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vedanta.it

La prima fase di una azione equanime è dedito allo studio degli strumenti e delle modalità di svolgimento dell'azione stessa.

Nel caso dell'azione vitale, della vita dell'essere individuato, avviene la medesima cosa: è lo stadio dell'apprendimento. Questa modalità è in uso in tutte le culture, a prescindere delle coordinate spaziotemporali in cui si trova allocato l'ente, ma vediamo come diversi siano gli intedimenti fra un ambito tradizionale e uno non tradizionale.

Nel secondo caso l'apprendimento è dedito a soddisfare i bisogni dell'ecosistema senza tenere conto delle caratteristiche precipue dell'individuo che non riceve alcuna disciplina ed educazione. In questo ambito si impartiscono una serie di nozioni, senza alcuno strumento che misuri sia la necessità di quelle informazioni sia la trasformazione che quelle nozioni determinano nell'individuo; contemporaneamente non operando sui reali bisogni dell'ente secondo le sue potenzialità, non è possibile forgiare l'ente secondo le sue necessità. Questa situazione è diffusa a livello mondiale, mancando oramai quegli istruttori in grado di procedere secondo un metodo che attenzioni lo sviluppo invece della nozione, dovendosi procedere a soddisfare il bisogno urgente delle società che richiedono sempre più operatori abili al mantenimento e ampliamento dei processi produttivi.

Questo comporta che il giovane che si avvicina ad un percorso spirituale e voglia utilizzare il Vedanta, si trovi penalizzato rispetto a quegli esempi riportato nei testi antichi, dove l'istruzione ai giovani era stata impartita nell'ambito dei gurukulam, sodalizi, accademie, dove il rapporto fra istruttore e aspirante era intimo e continuato. Questa penalizzazione non deve però scoraggiare oltremodo: caratteristica del Vedanta è l'essere espressione dell'uomo, e quindi una disciplina che si cuce indosso a prescindere da ogni particolarità.

Questo non determina un appiattimento dell'istruzione che viene resa eguale per tutti, quanto il suo opposto: essa si adatta alle necessità e potenzialità di ognuno.

Viene chiesta però una cosa... una decisa e profonda onestà interiore, senza la quale è preferibile volgersi altrove, verso quelle istituzioni che sono in grado di impartire delle direttive generali e dei percorsi ben ritagliati e protetti da regole e dogmi. Il Vedanta è un percorso tradizionale che pur necessitando di un istruttore, può essere percorso in una prima fase, senza un Maestro diretto, affidandosi alle scritture della tradizione e alle istruzioni dei fratelli più anziani che abbiano già risolto quella specifica esperienza. Affinché questo avvenga occorre qualle onestà interiore che permetta di vedersi per come si è e non per come si vorrebbe essere, accettando le limitazioni e gli impedimenti senza alcun rifiuto, altrimenti è facile farsi male, cadendo nelle molteplici trappole della mente.

Vediamo adesso chi sarebbe un brahmacārin. Definiamo prima quello ideale, consapevoli che intorno a questo ideale esistono tante gradazioni date dalla realtà di tutti i giorni. Un brahmacārin è una persona che è nella propria giovinezza senza essersi ancora sposata. È una persona che dedica il proprio tempo allo studio di sé e degli strumenti che le serviranno nella vita. In ambito tradizionale un brahmacārin può divenire direttamente un samnyasin ma è un evento più raro di quanto si possa credere, per questo motivo coloro che intendono fare questo passo, vengono affidati ad un Maestro per un noviziato di sette-nove anni (nel Ramakrishna Math, il noviziato è di nove anni), al termine del quale il Maestro deciderà se il novizio può prendere il samnyasa.

Occorrono anche delle predisposizioni karmiche familiari affinché ciò possa avvenire, infatti fra i doveri futuri di un giovine ci sono quelli nei confronti dei genitori, pertanto non è data la presa del samnyasa se i genitori viventi non danno l'approvazione. Questo dovrebbe far riflettere coloro che vedono le tradizioni indiane quale strumento di fuga dai doveri filiari. Un aneddoto conosciuto riguardo a questo, è quello narrato sulla giovinezza di Adi Shankara, la cui madre vedova non intendeva concedere al figlio il suo permesso affinché divenisse un samnyasin.

Fu solo davanti al figlio afferrato da un coccodrillo e prossimo alla morte per annegamento che ella acconsentì alla preghiere del figlio: «Madre, questa vita non ha senso per questo corpo se esso non può compiere ciò a cui è chiamato, pertanto essa termina qui se Voi non mi concedete il vostro permesso alla rinuncia» e così gli concesse il permesso.

Ma anche così, Shankara le promise che sarebbe stato presente al momento delle sua dipartita per compiere i doveri filiali, non essendoci nessun altro che avrebbe potuto provvedere. Narra la leggenda che quando fu il momento, Shankara si presentò al capezzale della madre e la guidò nel trapasso e poi volle officiare il rito funerario. Di fronte ai brahmani che scandalizzati alla vista di un samnyasin che voleva eseguire i compiti di un grhasta impedirono che gli fossero date la legna e gli aromi necessari per la pira funeraria, egli bruciò il corpo con il potere delle sue siddhi.

Può considerarsi un brahmacārin chi lavora? No, il suo tempo è dedicato all'ottemperare i doveri conseguenti al lavoro, il suo tempo non è più dedicato totalmente all'apprendimento. Cerchiamo di ampliare il concetto. L'apprendimento lo si aveva attraverso il servizio. Ci si recava, solitamente, presso la casa dell'insegnante e lì si riceveva l'istruzione. Tutt'oggi un giovane bramino, non appena indossato il sacro cordone, viene addestrato alla recitazione dei Veda, vivendo con gli istruttori e i compagni più grandi in un patasala, la scuola vedica.

Visitando quella dello Shankara Math di Sringeri, dello Shankara Math di Kanchipuram e di Hyderabad o le scuole moderne di Satya Sai Baba, vediamo che c'è un sistema diverso da quello in uso in Occidente, una maggiore attenzione alle potenzialità dell'individuo attraverso l'uso di istruttori che vivono l'insegnamento come vocazione e non come lavoro. Certo occorre ammettere che le situazioni citate sono dei casi estremi, dove lo spessore dei vari Shankaracarya e dello stesso Sai Baba attirano insegnanti motivati e qualificati. Difficile concepire quei sistemi nel sistema scolastico, ad esempio italiano, dove si vivono fenomeni di bullismo, droga e razzismo. Però è altresì vero che qualcuno aveva avviato delle iniziative sui Valori Umani nelle scuole.

Il brahmacārin è pertanto lo studente per antoponomasia. Cosa fa? Studia. Apprende. Si prepara.

E qui iniziano le note dolenti per gli Occidentali, che amano immaginare l'inizio della libertà dalla libertà di scelta degli argomenti di studio. Non si studiano gli ultimi guru newage, né quelli che attraverso droghe, alcool, eccessi, comuni, seminari, corsi multi-level, counseling, channeling, hanno inventato il nirvana take-away di facile uso e consumo per tutti. L'istruzione è precisa: Veda, Purana, Agama. Quando e se si arriva al Vedanta c'è una profonda conoscenza già acquisita che il Vedanta provvede ad ordinare. Lo studio non prescinde dall'osservanza dei propri doveri di casta, familiari e religiosi.

Riportare tutto questo in Occidente non è facile. Gli ordini religiosi che propongono l'insegnamento, in Italia, come i Salesiani, i Lasalliani, i Gesuiti, etc. etc. insieme alla presenza di insegnanti motivati e vocati, contemporaneamente propongono indirizzi ben precisi secondo istanze che sono in contrasto con la facoltà dell'individuo di sviluppare la libertà interiore di approcciare il Divino, ma alla fine non sono necessariamente il male maggiore. Ancora in quelle scuole c'è una idea di disciplina.

Abbiamo detto apprendimento. Bene cosa è opportuno che apprenda il giovane che si vuole avvicinare al Vedanta?

Per prima cosa egli deve studiare e approfondire il Vecchio e il Nuovo Testamento, perché il Vedanta non fornisce aluna base religiosa e, sinceramente, è difficile per un Occidentale concepire degli aspetti del Divino così antropomorfi come quelli indù; perché non si può fuggire dalle proprie radici e delle radici cristiane è intrisa l'intera nostra cultura e infanzia (all'islamico si direbbe di studiare a fondo l'islam).

Poi gli si direbbe di iniziare a studiare quelle figure border line del Cristianesimo: Meister Eckhart e San Giovanni della Croce, per finire con i Vangeli apocrifi. A questo punto potremmo suggerire due diverse vie per arrivare al [i]Vedanta[/i], la via dolce, di minor impatto, quella di Platone e Plotino, il cui studio non disturberà alcuno dei parenti e non preoccuperà alcun genitore; e la via aspra, iniziare a leggere libri su Ramana Maharshi, Ramakrishna e, per chi volesse una immersione generale, potrebbe leggere Autobiografia di uno yogi di Paramahamsa Yogananda che tratteggia la vita di un giovane brahmacārin, la sua ricerca del guru, sino al suo divenire samnyasin e poi a sua volta un guru.

A questo punto dovrà sentire il suo cuore e verificare quali siano le sue vere istanze... cosa egli vuole? Occorre molta onestà e occorre anche non forzarsi. Se si ha attrazione per l'altra polarità significa che il samnyasa sarà per poi e non per subito e che la vita ci chiama attraverso l'esperienza di una famiglia, di una prole, di conseguimenti personale, etc. etc.

Occorre seguire la propria natura e comprendere se siamo veramente portati per una vita di contemplazione. Solitamente no.

Premadharma, tratto da forum pitagorico

Stralci presi dall'Introduzione all' Uttaragita (Il Canto successivo), delle Ed. Asram Vidya, pag 9-14

Se l'essere umano sperimenta il dolore attraverso l'esperienza della vita e delle sue condizioni e se la vita stessa, in quanto condizione relativa, è il prodotto dell'illusione e a monte di questa, dell'ignoranza-avidya, qual è, chiede Arjuna, quella Conoscenza che da sola è in grado di dissipare il dubbio e di squarciare il sipario che vela la Realtà? Qual'è quella Conoscenza svelata con la quale il dolore e la futilità dell''esperienza si dileguano totalmente lasciando il campo alla Compiutezza autoesistente?

Se il mondo della forma è pura apparenza, spiega il Signore, il discepolo deve distogliere l'interesse da questa per volgersi al Sostrato, a Quello che è "nella reale essenza", di tutte le cose e di se stessi: il Brahman. Conoscendo il Brahman si è liberati all'istante poiché si è raggiunta l'identità con Colui, "immutabile e indistruttibile, che è al di là di nascita e morte".

Dove cercare Brahman? All'interno di sé, nel "profondo stato di autoconcentrazione del Sè in se stesso", stato che è possibile attingere e svelare completamente una volta che la mente sia stata liberata dalla schiavitù del desiderio e dell'attaccamento. Meditare sul Sè, continua l'Uttaragita, significa "rivolgere la consapevolezza su se stessa" sinché, esaurita la potenzialità proiettiva, "la Coscienza riposa in sé" nella propria natura infinita e esente da cambiamento.

Ciò può costituire inizialmente una seria difficoltà, un ostacolo apparentemente insormontabile data l'abitudine estrovertente della mente; tuttavia l'aspirante deve passare con gradualità da una meditazione formale a una informale cercando di risolversi egli stesso nella consapevolezza del Sè. Ciò porterà inevitabilmente a un'espansione illimitata della coscienza, quindi alla soluzione della coscienza individuata, immersa nel divenire-relativo-apparente e con esso identificata, nella pura Coscienza assoluta, la quale soltanto, come sentenzia il Vedanta, è il sostrato eterno e l'essenza immutabile del puro Essere metafisico.

[...]

Ciò che frena o rallenta la propria illuminazione è il continuo contatto con il piano formale qualora si abbia con esso, o con alcuni dei suoi aspetti e contenuti, un'identificazione profonda. Per svelare il Sè occorre "liberare la propria consapevolezza riflessa da ogni riferimento" e scoprire, con la meraviglia intima che accompagna ogni autentica elevazione spirituale, la costante permanenza della Consapevolezza, la sua autoesistenza e la sua incondizionatezza nei confronti degli eventuali contenuti.

La Realtà, sappiamo, è definita dal Vedanta come senza attributi: questa, ovviamente, non è una definizione negativa, ma un'affermazione infinitamente positiva, in quanto tutto ciò che è attributo si rivela sovrapposto e quindi non-assoluto.

Allora, chiede Arjuna, come è possibile pervenire alla consapevolezza di un Sè privo di attributi se la mente può concepire solo ciò che possiede attributi? La risposta del Signore è semplice e risolvente: questa si evidenzierà da se medesima allorchè si diviene consci di "essere noi stessi tutto ciò ". Non dobbiamo perciò pensare né osservare alcunchè, ma solo lasciare la Consapevolezza riposare in se stessa, libera di essere.

[...]

Compito del discepolo è quello di perseverare alla soluzione dei contenuti sino a quando la Realtà non sarà divenuta da sé evidente: persino il proprio essere, in quanto ente individuato, non è che uno stato relativo e sovrapposto e, come ogni altro oggetto che manifesta condizionatezza e relatività, dev'essere anch'esso trasceso.

[...]

La consapevolezza, si ribadisce alla fine del secondo capitolo, è il solo e unico mezzo perchè essenzialmente identico al Fine, nel quale si risolve. Viceversa, cercare di comprendere la Realtà attraverso il mentale è semplicemente impossibile, poiché il Sè è totalmente trascendente e al di là quindi anche della portata della mente.

[...]

Dunque, realizzare il Sè - mèta di ogni peregrinazione esistenziale, causa di totale pacificazione e fonte di beatitudine e compiutezza perfetta - significa riconoscere noi stessi essere il Sè, unico e infinito, al di là di ogni possibile dualità o diversità apparente; significa riconoscersi pura Coscienza al di là di ogni contenuto, puro Essere oltre ogni aspetto istantaneo del divenire. Soltanto allora, quando cioè avremo saputo risolvere la totalità nella possibilità e questa nel puro "Sè" quale Consapevolezza libera, stabile e reale, onnicomprensiva e onnipotente, avremo davvero realizzato la nostra autentica e innegabile natura di eternità e infinitezza: tutto sarà compiuto in noi e né l'azione né l'esperienza né l'eventuale rinascita avranno più alcuna ragione di essere.

Gli antichi saggi e veggenti hanno sempre considerato Dio stesso come il loro guru, gli hanno attribuito molte qualifiche e Lo hanno adorato come tale e, in quel processo, essi stessi hanno ottenuto l'illuminazione. Essi riconobbero che per realizzare il proprio "Sé" e quindi raggiungere la Divinità, è necessario conoscere il significato delle parole e come metterle in pratica. Nei versi che si sono recitati, gli antichi Rishi consideravano Dio come (guru) e il (guru) come Dio.
È un'illusione dell'uomo di oggi il credere che il "Brahmananda" o il più alto stato di illuminazione spirituale, sia un luogo al di fuori di Lui. Coloro i quali hanno investigato in profondità questo problema ebbero il sentimento che la creazione stessa era "Brahmananda Swarupa" o la forma del "Brahmananda". Una persona cieca che nasce in questo mondo e vive in esso non sarà mai in grado di vederlo. Il "Sadhaka" che è nato in questo mondo, che ricerca il principio di Brahma (Brahmathatwa) e che vuole che i suoi pensieri dimorino in esso e non riesce nell'impresa è paragonabile a quel cieco.

 Possiamo dare molti nomi e significati alla parola "Brahmananda": posizioni sociali, ricchezza, fama, onore, piaceri materiali, agi, erudizione, completa conoscenza delle proprie capacità, tutto ciò è certamente "ananda" o gioia ma è qualcosa che appartiene all'uomo come tale. In altre parole esistono vari tipi di ananda o beatitudine o gioia e quelle di cui abbiamo parlato prima, sono chiamate "manushiananda". Vi è una gradazione di ananda che partendo da quest'ultima arriva al "Brahmananda". Persino il 'Sat Cit Ananda' è migliaia di volte più piccola del "Brahmananda". Vi è perciò un'enorme distanza dal primo e più basso tipo di ananda e l'ultimo tipo che si chiama: "Hiranyagarbaananda". A seconda della struttura della vostra mente e di come opera, voi vi collocherete ad un certo punto di quella scala anche se poi credete di essere in "Brahmananda" (la felicità che appartiene alla sfera fisica).

Si dice che questa "Brahmananda" abbia la sua propria forma o "Sathswarupa". Che cos'è questa forma? Nello stato di veglia voi conoscete tutto ciò che è intorno a voi e questa consapevolezza è "Sathswarupa". La realizzazione del "Sé" che si ottiene nello stato di veglia è "Akshara" che é il "Pranava" e che a sua volta è "Brahman". "L'Uno è divenuto i molti ed i saggi ne parlano in modi differenti". Quando l'Ego svanisce potrete esperimentare l'ananda.
La forma vera di "Brahmananda" è quando non si dà spazio all'Ego. L'Ego significa distinzione, divisione. Quando affermate non esserci questo "Ego" allora esiste il Vedanta. L'"lo" vuol dire dualismo e lo stato in cui non esiste l'Ego é il non dualismo o "Advaita". Il dualismo o "Dvaita" è "Kshara" (il cambiamento) mentre l'"Advaita" é "Akshara" (Non cambiamento). La forma dell'eternità o " Akshara Swarupa" è questa " Brahmananda" ed è Brahman stesso. Pertanto il Guru vero non è altro che Dio stesso.

"Paramasukhakaram" é Dio che è la forma stessa della gioia e della beatitudine "Sukha" vuol dire gioia. La "Sukha" o gioia di cui si parla trascende la mente, i sensi e le loro limitazioni ed è al di là di ogni possibile comprensione. I Rishi hanno dimostrato che questo è il principio del "Guru" e che la forma di questa "Sukha" è l'Atma. Il termine "Kevala" vuol dire che trascende le limitazioni di tempo, spazio e circostanze; questo è Dio. Il quarto attributo è "Jnanamurthy" colui che trascende la dualità.

Il "guru" é come l'indicatore stradale che mostra la via che si deve prendere per il viaggio spirituale. Che cosa fa un indicatore stradale? Indica la strada che conduce al villaggio o alla città ma non dice nulla sulla natura del viaggio che state facendo. Ma Dio è sempre vicino e si prende cura di voi ad ogni passo. Egli è con voi, intorno a voi, sopra di voi.  Questo "Jnanamurthy" è Dio stesso. Poi viene il quinto attributo "Dwanldhalitam" che è la qualità di colui che è indifferente alla gioia come alla pena, alla perdita come al guadagno, al criticismo come alla lode, perché é al di là degli opposti. Questo potere di trascendere questi limiti é di Dio. Il sesto attributo è qualcosa come l'etere che è omnipervadente, come il cielo che é omnipervasivo, e questo è Dio. Colui che è in grado di spiegare, provare le 4 "Mahavalkia", le grandi verità delle scritture, è Dio. Sia nello stato della veglia che nello stato del sogno, che nel sonno profondo, qualunque cosa facciate o pensiate, voi siete la Realtà, esiste solo l'Uno e quello siete voi! Nel nostro stato di veglia abbiamo diverse visioni e facciamo mille azioni ed esperienze, nello stato di sogno esperimentiamo visioni e compiamo azioni e, nello stato di sonno profondo, esperimentiamo un indicibile "bliss", o gioia; in questi differenti stati la persona che compie esperienze, pensieri ed azioni è sempre la stessa e questa è Dio.

Ora vediamo la parola "Nithvani" che vuol dire permanente e che non cambia mai. Ciò che è permanente che non cambia mai, che è puro e sacro è Dio. L'Atma non muta mai. La mente ha invece ondeggiamenti e cambia in continuazione, ma una volta realizzata questa natura immutabile, l'uomo è in grado di santificare la sua vita. Molti di voi sanno che le immagini che si vedono sullo schermo cambiano ogni secondo, 16 volte. Il mondo o "Jagath" è come un film e rappresenta qualcosa di artificiale, è come la mente che cambia continuamente e ci conduce a fare una vita superficiale ed artificiale. Ciò che non è mai ferma, non riesce ad aspirare ad essere ferma.

Dio al contrario è "Aksharaswarupa" o colui che rimane permanente e non ondeggia.
Poi abbiamo: "Sarvadisakshibhutam" che vuol dire Colui che è l'eterno testimone di ogni cosa. Come è possibile provarlo? Essendo in ogni cosa, ed essendo la prima forza dietro ogni cosa, Egli è colui che rimane eterno testimone. Cosa vuol dire essere testimone? Un sinonimo di questo è la coscienza, cioè Dio che è la forza attivante, presente ovunque. "Bhavatitham" è un altro attributo che vuol dire al di là di ogni comprensione. Egli è parte di tutto ciò che sentite, pensate ed esperimentate ma, pur tuttavia, non potete afferrarlo.

Questo è chiamato anche "Trigunarhitam". Egli è presente nei tre Guna ma i Guna non sono presenti in Lui, cosicché Egli al di là di questi. "Corda" è un altro significato di "guna" perché ha il potere di legare. Alcuni sono legati da qualità tamasiche, altri da rajasiche altri da satwiche e, in ogni caso, tutti sono legati. Questo vuol dire che l'uomo é legato dai sensi mentre Dio è l'Uno, libero dalla loro influenza. Potete fare vasi con l'argilla e ciò che vedete come prodotto finale sono i vasi, così i Guna sono quelli che sono visti e sperimentati in noi. Dio è presente nei Guna ma i Guna non sono presenti in Lui. Questi vasi sono fatti di argilla e li percepite come forma ma non realizzate che sono fatti di argilla. Colui che possiede questi attributi è "Sat", che connota il principio del "Guru". "Sat" vuol dire "Brahmathatwam" o il principio di Brahma, "Cit" vuol dire "Jivathatwam" o il principio dell'individualità. Questo "Cit" deve immergersi nel "Sath" e quindi esperimentare "Ananda".

Quando lo zucchero è mischiato nell'acqua quest'ultima diviene dolce e così, allo stesso modo, quando il "Jiva" si immerge nella Verità diventa la terza entità "Ananda"!
Pertanto il guru è colui che non ha nessun legame in questo mondo.

Sai Baba, Luglio 1983

- Il maestro Sankara attorniato, da sinistra a destra, dai discepoli Padmapada, Totaka, Hastamalaka e Suresvara -

 

"La Guru gita è un poemetto d'impronta non-dualista che magnifica il "Principio del Maestro" ossia il guru quale volto dell'Assoluto, paradigma di devozione e conoscenza.
Fa parte dello Skanda Purana, e si presenta altresì come tantra e allora è detta esser parte del Rudra-yamala Tantra o anche del Visva-sara tantra.
L'autore è ignoto, ancorchè la tradizione ne ascriva la compilazione al mitico Vyasa, e il testo, composto da 168 sloka, è presumibilmente abbastanza tardo.
L'opera è dedicata per tradizione a Dattatreya, nel quale si ricapitolano le figure dell'avatara, dello yogi e del guru.
In essa vengono descritte alcune caratteristiche del guru e s'insiste sul fatto che non c'è differenza alcuna fra il maestro e Dio. E' in virtù dell'umile servizio reso ai piedi del maestro, nutrito da fede/fiducia incrollabile, che si può attingere la purificazione e quindi la liberazione. Senza il suo aiuto compassionevole, la salvezza è dichiarata essere impossibile.
Egli è il mediatore per antonomasia, colui che solo "religa" l'uomo a Dio, il jiva al Brahman. Se il guru non trasmette la sua grazia al discepolo, invano quest'ultimo s'affatica: non attingerà mai la gnosi salvifica (jnana) nè tantomeno l'uscita dal divenire.
Il maestro soltanto detiene le chiavi che possono introdurre al tesoro del moksa.

I motivi che rendono la Guru-gita d'interesse sono almeno tre:

1. è summa emblematica dell'importanza insostituibile del maestro in ambiente hindu. Il testo propone un ritratto del guru ideale che è uno con l'Assoluto (brahman) e illustra il rapporto che il discepolo deve intrattenere con lui, fondato sulla devozione e sull'attingimento della gnosi quale viatico alla liberazione.

2. Da generazioni, il poemetto o una raccolta di suoi versi è recitato nei monasteri fondati dal maestro del Vedanta non-dualista Sankara. Il fatto che la Guru-gita sia tenuta in alto pregio in questi ambiti più elitari riflette la venerazione di cui è oggetto.

3. La Guru-gita, d'altro canto, non ha carattere settario. Come s'evince dalle sue "incorporazioni" in testi essoterici puranici ed esoterici tantrici, essa è onorata tanto in circoli ascetici quanto in circoli devozionali.
L'inno non manca poi di una sua qualità poetica.

La Guru-gita è dunque trasversale ai sampradaya, essendo stata appropriata da ambienti saiva, vaisnava e sakta: un vero e proprio classico della pietas hindu.
Il guru vi è celebrato quale "divinità d'elezione" (ista-devata) cui rendere ogni atto di culto e cui consacrare l'esistenza intera."

[Tratto da: Antonio RigopoulosIntroduzione alla Guru-gita in Guru - Il fondamento della civiltà dell'India, ed. Carocci, pagg. 225-228]

 

 

Di seguito alcuni sloka, nella bella traduzione del professor Rigopoulos, che riporta a fronte la translitterazione del testo sanscrito:


La sillaba gu, invero, significa oscurità e
la sillaba ru è lo splendore che la dissipa:
il Brahman che inghiotte la nescienza
è soltanto il Maestro, non c'è dubbio!
23


La prima sillaba gu
identifica le qualità della natura, intrinseche all'illusione cosmica del mondo fenomenico;
la seconda sillaba ru identifica il Brahman
che distrugge l'errore generato dall'apparente realtà dell'illusione cosmica!
24


A che scopo praticare per tanto tempo tutti quei soffi respiratori, quelle centinaia di pranayama, che recano malattie e sono difficili da eseguirsi?
E a che scopo praticare i molti esercizi yogici, per loro natura dolorosi e difficili da padroneggiarsi?
Allorchè Quello sorge, il potente soffio vitale si quieta all'istante da sè stesso!
Al fine di attingere quella realtà che è innata e naturale, servi costantemente un unico Maestro!
53


Il raccoglimento mentale sulla Forma fisica del proprio Maestro
è il raccoglimento mentale sull'Infinito Siva,
e il canto glorificante i Nomi del proprio Maestro
è il canto in lode dell'Infinito Siva!
54


Anche una minuscola particella della polvere dei Suoi Piedi
salva dall'oceano della trasmigrazione,
poichè essa è il Ponte che consente d'attraversarlo: Egli è il Signore,
il Maestro, noi Lo adoriamo!
55


Come l'oro purificato nel fuoco, oh Padre,
in virtù d'un intelletto che risplende tutt'attorno come fiamma viva,
io considero quest'inno a Te dedicato, invero il Re tra i mantra:
notte e giorno ci protegga esso dalla morte!
61


I Veda, la percezione diretta, la tradizione
e l'inferenza sono i quattro mezzi di conoscenza:
discerni il potere spirituale del Maestro tramite questi!
E sempre si rammemori il Maestro!
65


I discepoli saggi non dovrebbero mai rivolgersi al Maestro in modo sprezzante!
Dinnanzi al Maestro essi non dovrebbero mai mentire!
103


Chi si rivolge al Maestro in modo irriguardoso, sprezzante,
o Lo irretisce in vane dispute,
è destinato a rinascere in una selva o in una landa desolata senz'acqua
quale mostro nottivago!
104


[ibidem, pagg. 249-277]

 

 

Come la pietra, che diventa un rubino puro,

egli è pieno delle qualità del Sole. 

In lui non rimane più nulla della qualità di una pietra: egli è pieno delle qualità del Sole. 

Poi, se ama se stesso, questo amore è l'amore per il Sole, 

e se ama il Sole con tutta la sua anima, è senza dubbio amore per se stesso. 

Che il rubino si ami per se stesso, o ami il Sole, 

non vi è in verità differenza alcuna fra i due amori: tutti e due sono la luce del sol levante.

Rumi, Mathnawi, V, 1025

Il peccato non esiste e non c'è nessun frutto delle vostre buone azioni che potete dichiarare «vostro».Le vostre azioni sono le sole responsabili delle conseguenze che maturano nel tempo. Se piantate un seme particolare, l'albero sarà della natura del seme piantato.La nascita di un individuo è il prodotto del frutto delle sue azioni.

Questo mondo è una manifestazione di Realtà Assoluta ed è governato dalla legge dell'azione o karma. La Realtà Assoluta è la base ed il supporto per essa è il corpo. Karma virtualmente vuol dire: la forza vitale. Questa forza ha preso questa forma karmica che è il nostro corpo. Qualunque cosa uno faccia, si dice che svolge karma e per ricevere i frutti di questo karma, si prende un corpo. Pertanto la vita è legata alle azioni fatte dal corpo. Ciò che chiamate «vita» è il prodotto del bene ed il male fatto svolgendo le azioni.

Spesso incontriamo il bene ed il male, la verità ed il falso, i peccati ed i meriti. Quando svolgiamo dei «riti» o facciamo la carità, o intraprendiamo delle austerità (come il digiuno ed altre) pensiamo di svolgere nobili azioni per scopi nobili. In questo modo coinvolgiamo il nostro corpo, la nostra mente, il nostro intelletto ed il nostro ego e diciamo: «Io faccio queste cose sacre!» Ma quando invece facciamo azioni cattive o feriamo il prossimo o compiamo atti di ingiustizia, dimentichiamo che siamo noi a farli, e non diciamo più: «Io ho fatto queste cose! ». Tuttavia, che le azioni siano buone o che siano cattive, la vita è qualcosa che appare inevitabile. Possiamo avere una catena d'oro o una catena di ferro, ma entrambe legano. Così, allo stesso modo, che le azioni siano buone o cattive, esse hanno il potere di farvi ritornare qui, su questa terra e non vi sbarazzerete della vostra schiavitù.

Queste azioni appartengono al vostro corpo, alla vostra mente ed al vostro intelletto. Esse sono «esterne» e non «interne». Quando sterminerete questo senso dell'ego, del desiderio e dell'attaccamento, sarete in grado di volgervi al vostro interno. Sia la liberazione, che la vicinanza con la Realtà Assoluta, o divenire Uno con Essai, non devono essere ricercati nello svolgimento dell'azione. Colui che evita il senso del «mio», cercherà veramente di diventare Uno con la Realtà Assoluta. Il giorno in cui avrete messo termine a questo senso di dualismo sarà il giorno in cui vi troverete faccia a faccia con questa «entità» non dualistica.

Pertanto se desiderate fare azioni altruistiche dovete incominciare ad avere in testa uno scopo chiaro. Poi, prima di poterle svolgere, dovrete passare dal cattivo al buono e dal buono all'idea del servizio disinteressato. Allora sarete sicuri di ottenere questa conoscenza suprema e la liberazione e ciò attraverso la purezza delle vostre azioni. Queste azioni sono state stabilite per purificare voi stessi, quindi, per prima cosa é imperativo entrare nel campo del karma o dell'azione.

Gradualmente dovete cercare di fare azioni buone e nobili e non desiderarne i frutti. Il corpo, la mente e l'Essere sono le tre componenti principali che costituiscono l'uomo. Esse sono interdipendenti e inseparabili. Il corpo deve seguire la mente e la mente deve seguire l'Essere. Questo é il modo di portare a compimento l'esistenza.Seguire ciecamente il corpo é vivere come animali. Seguendo la mente, diventerete uomini, e se seguirete l'Essere, diventerete la Pura Realtà.

La Ghita ha perciò stabilito il triplice cammino del karma, upasana e jnana. Il corpo, per svolgere il karma o l'azione con l'aiuto della mente. Pensare al Divino per nutrire buoni pensieri, cioè l'Upasana, nella quale l'uomo deve condurre la propria esistenza. Come il fiume diverrà un giorno «uno» con l'oceano, così attraverso questa upasana, la mente s'immergerà nell'atmajnana (la conoscenza suprema dell'Essere).

Per la mente, questi pensieri e desideri rappresentano il conducente, quindi è necessario che siano buoni e nobili. La mente è la responsabile del bene e del male che fate perché i pensieri ed i desideri sono responsabili delle vostre azioni. Ecco perché si dice che essa ci può dare la liberazione come la schiavitù.

L'uomo non ha queste idee e questi pensieri sacri, non pensa alla sua destinazione. La sua vita si scioglie come un pezzo di ghiaccio, mentre il tempo scorre veloce come il vento. Prima di conoscere il proprio dovere egli abbandona il suo corpo. Leggere una quantità di libri e di testi sacri, svolgere una quantità di «sadhana», visitare una quantità di luoghi sacri sarà inutile sino a quando l'uomo non eliminerà il male nella sua mente. Solo cosi potrà raggiungere lo scopo della propria esistenza.

L'essenza di tutte le azioni, la chiave, la pietra angolare di tutto il karma, la destinazione di tutte le strade, è la purezza del proprio cuore ed è questo che noi dobbiamo anzitutto capire. Il dire di compiere una azione senza badare ai frutti, avrà certamente un significato!

La Bhagavad Ghita fa una distinzione fra swa-dharma e para-dharma. Lo swa-dharma trascende le limitazioni dello spazio, del tempo, della casta, della religione e del credo. Swa vuol dire Essere (atma) così questo dharma è relativo all'Essere. Il Paradharma è qualcosa in relazione con il corpo. Tutti i dharma che hanno rapporto con il corpo come tale sono para-dharma

Potete essere certi che un giorno o l'altro questi dharma vi legheranno e vi faranno cadere. Queste azioni compiute come Paradharma vi porteranno qualche gioia e qualche conforto, ma nel corso del tempo, vi riempiranno di timore. Quando voi svolgete riti e cerimonie, fate la carità, fate attività benefiche, dovete farle senza uno «yota» di ego, altrimenti queste vi legheranno sempre di più al ciclo delle vite e delle morti.

Questi karma svolti con il senso di attaccamento ai frutti vi daranno nuove nascite ancora ed ancora, così come quelli svolti con il senso dell'ego. Anche il Paradiso che raggiungiamo, a causa di attività benefiche, non è permanente. Una volta esauriti i meriti dovremo tornare sulla terra.Dovremmo invece raggiungere la destinazione dalla quale non c'è ritorno e quindi capire la nostra vera natura, la nostra vera forma, la nostra verità.

Una volta che avrete realizzato voi stessi, non vi sarà più bisogno di cercare niente altro. Questo supremo sapere si ottiene attraverso il Nishkama karma, cioè attraverso azioni prive di ego.

Le vostre azioni, qualunque esse siano, fare rituali o pellegrinaggi o imparare le sacre scritture sono fatte per purificare il cuore e per raggiungere lo stadio in cui potrete svolgerle senza il desiderio dei loro frutti. Il cuore di un uomo che riesce a purificare la sua mente dalle tendenze maligne, diventa veramente il tempio della Pura Realtà.

È stato detto che il controllo dei sensi per far volgere la mente verso l'interno non è possibile perché la mente stessa è come una scimmia pazza che lo impedisce. Pertanto la verità di come Dio può essere raggiunto ha bisogno di essere approfondita e capita. Tutte le azioni benefiche produrranno dei frutti che dovremo mangiare un giorno.

Manavasa vuol dire «colui che crede in se stesso». Chi crede nella propria forma? Qual è questa forma? Non certamente il corpo, fatto dei cinque elementi e perituro, che è solo uno strumento! Qualunque azione fatta con questo corpo non potrà certo portarvi faccia a faccia con Pura Realtà.

La trasformazione della mente invece è indispensabile.

Da tempi immemori, per intere ere (Yuga) l'uomo ha compiuto azioni che lo hanno portato ad essere coinvolto in questo ciclo vita-morte. Pochi sono stati capaci di capire la vera esistenza che è permanente ed eterna. Gente altamente istruita, scolastici ed intellettuali ad alto livello, hanno compiuto nobili atti e perseguito nobili scopi, ma non sono stati capaci di capire la loro destinazione. Essi non hanno fatto nessuno sforzo per capire il segreto della vita. Ecco ciò che deve essere fatto per prima cosa.

È risaputo che si debba tornare da dove si è partiti, ma da dove siamo partiti? Qual è il primo luogo? Qual è la nostra destinazione? Noi consideriamo il nostro corpo una cosa permanente ma esso è come una casa affittata. Noi stiamo facendo un viaggio e su questo non c'è dubbio, ma dove stiamo andando? Coloro che lo sanno conoscono l'Essere.

Il mondo che vedete intorno a voi non è che illusione. Ma, dovete sapere, che in questa illusione c'è anche la verità. Fino a quando avete questo senso di dualità, questo mondo si profilerà all'orizzonte ma quando riuscirete a vedere l'Unità in questa diversità, allora potrete capire la Pura Realtà. Ora vedete questa diversità nell'Unità ed è per questo che siete schiavi. Dovremmo invece cercare di andare al di là e vedere il mondo dal punto di vista della Pura Realtà. Sia il bene che il male, andrebbero presi come doni della Pura Realtà.

Sai Baba, Settembre 1984

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