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vedanta.it

In questi ultimi anni si è parlato spesso, a proposito e a sproposito, di Yoga; anzi, questa parola è stata talmente profanata che oggi se ne diffida persino, anche se poi non si sa esattamente che cosa veramente voglia dire.

La parola Yoga deriva dalla radice yuj che denota l'"atto di aggiogare" e, nel nostro caso specifico, risolvere le turbolenze mentali e fisiche in modo da ottenere una perfetta unità coscienziale la quale va oltre i limiti del pensiero, quindi di là dalle categorie del tempo-spazio. Vi sono, ovviamente, molti tipi di Yoga, dall' Hatha all' Asparsha metafisico. Quello che stiamo trattando e il Raja yoga codificato da Patañjali, quello regale ( raja) che porta alla reintegrazione. Lo Yoga non è una religione, come comunemente si intende questo termine, è invece una scienza, la scienza che studia l'ente nella sua totalità; è anche filosofia perché offre una visione della vita e della natura. In quanto scienza i di ordine sperimentale, quindi è eminentemente pratico; in quanto filosofia è teoria, per cui esso consiste di teoria e prassi.

Lo Yoga, come qualunque Dottrina tradizionale, non cerca di convincere nessuno, non impone ad alcuno le proprie convinzioni Filosofiche e la propria prassi; vive e si esprime nella dignità di ciò che è. Se qualcuno ne ha un concetto errato e perché -soprattutto in Occidente- se ne è fatto una semplice professione, un mercato, una parodia, degradando ciò che è sacro, per quanto queste siano pur sempre eccezioni.

Alcuni poi, per semplice spirito di contraddizione, possono denigrare ciò che non comprendono; altri danno giudizi per "sentito dire", senza avere nozione o conoscenza diretta della materia; altri poi -per interesse di parte- hanno le loro ragioni per denigrare; taluni, avendo paura del "diverso", del nuovo, della stessa sana ricerca -psicologica, filosofica, ecc.- fuggono e cercano di far fuggire altri che si lasciano convincere per gli stessi motivi; altri ancora sono solo beghini, bigotti, in qualunque campo dell'attività umana, e temono il "diverso" anche perché pensano ingenuamente di possedere la verità assoluta; altri non hanno alcuna istanza di nessun genere, vegetano soltanto e naturalmente non possono ammettere che alcuni si avviino per qualche ricerca; altri vivono solo di istinti-sentimenti-passioni e quando vedono che un certo tipo di ricerca può frustrare la loro condizione psicologica temono, si ribellano e "condannano"; altri, essendo aggrappati al loro "io" bambino, fuggono per spirito di autoconservazione.

Gli individui vivono a diversi gradi di evoluzione, di sviluppo intellettivo e coscienziale, e spesso è difficile creare rapporti, non perché si è beceri, ma perché si è su due lunghezze d'onda diverse, si vive su due piani opposti, su stati vibratori differenti. E ciò può capitare senz'altro nello stesso nucleo familiare, fra fidanzati, compagni e amici.

Quale può essere, dunque, l'atteggiamento del ricercatore verso il mondo sociale o l'"inconscio colleltivo"? Diremo di estremo riserbo, possibilmente di silenzio; l'"inconscio collettivo" è pressato da certe esclusive e peculiari necessità: lavoro per vivere, famiglia per evitare la solitudine, acquisizione di cose materiali, divertimento, negazione di ogni tipo di ricerca che non sia finalizzata a scopi peculiarmente materiali. L'"inconscio collettivo" non vive, ma si lascia vivere; non crea, ma dipende; non pensa, ma si lascia pensare. Esso è un'enorme sedimentazione, incrostazione, detrito di credenze, opinioni, fideismi, emozioni, passioni, interessi materiali e sensoriali, convinzioni non sorrette dalla ragione, cose queste che si perpetuano da millenni e che sono sovrapposte alla pura intelligenza. Un'altra caratteristica dell'"inconscio collettivo" è che la sua credenza ( pístis per Platone), e persino la semplice immaginazione ( eikasia), è elevata a verità assoluta, quindi esso è dogmatico, e chi la pensa in modo diverso è anche deriso, spesso combattuto. II nuovo, il diverso per l'"inconscio collettivo" (e naturalmente per gli enti che vi soggiacciono) rappresentano una minaccia, per cui si difende nervosamente, a volte violentemente. Psicologicamente si può dire che sono le difese dell"'io" il quale si sente spaventato e minacciato nei riguardi della sua credenza, alla sua opinione. Uscire dal proprio alveo consolidato non è facile, né è dei più.

Un qualunque esponente di un nucleo familiare che esca un po' dal solito ménage consolidato può essere rienuto "anormale".

Il "gregge" impone determinati comportamenti, e chi vuole uscirne deve fare molta attenzione; è stato sempre così nella storia dell'umanità. Il "diverso" viene normalmente visto con sospetto e, quando è possibile, anche neutralizzato. Gesù afferma: «Appo Iddio i savi sono pazzi e i pazzi sono savi», e la stessa Bhagavad Gita recita: «Ciò che è giorno per il saggio e notte per l'ignorante».

Può sembrare veramente strano e insolito che la ricerca, qualunque essa sia, anche quella della verità filosofica, spirituale, psicologica, ecc., il vivere conforme a certi principi che esulano dal comune opinare ( doxa), l'affinamento di sé non debbano essere apprezzali dai più, purtroppo è così e bisogna arrendersi all'evidenza.

L'uomo pone sempre le sue speranze nell'oggetto (apparenza) lontano, anziché trovare nel suo ambito più immediato il sostanzialmente vero. Dice Pindaro: «La categoria più inconcludente è tra gli individui e quella di coloro che denigrano ciò che è loro vicino per rivolgersi verso ciò che è lontano, lasciando che le loro speranze irrealizzabili inseguano fantasmi».

D'altra parte, quel sincero ricercatore che sente una precisa "vocazione" e un'autentica direttiva coscienziale non può non procedere. Tradire gli altri non è lecito, ma tradire se stessi è suicidio.

Quanto si è detto è solo una semplice disamina di certi stati psicologici sia individuali sia appartenenti, secondo la psicologia, all'"inconscio collettivo", e come tale va considerato e meditato. D'altra parte non abbiamo detto niente di nuovo, tutto ciò è noto a filosofi, psicologi e pedagoghi; noi abbiamo cercato di metterlo solo in evidenza.

A chi è essenzialmente indirizzato lo Yoga? A coloro che, per esperienza diretta, per intuizione superconscia, per fede nel principio di trascendenza, per maturità coscienziale, per sete di ricerca della verità, ecc., possono sentire la "chiamata" alla comprensione di sé. Lo Yoga è la scienza del conoscersi per Essere. Lo Yoga porta l'ente a ritrovarsi unità, mentre l'individuo in genere è molteplicità, dicotomia, conflittualità. Nel suo vivere tra pensiero e azione v'è sempre contraddizione, spesso opposizione; la coscienza viene lacerata dall'irrequietezza delle energie psico-fisiche causando anche stati paranoici e nevrosi di varia natura. Il Raja yoga colma le scissure, integra il mondo della dualità abbracciando, con un colpo d'ala, la sfera del sensibile e dell'intelligibile. Il Raja yoga, perseguito con lealtà e vocazione, svela la Beatitudine e la Pienezza che sono della pura Coscienza, di là da ogni oggetto-evento di ogni ordine e grado. Dal desiderio appropriativo ed egoistico (amore di sé) lo Yoga di Patahjali porta a svelare l'Amore che si dona, si offre; Amore che non è debolezza, passività o passionalità, ma comprensione sapiente e solare.

V'è un'altra considerazione da fare ed è questa: alcuni possono pensare che solo la Tradizione orientale sia eminentemente pratica, realizzativa, interessata più al Soggetto ultimo che all'oggetto formale, più diretta alla coscienza che all'erudizione mentale fine a se stessa. Ciò però può essere molto riduttivo. In Occidente vi è stata sempre una Tradizione iniziatica la quale, per essere tale, si è proposta la trasformazione effettiva, pratica e vitale dell'ente.

Quella antica, per esempio, era una filosofia di ordine realizzativo, trasformante; aveva come finalità non la semplice speculazione concettuale, ma la realizzazione di uno stile di vita, di uno stato di coscienza. La dialettica filosofica era e dovrebbe essere un preciso processo di liberazione dell'Anima dalle illusioni mondane, dalle proiezioni dianoetiche e dai vari piaceri sensoriali; proponendo essa una visione del vero essere che è anche autentico Bene. Lungo il tempo, però, con la prevalenza della concezione materialistica e positivista, tale concezione è venuta a sfumarsi fino a perdere la stessa essenza del filosofare per essere. Nell'epoca moderna asserire di vivere, di esprimere coerentemente la filosofia di un Parmenide, Platone o Plotino potrebbe sembrare anacronistico, per cui quei pochi che vogliono perpetuare la "visione di vita" della Tradizione filosofica occidentale (l'Oriente direbbe: jñana marga = via della Conoscenza, quella che la dea propone a Parmenide) devono trovarsi in circoli chiusi e nel silenzio.

Così, il Raja voga, per quanto poggi su una visione filosofica di vita, è eminentemente pratico, e il suo contesto operativo si sviluppa in cinque sequenze che abbracciano l'interezza espressiva dell'ente.

Individualità samsarica

1. Regole e condotta etica di vita.
Purificazione delle potenze.

2. Posizione ( asana) e pranayama.
Purificazione del corpo pranico vitale.

3. Astrazione dai sensi.
Inizio del rientro in sé della Coscienza.

4 Rieducazione psichica e controllo della mente.

Preliminare.
1° e 2° mezzo o anga

Fisico-pranico.
3° e 4° mezzo

Sfera emotiva.
5° mezzo

Sfera mentale.
6° e 7° mezzo

Purusha immortale

5. Unità isolata
Samadhi

Coscienza- purusha.
Trascendenza dell'individualità


Possiamo ancora dare una sintesi del contenuto dei quattro capitoli (pada) dell'opera.

Pada I

1-4 Definizione dello Yogadarshana.

5-11 I cinque tipi di modificazione mentale effetti che possono produrre (dolorosi e non dolorosi). Loro classificazione.

12-14 Soppressione delle modificazioni mentali mediante l' abhyasa.

15-16 L'efficacia di vairagya (distacco consapevole).

17-18 Samprajnata e asamprajnata samadhi.

19 Varie possibilità di attuazione del samadhi.

20 Gli elementi basilari del samadhi.

21-23 Il samadhi si concede a chi ha una forte aspirazione, pratica diligentemente i mezzi opportuni e si concede alla Divinità.

24-28 Viene trattata la Divinità ( Ishvara)

29 Con la pratica di questi mezzi scompaiono gli ostacoli e la coscienza si ritrae all'interno di sé.

30-31 La fonte della distrazione della mente. Viksepa = esteriorizzazione della mente. Le qualità che consentono di riconoscere la mente distratta.

32-39 Mezzi per eliminare gli ostacoli del viksepa.

40 I poteri psichici ( siddhi) e loro limiti.

41 Si espone l'unita di conoscente, cognizione e conosciutu.

42 Savitarka samadhi.

43 Nirvitarka samadhi.

44 Savicara e nirvicara.

45-46 Gli oggetti sottili si estendono fino allo stadio alinga: quindi tutti i pratyaya che possono essere meditati sul piano della prakriti. Questi oggetti grossolani e sottili fanno parte della meditazione con seme.

47-48 Solo nello stato nirvicara si ha la "luce" ( buddhi universale).

49 La conoscenza empirica differisce da quella intuitiva.

50 Sabija samadhi (con seme).

51 Nirbija samadhi (privo di serne).

Pada II

1 I preliminari dello Yoga ( kriya): tapas, svadhyaya e isvarapranidhana.

2 I preliminari dello Yoga ( kriya) conducono all'attenuazione dei klesha.

3-9 Teoria dei klesha e loro enumerazione. Loro fonte causale e l' avidya (ignoranza della propria reale natura). Definizione di avidya.

10-11 Metodi di soluzione.

12-15 I klesha ci conducono in ogni sorta di esperienze conflittuali, sono generatori di karma e rinascita. Per il Saggio discriminante l'esperienza è conflitto e miseria.

16 La miseria futura può essere evitata.

17 Occorre evitare l'unione o assimilazione del veggente col visibile.

18 Che cos'è il visibile.

19 I quattro stadi dei guna.

20 Il veggente è pura coscienza.

21, 23 Il visibile è solo un mezzo non un fine.

22 Per il Liberato vivente il visibile è come non esistesse più.

24 Causa dell'identificazione col mezzo di prakriti e l'oblio del Sé.

25-28 Soluzione dell'identificazione.

29-55 Spiegazione degli otto mezzi Yoga.

Pada III

1-15 Continuazione della spiegazione degli otto mezzi fino all'ottavo mezzo del samadhi. Che cos'è il samyama.

16-56 Elencazione delle siddhi che si ottengono facendo samyama su determinati cakra. Facoltà di percezione e organi di senso pranici. Dominio sui pañca-bhuta. Il non attaccamento alle siddhi porta al kaivalya (III, 51).

Pada IV

1 Le siddhi sono il risultato della nascita, delle droghe, dei mantra, dell'ascesi e del samadhi.

2-3 Solo ciò che e in potenza può manifestarsi. Le menti artificiali possono essere create da quella naturale.

4-6 Le menti artificiali possono essere creatte da quella naturale

7-11 Nascita dei samskara, del karma, dei desideri, ecc. Loro meccanismo operativo. Soluzione della loro causa ( avidya).

12-15 Tesi della percezione mentale e del libero arbitrio.

16 Superamento del solipsismo.

17-21 La mente è solo un veicolo relativo e il purusha è testimone del movimento mentale.

22 Autocoscienza della propria natura.

23-25 Natura di citta, intesa in senso ampio e delle vasana. Tutto ciò che è manifestato dev'essare trasceso.

26 Viveka acquista il suo più alto significato quando discerne ciò che è da ciò che non è.

27-28 Possono esserci pratyaya anche sul confine tra l'Essere e il non-essere. Occorre eliminarli come e avvenuto con i klesha.

29 Chi è capace di portare vairagya al suo estremo limite, anche nei confronti di sublimi paradisi, attinge il dharma-megha-samadhi.

30 Segue così la libertà da tutti i karma e klesha.

31 Differenza tra conoscenza sensoriale e illuminazione.

32 I guna possono cessare di irretire la coscienza incarnata.

33 Teoria del tempo.

34 Definizione del kaivalya.

L' incipit del Capitolo I
Samadhi pada


1. [Viene] adesso l'esposizione dello Yoga .

2. Lo Yoga è la sospensione delle modificazioni della mente (citta vritti).

3. [Quando ciò è stato attuato] allora il veggente riposa nella sua essenziale natura.

4. Nelle altre modalità [quando il veggente non è fondato su se stesso] vi è identificazione con le modificazioni (della mente).


Questi quattro sutra compendiano tutta l'essenza e la finalità del Raya yoga. «Lo Yoga è la sospensione delle modificazioni della mente», vale a dire, lo Yoga consiste nel portare a soluzione il "movimento conformato" (maya), risolvere il suono nel senza suono, trascendere il divenire psichico, portare la coscienza a stabilizzarsi in se stessa, con se stessa e per se stessa; lo Yoga è realizzarsi come Essere- purusha senza sovrapposizioni concettuali o proiezioni mentali. Lo Yoga è risolversi come Essenza strappandosi dalla sostanza- prakriti. Quando la coscienza non riposa su se stessa vuol dire che si assimila al movimento psichico. Un istinto, un'emozione e un pensiero sono movimenti energetici qualificati che coinvolgono e costringono la coscienza- purusha. Questo coinvolgimento, che vela e altera, porta nel conflitto e nel dolore. L'affrancamento dalle modificazioni intraindividuali e universali conduce al Punto al centro, al parapurusha.

Con il termine citta si designa la caratteristica causale del manas, la totalità di ciò che chiamiamo contenuto della mente; è la sostanza formale psichica; in essa risiedono anche i samskara (semi subconsci). Citta in pali significa "atteggiamento", è la somma totale degli atteggiamenti che si ripetono.

Con vrtti, invece, si designano le modificazioni o alterazioni del citta. Quando la mente proietta una forma (pensiero concettuale formale) questa prende il nome di vritti. Citta può essere impulsato da stimoli interni subconsci ( samskara) o da stimoli esterni. Sotto questa pressione, la coscienza risulta non solo oberata da contenuti di svariata natura, ma profondamente alterata, scossa, modificata, perdendo la propria centralità e la limpidezza. Il processo di soluzione delle vritti avviene normalmente in tre stadi: rallentamento, controllo o dominio, soluzione o trascendenza. Inoltre, è bene considerare che la mente è il soggetto e il mondo l'oggetto, ma dietro la mente-soggetto v'è il purusha, quale riflesso incarnato, il quale è di là dal soggetto-oggetto, dall'io-mondo, potendoli integrare e trascendere. Tutta la sfera relazionata, come tempo-spazio, io-mondo, Dio-universo, è costituita dalle categorie che nascono da quel soggetto il quale può esistere se posto in rapporto, appunto, con qualcosa. Polarità gnoseologica e sostanziale.

La mente non è autoesistente e autoilluminata, essa è non conscia in sé e per sé, è il purusha che le dà vita e movimento. Quindi, il purusha è il testimone ( saksatkara) del movimento della mente e del corpo. La mente e la "materia" hanno in comune, e come unico substratum, la coscienza purushica. La mente così è solo un mezzo mediante cui si percepisce l'oggetto, ma l' Uomo vero può anche fare a meno sia del mezzo che dell'oggetto perché è causa sui.

Il non-realizzato si conosce tramite il suo strumento il quale funge da riflettore, mentre la realizzazione consiste proprio nell'essere consapevoli della propria realtà purushica senza alcun intermediario. Sotto la prima prospettiva sembra che la mente sia il soggetto testimone ultimo, ma non è così, essa riflette solo il testimone, come lo specchio riflette l' immagine dell'ente.

Mediante il discernimento ( viveka), il purusha inizia a comprendere il funzionamento della mente e la sua natura fino a considerarla non più causa prima, ma semplice mezzo operativo.

Un fatto è bene mettere in chiaro per lo studioso occidentale; chi segue lo Yoga, o una via realizzativa orientale in genere, si è imbattuto di certo nella parola "coscienza"; anzi, la maggior parte delle scuole afferma che l'ente, nella sua più profonda espressione, non sia altro che Coscienza. Vi possono essere discepoli -e scuole iniziatiche- che non riescono a concepirsi coscienza per la particolare forma mentis culturale in cui vivono. La letteratura occidentale, poi, considera l'uomo come un "io" che si determina in un mondo di fenomeni, ma non lo presenta mai come Coscienza inalterata. Tralasciando gran parte di quella cultura per la quale la coscienza rappresenta un semplice epifenomeno della struttura fisica materiale, la Tradizione iniziatica occidentale ha definito l'ente soprattutto mediante i suoi attributi come quello di volontà, intelligenza, attività, potenza, ecc. Anche in quest'ultimo ambito si può scoprire la mancanza di un riferimento preciso alla coscienza. Questa rimane pur sempre in funzione di un contenuto di varia natura, mancando il quale non v'è altresì coscienza. Non si riconosce che la causa può anche sussistere indipendentemente dall'effetto o da un attributo incidentale.

Se ci riferiamo alla Tradizione orientale, e particolarmente a quella indiana, la coscienza riveste un fattore essenziale, anzi è l'inizio e la fine della ricerca. Precisiamo ancora che lo Yoga di Patañjali è uno dei sei darshana indù in linea con la Tradizione vedico-upanishadica.

Tutte quelle qualificazioni (volontà, intelligenza, ecc. ) non sono altro che sovrapposizioni o attributi della coscienza la quale è ipseità. Le Upanisad affermano: l' atman-brahman è pura coscienza ( caitanya); e caitanya-saksin; il Sé, in quanto coscienza, è testimone degli stati o condizioni sovrapposti, compresi gli stessi corpi-veicoli di manifestazione; e, ancora, caitaniya-svarupa, essenza di pura Coscienza. Lo stesso "io" ( ahamkara) di cui è intessuta la cultura occidentale, e spesso anche quella esoterica, non è altro che una sovrapposizione ( adhyasa) alla pura Coscienza.

La coscienza, che normalmente affermiamo allo stato di veglia e oltre, rimane comunque un mero riflesso della Coscienza assoluta o purusha, quindi quando parliamo di purusha che s'identifica a... vogliamo riferirci a questo riflesso.

Gaudapada e Shamkara, nella Mandukya upanisad, hanno sviluppato tale tema e hanno concluso che ogni cosa appare e scompare dall'orizzonte della nostra coscienza, ma non quest'ultima. Se prendiamo i tre stati di veglia, sogno e sonno profondo senza sogni constatiamo che allo stato di veglia siamo consapevoli del mondo oggettuale fisico; nello stato di sogno sparisce quel mondo, ma non sparisce la coscienza perché questa è consapevole degli oggetti di sogno, e ciò è un'evidenza; nello stato di sonno senza sogni sparisce l'oggetto di sogno, ma non sparisce la coscienza; difatti possiamo dire di essere stati consapevoli di non aver sognato o avuto esperienze di alcun genere. Come si può notare, l'oggetto, nelle sue varie configurazioni e nei suoi gradi di realtà, può esserci ma anche non esserci, eppure non scompare quella coscienza che è appunto consapevole della presenza e dell'assenza dell'oggetto, come è consapevole della presenza o assenza di un'idea-concetto, di un'emozione e dello stesso io empirico.

Se studiamo a fondo i meccanismi psicologici percettivi, constatiamo che, in linea di massima, ci conosciamo tramite gli attributi della coscienza, non per via diretta di consapevolezza. Gli attributi fungono da specchio e in esso ci riflettiamo e ci conosciamo; è sotto questa prospettiva che sosteniamo: "Io sono volitivo", "sono emotivo", "sono mentale", "sono autoaffermativo", "sono debole", ecc. Secondo lo Yoga noi ci conosciamo mediante i guna (qualità energetiche). È tendenza dell'ente definirsi come : "lo sono questo o quello", il "questo" o "quello" sono attributi-qualità della coscienza, eppure c'è uno stato in cui si è ciò che si è senza alcuna aggiunta qualitativa. Questa viene dopo il "ciò che si e", ma purtroppo, nella totale identificazione, arriviamo a considerarci non più "sono ciò che sono", ma il semplice "questo", risultando con ciò alienati (II, 6).

Il riflesso di coscienza incarnato -quella consapevolezza, cioè, che ci fa riconoscere come enti con un nome e una forma e collocati in un tempo-spazio ben definito- quando si ricongiunge alla sua fonte si realizza in ciò che il Vedanta denomina atman, la cui natura è pienezza ( purnata), e lo Voga chiama purusha. Poiché questo stato non può essere descritto con parole, essendo appunto fuori del quadro di riferimento qualitativo, dev'essere direttamente realizzato; diremo, è un fatto di attualizzazione coscienziale. Possiamo considerare che il processo realizzativo Yoga consiste nel porsi in tale stato purushico, trascendendo il mondo dei nomi e delle forme o mondo di maya; o, meglio, integrando nella pura coscienza la dualità o dicotomia del samsara.


di Raphael
da Patañjali, La via regale della realizzazione (Yogadarshana),
traduzione dal sanscrito e commento di Raphael, Roma, Asram Vidya, 1992, pp. 9-26

Lo Jṅānamārga [il sentiero della pura conoscenza; percorso realizzativo metafisico] non offre acquisizioni di tipo concettuale, ma consiste di successive prese di coscienza, di passaggi obbligati e concatenati che non possono essere elusi, né aggirati o tralasciati: ogni passaggio è frutto del precedente e seme per il seguente. Inoltre, non si possono stabilire atti, tempi o modi; tutt’al più si possono fornire indicazioni di massima, per mostrare al discepolo la giusta direzione e far sì che nel suo procedere non abbia a deviarsi o, quanto meno, a disperdere energie e tempo.
È bene soffermarsi su ogni singolo punto sinché non si è tratto adeguato beneficio, e magari tornarci, dopo qualche tempo e con altra consapevolezza, onde rivederlo sotto un’altra prospettiva, più profonda ed elevata e trarne nuovo giovamento.

La Conoscenza della Realtà, come abbiamo già detto, non è una conoscenza nel senso ordinario del termine, poiché la Realtà non può essere percepita come un qualsiasi oggetto. La Realtà può solo essere svelata nella consapevolezza attraverso la consapevolezza stessa. Pertanto è necessario, per ogni passo, un certo tempo di assimilazione, di adattamento della coscienza, di adeguamento del proprio essere. Questa è dunque una Via di Consapevolezza, perché ad ogni passo corrisponde una stabile presa di consapevolezza; diversamente non si potrebbe parlare di sentiero realizzativo, il quale porta a risolvere l’io, ma solo di “teoria”, che invece lo alimenta e sovraccarica. I vari passi indicano stati coscienziali da attingere e fare propri e solo così costituiranno una precisa acquisizione permanente da cui non è possibile regredire. Pertanto potranno essere compiuti solo se si è pienamente consci della loro portata; in caso contrario è meglio rinunciare. Una presa di coscienza può determinare in noi un cambiamento radicale, una profonda trasformazione e, se non si è sufficientemente pronti, è bene non muovere nemmeno il primo passo.

La Conoscenza poggia su due cardini fondamentali: la discriminazione (viveka) e il distacco (vairāgya). La discriminazione tra Reale e non-reale e il distacco dal non-reale portano allo svelamento del Reale. È ovvio che tali ausili non appartengono alla sfera mentale, per quanto in essa possano trovare supporto nelle fasi iniziali del cammino. La mente empirica (manas) è strettamente collegata all’individualità, all’io quale apparente centro di riferimento conoscitivo ed esistenziale e alle sue connaturate limitatezze; quindi è un semplice veicolo-strumento, intermediario tra il Sé e il corpo sensorio, che dovrebbe ubbidire al Principio essenziale manifestandolo nel piano formale, ma che, in effetti, si conforma al corpo sensorio condizionando e oscurando la consapevolezza di Quello.
Per sua natura essa svolge una funzione analitica, selettiva, comparativa operando con oggetti-forma, con immagini, quindi con proiezioni. Una proiezione, però, stagliandosi sullo Schermo, lo nasconde, lo seppellisce sempre più profondamente quanto più su di essa si compie un’opera di elaborazione concettuale o di astrazione speculativa. La discriminazione di cui si avvale il Conoscitore, invece, procede direttamente dall’intuizione intellettuale superconsapevole (buddhi), la quale soltanto è per natura in grado di captare l’universale, di cogliere la sostanzialità delle cose: l’Idea in sé, libera dall’eventuale forma. Attraverso l’intuizione egli separa il Reale dal non-reale, il Vero dal falso, il Sostrato dalla sovrapposizione e si distacca dal contenuto, il “questo” illusorio, recidendo ogni preesistente identificazione con esso e ritrovandosi in consapevole identità con Quello che resta.

A causa dell’ignoranza-avidyå, il conoscitore e il conosciuto giacciono in una sorta di confusione, cioè, come dicemmo, sono fusi insieme, mescolati, solidamente uniti. Nel suo cammino l'aspirante conoscitore opera la separazione del vero Conoscitore dal conosciuto (oggetto) e dal falso conoscitore (io psicofisico-soggetto empirico); effettua la fissazione del Conoscitore nella sua natura; infine attua la fusione di questo risolvendolo nella Conoscenza-jñāna priva di distinzione. Percorrere jñānamārga è operazione alchemica.

Discriminazione e distacco procedono di pari passo, sono l’uno causa ed effetto dell’altro, in mutua azione e dipendenza. Se l’uno non sortisce frutto, vuol dire che l’altro è incompiuto o insufficiente. La discriminazione poggia sul discernimento intuitivo autogeno, sull’autoriconoscimento e sul conseguente affrancamento dal cristallizzato inerte; è scissione del confuso, separazione alchemica, fissazione di una posizione stabile di autoindipendenza. Il distacco è la disidentificazione da una natura non rispondente, la recisione dei vincoli, la cessazione del rapporto, l’autoemancipazione conoscitiva e la soluzione finale. Si avanza verso jñāna solo quando, una volta avviato il processo conoscitivo nella giusta direzione, discriminazione e distacco vengono a costituire le alterne e consequenziali fasi di un’unica onda concentrica, di un singolo impulso risolutore.

Queste parole sono rivolte a coloro che sentono l’esigenza di comprendere, di risvegliarsi e penetrare l’Essenza delle cose e di se stessi. Indicano il giusto atteggiamento, la linea da tenere percorrendo questo sentiero fornendo un concreto ausilio a chi intende passare dalla nozione teorica all’atto pratico, dal concetto all’esperienza diretta. Perciò risuonano note conoscitive singolari, suggeriscono immagini incisive e atte a supportare l’intuizione, propongono stati coscienziali idonei allo svelamento della Conoscenza. Tuttavia la solo lettura non è sufficiente; occorre creare un’intima sintonia per captare un Influsso diretto che, solo, può innescare un autentico processo di risveglio.
Ogni punto è un’occasione di incontro con jñåna, sul quale meditare e assorbirsi senza preconcetti né limiti di tempo o di altro genere. Molte note verranno ripetute, molti passi reiterati: ciò imprimerà un ritmo al procedere del discepolo, il quale sa che nella ripetizione di un atto, di un gesto, di uno stato coscienziale si nasconde la chiave che apre la porta a una comprensione superiore.


La Realtà è in noi e la realizzazione può e deve compiersi solamente in noi. Lungi dall’incitare all’individualismo come stile di vita, o a un solipsismo portato all’estremo, la Conoscenza non ammette contrapposizione: non si deve rifuggire dal contesto vitale in cui ci si trova immersi, né contrapporsi a esso in qualche modo; al contrario, si deve ampliare il senso di essere sottraendo all’io la sua presunta centralità per incorporare in sé la totalità risolvendo il contrasto interiore e creando armonia, unità, pace. Dunque, escludersi per includersi insieme con il Tutto, abbracciare la totalità essendo Unità, decentrarsi per comprendere. In questo modo riconosceremo che solo purificando e rettificando noi stessi purificheremo e rettificheremo lo spazio vitale che ci circonda, solo trasformando noi stessi trasformeremo gli altri, solo risolvendo noi stessi risolveremo l’intera proiezione universale. Realizzando il Sé, la totalità si sublimerà nel Sé.

La realizzazione attraverso jñāna, come accennato, esige particolari qualificazioni di cui alcune generiche e in comune con le altre Vie, altre specifiche per la Conoscenza. Tra quelle generiche vi sono: la maturità coscienziale, l’autenticità dell’istanza conoscitiva, la piena disponibilità.

Per quanto riguarda la maturità coscienziale, essa si rivela innanzitutto nella sazietà nei confronti dell’esperienza del divenire: come voler sperimentare ciò che, appena goduto, è già scomparso? Come giustificare il protendersi verso ciò che diviene e che quindi non è? La vera maturità determina una naturale saturazione nei confronti dell’esperienza, degli oggetti, del divenire e anche di se stessi in quanto contenuto-centro di autoaffermazione; ciò porta inevitabilmente a una indifferenza, se non addirittura a un rifiuto – non psicologico ma essenziale – verso il mondo del divenire-relativo-apparente.

Chi è maturo avverte, sia pur inconsciamente, l’inconsistenza del dato, dell’oggetto, dell’evento e in generale del divenire; egli intuisce la non-realtà del relativo e non concede più attenzione a ciò che sente non essere altro che apparenza, ombra fuggevole e insostanziale. In altre parole, colui che possiede la maturità ha già optato per un ridimensionamento del potenziale vitale da impiegare nell’esperienza ed è virtualmente rivolto al totale ridirezionamento delle proprie energie. Da ciò derivano la dolcezza, la spontaneità e l’equilibrio sia nel distacco che nel riconoscimento successivi. Diversamente si determinerebbero delle forzature quanto mai inopportune perché pericolose sia da un punto di vista energetico, in quanto capaci di dar luogo a potenti e incontrollabili ritorni di fiamma, sia perché suscettibili di creare nuovi e differenti contenuti.

L’autenticità dell’istanza conoscitiva viene vissuta come intima, inderogabile aspirazione a cogliere il Vero oltre l’apparente, così potente da sovvertire le gerarchie dei valori ordinari acquisiti o imposti dall’esperienza, dalla consuetudine e persino dalla propria posizione nell’ambito dell’esistenza. Essa si concretizza in una tendenza a non disperdersi più nell’indefinito, bensì a sintetizzare l’esperienza in quanto tale: lo jñani non fa esperienza di qualcosa, ma dell’esperienza stessa. Il discepolo deve assumere una posizione di spettatore distaccato non solo nei confronti del mondo esterno, ma anche rispetto al proprio mondo interno, il quale verrà sacrificato nel senso più elevato del termine. Egli deve mano mano passare dal giudizio critico alla comprensione, dal confronto alla penetrazione intelligente, dall’accumulo eruditivo alla rinuncia affrancante, dall’esperienza ottusa al consapevole accertamento del Reale.

La disponibilità consiste nella totale dedizione alla Conoscenza, il che comporta il porre da parte quanto ritenuto importante o addirittura fondamentale: la realizzazione esige infatti il dissolvimento dell’ego, e questo sarà certo un ostacolo difficile – ma non impossibile – da superare. La vera disponibilità si rivela nella prontezza, cioè nella determinazione insindacabile a impiegare, anche trasformandolo profondamente, l’intero patrimonio energetico individuato; quindi nel concretare l’intenzione di raccogliere, purificare e riconvertire le energie potenziali dell’individuo. Ciò implica un passaggio graduale ma totale dall’esclusione all’inclusione, dalla molteplicità all’unità; possedere la totale disponibilità coscienziale vuol dire non solo avvertire profondamente la propria sovrassaturazione nei confronti del divenire individuale, prossimo a estinguersi per scomparire definitivamente nell’Essere, ma protendersi incondizionatamente verso l’Evento senza voltarsi indietro.

Questi tre aspetti denotano ed esigono il possesso da parte del ricercatore di un coraggio superiore, che non ha nulla a che vedere con l’agire ordinario. Questo coraggio non porta a un cieco, ostinato e irresponsabile procedere verso l’ignoto, ma al consapevole sacrificio di sé nella Conoscenza; esso segna la riesumazione di una forza inusitata, scaturiente dalla convinzione della necessità improrogabile di autotrascendersi per cogliere la Verità e realizzarsi come Sé; pertanto è espressione di una volontà trascendente che, più che sospingere la coscienza dal basso, la attrae dall’Alto.

È questo coraggio-ardimento interiore che ci fa comprendere come non si tratti di acquisire qualcosa per innalzarcisi, quanto piuttosto di perdere ciò che, opponendo resistenza, impedisce la nostra ascensione-soluzione. È unicamente con questo coraggio, pari solo alla “temerarietà” con cui, per dirla con Plotino, ci si è incautamente immersi nel relativo diveniente, che possiamo lasciarci attrarre dall’Assoluto e sprofondare in Quello, consci dell’impossibilità sia del ritorno che di un eventuale, pavido acquietamento delle potenzialità risvegliate. Inoltrarsi per questo sentiero comporta infatti lo scuotimento violento, quantunque non incontrollato, dell’intero edificio individuale e, se non si sa mantenere grazie al suddetto coraggio e alla conseguente fermezza una salda posizione di stabilità coscienziale e se, soprattutto, non si dispone delle necessarie qualificazioni, è bene non incominciare neppure.

Il discepolo saprà regolarsi in base alla propria consapevolezza e decidere se procedere o meno sapendo che tutto verrà perduto come forma-ente per essere ritrovato come Essenza autoesistente: tra l’uno e l’altro stato, comunque, non c’è rapporto, similitudine o affinità; tra loro corre un abisso privo di sostegni. Il coraggio superiore appartiene solo a colui che sa osservare e comprendere l’abisso, a chi sa discernere persino il proprio terrore di annichilirsi come un dato irrilevante e lo incenerisce all’istante con il raggio di fuoco della Conoscenza; questo coraggio sacro è il nobile ardimento di chi intraprende responsabilmente un percorso iniziatico, la quintessenza di chi ha deliberato di compiere il proprio totale autosacrificio nel Sé.

 

 

Tratto da:  Vidya Periodico Mensile - Dir. Resp. Paola Melis
Redazione: Via Azone 20, 00165 Roma - Tel&Fax 06 6628868
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Lo stadio di vita grhastha inizia quando l'essere umano si forma una famiglia o si ritrova con delle responsabilità da cui non può esimersi. Pertanto il percorso spirituale di chi si trovi nello stato di grhastha deve tenere conto delle priorità determinate da codesti vincoli.

Un aspirante fortemente coinvolto nella famiglia comprende presto che essa è parte pregnante della sādhana da cui egli non può prescindere. Il partner, i figli, il lavoro per il loro e proprio mantenimento sono tutti elementi che divengono parte della sādhana.

La vita spirituale per un grhastha non si svolge nella foresta o in cima alle montagne o in perenne pellegrinaggio, non almeno sin quando ci saranno delle persone la cui vita è affidata alle sue cure; pertanto queste persone sono da considerarsi una sorta di veri e propri esercizi spirituali che, posti innanzi dalla Vita, dal Divino o secondo le sequenzialità karmiche, devono essere vissuti per raggiungere la miglior armonia possibile. Sono così esperienze di cui si necessita la risoluzione, e di cui si possiedono gli strumenti di integrazione; la mancata maturazione dei semi causali inerenti determina il loro riaffioramento.

La via spirituale non allontana dalla famiglia, non almeno sin quando non sarà la famiglia ad allontanarsi, marcando così il passaggio nella fase vitale dell'anacoresi; ove sia presente l'anelito per il ritiro, per il silenzio, per la solitudine, esso non va contrastato, ma misurato e coltivato attraverso ritiri o pellegrinaggi periodici di qualche giorno. La solitudine dei ritiri è un dono e un valido ausilio per ritemprare le energie psichiche e fisiche.

Il ritiro non è "contro" il mondo, è "nel" mondo. Non può esserci vero ritiro ove sia presente contrapposizione, pertanto questi approcci alla vita di anacoresi possono essere offerti anche al partner ove egli sia vicino alle medesime istanze.

La sādhana è l'insieme di pratiche (fisiche, meditative, religiose o di venerazione, servizio) a sostegno del percorso interiore di autoconoscenza. In India il capofamiglia ha delle prescrizioni secondo la casta di appartenenza, così come un occidentale segue le indicazioni della propria religione di appartenenza; qualora non si riconosca in alcuna religione, la sua sādhana potrà impostarsi nella vita quotidiana, in funzione del tempo libero e delle proprie istanze.

Le caste (predisposizioni e tendenze) possono mutare nel corso della vita, ma esse interessano solo le prime fasi della vita, poi esse iniziano a venir meno durante l'anacoresi per affievolirsi nel rinunciante. Non necessariamente l'affievolimento è totale, può capitare che alcuni semi causali si mostrino già in potenza in alcune vasana.

Quali che siano le predisposizioni, è bene dedicare qualche minuto di interiorizzazione e silenzio a sé stessi e, se i doveri lavorativi e familiari non lo permettono, allora i monaci del Ramakrishna Math consigliano un risveglio anticipato per ottenere 30-60 minuti da dedicare alla propria interiorità (per mezzo di preghiera, mantra, namasmarana, osservazione, concentrazione, meditazione, silenzio).

L'influenza delle predisposizioni viene a marcare l'intero arco vitale dell'individuo. Il Vedanta ne accetta la classificazione in quattro categorie principali.

Il rapporto con gli altri (specialmente con i propri familiari) diventa un'occasione per vedersi e di crescita attraverso l'osservazione e l'apprendimendo delle diverse istanze mentali.

Il tempo libero, a parte quello dedicato alla famiglia, può essere speso nella lettura, nella meditazione e, se si ha la grazia di avere un riferimento spirituale, nel servizio al Principio.

Il servizio al Maestro o all'Isthadevata (Ideale personale) è sempre stato uno dei principali elementi della sādhana di ogni aspirante, laico e non. Lo stesso discepolato veniva inteso come servizio al Maestro.

Premadharma, tratto da Varnasrama - forum pitagorico


«Realizzando “Io sono Brahman”, l’asceta distrugge di colpo il samcita-karma accumulato durante innumerevoli kalpa, come le azioni compiute nel sogno scompaiono al risveglio». (Vivekacudamani, 447)
«Essendo libero e indifferente come l’etere, l’asceta non può essere toccato dal karma che ancora deve maturarsi (agamin)». (Vivekacudamani, 449, ed. Asram Vidya)


« Il prarabdhakarma è troppo potente perché l’essere di realizzazione possa frenarlo; esso si esaurirà con l’estinzione dei suoi frutti. Gli altri due generi di karma, quello proveniente da azioni anteriori (samcita) e quello i cui effetti non sono ancora maturati (agamin), saranno invece inceneriti dal fuoco della conoscenza. Comunque, nessuno di questi tre generi di karma è capace di toccare l’asceta che ha realizzato Brahman e vive in identità con Esso». (Vivekacudamani, 453).
Shankara, sommo maestro dell’Advaita, in questi sutra, tratta la questione del karma da un punto di vista prettamente metafisico. In sintesi, ora cerchiamo di chiarire i concetti basilari della tematica del karma secondo l’Advaita Vedanta, la cui comprensione è di importanza fondamentale nella Realizzazione.
Karma o karman è una parola che ha significati diversi. Vuol dire azione, risultato dell’azione, principio di causalità (causa ed effetto), attività, movimento, rito, ecc. In special modo, con il termine karma intendiamo il frutto delle nostre azioni passate, presenti e future che ci condizionano ad agire, a pensare e a identificarci con una determinata condizione coscienziale.
Il karma è la causa e l’effetto dell’azione che costringe l’essere a trasmigrare da uno stato esistenziale all’altro. Diciamo causa ed effetto perché ogni effetto non risolto si trasforma in causa, e così via, dando forza e vita al drammatico e perenne ciclo del divenire (samsara).
Riguardo alla “trasmigrazione-reincarnazione” teniamo presente che, in verità, ognuno di noi, nella propria reale Natura, è l’assoluto, infinito ed eterno Essere (Atman-Brahman). “Tu sei Quello” è il folgorante, ineffabile, divino messaggio dell’Advaita Vedanta. Non possiamo abdicare all’Insegnamento.
L’Essere assoluto ed eterno, in quanto tale, non può né nascere né morire. Esso è sempre uguale e identico a se stesso, vale a dire, semplicemente è; quindi non è soggetto né a cambiamento-evoluzione-divenire né a trasmigrazione-reincarnazione perché, per sua natura, svela costante Beatitudine e Pienezza in sé.
Quando parliamo di “essere-ente” costretto a trasmigrare ci riferiamo alla illusoria coscienza veicolare ordinaria, o riflesso di coscienza dell’atman-Brahman denominato jiva, che avendo dimenticato (avidya) la propria vera Identità di Essere assoluto, a causa dell’identificazione con le forme e con le loro qualificazioni, si crede quello che non è, cioè un’anima individuale distinta e separata dalla vita universale.
Da questa condizione esistenziale illusoria ha origine, per ovvia necessità compensativa, il processo illusorio della trasmigrazione, il cui propellente è il desiderio. In poche parole, l’identificazione con le forme (upadhi) e con i rispettivi attributi (guna) ci ha fatto dimenticare quello che siamo realmente. Poi, per compensazione, è sorto l’illusorio desiderio che ha causato la triste e conflittuale dinamica della trasmigrazione, la quale non è altro che dipendenza psicologica, necessità, prigione.
Compito dell’autentica Realizzazione è risolvere “tale dimenticanza (avidya)”, che verte sulla natura dell’Essere reale, con tutte le implicanze che essa ha prodotto: istanze, contenuti, desideri, nonché conflitto e sofferenza. La conseguenza naturale di questa risoluzione è lo svanire o il reintegrarsi dell’essere-ente-anima-jiva nella sua Fonte eterna, nell’Essere infinito ed assoluto. Per l’Advaita trasmigra soltanto quello che non è.
La legge del karma, della causalità, è una legge universale e, come tale, ha valore su qualsiasi piano della manifestazione cosmica di ogni ordine e grado. “La legge tradizionale del karma insegna che, in verità, l’altro, chiunque esso sia, è te stesso”. Questo spiega perché tutto quello che facciamo, sia di bene che di male nei riguardi del prossimo, presto o tardi ritorna sempre su di noi, come un boomerang, secondo precise leggi karmiche. L’effetto di qualunque azione ricade inesorabilmente su colui che agisce; l’azione si ritorce sempre su chi l’ha compiuta, proprio perché, in realtà, ad un altro livello di espressione, siamo tutti lo stesso stato di Essere. Ignorare tale legge equivale ad esprimere un’azione incatenante, imprigionante; significa complicarsi la vita attuale e futura senza rendersene conto.
In ognuno di noi c’è un miscuglio di karma positivo e negativo, risultato delle nostre azioni passate e presenti. Tutte le tendenze, inclinazioni, predisposizioni, attitudini che ci condizionano attualmente sono la conseguenza delle azioni e pensieri che abbiamo prodotto in passato. Dalla qualità delle nostre azioni derivano frutti positivi o negativi, situazioni armoniose oppure conflittuali e riguardano soprattutto la sfera del fisico e dello psichico.
Gli effetti positivi ci vengono incontro nell’aspetto di beni materiali, doni inaspettati, agevolazioni, facilitazioni, soluzioni ottimali e improvvise di questioni fastidiose, eventi piacevoli di varia natura, ecc. Gli effetti negativi si presentano sotto forma di situazioni pesanti, sofferenze, malattie, circostanze dolorose sotto ogni punto di vista, difficoltà in genere. Anche Gesù dice che raccogliamo ciò che abbiamo seminato.
L’atteggiamento giusto nei confronti del karma consiste in una serena accettazione dei frutti o eventi negativi rispetto ai quali, nonostante i molteplici tentativi di mutare le cose, non è stato possibile attuare nessun cambiamento, e amorevole distacco da tutti quelli positivi. Se viene a mancare questa corretta posizione coscienziale, in-consapevolmente generiamo ulteriore karma rimanendo sempre più intrappolati nella ragnatela della causalità.
Se comprendiamo la legge del karma con tutte le sue implicanze, “anche solo in termini utilitaristici o profani”, non dovremmo mai stancarci di fare del bene, di produrre azioni buone, giovevoli, altruistiche, in quanto un accumulo di karma positivo rende più facile compensare, bilanciare e neutralizzare il karma negativo che si scarica nel corso della vita.
“Anche se non c’è ricerca spirituale”, conoscere ed osservare questa legge è di somma utilità perché ci consente una vita più armoniosa, serena, tranquilla, più piacevole e ricca di lieti eventi. Chi conosce la legge del karma e vive in conformità dei suoi fondamenti è fautore del proprio destino.
Prendiamo consapevolezza che il destino futuro di ogni essere dipende esclusivamente dalla qualità del suo agire nel presente. Noi attiriamo quelle esperienze per le quali siamo preparati e che domandiamo. “Si diventa ciò che si pensa”. Dunque, il domani prossimo o futuro deriva unicamente dalla natura delle azioni che promuoviamo oggi.
Ciò equivale a dire che il destino non è un evento accidentale, fortuito, casuale, come generalmente crede l’uomo comune, ma un fatto che può essere voluto e consapevolmente predeterminato.
Quando non è presente il distacco, il karma è costrizione, necessità, limitazione, dipendenza psicologica, quindi schiavitù e sofferenza. I sutra citati insegnano che, tramite i riconoscimenti generati dalla vera Conoscenza, “se lo vogliamo realmente”, possiamo portarci al di là di ogni tipo di karma, negativo e positivo, ed essere liberi a tutti livelli esistenziali e per sempre.
L’azione del Liberato, di colui che dimora stabilmente nella propria vera Natura, è denominata lêla, gioco divino: essa è puro Moto, puro Agire, puro Amore.
La Tradizione advaita distingue tre tipi di karma:
– prarabdha-karma;
– samcita-karma;
– agamin-karma.
Prarabdha-karma è il risultato o l’effetto delle passate azioni giunto ormai a maturazione. Esempio: il corpo fisico, la famiglia, il carattere e determinate circostanze della nostra vita per le quali, nonostante tutti gli sforzi sostenuti, non è stato possibile fare nulla, sono fatti determinati dal prarabdha-karma. Il prarabdha-karma non può essere evitato oggettivamente, però, tramite la Conoscenza, è possibile realizzarne la completa indipendenza psicologica e vivere come se non ci fosse.
Samcita-karma è l’effetto delle azioni passate che si è accumulato nella subcoscienza durante le innumerevoli vite trascorse, ma non è ancora giunto a maturazione e attualizzazione. Il prarabdha-karma è quella parte del samcita-karma i cui effetti si raccolgono in questa vita. La differenza tra samcita e prarabdha è che mentre il samcita opererà in futuro, il prarabdha è in atto, in manifestazione.
Agamin-karma è l’effetto dell’azione che sarà eventualmente compiuta in futuro se non ci liberiamo delle tendenze e predisposizioni che ci condizionano nel presente.
Dunque, ripetiamolo, prarabdha-karma è il frutto maturo in espressione. È una situazione che stiamo già vivendo, sperimentando, che non è stato possibile evitare, ma è possibile, mutando la posizione interiore, vivere come se non esistesse. Samcita-karma è il risultato delle azioni promosse nel passato, il cui frutto verrà raccolto in futuro. Agamin-karma è il frutto della eventuale azione futura che promuoveremo sotto l’influenza dell’ignoranza o avidya attuale.
I sutra in questione attestano chiaramente che con la Conoscenza-Realizzazione tutti i generi di karma cessano di esistere, nel senso che possono essere trascesi “in ogni momento” mettendo in pratica la Conoscenza. “Con la Realizzazione liquidiamo tutti i tipi di karma, qui ed ora, ovunque e per sempre”.
Vediamo ora in quale modo.
Circa il prarabdha-karma la Realizzazione ci pone in una condizione tale di distacco naturale che qualunque situazione, per quanto oggettivata e concretizzata, è come se non ci fosse, in quanto viene integrata nella coscienza.
Esempio: si può avere un corpo fisico senza farsi da esso minimamente condizionare. Si può vivere in famiglia e con figli senza essere della famiglia, senza appartenerle. È possibile andare in ufficio, al lavoro e nello stesso tempo sentirsi psicologicamente liberi e in pensione, ecc.
Il samcita-karma, accumulato lungo le indefinite epoche del passato, dal momento che ancora non opera, può essere agevolmente frenato e distrutto perché con la Realizzazione tutte le tendenze, istanze e predisposizioni del passato vengono neutralizzate. In altre parole, il condizionamento del passato non può attecchire ed esprimersi perché non trova più lo stato coscienziale o il terreno adatto che lo permette.
Per analogia è come mettere dei semi in un terreno reso completamente sterile. In un terriccio sterile (Coscienza risvegliata) i semi (condizionamenti del passato) non possono germinare e svilupparsi. Vedere “realmente” le innumerevoli assurdità di un certo agire promosso nel passato significa bruciare tutti i semi, quali effetti condizionanti ed inerziali di quell’agire.
L’agamin-karma è il karma più semplice da neutralizzare in quanto, con la vera Comprensione, viene completamente annullata la possibilità o predisposizione a creare nel futuro azioni in contrasto con la Legge.
Precisiamo che la legge del karma riguarda tutti gli esseri della manifestazione, compreso il Maestro. In che senso la legge del karma interessa anche il Maestro? Un Maestro, dimorando stabilmente nella Realtà, è libero dal karma perché non genera azioni capaci di produrre effetti imprigionanti e rimane completamente distaccato dai frutti dell’azione positiva. In quello stato di Essere si è nel mondo, ma non del mondo; si è nel karma senza essere del karma. Un Maestro, durante la giornata, con il suo puro Agire, determina una quantità immensa di karma positivo, ma non cercando per sé assolutamente nulla dal suo operato vive sempre in totale trascendenza del karma.
I sacri frutti delle sue azioni, che inesorabilmente ritornano al Maestro, vengono devoluti alla Famiglia spirituale, oppure, tramite svariati modi, alla collettività o società che lo circonda. Un Risvegliato si è posto al di là di qualunque tipo o genere di karma, pur muovendosi nel karma, perché dimora costantemente nella pienezza e beatitudine della propria vera Natura.
In conclusione, il messaggio essenziale di questi sutra è che tutti i tipi di karma possono essere ridotti in cenere, qui ed ora, dal fuoco della divina Conoscenza.
Per Colui che ha realizzato la verità del proprio Essere “la dinamica necessitata dell’azione-karma non ha più senso”.
La legge tradizionale del karma, è il caso di ripeterlo, è una legge universale e, come tale, vige e vale su qualsiasi piano della manifestazione cosmica, di ogni ordine e grado, per l’intera durata del manvantara in corso (tempo di una manifestazione universale) e per tutti i manvantara a venire.
La legge tradizionale del karma è Conoscenza dell’Essere.
Mentre la conoscenza riguardante la manifestazione universale (mondo della transitorietà o non-realtà) può mutare da una manifestazione alla successiva, la Conoscenza dell’Essere o d’Identità (Advaita o Non-dualità) è stata, è, e sarà sempre la stessa per tutti gli infiniti tempi dell’eternità.
Il puro ed assoluto Essere è eternamente uguale a se stesso.
Tutto il resto, “il percepito”, è soltanto una sua proiezione-determinazione-apparenza.
Gloria, infinita Gloria all’eterna Conoscenza dell’Essere.

di Adriano

Tratto da: Vidya Periodico Mensile - Dir. Resp. Paola Melis

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In India, molti saggi da tempo immemorabile si adoperarono in diversi modi per carpire il segreto dell'Essere, il Divino Spirito. Azione, devozione, conoscenza e yoga sono i quattro maggiori sistemi di ricerca sull'Essere. Le vie dell'Azione, della Devozione e della Conoscenza possono essere seguite anche da gente ordinaria.

Ci sono altri sentieri che portano nomi diversi, come meditazione, concentrazione, preghiera, adorazione costante e rinuncia, ma tutti sono compresi nella Via dell'Azione.

La Via dello Yoga non è facilmente accessibile alla gente comune. Gli studiosi hanno dato differenti spiegazioni sulla Via dello Yoga e l'hanno divulgata in diverse maniere. La maggior parte di loro è arrivata ad una conoscenza libresca, ma senza una vera esperienza. Molti hanno seguito la via dello Yoga per mezzo del distacco e hanno sperimentato una certa felicità.

 

Ai giorni nostri, ci sono diverse persone che spiegano e insegnano i metodi dello yoga. Tuttavia, dal punto di vista pratico, non sono riusciti in alcun modo a sperimentare personalmente i risultati dello yoga. È facile a parole, ma è difficile mettere in pratica ciò che si dice. Cercheremo di vedere se l'arduo sentiero dello yoga può essere seguito da gente ordinaria.

Si è detto che, se si accettano e si seguono gli aforismi di Patanjali, lo yoga porta alla modificazione della sostanza mentale, cioè al controllo della mente. Esistono al mondo delle persone così elevate da essere capaci di controllare la propria mente? Si, ci sono persone del genere, ma non vivono in modo normale tra la gente ordinaria. La loro attenzione è interamente rivolta al proprio Sé interiore. Il loro unico interesse consiste nel favorire la visione interiore.

Affermare che esistono persone fra la gente normale che possono spiegare il vero significato dello yoga è una menzogna bella e buona. Coloro che vogliono veramente comprendere lo yoga, dovrebbero disancorarsi da tutte le normali attività del mondo. Lo yoga suggerisce il concetto di una confluenza fra la Divinità e i sacri modi di presentarsi dell'Essere. Come il fiume perde il suo nome, la sua forma e il suo sapore quando confluisce nell'oceano, così pure un essere umano non avrà più nulla da spartire col mondo quando si congiunge all'Essere.

Riusciremo a recuperare una bambola di sale dopo che è stata gettata nell'oceano? Sebbene provenga originariamente dall'oceano stesso, questa bambola di sale, una volta rientrata nell'oceano, vi si immerge completamente e si identifica con esso. Lo stesso vale per chi comprende a fondo il significato dello yoga: non esisterà mai più un'ulteriore occasione in cui condividere i piaceri del mondo.

Muladhara chakra

I quattro gusci (sovrapposti al Se’), e cioè il guscio del corpo fisico-denso, il guscio della mente empirica, il guscio dell'energia vitale ed il guscio dell'intelletto sono tutti nati dal rivestimento più interno costituito di beatitudine. L'obiettivo principale di quest'ultimo involucro è la volontà o determinazione.

Questa volontà o determinazione si trova immersa nell'Atma o Essere, dove vi è racchiusa nella parte più interna. Perciò, la volontà cessa ogni manifestazione appena si fonde nell'intimo Sé o Atma. Il mondo intero non è altro che una proiezione o un'immagine di questa facoltà deliberativa. Non è possibile a questo arbitrio invischiarsi nell'illusione osservando la propria immagine riflessa nel mondo materiale.

Se qualcuno pronuncia una parola, si dice, a mo' di spiegazione, che la parola proviene dalla gola. Ma non è vero. Con la gola si possono produrre suoni, ma non si possono emettere parole. La parola non proviene dalla gola, bensì parte dal primo chakra, il Muladhara-chakra, sale all'Ajna-chakra, prende dalla base dell'Atma la sua vera e propria intonazione, ed infine esce sotto forma di suono.

Nell'involucro dell'energia vitale ed in quello della mente ci sono delle specie di corde. Queste corde possono essere toccate in certe zone dove ci sono dei ponti. Sollecitando queste zone, si producono dei suoni e quei suoni vanno al cuore. Poi, il suono sarà emanato come una parola. I ponti su queste corde ne trasmettono l'informazione alla mente.

Chi sa suonare la vina è in grado di capire facilmente questi passaggi. Suonando le corde e toccando i ponticelli che sono sotto di esse, ogni parola ed ogni suono assume forme e toni particolari. Il tipo di suono che viene prodotto dipenderà dalle corde che si suonano e dal ponticello che si tocca. Se si tocca il ponticello di un'altra corda, mentre se ne sta suonando una, non si udrà alcun suono particolare.

La corda della vita, che parte dal Muladhara-chakra e sale verso l'Ajna-chakra, va collegata alla mente. Lo scopo del Muladhara-chakra, dunque, è di far sì che il corpo si mantenga in piedi ed in buone condizioni. È una specie di protezione per il corpo ed ha relazione anche con l'involucro che corrisponde al corpo fisico-denso.

Svadhishthana chakra

Il secondo chakra è lo Svadhishthana chakra. Ha il compito di occuparsi del guscio costituito d'energia vitale e di fornirgli il calore di cui ha un gran bisogno. Il corpo sopravvive e viene protetto in forza del calore fornito all'involucro d'energia vitale. E non solo. I vari organi del corpo sono mantenuti dal calore generato da questo chakra.

Manipura chakra

Il terzo chakra è il Manipura chakra. È nella natura di ciò che è fluido, fa sì che il sangue scorra nelle vene e fuori dal veicolo del corpo denso, fa uscire dal corpo tutti i liquidi e li trasmette al corpo stesso. Per mezzo della circolazione sanguigna nel corpo, questo chakra mantiene in salute il fisico e trasferisce il sangue agli involucri dell'energia vitale e del corpo denso.

Anahata chakra

Il quarto chakra è l'Anahata chakra. È della natura dell'aria e presiede non solo alle funzioni dell'inspirazione e dell'espirazione proprie del respiro, ma fa sì che la gente abbia la facoltà di pensare a varie questioni. Giacché questo chakra possiede la proprietà del respiro, può mostrare la sua natura per mezzo dell'aria, del calore e della polvere. A questo stadio, l'aspetto contenuto nell'involucro dell'energia vitale penetra nella corda più interna e la comprime.

Vishuddha chakra

Questo viene spiegato come il chakra dotato delle caratteristiche di tempo e spazio. I suoni che escono da noi prendono la forma di parole.

Ajna chakra

Questo sesto chakra vi fa percepire la vostra esistenza, non solo. Vi dà la capacità di riconoscere la vostra vera forma. Esso svolge la propria attività nel campo della Conoscenza pura e priva di dualità. Vi dà la possibilità di mantenere fissi i cinque soffi vitali e conferisce ai cinque prana o energie vitali il potere di irradiare energia. Il compito dell'Ajna-chakra è di esercitare il controllo sui cinque prana.

Sahasrara chakra

I chakra successivo, il Sahasrara-chakra, svolge l'importante funzione di trovarsi proprio alla base di tutti i punti vitali che sono in voi. Esso permette il funzionamento della forza di volontà.

Lo yoga ci ha tramandato l'insegnamento che tra il IX° e il XII° anello della colonna vertebrale o spina dorsale risiede la funzione vitale dell'esistenza fisica. I Veda hanno spiegato che questa forza vitale è simile al lampeggiare fra le nubi e si trova fra la IXa e la XIIa vertebra della spina dorsale. Un uomo può vivere anche senza gambe, senza mani, ma se si spezza la colonna vertebrale non può vivere. Tra il IX° e il XII° anello della colonna vertebrale c'è l'essenza della vita. In questa zona si trova l'Anahata-chakra. Il passaggio dell'aria che avviene attraverso questo chakra con l'atto dell'inspirazione e dell'espirazione fa da sostegno alla vita.

Quando i saggi non erano a conoscenza di questa verità fondamentale, secondo la quale fra la IXa e la XIIa vertebra della spina dorsale esiste realmente la vita, cercavano di controllare ciascun chakra, partendo dal Muladhara, salendo dritto verso la conoscenza pura. Si sottoponevano a determinate discipline, per mezzo delle quali potevano avvertire e controllare ciascun anello della colonna vertebrale.

Va tenuto in considerazione che per mezzo della saggezza si ottengono due tipi di conoscenza: una è in relazione al mondo materiale, l'altra è in relazione allo Spirito.

La conoscenza che riguarda il mondo vi permette di capire quanto vi sta intorno ed il meccanismo con cui la materia si sostiene. Ciò va detto per spiegare che anche prima di aver capito la forma ed il significato delle cose esteriori, queste sono già contenute in voi.

È una conoscenza che sta in stretta relazione con l'Essere, che avete già visto dentro di voi e conosciuto sotto qualche forma ed ora è veduto come una cosa esteriore.

Sto guardando questo pezzo di stoffa, ma la forma di questa stoffa è già stata impressa nella mia mente ancor prima che la vedessi. Quindi, a stabilire la vera forma di ciò che già esiste nella conoscenza interiore è il primo tipo di conoscenza.

Il secondo tipo di conoscenza è quello che vi consente di intravedere in tutti gli esseri viventi, l'aspetto atmico come unico e medesimo.

Questa verità è stata proclamata dai saggi con l'espressione Prajnanam Brahma (mantra vedico il cui significato letterale è "La Realtà Assoluta è Pura Conoscenza", N.d.R.).

Questo aspetto d'identità fra Realtà Assoluta e la conoscenza è presente in ogni individuo. Il controllo dei sensi e della mente, che non sono facilmente raggiungibili, sono indispensabili all'uomo che vuol evolvere e dare impulso alla propria conoscenza.

Ciò che si deve fare oggi è sorvegliare la mente, affinché non prenda direzioni sbagliate, ma si diriga verso il giusto sentiero. Molte persone, che vorrebbero controllare i loro sensi e la loro mente, compiono diversi tentativi ma, poiché non ottengono risultati soddisfacenti, finiscono per abbandonare persino la fede nel cammino spirituale. Alcuni diventano atei.

I sentieri dello yoga

Si potranno capire gli aspetti divini percorrendo i seguenti sentieri:

  1. la calma mentale,

  2. l'autocontrollo,

  3. l'imperturbabilità,

  4. la perseveranza coraggiosa,

  5. la fede e

  6. la costanza decisa e risoluta.

Ci è stato insegnato a credere che questi differenti sentieri riguardano le cose del mondo. Ci hanno spiegato che la calma significa controllo degli organi fisici e che l'autodominio si riferisce al controllo degli organi di senso interiori. Sono stati suggeriti questi sentieri a parole, ma non sono stati praticati.

Oggi, nella nostra nazione non si riscontra il giusto tipo di pratica yogica e si definisce yoga il semplice apprendimento di qualche esercizio fisico destinato al corpo umano. Quel genere di yoga è solo un allenamento fisico e darà dei risultati nel miglioramento della salute corporea, ma non vi darà la salute dello spirito. Questi esercizi fisici si chiamano yogasana, posizioni per lo yoga.Tutti questi aspetti riguardano il corpo, che consiste dei cinque elementi. Se l'oggi stesso è transeunte, come potranno rimanere nel tempo l'attività che svolgete mediante il corpo o i risultati conseguenti? Come una lampada vi serve per vedere il mondo materiale che vi circonda, così tutti gli organi non sono altro che strumenti di rilevazione del mondo esteriore.

Le notizie registrate dai vostri organi sono effimere. Pure gli occhi con cui vediamo le cose caduche seguitano a cambiare. L'intelligenza permette di sorvegliare la mente e diventa uno strumento. Anche l'intelligenza, come la luna, non brilla di luce propria, poiché solo la luce effusa dallo Spirito sull'intelligenza può mettere in evidenza qualcosa. Giacché l'intelligenza è in stretto rapporto con lo Spirito, può ricevere tanta luce. Se vogliamo raggiungere e capire la natura dello Spirito che sta alla base d'ogni vita, dobbiamo passare attraverso l'amore.

Come le corde della vina vi fanno sentire l'accordo e la tonalità che controllano il suono, così pure le corde della vita vi faranno comprendere la natura dello Spirito. Cercare di indagare sull'origine di ciò che è l'Origine in assoluto sarà solo una perdita di tempo.

Non si riesce a trovare gente che abbia avuto un'esperienza pratica del Muladhara-chakra e dell'Ajna-chakra ed in queste cose non è possibile essere autodidatti. Anche se ci fossero persone che hanno la conoscenza, non si metterebbero ad insegnarla. Godrebbero la beatitudine e la felicità che scaturiscono da una simile conoscenza, ma non avrebbero parole per insegnarla agli altri. Possono soltanto sperimentare, ma non esprimere. La forza di volontà riguarda la capacità che un essere umano ha di trasformare in aspetti spirituali ciò che esiste al livello dei chakra.

Se volete davvero elevare la natura umana al livello della natura dell'Essere, è indispensabile possedere le qualità della moralità e della verità. Dovreste capire cosa fare per vivere con queste qualità e mettere in pratica nella vostra vita ciò che irradia verità eterna. Dovreste adattare la verità eterna ai tempi in cui viviamo. Non c'è bisogno di cambiarne l'essenza o i contenuti, ma non c'è nulla di male nel modificare il proprio modo di pensare. Si tratta solo di cambiare il contenitore e non il contenuto.

In questo modo, se volete acquietare gli organi di senso quando sono in eccitazione, l'unico sentiero da percorrere è quello dell'Amore. Abbiamo sentito che gli albori della saggezza si intonano alla visione advaita, ossia non dualistica. Chiunque, per quanto saggio sia, riceve influssi differenti quando viene sottoposto ai contrasti del dolore o del piacere, della perdita o del guadagno. Gandhi insegnò in molti modi alla gente gli aspetti della non-violenza.

Il significato di non-violenza o Ahimsa è che non si dovrebbe provocare a nessuno dei danni né coi pensieri, né con le parole, né con le azioni. Gandhi fece voto di attenersi a questo proposito per tutta la vita. Ma ci fu un'occasione in cui, vedendo una mucca soffrire di dolore, non riuscendo a sopportare quella scena, consigliò ad un medico di praticare un'iniezione che ponesse fine alla vita dell'animale. Perciò, per alleviare la sofferenza di un individuo, a volte possiamo fargli del male. L'unico modo in cui si può prendere il sentiero della non-violenza è di riconoscere l'unità dell'Atma, che è presente in tutti gli esseri viventi, e nel considerarli uguali.

La meditazione senza distrazioni

Un devoto si recò da un guru e gli chiese di dargli un mantra. Il guru gli diede il mantra "OM namo Narayana" e congedò il devoto. Dopo che si era allontanato un po', il guru lo richiamò indietro e gli disse che non c'era bisogno di ripetere verbalmente il mantra.

Gli consigliò di pensare alla forma di Vishnu e di recitare quindi quel mantra. Il devoto annuì e fece per andarsene, ma, dopo che si era allontanato un poco, il guru lo chiamò di nuovo indietro. Lo avvertì che doveva tenere in mente solo la forma di Vishnu e intanto pensare al mantra, e che non doveva permettere ad altre forme, come quelle di un cane o di una scimmia, di penetrare nella sua mente.

Appena si sedette per meditare, il discepolo incominciò a rimuginare che nella sua mente non dovevano entrare né cani né scimmie. Così, per tutto il tempo, non pensò ad altro che al cane e alla scimmia, e non gli venne mai in mente Vishnu. In quella situazione incresciosa, si chiese perché mai il guru gli avesse proprio parlato di un cane o di una scimmia. Era stato uno sbaglio del guru a produrgli l'ossessione del cane e della scimmia?

Allora ritornò dal guru e si chinò ai suoi piedi. Gli disse che il mantra e la forma di Vishnu che gli aveva suggerito per meditare gli avevano dato una grande felicità, ma che, da quando gli aveva parlato del cane e della scimmia, era continuamente perseguitato da essi, al punto da non avere più pace nella mente.

Il guru disse al devoto: "Ti ho chiesto di pensare alla forma di Vishnu. Che significa questo? Vishnu è onnipresente e se pensi a Vishnu, non c'è nulla di male quando nella tua mente si presentano varie cose. Anche se ti viene in mente un cane, ciò significa semplicemente che Vishnu è anche là nel cane. Se ti viene in mente una scimmia e pensi ad essa come ad un aspetto dell'onnipresenza di Vishnu, non c'è niente di male. Ti ho ricordato queste due cose, affinché realizzassi l'unità e l'onnipresenza di Vishnu."

Ecco qui un corpo umano. In esso ci sono mani, un naso, un viso e così via. Sono tutti componenti del corpo. Se le separaste e le metteste isolatamente da parte, dove sarebbe il corpo? Tutte le parti e gli organi insieme costituiscono il corpo. L'aspetto di Vishnu è rappresentato dalla combinazione di tutti questi elementi. I saggi dell'antichità hanno insegnato ai loro discepoli questa unità attraverso metodi e sistemi diversi.

Necessità della disciplina spirituale

Se avete veramente la santa idea di acquistare questa conoscenza, dovete entrare nella società, vedere in essa l'unità, comprendere che è l'unico e medesimo Essere che è presente in ognuno. Dovete convincervi che la fede che c'è in voi è la stessa fede che si trova in qualunque altro. Non scoraggiatevi al pensiero che ciò sia impossibile e che non valga la pena di fare alcun tentativo. È per mezzo della disciplina continua e di sforzi ripetuti che si ottengono risultati. Dovete dedicarvi alla disciplina spirituale con uno sforzo consapevole.

Si spreca tempo in molti modi. Se perdeste anche solo una frazione di tempo per dedicarlo alla disciplina spirituale, non v'è dubbio che la vostra vita migliorerebbe. Come un muro costruito da un uomo si alza continuamente, così chi compie questa disciplina andrà elevandosi sempre più.

Chi invece non si dedica ad alcuna disciplina spirituale vive come un uomo che va scavando un pozzo, dove continua a sprofondare sempre di più. Solo quando la vostra mente non è pura, dà luogo a dubbi del genere. Se avete una mente pura, invece, non c'è spazio per quei dubbi.

Potete stabilire da voi quanto impura sia la vostra mente, sulla base dei dubbi o delle incertezze che produce. Dovete man mano lasciar perdere i vostri dubbi, dovete abbandonare le vostre esitazioni e stabilire nella mente una certa verità e una solida fede.

Non ci sono stati forse molti sovrani su questa terra che hanno comandato e che si sono inorgogliti dei loro successi? Dove sono? Li vedete ora? Non c'è forse stata gente che ha compiuto molte grandi imprese? Dov'è? La vedete oggi? Se dipendete momento per momento da questo corpo, la cui vita giorno dopo giorno si indebolisce sempre più, e se non utilizzate bene il vostro tempo, sprecherete la vita. L'uomo dimentica la sua natura col voler assecondare i desideri dei sensi, soggiacendo ad un corpo umano che un giorno o l'altro stramazzerà.

Caducità e santità del corpo

Come sapete, la gocciolina che sta sulla punta di una foglia ad un certo momento può cadere. Così pure, il corpo può cadere in qualsiasi momento. Il momento della vita scompare e questo corpo diventerà come una vuota canna di bambù.

I giovani dovrebbero urgentemente aprirsi alla verità e seguire la linea dello Spirito. Dovreste acquisire con sicurezza la conoscenza che riguarda la vostra vita. Finché si vive, il cibo è necessario; finché si vive, si deve lavorare. Ma non sono questi il fine e lo scopo della vostra vita.

Potete mettere insieme molte cose durante la vostra vita, ma quando lasciate il corpo e ve ne andate, non una sola di quelle cose vi accompagnerà. Con queste idee ben fisse nella mente in ogni istante, dovreste rendervi conto che il corpo vi è stato dato al fine di poter compiere del buon lavoro ed aiutare altri.

Il corpo è uno strumento. Raggiungete la vostra destinazione servendovi di questo mezzo e facendo affidamento su di esso. Il corpo è un tempio, è un cocchio per l'anima che ci viaggia sopra. Quando usiamo un'automobile, varie volte ci chiediamo se la strada che stiamo facendo sia quella giusta.

Allo stesso modo, prima di mettere la macchina di questo corpo sulla strada della vita, esaminate la natura di quella strada. Questo cocchio è qualcosa di sacro e dev'essere usato per viaggiare su una strada santa e per raggiungere una santa destinazione.

Se avrete una ferma fede secondo questo punto di vista, non accetterete mai in nessuna circostanza di portare il corpo per strade sbagliate.

Per raggiungere i quattro fini dell'esistenza umana - la rettitudine, il fine ultimo, il desiderio e la liberazione - dovete avere un corpo sano. Per avere un corpo sano dovete seguire una dieta appropriata. Ma non andate nel mondo con qualche vaga idea su qualcosa di generico a cui mirare.

Se volete godere una buona vita e una buona salute, potete dedicarvi nella vostra vita giornaliera a qualche esercizio fisico. Non mettetevi su una strada di cui non sapete nulla: distruggerebbe la vostra vita. Dedicatevi pure a qualunque mansione, ma compitela nel nome di Dio e per il Suo piacere.

Sai Baba, MS 06/90

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