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vedanta.it

D. Per quale motivo nonostante qui si faccia spesso riferimento a Śaṅkara, Gauḍapāda, Rāmaṇa Maharṣi e Raphael, sembra che l’Advaita non venga trattato, mentre oggi l’Advaita va tanto di moda e ovunque
ci sono incontri e corsi con maestri advaita, allievi di allievi di Nisargadatta Mahārāji e Rāmaṇa Maharṣi?
R. In Italia, rispetto ad altri luoghi, sono disponibili la maggior parte delle opere attribuite a Śaṅkara. Pubblicate dall’ Āśram Vidyā, molte hanno il commento di Raphael che, a sua volta, ha scritto parecchio sull’argomento e per anni è stato disponibile a chi ha fatto qualificata richiesta, anche dopo essersi ritirato dalla vita pubblica.

D. Ritiene che pertanto i libri siano sufficienti ad un approccio realizzativo?
R. I testi di Śaṅkara sono molto chiari nell’indicare quali siano i requisiti di un aspirante discepolo alla tradizione metafisica universale. Quanti sono coloro che hanno questi requisiti? E quanti di costoro
vengono qui?

D. Sta dicendo che rifiutate chi ritenete senza requisiti?
R. Qui non è facile stare, non offriamo plausi, non lusinghiamo alcuno, e cerchiamo di indirizzare ciascuno secondo i propri interessi. Se tali interessi possono essere meglio soddisfatti altrove, perché dovremmo privare costoro del meglio per loro?

D. In altri posti si parla di non realtà del mondo oggettivo, di facilità della realizzazione, di non necessità del maestro, fanno corsi, tengono convegni, etc.
R. Ah, comprendo, lei si sta riferendo a quanti narrano di essere discepoli di discepoli di qualcuno che hanno incontrato qualche volta o forse visto da lontano, e ovviamente non è più vivente da confermare
tale discepolato e, solitamente, fanno una vita del tutto differente da tali riferimenti, Nisargadatta e Rāmaṇa. Non si discute la buona fede di costoro, probabilmente c’è anche qualcuno che crede sinceramente nel mestiere che porta avanti. Tutti costoro però non risolvono una contraddizione in termini: se affermano che il maestro non serve, perché trattano gli altri da allievi impartendo simili concetti? In ogni caso, che problema c’è? Proprio perché ci sono in giro tutte queste possibilità, è
bene che qui rimangano quei pochi che aspirano a condividere un percorso tradizionale, nelle possibilità di condivisione di coloro che qui stanno portando avanti il dharma di dare luce all’integralità dell’insegnamento di certi Maestri.

D. Cosa intende con integralità dell’insegnamento?
R. Sembra essere diffusa la credenza che tutti siano pronti al Vedānta Advaita, una via terminale, la fase più elevata, rarefatta, difficile del cammino spirituale, che necessita l’abbandono di ogni aspetto individuale, la focalizzazione e dissoluzione di ogni contenuto psichico, il totale scioglimento di ogni traccia di esso. Chi è disposto a ciò? Non certo chi è interessato a portare avanti una famiglia, a costituirla, a chi desidera gli affetti conseguenti all’amore, a chi è impegnato a costruire un futuro, a rimpiangere un passato, a crescere al meglio dei figli, a realizzarsi in un lavoro.

D. Mi sta dicendo che tutti costoro secondo lei sono esclusi dall’Advaita?
R. Secondo me? No, certamente. Tutti possono realizzare il Sé che già sono, ci mancherebbe. Ma occorre un requisito fondamentale: deve esserci una forte istanza realizzativa. Così forte da mettere tutto il resto in secondo piano. Se sono altre le priorità, saranno queste che verranno perseguite e una sādhanā asparśa può solo portare problemi e non risoluzioni se le aspirazioni tendono altrove.

***

D. Quindi lei sostiene che coloro che insegnano il Vedānta Advaita in realtà fanno perdere tempo?
R. A darle una risposta, sarebbe da chiederle: «Chi insegna cosa a chi?». Ma è più semplice dirle: «Finché non si fanno male, dedicare del tempo allo studio, all’interiorizzazione e al silenzio, non può che fare bene».

D. Quale è il vostro scopo? Non è insegnare l’Advaita?
R. Qui ci vuole proprio: «Chi dovrebbe insegnare cosa a chi?». Osservi quella scritta di Plotino, anche ove lei volesse vederlo e considerarlo possibile: «Il magistero non va oltre questo limite, di additare
cioè, la via e io viaggio; ma la visione è già tutta un’opera personale di colui che ha voluto contemplare». Noi siamo aspiranti e ove condividiamo l’aspirazione porgiamo anche la nostra testimonianza. Questo significa che chi ha altre priorità non è escluso dal Vedānta Advaita,
semplicemente può scegliere una via di supporto, uno yoga, sin quando non sarà pronto a non avere altre priorità se non la realizzazione del Sé, a percorrere la via senza supporto, l’asparśa vāda, lo yoga dell’Advaita.

D. Perché c’è bisogno di altro e non si può praticare direttamente l’Advaita?
R. Perché non lo si può insegnare a chi non lo può praticare perché ha altri interessi; anche il più piccolo di questi interessi è più grande e pesante della rarefazione advaita, pertanto come conseguirla? D’altra parte la Bhagavadgītā, parte importante del Vedānta, spiega i diversi modi di approccio all’Assoluto, dei quali l’Advaita rappresenta solo la sommità. Posso solo consigliarle la versione dell’Āśram Vidyā tradotta da Raphael. Vede, nessuno necessita di realizzare la Non-dualità, Lei è già Quello, non c’è nulla da fare per essere sé stessi. Tutto il lavoro serve per smettere di credere di essere altro da sé.

***

D. Lei afferma che non occorre alcuno sforzo per realizzare il Sé.
R. Come può ciò che è l’Assoluto incausato essere determinato da altro? Esso non ha alcuna relazione con qualsiasi causa. Se lei chiude gli occhi, non sta cancellando il sole e quando li riapre non lo sta ricreando. Il sole è a prescindere da lei e da quello che lei può fare. Non deve fare nessuna fatica per vedere il sole, non è lei a crearlo. Ma se lei non ha alcuna intenzione di aprire gli occhi è chiaro che non può vedere il sole. Tutto lo “sforzo” è nel convincersi ad aprire gli occhi, ma se lei ha altro da immaginare, da sognare, etc. etc. ecco che prima di aprire gli occhi vorrà soddisfare i suoi desideri di altro. La realizzazione non duale del Sé, per come testimoniata dalla tradizione advaita, è la stessa
cosa. La dualità fa sì che nell’ente ci siano contrapposizioni, da un lato si desidera l’assolutezza del sommo bene, dall’altro si desiderano soddisfazioni circostanziali. È solo una questione di urgenza, di importanza, di potenza... il desiderio più urgente, più importante, più potente è quello che prevale.

D. Lei la fa facile. Non può essere così semplice!
R. Facile? No. Altrimenti tutti saremmo nel sahaja samādhi. Semplice? Sì. È semplicissimo. Sino a che l’essere incarnato necessita di fruire della propria molteplicità manifestata, l’ente si adopera per
soddisfare il flusso causale che determina ciò. Una volta che prevale invece il mumukṣutva, l’intensa aspirazione ad affrancarsi da tutte le schiavitù, l’anelito alla liberazione, ecco che l’ente inizia a sforzarsi per staccarsi dagli ultimi contenuti, adesioni, sovrapposizioni. Ovviamente lei, avendo studiato i testi di Śaṅkara, conosce le spiegazioni che ci ha lasciato in merito a... l’apertura degli occhi per vedere il sole. È come certe mattine, o quando si è malati, quando gli occhi sono un po’ cisposi e si deve faticare un po’ per aprirli. Occorre qualche secondo, ma il sole è lì a prescindere da ogni sforzo, ma se non si sforza di certo non lo vedrà.

***

D. Le devo dire una cosa. Spero non si offenda. Trovo i suoi libri difficili. Perché? È lo stesso con i libri di Raphael. Quando leggo Balsekar è tutto più facile e mi esalto. Perché c’è questa differenza?
R. Forse perché Balsekar è un maestro, mentre Raphael presta voce a determinati esseri quali Śaṅkara e Platone?

D. Va bene, me la sono cercata. E lei?
R. Il sottoscritto non fa testo. È del tutto irrilevante in certi panorami. È un semplice portatore di acqua; ogni tanto chiamato a fare l’autista quando c’è qualcuno in visita. Ma torniamo a Raphael. Non conosco
Balsekar, ma immagino che le parole di Raphael siano semplicemente accessibili a chi è pronto ad esse, per evitare che qualcuno inavvertitamente si possa far male o possa portare nocumento ad altri. La mente si impadronisce facilmente di tutto ciò cui viene in contatto, osserviamo
come le religioni in passato, e ancor oggi, vengano usate per uccidere e sterminare chi non condivide il medesimo punto di vista. «Ama il prossimo tuo come te stesso» è divenuto una spada che ha ucciso milioni di persone per “salvarne” le anime; con la scusa del “Dio unico” si sono sterminate popolazioni colpevoli di adorare il Dio unico con altre vesti e nomi. A cosa giungerebbe allora la mente dell’uomo se si impadronisse della non dualità? Sterminerebbe ancora più persone perché tanto “nessuno nasce e nessuno muore” ed è “tutta una illusione”? Già l’Advaita è frainteso da tanti che seguono gli pseudo maestri del «tutto è facile perché sei già Quello», ci mancherebbe solo che spuntino come funghi a
millantare di essere discepoli di Raphael perché ne hanno letto un libro o lo hanno incontrato una volta. Oggi va tanto di moda dire di essersi realizzati alla presenza di qualcuno…

***

D. Trovo le sue parole interessanti, in particolare quando si fa riferimento al neo Advaita e alla “tradizione metafisica universale”. Sono stato a diversi satsaṅgha con Bodhi Avasa nel 2015 (ha lasciato il corpo in agosto di quest’anno), non so se lo conosce. Per il resto, seguo la via dell’ātmavicāra, allo stesso tempo non riesco a cogliere la connessione che c’è tra la via della sādhanā e quella di abbandonare l’idea di una ricerca (in effetti “chi” ricerca “cosa” se siamo già Quello?).
R. Esamini la possibilità che fino a quando quel “chi” crede di esistere come essere individuato, esercita il “vedere” e il “vivere”, vede e vive un “cosa”, allora non c’è alcuna “consapevolezza” di essere “Quello”. Lo può intuire, può credere alla sua esistenza. Ma fintantoché l’ente è identificato con l’apparenza di sé stesso come “io” e del mondo come realtà, vivrà le percezioni di tale apparenza o māyā. Cosa dovrebbe fare? Dovrebbe sostituire la credenza di essere individuato con la credenza di essere Quello? Domani mattina smetto di alimentare il mio bambino, perché io sono già Quello? Dico a mio figlio: «Non piangere, tu sei già Quello! La tua morsa della fame è tutta una illusione!». È chiaro che forse si è fraintesa l’istruzione ricevuta. Il Vedānta Advaita è la scienza del Reale. Noi siamo la Realtà assoluta, ma per quanto a tratti lo intuiamo non ne siamo consapevoli. Pertanto il Vedānta ci insegna a vivere la realtà percepita, per quanto apparente, e non certo quella intuita o creduta. Il credermi Quello, in questa apparenza, è meno reale dell’apparenza del mondo dei nomi e delle cose. Il Vedānta chiama alla coerenza: senti il corpo? senti il bisogno di mangiare? di socializzare? di vivere la tua età? Allora forse è il caso di soprassedere a Quello e trovare una via che risponda sia a questi bisogni primari che all’anelito per Quello. Le testimonianze lasciateci su e da Śrī Rāmaṇa Maharṣi ci narrano come per lunghi periodi fosse privo della coscienza corporea, con il corpo in pasto agli insetti; come non sentendo il bisogno di mangiare, dovessero essere altri a forzarne il nutrimento; come non sentisse
il bisogno di socializzare al punto che lo ritenevano un muni, un asceta che pratica il silenzio; di come avesse abbandonato il suo āśrama di studente e recatosi ad Arunachala vivesse privo di āśrama, un atiāśrama. Poi ci narrano come comunque seguisse una disciplina, nonostante la consapevolezza di essere Quello, la mattina presto, ben prima dell’alba, si recava in cucina a mondare le verdure…

D. A questa forma che ora vi scrive è capitato di avere dei satori, glimpses (bagliori), comunque temporanei, a volte durati anche diverso tempo. So che seppure sia un gioco illusorio, a volte si sente la necessità di partecipare ad un satsaṅgha, dal Sè al Sè.
R. La necessità di accompagnarsi ai saggi mostra che ancora il Sé non è stabilizzato interiormente ed è più facile percepirne la radianza esteriormente. C’è un io che ancora manifesta l’esistenza di un flusso
causale (karma) cui ottemperare. È meglio abbandonare l’idea dell’illusorietà come se fosse non esistente, perché questo mina la salute stessa della mente. Il Vedānta Advaita chiama al presente, se il suo presente è il mondo della percezione è questo da vivere con gli strumenti che possiede. L’apparenza è quella del serpente in luogo della corda, ma la corda è reale, solo l’apparire differisce, ma non è non esistente come il figlio di una donna senza figli. Quindi viva il suo sentire in maniera
armonica, senza nuocere.

D. Avasa seppure non insegnasse una vera sādhanā (dava piuttosto degli esercizi, non delle tecniche), mi è parso parlare dal Sè. Per il resto, gli attuali maestri (di neo Advaita) che ci sono adesso in giro (come
Madhukar o Moojii) non mi convincono.
R. Non riesco a seguirla. Perché parla di neo Advaita? Da quando l’Advaita ha smesso di esistere? È un ramo vivente della tradizione metafisica, i cenobi di Śaṅkara sono ancora lì. Fu proprio lo Śaṅkarācārya di Kanchi ad invitare Paul Brunton a recarsi a Tiruvannamalai ad incontrare Śrī Rāmaṇa Maharṣi, come maestro qualificato di cui seguire l’insegnamento. Fu da quell’incontro che in Occidente si cominciarono a diffondere le notizie sulla sua esistenza e insegnamento. Il darśana brahmanico del Vedānta Advaita è esistente e praticato, in tutto il mondo vengono pubblicati e studiati i testi di Śaṅkara. Ritenere che a partire da Rāmakṛṣṇa, Vivekananda e Rāmaṇa Maharṣi, ci sia una testimonianza advaita diversa da quella di Śaṅkara, mostra solo che forse non si considera l’integralità del suo insegnamento.
Non è certo perché oggi entrambi decidiamo di definirci neo umani che da domani l’umanità smette di esistere!

D. Dicevo che non mi convincono perché dicono in sostanza cose esatte perché spingono a lasciar cadere la presa, che comunque ha l’apparente ego, però mi pare più una sorta di business. In India (dove sono stato) non mettono prezzi per i satsaṅgha e al limite c’è una cassettina per le offerte libere (vedi nelle strutture di Sathya Sai per esempio) tra l’altro pure non tanto pubblicizzate. Quindi, tutto questo
per dire, che non mi convincono gli insegnanti attuali di neo Advaita (a parte Bodhi Avasa che teneva i satsaṅgha ad offerta libera).
R. Forse c’è un fraintendimento fra chi sia un Maestro e chi un istruttore. In un testo recentemente pubblicato di Svāmi Vivekānanda, Discorsi Ispirati, la presentazione scrive così: «Per la Māṇḍūkya
Upaniṣad il Maestro è colui che, versato nei Veda, è assorto nell’Assoluto (1, 2, 12), per la Chāndogya Upaniṣad è colui che rimuove le bende dagli occhi e indirizza il discepolo (6, 14, 2). Per la Taittirīya
Upaniṣad il Maestro è colui che prosegue il lignaggio ammonendo di non interromperlo (1, XI, 1)». Di questo Maestro si dice che mantenesse i discepoli, coloro che avrebbero proseguito il lignaggio. Non aveva un qualcosa da dare, si limitava a cercare e seguire quei pochi qualificati in grado di proseguire il lignaggio. Lei invece sta parlando di chi ritiene di avere una conoscenza da distribuire indifferentemente ai “più”. Quanti di questi “più” cercano una qualche gratificazione e quanti invece vivono l’anelito ardente, qualifica necessaria per l’aspirante discepolo nell’Advaita? È normale pertanto che esistano incontri e corsi aperti a tutti ed è normale che gli operatori che li tengono ne ricavino sussistenza.
È un lavoro come un altro. Se un istruttore tiene dei corsi di yoga in palestra, è normale che si aspetti un compenso: senza non potrebbe continuare l’istruzione, l’offerta di assistenza, di aiuto. Solitamente tutti
costoro si impegnano per il bene comune, in buona fede credono che la loro competenza, la loro esperienza possa aiutare altri. D’altra parte i testi di Śaṅkara da praticare ci sono e, per chi cerca, ci sono pure i punti luce ove ricevere eventuali chiarimenti (ahimè, se non li si pratica, almeno li si studi tali testi, prima di recarsi in tali luoghi!). Se invece di una forte istanza realizzativa, si è in presenza di necessità di ordine psicologico, bisogno di socializzare, ricerca di un miglior equilibrio, non è poi così disarmonico pagare un salario a coloro che offrono le risposte che gratificano o aiutano. Se non li si mettesse in grado di sostenersi, non potrebbero più operare come richiesto. Dove trovare
allora le gratificazioni cercate?

D. Io capisco che non ci sia nessuno che compia un percorso spirituale, esso si dispiega naturalmente, allo stesso tempo non capisco il volerci lucrare, e allora è dove sono arrivato adesso io.
R. Se parliamo di lucrare nel senso della ricchezza, l’ottenimento del benessere attraverso il dharma, fa parte degli scopi della vita di chi ha famiglia o ha comunque necessità sociali o di auto-affermazione. Nulla di male, perché scandalizzarsi? Sono comunque illusioni, no? E se sono un’illusione, perché mai privarsene o non cercarla (sempre che la cerchino) in un mondo illusorio? Impari anche lei. Può sempre mettere in pratica il loro insegnamento: li consideri una illusione e non se ne curi, no? Veramente crede che qualsiasi persona normalmente presa dalle necessità del mondo, possa lasciare la presa solo perché qualcuno glielo racconta? E quel qualcuno che lo racconta, che conoscenza mostra di avere dell’energia che sottende la manifestazione dell’uomo, il flusso causale in essere, se va raccontando che si può interrompere sic et simpliciter?
Rāmaṇa c’è riuscito? Veramente si vogliono dimenticare gli anni successivi? E comunque, quanti Rāmaṇa sono al mondo?

D. Non avendo più punti di riferimento, se non dei libri di vari maestri del passato e registrazioni audio di Bodhi Avasa, chiedo a Lei come districarmi in tutta questa confusione del panorama advaita e neo
advaita.
R. Il Vedānta Advaita è un ramo vivente dell’unica tradizione metafisica universale e il suo guruparaṁparā ha sempre dato nuova voce ai maestri del passato. Pensi al lavoro delle editrici che fanno riferimento a Raphael, fondatore dell’Āśram Vidyā; pensi all’opera dell’Advaita Āśrama nel Rāmakṛṣṇa Maṭh; pensi all’azione di Chandraśekarendra Sarasvatī Svāmigal, il Saggio di Kanchi morto nel 1994, il paramācārya che inviò Brunton dal Maharṣi; pensi ai suoi successori sul soglio pontificio del Kamakoti Peetham, gli Śaṅkarācārya Jayendra Sarasvatī Svāmigal e Vijayendra Sarasvatī Svāmigal; pensi a Bharati Tirtha Svāminah, attuale Śaṅkarācārya sul soglio pontificio dello Sharada
Peetham di Sringeri. Comunque, nel caso ne senta forte l’istanza, valuti un’eventuale condivisione in uno dei primi due ambiti.

 

Prema Dharma

 

Tratto dal forum pitagorico a partire dal Luglio 2015

 

Quaderno Vedānta, Anno 15 - N° 38 - Novembre 2016

vidya.org

Rendiamo omaggio a Prema Dharma la cui natura è l'amore incondizionato e l'unione di ciò che apparentemente è separato.1

Prema Dharma è nome iniziatico che esprime una nota di servizio in ambito tradizionale.
Tale nota si è offerta incondizionatamente al dialogo, per decenni, nei confronti di molteplici aspiranti provenienti dai più diversi percorsi.
Prema Dharma è la via dell'amore, l'unica oggi più accessibile,  e incarnazione ed esempio vivente del suo dire .
Riteniamo che il seguente dialogo possa, attraverso le sue parole, essere di chiarimento ai viandanti.

***

R. Per darti un'idea il sottoscritto passa per il più dissacratore fra gli aspiranti, la classica spina nel fianco che spoglia ogni statua di tutti i veli. Tuttavia in tanti anni non si è mai nemmeno per un attimo pensato di dire io faccio/pratico/seguo l'advaita.
Forse da grande, in un'altra vita, chissà quando, se e quando l'Ideale riterrà, etc. etc. forse potrò essere considerato un  aspirante nella tradizione. Ad oggi mi vedo come un aspirante discepolo. So di essere al più basso dei gradini della conoscenza, fuori dal portone, ma lontano, lontano, l'ultima ruota del carro, ma so anche che a quel carro sono oramai legato ed è l'unica cosa che per me conta. Poi siano i fratelli anziani a disporre di questi veicoli come meglio credono.
Nella mia personale visione del mondo, ogni sādhanā si riconduce alla fine ad una sola cosa, servire, il Maestro, la Tradizione, la Conoscenza, l'Ideale.
Questo è il vero cammino. Tutto il resto, tutti gli yoga sono gli strumenti che durante il servizio si "ricevono in pagamento".
Questo perché non c'è prezzo alla conoscenza... puoi solamente darti per riceverla.

D. dolce amico,
puoi spiegarmi cosa significa, servire la Tradizione?

R. Seguire il proprio varṇāśrama. Seguire il sanatāna dharma. Essere in armonia con la propria incarnazione.
Aderire al proprio dharma. Essere onorevoli (avere l'onore).
Riconoscere la sorgente, il riferimento, il centro, la fonte.
Trovato il centro della ruota, servire il raggio attraverso cui lo si vede/riconosce/intuisce.
Servire ogni raggio, se si ha la grazia di essere loro vicino.
Rispettare il guruparaṃparā.

Che sia un sorriso il commiato.

 

 

1. In sanscrito il nome significa: colui che ha la natura di amare incondizionatamente. (Dharma: questa parola deriva dalla radice dhr, che significa sostenere, preservare, “indossare”, e nel suo significato più generale, designa un “modo di essere”; vale a dire, la natura essenziale di un essere. Prema: amore unitivo o comprensivo. È di due tipi: sahajaprema o amore innato (per cui ci si aspetta qualcosa in cambio), daivaprema o amore divino (espresso nel servizio amorevole e disinteressato). Glossario pitagorico.

«Satsaṅga significa incontro del sat, il sat di quando si loda Dio come sat-cit-ānanda. Sat è il Principio Esistente, l’Essere che è la verità basilare dell’Universo. Allineatevi con la Verità, il sat in voi, il satya su cui mithyā è imposto dalle menti che non vedono la luce. Soffermandosi in questo sat la fiamma rimane accesa; la luce spunta, l’oscurità vola via e sorge il sole della Realizzazione (Jñānabhāskara)»1.

Un gruppo è costituito da individui e essendo l’individuo, in ultima analisi, un essere che ha in sé la totalità delle qualità (guṇa), un insieme di individui mostra tale totalità in maniera più accentuata e visibile.

«Il Satsaṅga vi fa incontrare con altre anime della stessa natura e crea il contatto che manifesta il “Fuoco interiore”»2.

Nel gruppo è più facile vedere i difetti altrui che i propri, il fuscello visto nell’occhio del vicino3 ci può mostrare in realtà la trave che è nel nostro occhio. Una qualità o nodo energetico ancora sconosciuto o non integrato viene stimolato al contatto con lo stesso nodo energetico di un altro io. L’incontro con altre persone può pertanto indirizzarci sugli aspetti interiori ancora da risolvere. Il contenuto noto o già risolto, non subisce alcuno stimolo perché già integrato durante la sādhanā. Di una persona ci colpiscono gli aspetti che più disturbano proprio perché in noi non sono stati affrontati o risolti. L’emozione conseguente mostra interiormente le note dolenti, le paure, le ansie, tutto ciò che determina la mancanza di armonia, offrendo così la possibilità di integrarle.

«Siate sempre circondati da persone devote alla vita più elevata, che vi incoraggino ad andare avanti lungo la strada, verso la mèta»4.

Un gruppo si raccoglie intorno ad un punto di luce che, irradiando un influsso spirituale, stimoli il risveglio coscienziale. Il suo influsso sarà tanto più puro quanto più alto è il livello coscienziale e parimenti proporzionale sarà la possibilità di risveglio per coloro che appartengono al gruppo.

Possiamo trovare gruppi condotti da Maestri, discepoli o istruttori, aspiranti discepoli e seguaci. Trovare un gruppo spirituale guidato da un Maestro realizzato è raro, ed è ancor più difficile esservi ammessi; solitamente non è accessibile e chi vi partecipa predilige il silenzio. Non necessariamente chi ne fa parte è un discepolo, ma condividendo in toto il dharma del Maestro, è membro della sua famiglia spirituale. Di posizione coscienziale elevata, è un’anima pura, discesa per amore a condividere l’opera del Maestro. Costoro vengono anche chiamati il “cerchio interno" Le note dominanti sono il silenzio e la contemplazione, e corrisponde alla posizione coscienziale del samnyāsin.

I gruppi guidati dagli appartenenti al cerchio interno, sono detti del “cerchio mediano” e vi partecipano persone che uniscono alla disciplina spirituale la via dell’azione. Una volta formatisi, è raro che accettino un neofita. Vi accede, dopo una lunga attesa, chi possiede, oltre alle qualità che si integrano con quelle già presenti nel gruppo, un’istanza realizzativa, non di ordine psicologico o emotivo. È la posizione della vānaprastha, e le note dominanti sono la contemplazione e l’azione.

Il cerchio esterno è costituito da gruppi condotti da devoti o aspiranti discepoli. Diversamente dai primi svolgono un’opera pubblica, sono gruppi meno selettivi e di più facile accesso. Chi li guida è un praticante anziano che ha alle spalle anni di disciplina interiore e segue amorevolmente ogni nuovo aspirante. Chi vi è ammesso intraprende il cammino iniziatico per morire al mondo delle opinioni. È la posizione del gṛhastha e le note dominanti sono l’azione e il confronto dialettico.

Infine ci sono i gruppi condotti da seguaci entusiasti che, avendo una conoscenza teorica della disciplina, operano per la diffusione dell’insegnamento del Maestro. Sono gruppi aperti e facilmente accessibili. Vi si trova sia il ricercatore motivato che chi cerca un semplice conforto emotivo, sia il neofita attratto dalla figura del Maestro che chi ha motivazioni di ordine psicologico. In ambito tradizionale è la posizione del brahmachārin. Le note dominanti sono l’azione e l’erudizione.

«Sankara suggerì il Satsaṅga come primo passo nella sādhanā. La compagnia dei saggi 5e dei buoni svilupperà il
senso del distacco e l’amore per il silenzio e la solitudine, e come
conseguenza svanirà l’illusione»6.

Il Saggio, cui secondo Śaṅkara dovremmo accompagnarci, non sempre è accessibile o riconoscibile; chi aderisce al gruppo nella convinzione di trovare al suo interno dei santi, rimane deluso nel trovarvi dei confratelli “imperfetti” che praticano la sādhanā. L’autoconoscenza viene favorita dal confronto e senza un’istanza di apertura a mostrarsi per quel che si è, il Satsaṅga non sortisce l’effetto atteso. Diviene un’occasione conviviale, di compiacimento perché frequentando un “giro” spirituale ci si sente impegnati, diversi, migliori.

Ci sono anche gruppi che propongono come meta la bontà emotiva, l’erudizione o i poteri psichici. Il “buono” sentimentale è chi desidera cambiare il mondo, senza aver prima portato a compimento la propria metamorfosi interiore. Incapace di applicarsi alla disciplina spirituale, cerca, attraverso un’opera di proselitismo, sostegno alle proprie opinioni e emozioni. In un guado (la vita), il buono sentimentale è colui che si adopera nel cercare di aiutare tutti senza sapere nuotare, spesso portando alla rovina con sé anche coloro che vorrebbe salvare. Il Saggio, è colui che solo una volta raggiunta la riva, si adopera per aiutare chi è ancora nel guado, avendo un solido appiglio cui far presa.

Il gruppo aiuta a crescere, stemperando le qualità nel “calderone” comune in cui possono essere assorbite senza conseguenze. Le qualità negative o positive, in quanto attributi, sono aspetti che cadranno, ma affinché ciò accada occorrono la discriminazione e il distacco, la comprensione e una posizione solare. Il buono cui i saggi consigliano di accompagnarsi è il fratello anziano che può mostrarci la sua esperienza e le sue difficoltà, è colui che non cela i propri errori, ma li mostra affinché altri li possano evitare e superare. Egli si mostra per quale è, cercando di donare non le proprie opinioni, ma la sua natura per come è, senza abbellimenti o veli.

Essere sé stessi significa ritrovarsi nella propria essenziale natura che è l’Uno senza secondo. L’oggetto di percezione - a qualunque dimensione e grado possa presentarsi - è sempre un “secondo” il quale non è altro che “apparenza”.

1 Sādhanā, p.35

2 Ibidem, p.35

3 Matteo, VII 1.5 e Luca, VI 37-41

4 Sādhanā, p.37

5 Vivekacūḍāmaṇi, sutra 3,8,13,15 e in particolare 32-42

6 Discorsi di Satya Sai, vol. III, pag.15

 

tratto da: Prema Dharma. Satya Sai Baba e il Vedānta Advaita edizioni I Pitagorici

Polarità: SādhanaAsādhanā

D - Qual è il compito di un discepolo, diffondere l’insegna­mento del Maestro?

R - Per quello bastano i manifesti e un po’ di pubblicità, magari con un giusto testimonial.

D - Mi sta prendendo in giro?

R - Sì.

D - Ok. Dove è il busillis?

R - Compito di un discepolo è la realizzazione dell’insegnamento del Maestro. L’insegnamento di un Maestro consiste nella testimonianza della sua natura risvegliata. L’insieme delle azioni che il discepolo compie, per realizzare quell’insegnamento, viene detta sādhanā. La vera sādhanā è difficile e consuma molte energie, pertanto chi spreca energie per diffondere qualcosa che non è in grado di praticare, semplicemente non svolge alcuna sādhanā, se non a parole. Riconoscerete sempre un fratello che svolge la propria sādhanā: non assale, non condanna, non si mette su un piedistallo a urlare “Ascoltatemi che vi porto la Verità!”. La stessa Verità, quando si manifesta nel mondo, non mette i cartelloni pubblicitari, non cerca proseliti e non fa conferenze ad ogni canto. È come porgere un paniere sulla via, saranno le genti che verranno a chiedere quello che è contenuto nel paniere. Compito di un aspirante nella tradizione è far sì che ci sia sempre il contenuto da mettere nel paniere. Il paniere è la tradizione, il contenuto è la testimonianza della realizzazione del discepolo.

D - Sono un devoto di Sai Baba, e ho notato che Lui, prima, diceva “La mia vita è il mio messaggio”, adesso, dice ai noi devoti “voi siete il mio messaggio”.

R - Ha preso un esempio proprio calzante. Satya Sai Baba raccomanda ai suoi devoti di seguire il Sanātana- dharma. Sai Baba non ha detto “Le mie parole sono il mio messaggio”, per il semplice motivo che le sue parole non sono nuove, come qualsiasi conoscitore dei Veda e dei culti indiani è in grado di confermare. Tutta la sua vita è stata un continuo messaggio, la sua come quella di qualsiasi altra incarnazione del Divino. Sai Baba afferma che i devoti che hanno acquisito la Consapevolezza, coloro che hanno sperimentato l’Amore o il Sé, costoro, sono divenuti il messaggio vivente. Qui non si parla di discorsi o di conferenze. Non si sta portando alcuna nuova novella. Devono essere i devoti e la loro vita il messaggio! Chi riuscirà a crescere coscienzialmente, cambierà il mondo, non perché agirà sul mondo, ma perché il cambiamento di ogni individuo, la sua sādhanā, è la modificazione del mondo.

Credete veramente che il ripetere le parole del Divino o dei testi sacri come pappagalli, qualifichi come messaggi o messaggeri? Da quanti anni, in ogni religione, vengono recitate litanie e inni di ogni genere? Ed è anche possibile che questa ripetizione abbia giovato al mondo, ma quanto giova a chi ripete, a vanvera, parole che non realizza? Se osserviamo il comportamento dei devoti più anziani, di solito la loro caratteristica essenziale è il silenzio, non le chiacchiere. Tutti quei messaggeri che si sentono i depositari della Verità, sono dei neofiti entusiasti, esaltati dalla gioia e dal primo contatto con l’amore che un Maestro normalmente effonde intorno a sé. Senza essere divenuti loro stessi Amore, vorrebbero portarlo in giro, per il mondo, per attrarre più gente nei loro gruppi. Voi siete qui, nessuno vi ha chiamato, non avete trovato cartelli o pubblicità, sulla porta non c’è più alcuna targa eppure siete venuti e continuate a venire. Per qualcuno di voi è stato molto difficile trovare questo posto, per altri, è stato ancor più difficile essere ammessi a questo cerchio. La Verità-satya è una così grande forza che attira chi è qualificato, e la velocità di attrazione, dipende dallo spessore della scorza intorno alla noce, ma state pur sicuri che anche le pietre arrivano a sentire, se lo dovranno.

D - Lei ci sta dicendo che le sue parole sono così vere che anche le pietre arriveranno a sentirle?

R - Si spera proprio di no, ci mancherebbero solo le pietre e saremmo a posto! Si dice solo che la sete di consapevolezza, della propria natura, è così forte che ogni essere evoluto, nel silenzio e nella propria interiorità, prima o poi, si interrogherà sull’Assoluto. Vuoi per le circostanze della vita, vuoi perché ha un incontro particolare... Così come non è migliore di altri chi segue un determinato Maestro o Ideale divino, così voi non siete né migliori né peggiori di altri, ad essere qui. Siete esattamente dove dovevate essere oggi. Ognuno è sempre dove deve essere, né potrebbe essere altrimenti.

D - Però chi arriva ad un Maestro prima di altri, è migliore di questi, giusto?

R - Se lei a tutti i costi vuole vedere un primo e un secondo, un migliore e un peggiore, così è per una mente empirica prigioniera della sua logica e razionalità. Ma per il Paramātman come potete credere che esistano distinzioni? Voi vedete solo diversi comportamenti in Lui a seconda di chi Gli si rivolge, Egli accontenta questo gioco: lo chiama lilā.

D - Se questo è un gioco, perché non posso giocarlo criticando gli altri?

R - Questo è un gioco per l'Ātman, quindi solo chi ha consapevolezza del Sé può chiamare il proprio agire lilā, perché questa parola significa anche “azione con facilità”, un’azione senza sforzo, cioè senza causa, una azione che non è causata da una mente. Ma chi ha una mente, tutto questo non lo vede come un gioco, ma come una sofferenza. E chi, vedendo la sofferenza e l’arrancare di un fratello, si può permettere di criticarlo? Che ognuno svolga la propria sādhanā senza disquisire quella altrui; chi critica un altro cammino realizzativo comprenda che in realtà ancora non ha nemmeno idea di quale sia il proprio, anzi forse, si sta solo perdendo, perché ancora non ha compreso l'abc spirituale.

D - Ma se vedo un fratello che pratica male il suo cammino non devo avvisarlo?

R - Se lo chiede sì, ma solo in quel caso e solo se il cammino è comune ad entrambi.

D - Eppure lei ha criticato certi pensieri dei presenti.

R - Non sono stati criticati, perché non c’è acredine. Questo ente non è andato a cercarli. Siete voi che venite qui e fate domande o chiedete che vi si parli. Se un uomo viene a casa tua e ti chiede cibo, come puoi scacciarlo? Siete voi a sostenere che questo sia il cibo e, sempre voi, sostenete di essere affamati. Che voi veniate o meno, questo ente non cambia il suo Essere, Egli è comunque voi. Differente sarebbe, se venisse non invitato a casa vostra a pretendere che voi ascoltiate. In quel caso sarebbe l’io ad agire, a volere affermare la propria idea di verità, a dire: “Ascoltatemi perché sono io che parlo!”.

D – Śaṅkara fece tre volte il giro dell’India facendo proprio questo, andava nei vari monasteri contestando la modalità applicativa della dottrina.

R - Lei vorrebbe confutare un Ideale divino?

D - No, ma non comprendo come ci sia una legge per gli uomini e una per i Realizzati.

R - La legge è per chi è individuato, è questi che si confronta con la legge del dharma. Chi non è più individuato, quale legge dovrebbe vedere oltre a Sé come Essere? In ogni caso, lei c’era?

D - Cosa?

R - Lei c’era?

D - Dove?

R - Là, visto che parla di Śaṅkara, valutandone il comportamento ritengo che debba averne esperienza diretta.

D - Perché per parlare di qualcosa occorre averne esperienza diretta? Ho letto dei libri.

R - Quindi si rifà ad esperienze almeno di seconda mano. Si può comprendere chi ha fede nelle parole dei saggi che mostrano esperienze di prima mano, ma criticarli senza alcuna esperienza diretta è inutile. Lei ha letto e critica, le sembra ottimale?

D - Lo fanno tutti, si studia e si valuta, questa è la conoscenza.

R - Potrà chiamarla erudizione, certo non conoscenza. La conoscenza è consapevolezza. Come criticare ciò che non conosce? Nei tempi a cui lei fa cenno, era consuetudine il confronto, pubblico e privato, delle dottrine filosofiche. Se lei venisse qui con una palla dura e pesante e inizia a tirarla sulle pareti e gli oggetti di questa stanza, lei compierebbe una violenza e se lo facessero tutti i presenti sarebbe una battaglia. Se, invece, queste stesse azioni avvenissero all'interno di un bowling, faremmo una bella partita da cui tutti trarremmo letizia. A quei tempi i saggi erano saggi e non eruditi. Essi cercavano la Conoscenza-Consapevolezza, non l’auto affermazione, pertanto il confronto filosofico era una preziosa fonte da cui suggere la Conoscenza. Non era un problema di vittoria fine a sé stessa, ma riconoscevano in Sankara, il Guru dei Guru, il Paramātman, quindi non erano vinti ma vittoriosi perché il Sé si mostrava in forma umana ad istruirli. Si ricordi che per comprendere i bisogni di qualcuno, occorre porsi nel suo punto di vista. Se vuole esaminare un problema di bhakti, deve divenire bhakta, se vuole comprendere un dilemma seva, divenga a sua volta sevak. La consapevolezza non è conseguenza di una valutazione empirica, ma di una trasformazione interiore profonda. Tutto l’altro muoversi, agitarsi, criticare che taluni chiamano asādhanā, è un momento iniziale di un certo tipo di sādhanā, perché ogni vita è una sādhanā, un avvicinamento alla pura Realtà che ognuno è.

Tratto da "Dialogo dIstruzione" per le Ed. I Pitagorici, Prema Dharma, pag 181 - 186

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