Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai alla sezione.

vedanta.it

Un altro discepolo, Sri Hastamalakacarya, era il figlio di un certo Prabhakara. Samkara l'avrebbe preso con sé all'epoca delle sue peregrinazioni. Secondo la tradizione, Prabhakara aveva un figlio muto di tredici anni e, avendo saputo che Samkara percorreva la regione di Gokarnam, lo condusse da lui. Il grande Acarya, comprendendo che il fanciullo non era affatto muto ma che perseguiva un'ascesi interiore e un voto di rigoroso silenzio (mauna), lo benedisse e gli chiese: <<Chi sei?>>. (Il ragazzo rispose con un poema di tredici strofe sanscrite nel quale dichiarò di non essere né un uomo, né un dio, né un brahmana, né un re, ma la Pura Coscienza. Questi pochi versi riscossero l'approvazione di Samkara il quale, cosa rara nei riguardi di un discepolo, scrisse un commento all'Hastamalaka stotra che qui riportiamo:

<<Chi sei tu, figlio mio, dove vai? Qual'è il tuo nome e da dove vieni? Dimmelo chiaramente per rendermi felice. Tu riempi il mio cuore di gioia>>.

<<Io non sono né un uomo, né un dio, né un semidio, né un brahmana, né un re, né un mercante, né uno della quarta casta. Io non sono né uno studente brahmanico, né un capofamiglia, né un anacoreta, né un monaco mendicante. Io non sono che la Pura Coscienza.

<<Quello che è pervadente senza altra forma di qualificazione, che assicura il funzionamento della mente e dei sensi, come il sole sostiene l'attività del mondo, quell'atman io sono, fatto di Conoscenza eterna (sa nityopalabdhi svarupo 'ham atma).

<<Quello che è Conoscenza eterna, come il fuoco è calore, quello sul quale, unico, immutabile, si appoggiano per agire la mente e i sensi che non sono conoscenza, quell'atman io sono, fatto di Conoscenza eterna.

<<Parimenti al riflesso del viso visto nello specchio come identico al viso, parimenti a quel riflesso di coscienza nei pensieri e identico ad essa, quell'atman io sono, fatto di Conoscenza eterna.

<<Come il riflesso sparisce quando lo specchio non è più, e rimane solo il viso distinto da ogni illusione, così l'anima che rimane senza riflesso quando i pensieri si sono dileguati, quell'atman io sono, fatto di Conoscenza eterna.

<<Quello che brilla, unico, da se stesso, quello spirito puro, quell'essenza di luce molteplice nei pensieri, come il sole unico riflesso nell'acqua di un bacile, quell'atman io sono, fatto di Conoscenza eterna.

<<Come il sole illumina innumerevoli occhi e nello stesso tempo [è] l'oggetto della loro visione, ugualmente l'atman illumina una grande quantità di elementi, esso che è coscienza unica; quell'atman io sono, fatto di Conoscenza eterna.

<<Come l'occhio illuminato dal sole percepisce una forma la quale, non illuminata, non è più percepita, cos è grazie all'atman, quale sole unico, che è illuminato l'organo della vista; quell'atman io sono, fatto di Conoscenza eterna.

<<Come il sole, benché unico, sembra moltiplicarsi nelle acque agitate, quando, anche in acque tranquille, esso deve essere distinto dai suoi riflessi, ugualmente l'atman si rivela unico nei pensieri agitati; quell'atman io sono, fato di Conoscenza eterna.

<<Come il sole sembra nascosto e senza luce allo stolto la cui vista è velata, ugualmente l'atman sembra nascosto a colui la cui mente è in bala dell'illusione; quell'atman io sono, fatto di Conoscenza eterna.

<<Quello che è unico, sostrato di tutte le cose, che non è toccato da niente, che è onnipervadente, sempre puro,  di natura trasparente, quell'atman io sono, fatto di conoscenza eterna.

<<Come i puri cristalli appaiono differenti perla presenza di un condizionamento, cos tu appari differente nelle diverse menti individuali; come la luna tremola nell'acqua, cos Tu rifletti la tua luce in questo mondo inferiore, o Visnu>>.

(Voce tratta Shankara e il Vedanta - Paul Martin Dubost - Edizioni Asram Vidya)

Shankara è noto per avere lasciato quattro discepoli principali che pose a capo dei quattro cenobi da lui fondati ai quattro estremi dell'India, riservando per se stesso (secondo alcune tradizioni) la conduzione del Cenobio di Kanci.

- Hastamalaka
- Padmapada
- Totaka
- Suresvara

Al capitolo LXV del Racconto delle peregrinazioni di Samkara (Samkaravijaya) di Anantanandagiri, apprendiamo che il Maestro di Kalati, durante la sua permanenza a Kancipuram, installò uno dei linga di cristallo, da lui portati dall'Himalaya, nel santuario di Kamakotipitha e incaricò il suo discepolo Suresvara di eseguire i riti quotidiani e di redigere trattati e commentari sulle sue opere. Abbiamo così due testi di glosse (varttika) concernenti i commenti consacrati da Samkara alla Taittiriya e alla Brhadaranyaka Upanisad. Quest'ultima chiosa, particolarmente estesa, chiarisce molti punti e facilita enormemente la lettura.

Inoltre, nel suo Manasollasa, Suresvara riprende e sviluppa alcune immagini poetiche e concetti metafisici del poema del suo Maestro, intitolato Daksinamurti stotra; il suo Pancikarana varttika commenta un testo in prosa molto condensato di Samkara, ma La realizzazione attraverso la rinuncia all'azione (Naiskarmyasiddhi) è senza alcun dubbio il suo capolavoro. Egli fa suoi i punti di vista esposti dal Maestro nel Trattato dei mille insegnamenti (Upadesasahasri).

I commentatori advaitin usano diverse modalità per descrivere l'essenza del Brahman. Le parole da essi impiegate possono avere, oltre al senso letterale, un secondo senso e un significato allegorico o analogico. E' su aspetti molto sottili concernenti l'enunciato e la grammatica che Suresvara differisce dal Maestro. Egli afferma in particolare che la conoscenza intuitiva del Brahman è compiutamente contenuta nelle grandi formule upanishadiche (mahavakya) e che non è necessario coglierne il senso per mezzo di conseguenti meditazioni.

<<Quando il Saggio ha distrutto ogni specie di azione nel fuoco della Conoscenza, egli allora non è più dipendente dal Veda. Egli, in verità, ha trasceso il Veda>>.

<<La mente assume tutte le forme; il Sé è senza forma. La mente esiste in funzione di un altro; il Sé è autoesistente. La mente è soggetta al passato, al presente e al futuro, e a temporanei annientamenti. Il Sé è al di là dal tempo, immobile e saldo come il picco di una montagna>>.

(Naiskarmyasiddhi: I, 40; II, 74)

(Voce tratta Shankara e il Vedanta - Paul Martin Dubost - Edizioni Asram Vidya)

Sri Padmapadacarya, il primo discepolo di Samkara, era nativo del sud dell'India; il suo nome, prima dell'iniziazione, era Visnusarma. Un giorno che Samkara faceva le sue abluzioni nel Gange, chiese al discepolo, che si trovava sull'altra riva del fiume, di portargli gli abiti asciutti. Senza esitare un solo istante, Visnusarma cominciò a camminare sulle acque sostenuto, racconta la leggenda, dai loti d'oro che la dea Ganga, colpita dal suo fervore, aveva fatto improvvisamente sbocciare. Il suo nome di asceta, Padmapada: "Colui che cammina sui loti", gli sarebbe stato dato in seguito a questo avvenimento.

Padmapada scrisse il primo commento al Brahmasutra bhasya del suo Maestro. Di questa opera, intitolata Le cinque sezioni (Pancapadika), non restano oggi che i primi quattro quarti (pada).

Se ne parla nel quattordicesimo canto, intitolato "Descrizione del viaggio di Padmapada ai luoghi santi", di un "Racconto dei viaggi trionfali di Samkara" (Samkaradigvijaya) scritto nel XVI secolo da Madhava.

Dopo aver redatto, su richiesta di Samkara, il suo commentario, Padmapada sentì il bisogno di fare un lungo pellegrinaggio nel sud dell'India. Samkara gli rammentò che il dovere di un discepolo è di servire il suo Maestro ma, considerando la sua ferma determinazione, lo lasciò andare.

Durante il viaggio, Padmapada soggiornò per qualche tempo a Srirangam presso suo zio, ritualista convinto, al quale lese la sua opera. Irritato per gli attacchi contro i mimamsaka, lo zio si compiacque ipocritamente col giovane e, dopo aver ricevuto in consegna il manoscritto, lo lasciò proseguire verso l'estremo sud. Riprendendo lo studio della Pancapadika a mente fresca, egli si trovò nell'incapacità di confutarne le argomentazioni e perciò decise di distruggerla ma, per non trasgredire le leggi brahmaniche che proteggevano i libri sacri, egli stabilì di dare tutto alle fiamme: l'opera e la propria casa. "Meglio la distruzione della casa che quella della dottrina (dei mimamsaka)", pensò.

Al suo ritorno da Ramesvaram, Padmapada apprese la triste notizia e quindi si recò dal Maestro di Kalati il quale, col cuore stretto dalla compassione, consolò il suo discepolo. Samkara, avendo poco tempo prima ascoltato la lettura dei primi quattro capitoli de commentario distrutto, li recitò a memoria e i suo discepolo colmo di gioia li consegnò di nuovo ai posteri.

I commentatori post-shamkariani hanno dato vita a due scuole di interpretazione: una, fondata da Vacaspatimisra, è denominata Bhamatiprasthana; l'altra, fondata da Prakasatman, si rifà a Padmapada e porta il nome di scuola Vivarana.

Nel corso dei secoli, la scuola Vivarana è caduta alquanto in oblio, e questo per un preciso motivo: il testo basilare di questa scuola, cioè la Pancapadika di Padmapada, l'abbiamo visto, era stato mutilato.

I post-shamkariani disposero evidentemente, con la Bhamati di Vacaspatimisra, di un testo integrale che comprendeva i 555 aforismi del Brahmasutra.

Se il commento di Padmapada è relativamente breve, non bisogna dimenticare che il modo in cui l'autore ha trattato la teoria della sovrapposizione (adhyasa) nel primo capitolo della Pancapadika, è unico nel suo genere in tuta la storia dell'Advaita. Inoltre Padmapada ha il privilegio di essere stato il primo, e perciò il più diretto, discepolo di Samkara. La sua opera, che resta del più alto valore, è stata essa stessa commentata dieci volte.

(Voce tratta Shankara e il Vedanta - Paul Martin Dubost - Edizioni Asram Vidya)

Giri, questo era il nome di Sri Totakacarya prima di essere iniziato da Samkara. Totakacarya evoca in noi oggi più un'anima dolce, piena di devozione, intenta a servire il suo Maestro, che uno dei più grandi commentatori dei sutra vedantici. Egli avrebbe nondimeno composto, nel difficile metro sanscrito totaka, un'opera di 179 versi, dal titolo La quintessenza della Sruti (Srutisarasamuddharanam), e le seguenti otto strofe rimaste famose sotto il nome di Totakastakam.

<<Tu che conosci tutto l'oceano delizioso delle Scritture, tu che hai onorato il tesoro delle idee esposte nelle Upanisad, nel mio cuore io medito sui tuoi piedi immacolati. Sii il mio solo rifugio, o Maestro Samkara (Bhava Samkara desika me saranam).

<<Tu, oceano di compassione, liberami: ho il cuore tormentato dalle esperienze della trasmigrazione. Fai in modo che io comprenda le verità di tute le scuole filosofiche. Sii il mio solo rifugio, o Maestro Samkara.
<<Per te, gli esseri conosceranno la Liberazione! Tu che dimostri l'intelligenza più acuta per pervenire alla conoscenza del Sé, fammi conoscere ciò che distingue Dio dalle anime. Sii il mio solo rifugio, o Maestro Samkara.

<<Sapendo che tu sei realmente il signore supremo, la felicità si è stabilita nel mio cuore. Proteggimi dall'infinito oceano delle illusioni. Sii il mio solo rifugio, o Maestro Samkara.

<<Per te, il desiderio dell'unità sopraggiungerà solo quando le azioni virtuose saranno compiute in gran numero.

Proteggi la mia persona così disorientata. Sii il mio solo rifugio, o Maestro Samkara.

<<O Maestro! Per salvare il mondo i Saggi assumono le forme più svariate e percorrono la terra sotto dei travestimenti. In mezzo a loro, tu risplendi come il sole. Sii il mio solo rifugio, o Maestro Samkara.

<<O migliore fra i Maestri! Signore supremo con il toro sul suo stendardo! Non un solo Saggio può uguagliarti! Tu sei pieno di compassione per coloro i quali sono ricorsi a te, tesoro supremo della Verità. Sii il mio solo rifugio, o Maestro Samkara.

<<Non un solo ramo della Conoscenza è stato compreso correttamente da me. Io non ho neanche un po' di oro da offrire. Fai discendere al più presto su di me la tua innata compassione. Sii il mio solo rifugio, o Maestro Samkara >>.

(Voce tratta Shankara e il Vedanta - Paul Martin Dubost - Edizioni Asram Vidya)

Chi è online

Abbiamo 299 visitatori e nessun utente online