dei grandi avvenimenti», narrazione leggendaria della vita del Budda anche nell'esistenza precedente all'ultima terrena e delle vicende storiche dell'ordine.
Quanto di altro ci è pervenuto sulla dottrina del Budda, si raccoglie sotto la denominazione di Mahayana, che non può considerarsi un vero e proprio Canone, dal momento che si tratta di testi redatti in tempi e scuole diverse, prevalentemente nel Nepal, nel Tibet ed in Cina.
Altri testi di diverso contenuto (mitologico, escatologico, fantastico) sono giunti sino a noi; nonché inni (stotra), formule di benedizione, di scongiuri, ecc. contenenti norme della dottrina segreta del yogin, e del rituale (tantra), che rappresentano un tentativo di commistione tra la dottrina del Mahayana e quella dell'induismo.

Dottrina del Budda (Hinayana).
Le dottrine contemporanee o precedenti al buddismo avevano dato grande risalto ai principi metafisici del mondo; il Budda, invece, pur avendo fissato alcuni principi che potrebbero definirsi metafisici, ripudiò tutti quei concetti, come pure volle spogliarsi di tutti i severi e crudeli mezzi di ascesa per la ricerca della verità. La sua fu una dottrina di redenzione nella quale egli, ammettendo solo ciò che è accessibile all'intelletto e scartando il presunto mistero che si nasconde dietro le cose, concepì la liberazione dal dolore attraverso la santità della vita, raggiunta con la soppressione delle passioni per inestinguibile forza di volontà e con l'esercizio della meditazione.
• Budda ammise l'esistenza obiettiva del mondo esterno, pur non ritenendolo permanente; negò con i materialisti l'autorità del Veda e dei Brahmani; non riconobbe l'esistenza dell'anima quale noi la intendiamo; dallo Yoga derivò pratiche di concentrazione mentale e di estasi, quali mezzi di purificazione intellettuale; infine non concepì l'esistenza di un principio superiore creatore e regolatore di tutti gli esseri e di tutte le cose. Tutta la dottrina del Budda è espressa in sintesi ed è raccolta in quella che viene definita «la predica di Benares».
Principio informatore di tutto quanto esiste nella vita è, secondo la prima verità, il dolore dell'esistenza. Ma che cos'è il dolore e come si origina?
Cinque gruppi o aggregati (Khandha) di elementi concorrono, aggregandosi tra loro alla determinazione della personalità psicofisica:
1) rupa =  il gruppo del sensibile, la parte corporea dell'uomo;
2) vedana = la sensazione di dolore o di piacere;
3) sanna =  la percezione, la rappresentazione, l'idea;
4) sankara =  elementi motori (volontà, desiderio, memoria, fede, coraggio ed i loro contrari);
5) vinnana  = coscienza, elemento in sé fuori di ogni attributo o facoltà.
Quando questi elementi, per loro natura mutabili, si sciolgono, si separano, non rimangono che le azioni (Karman) che qualificano l'uomo e la sua esistenza. Queste azioni non vanno perdute, ma costituiscono l'anello di congiunzione tra la sua esistenza passata e quella futura; passano quindi in un altro individuo come bagaglio di sofferenza e di dolore. Questo processo di passaggi di dolore si prolungherà sino al raggiungimento della scienza (vijja) e quindi troverà la pace eterna nel Nirvana.
La seconda e terza verità (l'origine e la distruzione del dolore) trovano la loro spiegazione nel principio del nesso causale (paticca-samuppada). Per poter intendere il significato di questo principio, occorre considerare l'esistenza individuale nel suo succedersi nell'interminabile corso dell'esistenza cosmica: essa è conseguenza di una esistenza che l'ha preceduta e causa di un'altra che la seguirà. In questo concatenamento di esistenze, che trasmettono le loro esperienze in una serie infinita, è riaffermato il principio della mutabilità dell'Essere e quindi della conseguente indipendenza della vita da qualsiasi principio o potere regolatore.
La quarta verità illustra il sentiero per giungere al fine supremo e si basa su otto principi:
1) la retta fede (samma-ditthi);
2) il retto proposito (samma-sankappa);
3) la retta parola (samma-vaca);
4) la retta azione (samma-kammanta);
5) il retto contegno di vita (samma-jiva);
6) il retto sforzo (samma-vayana);
7) il retto pensiero o ricordo (samma-sati);
8) la retta concentrazione di spirito (samma-samadhi).
Attraverso l'osservanza di questi otto principi si raggiunse il nirvana, ciò che può avvenire anche durante l'esistenza terrena dell'individuo: spente tutte le passioni, distrutta l'illusione della vita, rimosso ogni attaccamento ad essa, realizzata la conoscenza diretta e essenziale della verità. Onde si può definire il nirvana quale cessazione della vita empirica, non il nulla, ma uno stato di beatitudine seguente alla coscienza della non sensazione.

L'ordine (sangha).
Un embrione di organizzazione del buddismo si può far risalire al primo raduno di sessanta monaci a cui il Budda diede il potere di consacrare nuovi discepoli. Comunque, le norme, che regolano gli adepti di questa religione, dovettero scaturire probabilmente da quei raduni di discepoli che si avevano ogni anno in occasione delle grandi piogge, che costringevano tutti a fermarsi per un lungo periodo in una determinata località.
Come la comunità giainista, così l'ordine buddista prevedeva laici (upasaka) e monaci (samana), distinti fra loro dalle diverse regole di vita, ma accomunati nella fede del Budda. I laici erano assoggettati all'osservanza di cinque comandamenti fondamentali (sila) :
1) non nuocere a qualsiasi creatura vivente;
2) non rubare;
3) non fornicare;
4) non mentire;
5) non bere bevande inebrianti.
A ciò doveva aggiungersi l'obbligo di provvedere al sostentamento dei monaci. Se la loro condotta fosse stata conforme a questi comandamenti, per loro avrebbe potuto esserci la possibilità di raggiungere il nirvana.
L'entrata nell'ordine monastico era preclusa ai soldati, a coloro che svolgevano un'attività per il re, a tutti coloro che non avessero la completa disponibilità delle loro azioni: come minori di anni quindici, servi, debitori e criminali. Il monaco, il quale non riceveva una speciale investitura, era sottoposto a obblighi più severi del laico:
- assoluta castità, cui corrispondeva nel laico il divieto di fornicazione;
- assoluta povertà (non poteva possedere nulla che non fosse la povera veste gialla, il suo saio, una scodella per il cibo raccolto attraverso elemosine);
- Proibizione di ricevere denaro o altri doni.
L'ordinazione si svolgeva in due tempi: il noviziato, che durava cinque anni, e quindi lo stato di monaco (upasampada), con la pronuncia dei voti che non erano irrevocabili. Non esisteva una gerarchia: il termine thera (vecchio anziano), che si trova attribuita ad alcuni monaci, concerneva solo un fatto di rispetto per l'età avanzata del soggetto.
Due cerimonie erano considerate fondamentali nella vita dei monaci: l'uposatha (giorno del digiuno), in cui la comunità si riuniva, nel plenilunio e nel novilunio, e, sotto la presidenza di un anziano, ascoltava la confessione pubblica dei peccati (patimokkha). Altra cerimonia era il pavarana (invito), che aveva luogo alla fine della stagione delle piogge e consisteva nell'invito che ogni monaco rivolgeva ai confratelli di manifestargli le mancanze da lui eventualmente commesse.
Esistevano inoltre comunità di monache e laiche, le quali godevano di tutti i diritti concessi agli uomini, anche se per loro fu mantenuta quella generale condizione di inferiorità che la società del tempo riservava alle donne; per cui erano soggette alla sorveglianza del monaci.
Come non esistevano monasteri, così non vi fu mai, nei tempi antichi, alcuna forma particolare di liturgia: i monaci si limitavano a leggere e tenere sermoni sui precetti lasciati dal Maestro.

Il Mahayana (grande veicolo).
Con il diffondersi del buddismo nelle regioni del nord-ovest dell'India, l'antica dottrina dell'Hinayana (piccolo veicolo) subì l'influenza di altre religioni, in particolare quella brahmanica, che ne determinarono notevoli modificazioni rispetto all'origine. I nuovi indirizzi denominati Mahayana (grande veicolo), si svilupparono progressivamente, ed è quindi impossibile dire con precisione quando questa dottrina assunse una formulazione come corpo organico rispetto alle concezioni precedenti.
La nuova dottrina si differenziò dall'antica soprattutto in due aspetti fondamentali: quello religioso e quello metafisico.
Dal punto di vista del contenuto religioso, il Mahayana aveva una finalità più alta della dottrina Hinayana: mentre quest'ultima considerava fine supremo del fedele la propria individuale liberazione dal dolore dell'esistenza, il Mahayana poneva, come suo principale obiettivo, la salvazione degli uomini, raggiungibile da qualsiasi fedele con il divenire, in una futura esistenza, un Budda universale.
Per il fedele dell'Hinayana la meta è divenire un Arhat, un santo che entrerà nel Nirvana; per quello del Mahayana, invece, è di raggiungere, attraverso una lunga via, la perfezione di Bodhisattva, di un essere destinato ad ottenere la piena illuminazione, ovvero lo stato di Budda. Il premio concesso al fedele non sarà il raggiungimento dello scuro, indefinito Nirvana, ma un'eterna vita di eterno amore. Di qui la teoria non di un solo Budda, ma di molti che si presentano ogni volta che il mondo ne abbia bisogno. Il Mahayana sa già il nome del futuro Budda: Maitreya.
Sotto l'aspetto metafisico, questa nuova dottrina raggiunse concezioni ardite e preziose che trovarono la loro sistemazione concettuale nell'opera di due grandi maestri: Nagariuna e Asanga.
La dottrina di Nagariuna (II secolo d.C.) è caratterizzata da un negativismo assoluto: non solo l'io ma pure il non-io è negativo, e sono quindi negati l'essere e il non-essere. La liberazione si conquista raggiungendo la coscienza dell'universale vacuità, per la quale scompare ogni alternativa di affermazione o di negazione, che sono accettabili solo empiricamente, e il pensiero consegue il perfetto riposo, il Nirvana, che si raggiunge attraverso la prajna «illuminazione intuitiva», che distrugge l'ignoranza, origine dell'errore e quindi del dolore dell'esistenza.
Meno radicale la scuola dei Vijnana-vadin «idealisti» fondata da Asanga (secolo IV d.C.), che partendo dalla concezione che tutto è illusione, non considera questa esistenza in sé e per sé, ma ne indaga l'origine. Tale origine è nell'intelletto (vijnana), di cui la realtà empirica è la proiezione, l'oggettivazione.
La verità assoluta (bodhi) non si raggiunge che attraverso dieci gradi di perfezione (bhumi «terre»), il cui percorso richiede miriadi di esistenze e l'esercizio di pratiche di Yoga.

Il buddismo fu introdotto nel Tibet nel VII secolo d.C.; non era il buddismo primitivo, ma quello del Grande Veicolo, impregnato di misticismo tantrico e di sivaismo. A partire dal XIV secolo, si produsse una fusione politico-religiosa: il «superiore» (in tibetano: bla-ma, che si pronuncia lama) religioso divenne un capo teocratico: è a partire da questa epoca che si parla di lamaismo come religione stabile.
Il lamaismo è un buddismo con riti complicatissimi, nel quale la vita monastica gioca un ruolo preponderante (un tibetano su 5 è monaco). É una religione sorprendente che, in un certo senso, assomiglia al cristianesimo, non nella dottrina - con la quale non ha pressoché alcun rapporto - ma per una molteplicità di atti religiosi: si riscontrano sia uno spiritualismo fra i più esaltanti e più puri, come quello di S. Agostino, sia superstizioni e bigotterie fra le più puerili. A questa vita religiosa assai ricca, si aggiunge una mitologia abbondante che si espande all'infinito (tutto è «divinizzabile», anche un libro di preghiere); l'iconografia, consacrata non solo alla vita di Budda e dei principali santi, ma anche alle divinità dei culti sivaiti e dei culti ancestrali, è impressionante.

Principali tratti del Lamaismo.
• I Dhyani-Budda. É una dottrina del Grande Veicolo che suppone che ogni Budda terrestre possieda una specie di «doppio» astratto, vivente nel mondo «celeste» e chiamato Dhyani-Budda. Il ciclo attuale del mondo comprende 5 Budda, dei quali il quarto fu Gautama, mentre il quinto si chiamerà Maitreya, che esiste a titolo di futuro Budda, cioè di Bodhisattva; il suo «doppio» metafisico non è dunque ancora un Dhyani-Budda, ma un Dhyani-Bodhisattva.
• I lama sono i superiori dei numerosi monasteri del Tibet; si arriva a questa dignità dopo essere passati attraverso una serie di gradi religiosi subalterni. Sono considerati reincarnazioni dei santi buddisti, inferiori come gerarchia a Amithaba e a Avalokitesvara; 180 fra di loro, chiamati Hutuku, sono reincarnazioni dei Bodhisattva e di divinità diverse. I due lama principali sono il Tashi-lama («lama gemma»), il cui primato è di ordine unicamente spirituale, e il Dalai-lama (il lama pari all'Oceano), capo religioso e politico del Tibet; sono considerati rispettivamente come le reincarnazioni di Amithaba e di Avalokitesvara
Alla morte di un lama, si ricerca un bambino nel quale la sua anima si sarebbe reincarnata. La scelta è a tendenza politica (fino alla seconda guerra mondiale, il Dalai-lama era fedele alla Gran Bretagna, il Tashi-lama fedele alla Cina), ma le si conferisce una pompa religiosa; oltre alla riflessione sui diversi prodigi, studiati dai churchun (indovini), si fanno subire al bambino designato varie prove: per esempio si presentano a lui oggetti che sono appartenuti al lama morto, oltre ad oggetti estranei, e gli si domanda di riconoscerli (è la prova che egli si ricorda della sua vita precedente).
• Om Mani Padme Hum. É la formula rituale scritta sulle mura, su tutti i libri del Tibet; essa è scritta più di 29.000 volte su dei fogli avvolti in bende attorno ad un manico; svolgendo questi «mulini delle preghiere» (Chu-Kor), si ritiene di aver recitato la formula 29.000 volte in tutto; un devoto che facesse girare il suo mulino delle preghiere per 24 ore, in ragione di un giro per secondo, compirebbe l'equivalente di 2.506.600.000 enunciati di Om Mani Padme Hum .
Quanto al significato di questa formula, esso è discusso. Alcuni pensano che sia la traduzione del sanscrito: Om! Mannipadmâ! Hum!, cioè «Om! La gemma del loto! Hum».
Accanto a questa formula magica, forma concentrata della devozione tibetana, bisognerebbe citare le innumerevoli pratiche religiose del lamaismo: pellegrinaggio ai principali santuari, festa in onore dei santi, prostrazione a ogni passo con il volto a terra quando si fa il giro di un monastero, ecc.
La morale lamaista può essere riassunta nei 24 punti d'insegnamento professati da Budda:
«Ci sono per i viventi 10 specie di atti, che si chiamano buoni; ci sono pure 10 specie di atti che si chiamano cattivi. Se voi domandate quali sono questi 10 atti cattivi... ce ne sono tre che appartengono al corpo, 4 alla parola, 3 alla volontà. I tre del corpo sono: l'omicidio, il furto e gli atti impuri. I quattro della parola: i discorsi che seminano la discordia, le maledizioni oltraggiose, le menzogne impudenti e i propositi ipocriti. I tre della volontà sono: l'invidia, la collera e il pensiero perverso» (traduzione del missionario lazzarista francese Huc, nei Ricordi di un viaggio nella Tartaria e nel Tibet, 5ª edizione, Parigi 1868).
Il lamaismo si è diffuso al di fuori del Tibet: in Mongolia, in Siberia, nel Turkestan e in certe regioni della Cina.
Introdotto nel sesto secolo da monaci cinesi e coreani, il buddismo era ancora nel secolo scorso la religione principale del paese; dal 1870 circa essa ha perduto la sua posizione ufficiale a vantaggio dello scintoismo di Stato.
É certamente nel Giappone che il buddismo moderno si è sviluppato con la più grande vitalità. Le grandi università buddiste sono centri intellettuali importanti dove si studiano i testi sanscriti e cinesi: il modernismo si è mirabilmente combinato con le dottrine buddiste, e la sconfitta militare ha soltanto frenato - non distrutto - questo movimento di pensiero: comunque l'arte giapponese è stata profondamente influenzata da tredici secoli di buddismo.

Le sette.
La religione, importata dalla Cina e dalla Corea, si scisse, a partire dall'VIII secolo, in numerose scuole o sette che sono state raggruppate in 3 periodi, chiamati con il nome della città che era - al momento della loro comparsa - la capitale del Giappone: il periodo di Nara (710-794) comprende specialmente la setta Sanron e la setta Kegon-Shu (prima apparizione del Grande Veicolo in Giappone); il periodo di Heiankyo (794-1192) che vide l'espansione delle sette Tendai e Shingon; il periodo di Kamakura (1192-1603) che vide nascere in particolare la setta Zen (la setta della terra pura) o la setta Jodo e quella dei Nichiren. Tradizionalmente si contano così 12 grandi sette e circa 300 sette secondarie che riconoscono tutte una confessione di fede comune.

La mitologia.
Ciascuna setta ha portato le sue divinità; ma sono le sette Tendai e Shingon che hanno maggiormente contribuito a popolare il pantheon buddista. Le divinità cinesi e coreane introdotte col buddismo sono numerosissime; accolte da alcune sette, rifiutate da altre, mescolate con le divinità della religione popolare (scintoismo), esse mal si prestano ad una rigorosa classificazione

Tratto da Mitologia e dintorni

La religione chiamata dagli europei buddhismo ebbe origine in India, ai confini del Nepal e dell'Audh, nella seconda metà del VI sec. a.C. È accertato che il Buddha è un personaggio storico, benché la critica occidentale del XIX sec. ne abbia talvolta negato l'esistenza. La dottrina da lui predicata si diffuse in tutta l'India orientale estendendosi anche a ovest e a NO (forse fino a Taxila), anche se nulla venne fissato nella scrittura finché il Buddha fu vivo; la comunità buddhista non disponeva né di un canone né di una regola nel senso proprio della parola. Dopo il parinirvana del Buddha (480 [?] a.C.) si avvertì la necessità di raccogliere e unificare gli elementi delle sue dottrine riguardanti la disciplina (vinaya), i dogmi e la legge (dharma) e la metafisica (abhidharma); a questo scopo vennero indetti i concili di Rajagriha (477 [?] a.C.), Vaisali (377 o 367 a.C.) e Pataliputra (249 o 242 a.C.). A poco a poco in seno al buddhismo si costituirono diverse sette (sthavira, mahasamghika, sarvastivadin, ecc.) che diventarono sempre più numerose. La conversione dell'imperatore Asoka (250-249 [?] a.C.) diede nuovo impulso al buddhismo, dichiarato religione di Stato e favorito anche dalle missioni che si svilupparono sia all'interno sia all'esterno dell'Impero; a questo periodo risale tra l'altro la conversione dell'isola di Ceylon (241 [?] a.C.). Le sette acquistarono caratteri che le differenziarono sempre più finché, verso l'inizio dell'era cristiana, si produsse uno scisma: nacque allora un buddhismo con caratteri modificati che, con il nome di "grande veicolo" (mahayana), si contrappose al buddhismo tradizionale chiamato "piccolo veicolo" o theravada o hinayana. Gli avvenimenti politici e, in particolare, la costituzione dell'impero dei Kushana a nord e a NO facilitarono l'espansione del buddhismo in Cina, attraverso l'Asia centrale. Sotto Kaniska (II sec.) pare sia stato tenuto un nuovo concilio nel Kashmir. Il buddhismo progredì raggiungendo il massimo della fioritura sotto la dinastia dei Gupta (secc. IV-VI), e in seguito gradualmente decadde a causa delle persecuzioni e soprattutto delle invasioni degli Unni, nel V sec. Sotto il regno di Harsa di Kanauj (VII sec.), il celebre pellegrino cinese Hsüan Tsang ne constatò la scomparsa in numerose plaghe. Al declino del buddhismo contribuì il prevalere del tantrismo, dottrina che ne accentuava l'aspetto rituale, formalistico e magico, del brahmanesimo e soprattutto dell'islamismo, diffusosi in India in seguito alle invasioni musulmane (fine XII sec. - inizio XIII sec.). Nonostante ciò il buddhismo, nelle sue diverse forme, si propagò per tutta l'Asia ed è tuttora una delle tre religioni più importanti del mondo, con oltre 300 milioni di fedeli.

Dogmi

I dogmi del buddhismo theravada sono tratti in gran parte dalla filosofia brahmanica e in particolare dalla scuola samkhya di Kapila. Come già sosteneva questa scuola, il buddhismo theravada, infatti, afferma l'eternità e l'indistruttibilità della materia elementare, la quale, seguendo una legge meccanica fatale che esclude l'intervento della volontà e delle potenze divine, unisce e combina i suoi elementi in modo da produrre tutto quello che esiste nell'universo. Secondo un ciclo eterno e immutabile, i mondi si formano, si sviluppano, declinano e poi periscono per ricostituirsi di nuovo; a ciascuna di queste fasi viene dato il nome di kalpa. Analoghe leggi regolano l'anima degli esseri viventi, sottoposta a un processo di evoluzione che la porta, in successive incarnazioni, dall'animale all'uomo e dall'uomo alla divinità attraverso un alternarsi di ascese e di cadute, provocate dal prevalere delle virtù e dei vizi. Solo quando riesce a distruggere in sé vizi e virtù l'anima raggiunge lo stato che viene chiamato nirvana. Questo eterno rinascere costituisce il tanto temuto male della trasmigrazione. Come rimedio il Buddha proclamò il dogma detto delle "Quattro sante verità" (Arya-Satyani): l'esistenza del dolore, la causa del dolore, la sua soppressione e la via da seguire per sopprimerlo. Il dolore è parte indissolubile dell'esistenza; l'esistenza è prodotta dall'ignoranza, causa delle passioni, dell'attaccamento ai beni esteriori e dei desideri che, agendo per mezzo dei sensi, danno vita agli esseri. La via da seguire è segnata da Quattro nobili sentieri: 1. la scienza, che dimostra la vanità, il vuoto, l'instabilità, l'irrealtà del mondo esterno, degli oggetti composti da elementi deteriorabili, dell'io, e la follia dell'attaccamento a queste cose; 2. l'osservanza delle "Cinque interdizioni", di uccidere, di rubare, di commettere adulterio, di mentire, di ubriacarsi; 3. l'astinenza dai "Dieci peccati" di omicidio, furto, fornicazione, menzogna, maldicenza, ingiuria, pettegolezzo, invidia, odio, errore dogmatico; 4. la pratica delle "Sei virtù trascendentali", la carità, la moralità perfetta, la pazienza, l'energia, la bontà, la carità o amore per il prossimo. Ogni essere è responsabile dei propri atti e ne subisce fatalmente le conseguenze (karman). Il saggio, come compenso delle proprie virtù, ottiene di rinascere, secondo i propri meriti, come uomo di condizione superiore, come appartenente alla classe dei geni del mondo della luce o a quella degli dei; se raggiunge la perfezione, diventa bodhisattva e, infine, buddha. L'indifferente o il peccatore rinascerà come uomo di condizione inferiore, come genio delle tenebre, demone, animale o in uno dei diciotto inferni. L'inferno non è eterno; la severità e la durata delle pene sono proporzionali al male commesso e, una volta terminata l'espiazione, l'anima riprende, nella scala degli esseri, il posto che le è destinato in considerazione degli atti meritori che può aver compiuto. Gli dei godono di una potenza e di una felicità relative; sono semplici funzionari preposti, per un periodo limitato, alla protezione dell'universo e sono ancora soggetti alla legge della rinascita. Solo i buddha non devono più rinascere e possono godere della perfetta beatitudine del nirvana. Il buddhismo del mahayana ha una concezione molto diversa. In luogo dell'etica proposta dal theravada, addita la via del sentimento e della speculazione. Queste due forme di buddhismo sono rappresentate da scuole filosofiche che produssero, nel corso della storia del buddhismo, un'abbondante letteratura.

Istituzioni

La comunità che si formò intorno al Buddha Sakyamuni era composta da fedeli laici o zelatori (upasaka) e da monaci (bhiksu). Il laico deve venerare il Buddha, la legge e la comunità, attenersi alle cinque regole fondamentali e acquistare meriti facendo doni alle comunità, elemosine ai monaci e curando la lettura dei testi sacri. Nel mahayana ai laici viene data maggiore importanza in quanto l'ideale del bodhisattva è di ottenere la propria salvezza e quella degli altri pur partecipando alla vita secolare. Secondo la tradizione theravada i bhiksu, mendicanti erranti, sono candidati per eccellenza al titolo di santi (arhant) e al raggiungimento del nirvana. A loro spetta, per diritto, il rispetto assoluto dei fedeli laici; la loro appartenenza al clero non è perpetua. All'età di otto anni sono ammessi al noviziato cui segue, a vent'anni, l'ordinazione, concessa dopo un severo esame. Dopo l'ordinazione essi conducono vita conventuale, sottoposti a una gerarchia che tiene conto dell'anzianità e dei singoli meriti. Le mancanze commesse vengono punite con misure disciplinari e con penitenze. Le donne, che il Buddha ammise con una certa riluttanza nella comunità come religiose (bhiksuni), sono sottoposte alle medesime regole, ma debbono rispetto al bhiksu, qualunque sia la loro età. Queste istituzioni nel mahayana hanno importanza minore perché una funzione di rilievo viene riconosciuta anche ai laici. Grande importanza ha invece la confessione.

Culto e monumenti

Sin dai primi tempi il buddhismo osservò particolari usanze religiose in omaggio al Buddha, alla legge e alla comunità. Culto particolare venne tributato alle reliquie e furono elevati monumenti (stupa) destinati ad accoglierle o a commemorare avvenimenti della vita e dell'esistenza anteriore del Buddha. Il culto delle immagini del Buddha, che sembra risalire a un'epoca posteriore, venne tributato sotto la forma, ancora oggi in uso, di offerte di fiori, vesti, ornamenti, musica, fatte alla statua del Maestro, e con munifiche elargizioni alle fondazioni religiose, che raggiunsero infine un fasto completamente estraneo all'austerità monacale degli inizi. Tali pompe si accompagnano a forme rituali di scongiuro, di esorcismo o di invocazione di protezione, che sono di origine prebuddhista o semplicemente popolare e che hanno dato origine a formule magiche, amuleti, disegni, tatuaggi. Le espressioni di culto del mahayana sono all'incirca le stesse del theravada: degno di nota è il grande sviluppo del culto dei testi sacri, considerati mezzi di salvezza per se stessi, e la conseguente fioritura di manoscritti illustrati e accuratamente compilati; il culto tantrico moltiplicò queste credenze, introducendo rituali molto complessi nei quali i disegni esoterici (mandala) e i diagrammi magici hanno grande importanza.

Il buddhismo in Cina

Storia ed evoluzione. È appurato che i Cinesi non conobbero il Buddha prima dell'era cristiana; non si sa tuttavia con esattezza quando la nuova religione sia penetrata in Cina. Nel IIsec. d.C. essa si impose come una specie di doppione del taoismo dal quale, quando i suoi testi furono tradotti in lingua cinese, trasse gran parte della propria terminologia. L'elaborazione delle tradizioni buddhiste nella lingua cinese deve essere considerata uno dei fatti più rilevanti nella storia della cultura umana poiché permise a due civiltà autonome, benché mai completamente isolate, di venire a contatto. L'influenza del buddhismo in Cina fu tuttavia contenuta dalla diffusione del confucianesimo e del taoismo. La Cina fornì un grosso contingente di monaci e monache e diede numerosi contributi originali alla meditazione buddhista. La pietà buddhista per il dolore che regna nel mondo sviluppò tra i Cinesi un nuovo senso della carità umana (il bodhisattva Avalokitesvara divenne, in Cina, la dea Kuan-yin, patrona di coloro che soffrono).

Nonostante le reazioni ostili (nel 444, nel 626 e soprattutto nell'845), il culto indiano fu accettato e divenne parte integrante del patrimonio spirituale cinese; fu sovente sostenuto dalle dinastie non strettamente indigene. Quando il buddhismo disparve dall'India, continuò a sopravvivere in Cina associato ai culti popolari, mentre nel Tibet e nella Mongolia fu conservato sotto la nuova forma del lamaismo.

Le scuole buddhiste cinesi. Le diverse forme di buddhismo cinese non corrispondono esattamente alle confraternite o scuole anteriori dell'India. La Cina conobbe il buddhismo quand'esso aveva ormai assunto una fisionomia completa e definitiva; non bisogna però dimenticare che il buddhismo non fu portato in Cina in modo ordinato e organico, ma venne introdotto disordinatamente e in periodi diversi, secondo l'arbitrio dei pellegrini e dei traduttori e non secondo l'ordine in cui era stato elaborato. I testi sacri portati a conoscenza dei cinesi dal II al X sec. assunsero valore diverso da quello che avevano nel loro ambiente originario, poiché furono interpretati isolatamente e in maniera frammentaria, in ambienti disparati, più o meno simpatizzanti col taoismo.

Il problema più importante per l'anima indiana (come sottrarsi alla trasmigrazione) e la soluzione proposta dal buddhismo (il nirvana) non potevano essere compresi e apprezzati negli altri paesi come lo erano stati in India. Il buddhismo originario cercava la liberazione dal ciclo delle esistenze; quello cinese si propone la ricerca della felicità.

Diamo ora un elenco delle principali scuole buddhiste cinesi, alcune delle quali hanno un carattere spiccatamente originale.

La scuola della terra pura: si basa su un ciclo di sutra, diffuso in Cina soprattutto dal traduttore Kumarajiva (inizio del V sec.). Si ispira alla figura di un buddha mahayana forse di origine iranica, Amitabha ("Luce senza limiti"), che presiede al paradiso occidentale (sukhavati o terra pura) le cui attrattive esercitarono profonda suggestione sui fedeli dell'Estremo Oriente. La setta, basata quasi solamente su forme rituali, indicava nella devozione popolare la via della salvezza.

La scuola ch'an (giapponese zen) ovvero del dhyana, "concentrazione": tra il 520 e il 530, Bodhidharma sarebbe venuto dall'India per predicare questa dottrina in Cina. Lo ch'an si diffuse poi grandemente sotto i T'ang ed ebbe nel sesto patriarca cinese, Hui-neng, la sua figura più significativa.

La scuola del t'ien-t'ai (giapponese tendai): dalla seconda metà del VI sec. ai nostri giorni essa conobbe costante evoluzione, conciliando lo studio con la meditazione e conservando un buddhismo molto puro, che non esclude elementi idealistici e realistici.

La scuola del vinaya: risale al VII sec. e dà più importanza alla disciplina pratica che alla fede e alla conoscenza.

La scuola tantrica o esoterica: comune alla Cina e al Tibet a partire dall'VIII sec., raccolse tutti gli elementi più complessi della religiosità indù ed esaltò ogni forma di magia.

Il buddhismo giapponese

Si ritiene che il buddhismo sia stato introdotto ufficialmente in Giappone nel 522, quando monaci coreani vi portarono traduzioni cinesi di libri canonici (sutra). Gli inizi della nuova religione furono difficili per l'ostilità incontrata a corte da parte di due potenti famiglie sacerdotali: i Nakatomi e i Mononobe. Ma un'altra grande famiglia rivale, quella dei Soga, contribuì all'affermazione della religione importata. Un principe reggente della casa imperiale, Shotoku Taishi, per primo comprese l'immensa superiorità morale e intellettuale del buddhismo sulla religione nazionale (shinto), e alla fine del VI sec. fece costruire numerosi templi, tra i quali il celebre Horyuji presso Nara. Verso la metà del VII sec., periodo in cui il Giappone intrecciò rapporti con la Cina (precedentemente il Giappone era, nel campo culturale, tributario dei regni coreani), il buddhismo, diffusosi con sorprendente rapidità, era all'apogeo della propria influenza temporale; a Nara, la nuova capitale, fu inaugurata una gigantesca statua del Buddha, il celebre Daibutsu. In quel periodo esistevano in Giappone sei scuole buddhiste, tre del buddhismo mahayana ("grande veicolo") e tre del theravada ("piccolo veicolo"), differenziate solo per i mezzi con cui perseguivano la ricerca metafisica dell'essere. Durante tutto il periodo Nara (710-794) il buddhismo giapponese si era diffuso solamente nell'ambiente, relativamente limitato, dei letterati, e soltanto alla fine dell'VIII sec. apparvero, con le sette tendai e shingon, dottrine di carattere più specificamente nazionale e popolare; un tentativo di sincretismo religioso venne attuato inoltre dalla scuola denominata ryobu-shinto, che si proponeva di conciliare il buddhismo con l'antico culto indigeno dello shinto. Accanto a queste sette ufficialmente riconosciute si sviluppò anche un buddhismo popolare e individualista, attorno al culto di Amida, corrispondente al cinese Amitabha. Alla fine del XIIsec. apparve in Giappone una dottrina nettamente originale, il buddhismo zen (cinese ch'an), che per la sua pratica semplicità e per l'assenza di dogma ottenne immediato favore presso la casta militare dei samurai e resistette vittoriosamente alla crisi provocata alla fine del XVI sec. dall'apparire del cattolicesimo. Sotto lo shogunato dei Tokugawa (1600-1868) il buddhismo fu oscurato da una rinnovata simpatia per il confucianesimo; un'altra crisi subì dopo l'apertura all'Occidente avvenuta nel secolo scorso, in seguito alla quale il governo giapponese tentò di ristabilire tra il popolo la vecchia religione nazionale dello shinto.

Il buddhismo nel mondo contemporaneo

Un'indicazione, anche di massima, sul numero dei buddhisti esistenti nel mondo è impossibile per diverse ragioni: il buddhismo manca per lo più di organizzazioni che impongano ai fedeli determinati obblighi di culto (come il battesimo, l'eucaristia pasquale o la messa settimanale nel cattolicesimo); quando anche questi riti esistono essi sono difficilmente paragonabili, agli effetti statistici, con quelli di altre denominazioni religiose, interne o esterne al buddhismo; molti paesi con popolazione buddhista non effettuano, per diverse ragioni, censimenti a carattere religioso; l'avvento di un regime comunista in alcuni paesi a carattere tradizionalmente buddhista ha complicato ulteriormente il computo. In linea di massima si può raccogliere qualche indicazione dividendo i buddhisti del mondo in quattro categorie:

1. Buddhisti della confessione hinayana o theravada. In questo caso il buddhismo costituisce praticamente la fede della totalità della popolazione o della comunità etnica di maggioranza.

2. Buddhisti della confessione mahayana in paesi non comunisti. I dati sono in questo caso incerti soprattutto perché i fedeli sono in genere anche fedeli di altre forme religiose o filosofico-religiose (shinto, taoismo, confucianesimo, ecc.).

3. Buddhisti della confessione mahayana in paesi comunisti. Ai problemi riguardanti il caso precedente si aggiungono le difficoltà di valutazione delle conseguenze di mutamento del regime politico ed è quindi opportuno fare riferimento alla situazione prebellica, evidentemente invecchiata.

4. Buddhisti dei paesi in cui esistono piccoli gruppi di minoranza, testimonianza o di un'antica diffusione oppure di recenti immigrazioni.

Breve storia della vita del Buddha

Prima del raggiungimento dell'illuminazione il suo nome era Siddhartha e apparteneva alla nobile stirpe del saggio Gautama. Egli visse nel nord dell'India, pressappoco nel sesto secolo a. C. Suo padre si chiamava Shuddhodana, ed era il monarca del regno Sakya (che corrisponde più o meno all'odierno Nepal); sua madre era la regina Maya. Come era costume a quell'epoca, il principe si sposò molto giovane, quando aveva solo sedici anni; sua moglie era la bella e affezionata principessa Yashodhara. Per diversi anni Siddhartha visse immerso nei piaceri e nella spensieratezza, finche non gli accadde di accorgersi della realtà il mondo: che non c'era solo la gioia e la gaiezza di cui suo padre lo aveva sempre circondato. S'accorse che esisteva la sofferenza, la malattia, la morte. Decise così di abbandonare la vita illusoria che lo aveva così tanto preso fino a quel momento e di cercare la via che conduceva alla vittoria su ogni forma di dolore. All'età di ventinove anni, subito dopo la nascita del suo unico figlio, Rahula, lasciò il regno per diventare un asceta.

Per sei anni Siddhartha vagò per le regioni settentrionali dell'India, alla ricerca di maestri che fossero in grado di introdurlo a dottrine di verità, ma quello che trovò non riuscì a soddisfarlo per nulla. Scelse così di abbandonare le religioni tradizionali e di andare per la sua strada.

Una sera, seduto sotto un albero sulle rive del fiume Neranjara, a Buddha-gaya (vicino a Gaya, nel regione del Bihar), all'età di trentacinque anni, ottenne l'illuminazione e da allora venne conosciuto come il Buddha, il sapiente, l'illuminato.

Subito dopo cominciò l'opera di predicazione che lo portò ovunque. Insegnò a tutti, senza fare la benché minima distinzione. Nemico del sistema vigente delle differenze di casta e di gruppi sociali, il Buddha si recò da tutti, proclamando che la via era aperta a tutti, e che tutti gli uomini erano e saranno sempre uguali davanti alla Verità. Predicò l'ahimsa (la non-violenza) e numerose altre regole morali.

A Kushinara (nell'odierno Uttara Pradesh), all'età di 80 anni, il Buddha "entrò nel Nirvana", cioè morì.

In una di quelle stesse scritture che il maestro aveva sconsigliato di osservare, la Bhagavata Purana, c'era una profezia che lo riguardava: lì si affermava che il Buddha era un'incarnazione di Vishnu, sceso sulla Terra per predicare la filosofia della non-violenza.

La filosofia
Il problema principale che si incontra nello studio delle filosofie indiane (lo abbiamo già detto altre volte, ma è importate ripeterlo) è l'enorme difficoltà nell'accertare cosa abbia veramente detto il maestro originale e quali siano invece le interpretazioni dei suoi seguaci e discendenti. Il buddhismo non è un'eccezione. Ciò è abbastanza comprensibile se si pensa che i tempi del Buddha sono trascorsi da circa 2500 anni. Perciò cercheremo di parlare del buddhismo presentandovi la versione dei buddhisti storici. Ma quanto sarebbe meglio discutere di ciò che veramente disse il Maestro!

Cominciamo col definire la mentalità di un praticante buddhista. Prima di tutto il Buddha non diceva di essere Dio o qualche incarnazione divina, ma sosteneva di essere un uomo qualsiasi e che qualunque risultato dovesse essere ottenuto grazie al proprio sforzo. Il ruolo dell'uomo è fondamentale. Non essendoci alcun Dio da realizzare, il fulcro principale della ricerca filosofica è la persona, l'uomo, la cui posizione è sempre suprema. Solo lui, infatti, può accedere al più alto stadio, che è quello di divenire un Buddha. Come abbiamo già accennato, non c'è un essere supremo o un potere superiore che possa decidere il nostro destino: ognuno è il rifugio di se stesso. L'importanza dei maestri (i tathagata), come il Buddha e gli altri, sta nell'insegnare la via, che poi però deve essere percorsa dallo studente, cioè da ognuno di noi.

Da questo inizio possiamo vedere quanto diverso è l'approccio alla filosofia da parte del buddhismo rispetto alle altre dottrine indiane. Tutte queste hanno sempre messo al centro di ogni cosa un Dio spirituale (personale o meno che sia), mentre per il buddhismo l'uomo è solo e pienamente responsabile del proprio destino. Una manna, per gli atei e i materialisti di ogni genere.

La cosa più importante è la giusta conoscenza. Il maestro non deve essere accettato prima che abbia dato prova di possedere la conoscere corretta e solo allora il discepolo deve accettare di porsi sotto la sua guida. E lui, lo studente, deve avere un forte desiderio di conoscere.

La base della sapienza è la fede, ma non quella cieca di tante religioni, bensì quella fondata sull'esperienza. Infatti, dice il Buddha, la fede è quella che scaturisce dalla conoscenza. Se conosci, credi. Non si può credere a qualcosa che non si conosce. L'Illuminato criticava il brahmanesimo del suo tempo proprio per questa loro pretesa di far credere ciò che poi non poteva essere realmente conosciuto e paragonava quei brahmana degradati a tanti ciechi che volevano trascinare altri nel loro stesso baratro.

Ma non si deve neanche essere attaccati alla conoscenza stessa, la quale può diventare un fardello. E' come una zattera: quando il fiume è attraversato, questa va abbandonata. Non c'è bisogno di portarsela appresso.

Il Buddha era un filosofo pratico. Non sembra che fosse stato interessato a complicate questioni metafisiche. Nel suo discorso a Malunkyaputta, affermò che comprendendo tutto ciò che riguarda le quattro verità fondamentali (chiamate le Quattro Nobili Verità), si sarebbe conosciuto tutto. Queste sono:

1) dukkha,
2) samudaya, il sorgere, o l'origine del dukkha,
3) nirodha, la cessazione del dukkha,
4) magga, il sentiero che conduce alla cessazione del dukkha.

Seguiremo la traccia dell'Illuminato cercando di spiegare i suoi insegnamenti passando proprio attraverso l'analisi delle Quattro Nobili Verità.

La Prima Nobile Verità
Il termine pali dukkha (in sanscrito duhkha) generalmente è tradotta come sofferenza, ma questa parola non è sufficiente per dare l'idea piena del suo significato. La sofferenza è solo una parte del dukkha. Infatti essa porta in sé anche i concetti di imperfezione, di impermanenza, di vacuità, di insostanzialità. E siccome è difficile trovare una parola italiana che comprenda tutti questi significati, crediamo sia meglio non tradurla affatto.

Quando il Buddha dice che questo mondo è composto solo di dukkha, non intende negare l'esistenza di varie forme di felicità, siano esse materiali che spirituali. In una delle scritture che ci informano dei primi dialoghi dell'Illuminato (l'Anguttara-nikaya) troviamo addirittura una lista di cose piacevoli che sia un laico che un monaco può trovare nel mondo. Ma queste sono incluse nel dukkha. Persino gli stati più altamente spirituali sono inclusi nel dukkha. La ragione è che tutti sono impermanenti e soggetti alle mutazioni. Forse non sono sofferenza, possono anche essere piacevoli, ma certamente sono dukkha, perché destinati alla fine.

Il piacere dei sensi si manifesta ed esiste in tre modi e momenti diversi, che sono:

1) l'attrazione, 
2) l'insoddisfazione e 
3) la liberazione.

Facciamo un esempio. Quando ascoltate una bella musica, ne siete attratti e ne gioite. Ma prima o poi finisce e allora sentite il dispiacere. In questo modo si può capire che è un'illusione e ve ne distaccate, diventando liberi dall'attrazione. Per liberarsi veramente è necessario rendersi conto della realtà della vita.

Il dukkha può essere visto sotto tre aspetti:

1) dukkha visto come sofferenza comune (dukkha-dukkha), 
2) dukkha inteso come prodotto del cambiamento (viparinama-dukkha) e 
3) dukkha compreso come l'insieme di stati condizionati (samkhara-dukkha).

Ora, comprendere che in questa vita si soffre e che si prova dolore perché tutto sfugge è facile capirlo. Ma per capire il terzo tipo di dukkha (il samkhara-dukkha) si devono approfondire alcuni concetti, cominciando da quello che riguarda il cosiddetto "io".

Per il buddhismo non esiste un io individuale, un atma, come lo si concepisce nel Vedanta e in tutte le altre dottrine di origine vedica. Quello che noi chiamiamo "il sé" è solo una combinazione di forze, o energie mentali e fisiche, che sono in continuo cambiamento. Insomma, potremmo chiamarlo un flusso energetico in continuo mutamento. Ma non esiste nessun io.

Questi flussi possono essere schematizzati secondo cinque raggruppamenti e per questa ragione vengono chiamati "i cinque aggregati". Messi insieme, costituiscono il senso più profondo della parola dukkha.

Questi cinque (panchakkhandha) sono gli aggregati

1. della materia (rupakkhandha), che includono tutto il regno della materia vera e propria, sia interna che esterna,
2. delle sensazioni (vedanakkhandha), comprendenti il mondo delle sensazioni sia fisiche che mentali,
3. delle percezioni (sannakkhandha), e cioè la capacità di riconoscere sia l'oggetto fisico che mentale,
4. delle formazioni mentali (samkharakkhandha), che sono il potere concernenti le attività dipendenti dalla volontà,
5. della coscienza (vinnanakkhandha), che sono le reazioni conseguenti alle percezioni.

A questo punto è meglio spendere qualche parola sulla coscienza.

Nelle filosofie vediche noi apprendiamo che la coscienza è la prima manifestazione dell'anima, intesa come un sé individuale. Ma nel buddhismo è differente. La coscienza non sorge da alcun sé, bensì è il risultato delle condizioni esterne. Abbiamo un occhio e una forma visibile; dunque nasce una coscienza visibile. Abbiamo un palato e del cibo; dunque nasce un'altra coscienza visibile. Ma questa coscienza non nasce se non ci sono le condizioni. Perciò non c'è una coscienza oggettivamente esistente.

Abbiamo già accennato a cosa è il mondo secondo il Buddha: un flusso continuo e non permanente di elementi. Con l'atto di sparire, un elemento condiziona l'apparizione del seguente, in una serie di cause ed effetti che non conosce soste. Quindi non c'è una sostanza eterna e immutabile. Non esiste nessun sé dietro le cose, nessun io individuale né subordinato né supremo, ma solo degli aggregati fisici e mentali interdipendenti tra di loro, che costituiscono la "macchina psicofisica".

Buddhaghosha diceva che esiste una sofferenza, ma non un lui che soffre; che ci sono le azioni, ma non un autore; c'è il movimento, ma non un motore che lo provoca. Non sussiste differenza tra il pensiero e colui che lo pensa: infatti se togliete il pensiero, non esiste più un pensatore.

Andiamo a vedere un'altra questione. Ci chiediamo: la vita ha un inizio? La risposta è no. E' impensabile che la vita, ossia la corrente vitale degli esseri viventi sia nata in qualsiasi dato momento. E' eterna e, con essa, anche il samsara è eterno. E la causa principale delle continuità della vita è l'ignoranza.

Il Buddha diceva che era importante capire bene cosa fosse il dukkha: chi lo conosce, vede chiaramente il suo insorgere e ne intravede la cessazione; così come comprende quale sia il sentiero che conduce alla perfezione dell'esistenza.

La Seconda Nobile Verità
Ora parleremo della Seconda Nobile Verità, che riguarda l'origine del dukkha. Da cosa proviene? Dal prepotente desiderio di essere e di provare qualcosa (tanha), risponde il Buddha, da cui proviene la rinascita e ogni tipo di divenire.

Ci sono diversi tipi di desideri (o sete di sensazioni), che vengono classificati nel seguente ordine:

1) la voglia di piacere sensoriale, 
2) la spinta a esistere e a divenire, 
3) il desiderio di annullarsi, di scomparire.

Queste voglie sono all'origine di tutte le sofferenze e, come conseguenza, della continuità degli esseri. Ma neanche questo forte desiderio è la causa prima di tutto, in quanto il buddhismo rifiuta l'idea di una qualsiasi ragione che sia al principio di tutto. Se si ammettesse che qualcosa era al principio, questa diverrebbe indipendente. E non c'è nulla del genere, in quanto ogni cosa è interdipendente in modo totale. Se volessimo immaginare il creato ce lo potremmo figurare come una ruota, che non ha un punto dove inizia e dove finisce.

Ma questa voglia insaziabile di esistere da dove proviene? Dall'ignoranza, risponderebbe qualsiasi buddhista, che nasce dalla falsa cognizione di un sé. In altre parole, dal momento in cui cominciamo a pensare di esistere, iniziamo a provare mille desideri. A causa di questa falsa concezione, noi agiamo (karma) e da queste azioni provengono delle reazioni (karma-phala), che ultimamente ci costringono a rinascere in un ciclo senza fine (samsara). Ma vediamo meglio questa teoria dalla prospettiva buddhista.

Ci sono quattro condizioni necessarie per l'esistenza e per la continuità degli esseri, che sono:

1) il nutrimento che conosciamo, quello che otteniamo con il cibo, 
2) il contatto degli organi di senso con il mondo esterno, senza dei quali qualsiasi vita sarebbe improbabile, 
3) la coscienza, di cui abbiamo già parlato, 
4) la volontà, che è l'esigenza di esistere.

Queste condizioni fanno sì che la vita sia possibile, ci capacitano a portare avanti diversi tipi di azioni, che possono sempre essere positive o negative. Queste provocano delle reazioni della stessa natura che causano la continuità e impediscono l'estinzione del concetto di essere, da cui scaturisce ogni sofferenza.

Ma non dobbiamo pensare che questo dolore sia qualche tipo di giustizia divina o morale, non sono delle ricompense o delle punizioni in quanto, per il buddhismo, non esiste un Dio che giudica e che quindi punisca o ricompensi. Ogni essere condizionato è prigioniero di questa legge; solo il liberato (arahant) può agire in questo mondo senza che i suoi atti producano alcun karma, e questo perché è libero dalla falsa idea che esista un sé. Per tale persona non c'è rinascita.

Cos'è la morte? Come dicono anche le dottrine di origini vediche, la morte in sostanza non esiste: anche per il buddhismo la conclusione è la stessa. Ma le ragioni differiscono. Mentre per i Veda noi siamo l'anima e questa, essendo eterna, non muore, per il buddhismo tutto ciò che c'è in questa vita si trasferisce nella prossima. E quindi la morte è un fenomeno illusorio.

Ora, sicuramente viene da chiederci, se non c'è un atma, dopo la morte cos'è che si reincarna? Abbiamo già detto che per il buddhismo la vita è una combinazione di elementi, di impulsi energetici in continuo cambiamento; nulla rimane lo stesso neanche per due istanti consecutivi. Ogni momento tutto nasce e muore. Anche ciò che identifichiamo come il "noi" subisce ogni istante lo stesso processo. L'istante della morte non è che uno dei tanti momenti della vita, in cui quelle stesse forze si trasformano, per continuare ad esistere in nuove forme. L'esistenza di ogni cosa è un continuo rinnovarsi: nulla è immutabile e nulla si trasmette da un istante all'altro. E' una serie continua, ininterrotta, di mutazioni, di movimenti. Ciò che rinasce dopo la morte non è che la continuità della stessa serie.

La differenza tra la vita e la morte non è che un istante mentale: l'ultimo momento di attività mentale condiziona il primo della cosiddetta nuova vita, che porrà le basi per la continuazione della serie. E tutto ciò andrà avanti fintanto che ci sarà la sete di essere. Questo circolo vizioso si può spezzare solo con l'arma della saggezza.

La Terza Nobile Verità
Ora discuteremo le teorie buddhiste che riguardano la liberazione. Questa Terza Verità è chiamata "la Cessazione del Dukkha" (dukkhanirodha-ariyasacca) e non è altro che il Nirvana, termine ben conosciuto anche in occidente.

Prima di tutto dobbiamo dire che il Buddha ammetteva l'esistenza della liberazione, e anzi che tutto il nostro sforzo deve vertere sul suo ottenimento. Per far ciò bisogna eliminare la radice del dukkha. Come? Azzerando i desideri. Infatti un altro epiteto del Nirvana è tanhakkhaya (estinzione della sete).

Ma andiamo con ordine e vediamo cosa si intende per Nirvana.

In primo luogo bisogna dire che non si può mai essere precisi quando si parla di questo argomento, in quanto il linguaggio è uno strumento creato dagli uomini e risente perciò delle loro stesse limitazioni e dei loro condizionamenti. Infatti abbiamo tradotto in parole solo la limitata gamma delle esperienze sensoriali. Dunque è un'arma che potrebbe diventare controproducente, in quanto produce degli schemi mentali che non corrispondono alla verità. Ma siccome non si può rinunciare a comunicare con le parole, tentiamo di definire il Nirvana.

Secondo una logica diffusa negli ambienti buddhisti, definire il Nirvana in modo positivo presenta pericoli maggiori che farlo con il processo negativo, per cui conviene sempre prima specificarlo in rapporto a "ciò che non è". Per cui il Nirvana è "lo stato dove il desiderio è cessato", è il "non composto", "l'incondizionato", "la situazione in cui tutto è estinto, spento" e via dicendo. E' dunque la cessazione della continuità e del divenire.

Ma, affermano i buddhisti, sbaglia chi dice che si stia tentando di promuovere una qualsiasi forma di nichilismo, o di annientamento del sé: in realtà non c'è alcun sé da annullare, né nient'altro da azzerare. L'unica cosa che deve essere annientata è la falsa idea di un sé. Questa è sapienza perfetta.

In ciò consiste la Verità Assoluta, che è il determinare con certezza totale che al di là del Nirvana non c'è nulla di assoluto; che tutto è relativo, condizionato e temporaneo e che non esiste atma dentro o fuori di noi. Ogni cosa che sperimentiamo diventa vera solo quando possiamo vedere la realtà priva di veli, senza illusioni o condizionamenti.

Ma il Nirvana non è il risultato dell'estinzione del desiderio. Infatti se fosse il risultato di qualcosa, diventerebbe un elemento condizionato. E nella logica buddhista questa conclusione deve essere rigettata.

Potremmo chiederci cosa ci sia al di là del Nirvana, e la risposta è ovvia: dopo di quello non c'è nulla. Il Nirvana non è un regno, o uno stato, ma un'estinzione. Dunque non dobbiamo immaginarlo come una specie di paradiso dove ritroviamo i nostri maestri, i nostri amici, le persone a cui tenevamo durante la nostra vita. Anche i Buddha si estinguono dopo la morte.

Si sta parlando di come ottenere lo stato di Nirvana. Ma chi è che lo realizza, se non esiste un'atma? La risposta è che è la comprensione che comprende, ed è la stessa energia che vuole liberarsi. Dentro la prigionia c'è la liberazione, l'ignoranza comprende la capacità di giungere a comprensione. Dentro dukkha c'è l'elemento della sua cessazione: possiamo trovarlo all'interno dei cinque aggregati. Dunque la liberazione è parte naturale di ciò che noi crediamo sia il creato.

Quando la saggezza è sviluppata, si vedono le cose come stanno e tutte le forze che producono il ciclo delle morti e delle rinascite (samsara) si placano e diventano incapaci di produrre nuovo karma. Cessata è l'illusione, non c'è più sete per la continuità: solo allora si ottiene il Nirvana, stato che si può raggiungere anche in questa stessa vita. Chi ha guadagnato questa posizione prova la più grande felicità possibile, che consiste nel non provare più sensazioni.

Ma il Nirvana è al di là di ogni logica e ragionamento. Non si può capire con esattezza solo discutendone: dobbiamo soprattutto realizzarlo.

La Quarta Nobile Verità
Ora andiamo ad analizzare il sentiero, cioè i modi necessari per giungere alla cessazione del dukkha. Questo sentiero è generalmente conosciuto come "l'Ottuplice Sentiero", una strada composta di otto fasi. Infatti essa è composta da altrettante categorie (o divisioni), che sono:

1) retta comprensione,
2) retto pensiero
3) retta parola
4) retta azione
5) retta condotta di vita
6) retto sforzo
7) retta consapevolezza
8) retta concentrazione

Questa sezione può, con tutta probabilità, essere considerata la parte più importante dell'insegnamento del Maestro; sicuramente è quella sulla quale ci si è soffermato con maggiore insistenza. Bisogna anche premettere che le otto categorie che compongono questo processo disciplinare non vanno praticate una dopo l'altra, ma più o meno in modo simultaneo. Queste sono utili a perfezionare i tre elementi essenziali della disciplina buddhista, che sono la Moralità, la Disciplina Mentale e la Saggezza.

Vediamo le ultime tre una per una, inquadrandole nella logica del Sentiero a Otto Fasi.

Quando parliamo di Moralità (shila) intendiamo l'amore e la compassione nei confronti di tutti gli esseri viventi, che però deve tradursi in un aiuto reale, non sentimentale, che solo la Saggezza può conferire. Questa qualità comprende tre fattori del Sentiero a Otto Gradi, che sono la retta parola, la retta azione e la retta condotta di vita. La parola è retta quando non si indulge in bugie, in maldicenze, in linguaggi duri, scorbutici o addirittura ingiuriosi, nel pettegolezzo o nei discorsi futili. Se non ha nulla di importante da dire, il buddhista deve rimanere in "nobile silenzio". La retta azione mira a promuovere una condotta morale irreprensibile. La retta condotta di vita vuole ingiungere a tutti di astenersi, anche se solo per guadagnarsi da vivere, da professioni che possano nuocere agli altri. Questi tre fattori costituiscono la Moralità.

Viene poi la Disciplina Mentale, in cui sono inclusi altre tre elementi del Sentiero a Otto Gradi, che sono: il retto sforzo, la retta attenzione e la retta concentrazione. Il retto sforzo è la volontà energica di prevenire gli stati mentali cattivi e malsani, di sbarazzarsi di quegli stati negativi che siano già sorti in noi e naturalmente di produrne di positivi. La retta consapevolezza (o attenzione) consiste nell'essere sempre coscienti di ciò che si fa, delle nostre sensazioni, delle emozioni, delle attività della nostra mente, delle idee e dei pensieri. Il terzo e ultimo fattore della disciplina mentale è la retta concentrazione. E' importante imparare a concentrarsi nel modo giusto.

Infine la Saggezza, composta dagli ultimi due elementi che costituiscono il Sentiero a Otto Fasi, che sono il retto pensiero e la retta comprensione. Il retto pensiero è il controllo delle proprie riflessioni, le quali devono essere educate a focalizzarsi su soggetti come la rinuncia e l'amore universale. La retta comprensione consiste nello sforzarsi di capire come stanno le cose in realtà e che possiamo impararle comprendendo le Quattro Nobili Verità.

Dunque, riassumendo il tutto, la prima verità consiste nel capire la natura vera della vita, che è dukkha. La seconda nella comprensione precisa dell'origine del dukkha, che è il desiderio. La terza nel trovare il modo di estirpare il dukkha. La quarta nell'analisi del sentiero che conduce al Nirvana.

La dottrina del non-sé
Torniamo ora su uno dei punti cardini della filosofia buddhista, che è quella dell'anatma (in pali anatta), ovverosia della convinzione che non esista nessun sé, né individuale né assoluto. Vediamo di dare qualche elemento in più oltre quelli già espressi.

Nella storia del pensiero, il buddhismo è stato forse il solo a negarne l'esistenza in modo tanto perentorio. Va detto subito però che anche su questo punto fervono da secoli aspre polemiche, in quanto c'è chi sostiene che il Buddha non sarebbe stato affatto chiaro su questo argomento ma che avrebbe spesso taciuto e altre volte detto mezze verità. Siamo d'accordo su questa interpretazione. Infatti non affrontare un discorso sull'anima non significa necessariamente volerne affermare l'inesistenza. Ma anche qui sarebbe interessante poter stabilire cosa avesse veramente inteso dire o tacere il Maestro e separarlo dalle interpretazioni dei suoi successori.

Ad ogni buon conto, per il buddhismo classico l'idea dell'atma è una credenza totalmente infondata e anzi pericolosa. Dal loro punto di vista ha, infatti, il potere di causare pericolosi dualismi interiori, scatenare l'idea dell'io e del mio, desideri egoistici e mai saziabili, orgoglio e impurità. Secondo loro, tutti i guai del mondo possono essere fatti risalire a questa falsa visione.

Abbiamo già visto come tutto il creato ricade nelle cinque divisioni di elementi, oltre alle quali non c'è nulla. Comprendendo la dottrina della Genesi Condizionata (Paticca-samuppada), ci si può liberare dalla falsità. Questo sistema dice che:

1) L'ignoranza condiziona le azioni (karma); in altre parole noi agiamo, e lo facciamo in un certo modo a causa dell'ignoranza che ci imprigiona. Poi
2) dalla qualità delle azioni viene condizionata la coscienza, che è la facoltà di percepire. Dunque è naturale che
3) dalla coscienza siano condizionati i fenomeni mentali e fisici,
4) dai quali inevitabilmente vengono condizionate le sei facoltà (i cinque organi di senso più la mente).
5) Dalle sei facoltà è condizionato il contatto (sia dei sensi che della mente), il quale poi
6) condiziona la sensazione, o la capacità di provare gusti,
7) dalla sensazione è condizionato il desiderio. Quando si provano delle sensazioni è normale che il desiderio ne sia condizionato. Poi
8) dal desiderio viene condizionato l'attaccamento
9) dall'attaccamento è condizionato il divenire
10) dal divenire è condizionata la nascita
11 e 12) dalla nascita sono condizionati la vecchiaia, la morte, il lamento, il dolore.

E' così che la vita nasce esiste e continua. Per far sì che il processo dell'ignoranza abbia fine dobbiamo invertire la direzione di marcia, e cioè: cessando l'ignoranza, terminano le attività interessate e via dicendo.

Comunque ribadiamo che per il buddhismo non esiste nulla di assoluto e indipendente: tutto è condizionato e condizionante.

Qualcuno potrebbe chiedersi: come mai nel linguaggio del Buddha erano così tanto presenti i concetti riguardanti le persone e le cose, come se esistessero delle individualità?

La risposta è simile a quella che avrebbe dato Shankara, e cioè che esistono due tipi di verità: la verità convenzionale e la verità ultima. La prima è quella che si stabilisce per comodità di dialogo e serve per avvicinarsi a una verità superiore, mentre l'altra è la definitiva.

Non sono pochi, comunque, coloro che sostengono che il Buddha avrebbe ammesso l'esistenza di un sé e altrettanti quelli che dicono con certezza che, a riguardo di questo punto specifico, abbia intenzionalmente taciuto.

La meditazione
Per il buddhismo, la meditazione è lo strumento grazie al quale si può ripulire la mente da ogni impurità, da ciò che provoca turbamento, come i desideri materiali, l'odio e le preoccupazioni. Grazie ad essa, il praticante può dunque giungere alla verità più alta, il Nirvana.

Sono previste due forme di meditazione, due sistemi abbastanza diversi tra di loro: il primo è detto samadhi (in pali samatha) e il secondo vipashyana (in pali vipassana).

Il samadhi consiste nel concentrare la propria attenzione mentale su un unico punto, cercando di non deviare mai dall'oggetto assunto come strumento di meditazione. E' sostanzialmente una forma di meditazione presa in prestito dal sistema yoga, ben precedente all'epoca buddhista. Si dice che attraverso questo sistema non si possa direttamente conseguire il Nirvana, tanto che il Buddha stesso ne avrebbe contestato la validità. Sarebbe utile, questa, solo per vivere felicemente in questa vita. Fu lui stesso che scoprì un altro metodo di meditazione, conosciuta come vipashyana, che è lo sviluppo di una diversa visione della natura delle cose che dovrebbe condurre alla liberazione della mente e ultimamente al Nirvana.

Analizzato dal Buddha stesso in un importante discorso sulla meditazione chiamato satipattana-sutta, (I Fondamenti della Consapevolezza), è un metodo analitico basato sulla presa di coscienza attenta e vigile di ogni azione che si compia. Non importa cosa si faccia, l'importante è non perdere mai la concentrazione sui propri atti, siano questi la respirazione, il provare piacere, odio, amore o dolore. Si deve sempre essere attenti a qualsiasi cosa si faccia. Secondo il buddhismo, questa forma di controllo mentale può portare al Nirvana.

Ma non si deve pensare che "sono io che faccio questo". Bisogna dimenticare il concetto illusorio dell'esistenza di un io agente per identificarsi totalmente nella propria azione. E quando i cinque impedimenti che si frappongono sul sentiero (i desideri sessuali, l'odio, la pigrizia, le eccitazioni e i dubbi) si saranno acquietati, sarà possibile ottenere la liberazione finale, il Nirvana.

Storia del buddhismo hinayana
Come ogni altro movimento religioso o filosofico, dopo la scomparsa del maestro l'organizzazione del "movimento buddhista" è andata sfaldandosi sotto i colpi dei dissensi interni di carattere teorico e politico.

Normalmente il buddhismo viene diviso in due grandi correnti, l'hinayana (del Piccolo Veicolo) e il mahayana (del Grande Veicolo).

Per l'hinayana (che si fregia del titolo di buddhismo vero e cioè quello ortodosso), non esistono sostanze eterne nel mondo delle mutazioni. L'essere individuale (pudgala) è stato frammentato in una molteplicità di fattori d'esistenza che sorgono per interdipendenza funzionale. I Dharma (che sono gli elementi ultimi della realtà, quelli che poi portano al divenire cosmico) sono delle forze concepite come concrete. Queste sono le realtà ultime e irriducibili; ed è mediante il loro gioco d'insieme che ogni cosa viene a originarsi.

L'hinayana si divide in tre grandi movimenti, tutti di ispirazione antica. Sono:

1) il theravada (o sthaviravada)
2) il sarvastivada (o vaibhashika)
3) il sautrantika (o sarvastivada)

Vediamoli brevemente uno ad uno.

Il theravada
La parola thera in pali significa vecchio, autorevole. La parola sanscrita sthavira vuol dire la stessa cosa. Per questa ragione gli adepti venivano anche chiamati sthaviravadi. Indica la dottrina dei monaci anziani e venerandi, quelli che più s'avvicinano al Buddha, che più di tutti rifuggono da ogni innovazione di tipo teorico. Erano, insomma, i più conservatori. Ancora oggi i theravadin asseriscono che la loro ideologia sia proprio quella enunciata dal Divino e a più riprese si sono eretti come paladini contro ogni tipo di eresia.

Il Kathavattu è l'opera che dovrebbe contenere l'insegnamento puro del maestro. Il maestro da loro ritenuto il più autorevole è Buddhaghosha, che fu un prolifico scrittore.

Il sarvastivada
La parola sarvastivadi significa "che tutto esiste" (sarvam asti). Sembrerebbe in contrasto con l'ideologia buddista, la quale nega invece l'esistenza di qualsiasi cosa. In realtà questi affermano che i dharma esistono eternamente, e di questi noi conosciamo solo le manifestazioni, mentre gli elementi originali (i dharma, appunto) in loro rimangono trascendenti. Dunque tutte le forme sono illusorie, ma i dharma che le compongono sono reali.

Ovviamente i theravadi attaccarono energicamente queste teorie giudicate eretiche, tanto che i sarvastivadi dovettero formarsi un proprio canone, diverso da quello theravadi. E fu l'Abhidharma-dipika, composto di sette testi. In esso l'opera principale è il Jnana-prasthana (Sistema della Conoscenza), che dicono risalga al Buddha e che fu redatto da Katyayaniputra. L'opera più celebre della loro scuola è l'Abhidharmakosha (Tesoro della Dogmatica), redatta da Vasubandhu (4 o 5 secolo d.C.). E' composto di 600 versetti facili e da un diffuso commento dell'autore.

Il sautrantika
I sautrantika hanno la particolarità di dare valore di norma assoluta solo ai discorsi del Buddha. La loro scuola venne fondata da Kumaralata (si suppone nel secondo secolo d.C.) ed è una derivazione del sarvastivada, tanto che loro stessi amano chiamarsi con quell'appellativo.

Di loro si ha poca letteratura; non amano molto scrivere. Si conoscono solo le discussione nella quali si dilungano secondo una scadenza regolare.

Sebbene si facessero chiamare sarvastivadi, fra i due movimenti omonimi c'era aperta polemica e venivano dai primi ritenuti dei traditori. Pur tentando di ristabilire le concezioni più antiche, loro stessi non poterono fare a meno di apportare modifiche anche sostanziali.

Secondo loro, i dharma non hanno esistenza oggettiva, ma sono solo definizioni verbali. Un dharma non dura neanche un istante e quindi esiste solo il nascere e il morire, la non persistenza e l'invecchiamento. L'essere non è che una catena continua e ininterrotta di momenti. In conseguenza di ciò, non consideravano vere le percezioni dirette degli oggetti del mondo, in quanto nulla poteva essere percepito che questa non fosse già scomparsa.

Furono dei precursori alle teorie mahayana.

Storia del buddhismo mahayana
Ora parliamo della scuola mahayana (cioè del "Grande Veicolo").

La differenza fondamentale tra le due è che mentre l'hinayana accetta che i dharma abbiano qualche esistenza, il mahayana rifiuta anche questo punto di vista.
Le principali scuole sono due:

1. la madhyamika, (o shunya-vada)
2. la vijnana-vada (detta anche cittamatra-vada o yogachara)

Vediamole una per una.

La madhyamika, o shunyavada (la dottrina del "giusto mezzo")
Sorta all'inizio della nostra era, i madhyamika considerarono che si doveva andare al di là della concezione che i dharma potessero avere una qualsiasi realtà, o che possedessero qualsiasi sostanza, pur se a durata momentanea (relativismo universale). I dharma, infatti, sono esistenti o non esistenti solo in rapporto a qualcos'altro e in sé non hanno alcuna esistenza. Per questa ragione furono chiamati shunya-vadi, assertori della dottrina del vuoto. Vuota è una cosa che è "senza se stessa", cioè senza sostanzialità durevole. Il mondo è perciò vuoto.

La loro tecnica di meditazione consisteva nel distaccarsi da ciò che era concreto e definito. E' possibile liberarsi dall'idea di "villaggio" e "uomo", per concentrarsi gradualmente su quella della "foresta", poi sulla "terra" e poi sull'immensità dello "spazio". Fino a giungere a qualcosa che sia privo di qualsiasi segno distintivo. Quando si diventa consapevoli che anche questa è una nozione immaginativa, condizionata e transitoria, la si può superare e conquistare la liberazione. Lo svuotamento sistematico del pensiero e del pensare conduce all'abolizione di tutti i confini imposti al pensiero e dunque alla salvezza. Questa meditazione sul vuoto venne ideata dagli hinayani, ma furono i mahayani a dargli un'importanza determinante.

Gli scritti mahayana che espongono la teoria shunya-vada sono il Prajnaparamita-sutra (scritto prima dell'inizio della nostra era) e contengono i discorsi del Buddha.

Il principale esponente della dottrina shunyavada è Nagarjuna, che si suppone sia vissuto nel secondo secolo d.C. Fu lui a scrivere i 400 versi del Madhyama-karika e sembra che lui stesso ne abbia scritto un commento. Importante fu anche il suo discepolo Aryadeva, i cui scritti sono ancora considerati come autorità massima da tutti i buddhisti madhyamika.

La vijnana-vada, o yogacara (la dottrina della sola coscienza)
Per questa ramificazione del buddhismo, la parte più importante dell"essere" è la coscienza (vijnana-citta), in quanto è essa che assicura la continuità della personalità (pure apparente) nella vita presente e futura. E' attraverso la coscienza che il karma può avere i suoi effetti.

I vijnana-vadi architettarono una teoria per cui in realtà il buddhismo non aveva mai subito scissioni, ma che le differenti scuole fossero come i pezzi di un unico mosaico, disegnato da una mente superiore. Il tutto era avvenuto in tre fasi.

Nella prima il Buddha aveva messo in moto la legge con la teoria dei dharma, idea gelosamente custodita dagli hinayani. La seconda era stata inaugurata da Nagarjuna con la filosofia shunya-vada. La terza i saggi Maitreya e Asanga con la bahyartha-shunyata-vada, teoria dell'irrealtà del mondo esteriore. Questi ultimi due, infatti, erano stati i maestri della vijnana-vada.

Maitreya è il nome del Buddha che deve ancora venire e che avrebbe rivelato ad Asanga (il fratello di Vasubandhu) i testi sacri chiamati Sutralankara e Madhyantavibhanga. Di Asanga si dicono cose eccezionali: addirittura sembra che convertì il fratello alla sua teoria vijnana-vada. A questa scuola si sarebbero uniti anche i celebri Dignaga e Dharmakirti (settimo secolo circa).

Dunque è sbagliato credere a un io e all'esistenza degli oggetti; invece tutto è in interdipendenza da qualcos'altro e che l'ultima realtà è un "uno spirituale".

Vengono chiamati yogacara perché i loro adepti adottarono tecniche di purificazione tipicamente yogiche. Il massimo raggiungimento è diventare un Buddha.

Per quanto riguarda il concetto di Nirvana, per i vijnanavadi non è più lo "spegnersi di una fiamma", come dicevano gli hinayani, ma una dimensione dinamica, dal quale il Buddha agisce sempre per il bene degli altri. Addirittura quegli illuminati che giungono al Nirvana statico saranno risvegliati da un Buddha e condotti al Nirvana "in movimento". Come si può ben vedere, questa teoria si discosta di molto dall'idea vedantica, secondo la quale l'individualità è una qualità che si sarebbe conservata in eterno.

Senza autore. Tratto da Isvarait

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