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L'esperienza del Sè

Quando parla del Sé, Saradamma spesso lo chiama “il Cuore”. Altre volte usa questa definizione per indicare il centro del Cuore, nella parte destra del petto. Questo centro è quello che Swami indica come la sorgente del pensiero io. Nelle conversazioni che seguono Saradamma parla di questo centro e della sua esperienza di esso, prima e dopo la realizzazione del Sé.

Domanda: “Ho sentito Swami che parlava della tua esperienza del centro del Cuore. Si è rivelato subito come qualcosa di permanente? E come ti influenzò poi?”

Saradamma: “Quando la mente muore nel Cuore, è morta per sempre. Non si rialza più. Non posso descrivere la mia esperienza di questo stato perché non può essere fatto a parole; ma posso raccontare come mi influenzò. Ora non ci sono più preoccupazioni, paure o desideri.

“Prima della realizzazione del Sé, qualche volta entravo in samadhi. Mentre entravo e uscivo da questi stati, c’era la consapevolezza del centro del Cuore sulla destra del petto. Comunque, fin dalla realizzazione, so che il Cuore non può essere localizzato nel corpo. E’ il Sé ed è immanente in tutte le cose. E’ la sorgente di ogni cosa e non è né all’esterno, né all’interno del corpo. E’ ovunque.”

Saradamma: “Poco prima della realizzazione del Sé, ero consapevole del pensiero io che saliva e scendeva dal capo al centro del Cuore. Andava su e giù in un lampo, ma ero ancora consapevole di ciò che avveniva. Quando gli occhi erano chiusi, l’io ritornava al centro del Cuore, ma appena li aprivo, correva ancora al cervello. Quando l’io tornò temporaneamente al centro del Cuore, ci fu una sensazione di costrizione e un restringersi qui (Saradamma chiuse il pugno e indicò la parte destra del petto). Ci fu anche un’intensa sensazione di prurito, come centinaia di formiche che correvano attorno al centro del Cuore. Quando l’io finalmente morì, la sensazione di costrizione e prurito cessarono per lasciare posto a un dirompente sentimento di vuoto, di apertura, pace e beatitudine. Seppi immediatamente che il mio io era morto per sempre e questo fu il motivo per cui volevo abbandonare il corpo. Sapevo che non aveva più alcuna importava, perché avevo realizzato il Sé.”

Domanda: “Ho ascoltato il tuo nastro in cui parlavi mentre eri in samadhi, prima che realizzassi il Sé. Pensavi che il tuo io fosse morto in quel periodo. In che modo era diverso dalla realizzazione finale? Come venisti a sapere con certezza che il tuo io era morto?”

Saradamma: “Quando ero in samadhi, la mente scompariva solamente quando avevo gli occhi chiusi. Non appena li aprivo, il mio io rinasceva. Inoltre, durante gli stati di samadhi, c’era questa forte sensazione di costrizione al petto che era provocata dalla mente ancora latente nel Cuore.
Quando la mente mori, non vi fu più la costrizione al centro del Cuore ed io ero in grado di aprire gli occhi senza che il pensiero io sorgesse. In quel momento aprii gli occhi e guardai Swami. Seppi che avevo finalmente realizzato il Sé, e sapevo che anche Swami ne era al corrente. Era cosi felice che pianse e le lacrime solcavano le sue guance.”
Quando Swami lesse questa frase a Saradamma, durante la verifica di questo capitolo, ella fece i seguenti commenti: “Non c’era un io a sapere che il Sé era stato realizzato. L'io era totalmente scomparso, solo il Sé rimaneva.”
Swami le chiese se voleva che la riga venisse modificata, ma ella rispose che poteva andare, perché non c’era modo di spiegare a parole come era venuta a sapere che aveva finalmente realizzato il Sé.

Domanda: “Qual’è stata la tua prima reazione a questa nuova esperienza?”

Saradamma: “Non ci fu alcuna reazione. Semplicemente sapevo che avevo trasceso la veglia, il sonno e il sogno, che ero il Sé senza forma e che non avevo più bisogno di un corpo. Ecco la ragione per cui non mi curavo di rimanere in vita. Nulla poteva influenzare il Sé. Quel giorno stavo per morire, ma non me ne preoccupai. Sapevo che ero già al di là della nascita e della morte.
Ricordo che quando riaprii gli occhi, forse alcuni giorni dopo, nella mia casa di Gudur, vidi Baia con le lacrime agli occhi. Pensava che stessi per morire, ma non mi dispiacque per le sue lacrime, la morte non poteva più toccarmi.”

 Saradamma
Il disegno di cui sopra (a pagina 240) rappresenta un ricamo che Saradamma fece nel 1984. La montagna raffigurata è Arunachala e il fiore di loto al di sopra simbolizza il Cuore. Nel petalo centrale ci sono due fiori invertiti. Quello superiore rappresenta la mente durante il sonno. In questo stato essa riposa nel Cuore, sperimentando inconsciamente la pace e la beatitudine del Sé. Subito prima del risveglio, la mente si eleva al cervello in una frazione di secondo. In questa forma è il puro pensiero io, incontaminato da qualunque altro pensiero, ma quando raggiunge il cervello, comincia ad accumulare pensieri e percezioni. Saradamma dice che dapprincipio i pensieri sono molto semplici: “Sono sdraiato a letto”, “devo alzarmi”, “devo andare in bagno”, eccetera. Nella loro semplicità, sono rappresentati dalla linea a zig-zag che si muove a spirale allontanandosi dal pensiero io (il fiore all’insù al centro della spirale). In breve tempo la mente comincia a fare dei calcoli più complessi: “Oggi devo fare questa cosa”, “Farò in tempo a mangiare prima di andare a lavorare?”, eccetera. Questi pensieri sui problemi della vita di ogni giorno sono rappresentati da un giro più stretto della spirale della mente. La forza, la densità e la continuità di tutti questi pensieri e problemi oscurano l’esperienza del Sé. Alla fine di ogni giorno viene il sonno e la mente sprofonda nuovamente nel Cuore. Sebbene la mente riposi in esso durante il sonno, è consapevole solo vagamente della pace e della beatitudine che prevalgono là. Saradamma paragona questa limitata quantità di pace alla fioca luce lunare che filtra sotto il fitto fogliame di un albero. Essa è appena sufficiente a rendere il sonno un’esperienza piacevole, ma non può essere paragonata alla pace e alla beatitudine che si sperimentano quando la mente sprofonda nel Cuore.

Alla base del petalo centrale del loto del Cuore c’è un piccolo foro. Saradamma dice che quando la mente passa attraverso questa strettoia, abbiamo la realizzazione del Sé. Quando si è in samadhi o in meditazione profonda, la mente conscia sprofonda nel Cuore e rimane appena al di fuori del piccolo cancello. Mentre mi spiegava questo disegno, Saradamma disse che quando la mente è appena fuori dall’apertura si può sentire un’intensa forza che ci attira verso il foro. La mente è spaventata da questa forza e quando la sente, generalmente si allontana dall’apertura e cerca di scappare verso il cervello. Ha delle buone ragioni di essere spaventata: se attraversa il foro, il Sé la distrugge completamente e ne risulta la realizzazione. Nel ricamo originale i fiori della mente, della veglia e del sonno erano bianchi, mentre la mente morta, sotto al cancello, era colorata di nero a simbolizzare la sua totale estinzione.

Questa spiegazione mi fu fornita da Saradamma. Anche Sri Lakshmana contribuì con le seguenti affermazioni:
“Nel sonno profondo la mente (l' "io’) entra nel Cuore, ma resta in un’ignoranza del Sé che non può essere descritta a parole. Poco prima della veglia, la mente, che è il pensiero io, si eleva dal Cuore al cervello in una frazione di secondo attraverso un passaggio chiamato amritanadi. Allora la mente sperimenta il mondo tramite i cinque sensi e pensa che sia reale.
“Nella realizzazione del Sé, la mente pura, senza pensieri e problemi, ritorna alla caverna del Cuore attraverso questo stesso passaggio. Mentre la mente cerca di passare attraverso la strettoia, il Sé la attira e la uccide.
“Dopo la morte dell’io il Sé rimarrà uno senza un secondo, eterna pace e beatitudine. Poiché non c’è mente, non c’è mondo, né nascita o morte. Proprio come gli ornamenti non sono separati dall’oro di cui sono fatti, allo stesso modo il mondo non è separato dal Sé. Perché il Sé è onnipervadente, è al di là del tempo, delle direzioni e dei tre stati di veglia, sonno e sogno.”

Sapere di aver trasceso la veglia, il sonno ed il sogno è un classico indizio della realizzazione del Sé. La consapevolezza che il jnani ha del Sé è la stessa in tutti i tre stati. Questo significa che anche mentre il suo corpo dorme, egli mantiene la piena coscienza del Sé.

Saradamma: “Ero solita dormire molto quando ero giovane, ma ora non ne ho quasi bisogno. Tre o quattro ore per notte di solito sono sufficienti per me. Lo stesso vale per Swami. Anche quando dormo non è l’esperienza inconscia cui si riferiscono le persone quando parlano del sonno. Se qualcuno mi pone una domanda, posso rispondere mentre sto ancora dormendo. Il Sé non perde mai coscienza ed è sempre consapevole dei tre stati di veglia, sogno e sonno che gli passano davanti, senza esserne influenzato.”

Saradamma in numerose occasioni ebbe una breve esperienza del Sé, ma è piuttosto scettica sui devoti che affermano di aver avuto simili esperienze.

D: “Alcune persone affermano di aver avuto brevi esperienze del Sé. E’ una cosa comune?”
Saradamma: “Molte persone lo affermano, ma tranne pochi casi, dubito che abbiano avuto una genuina esperienza del Sé. Siccome molte persone non hanno mai avuto una diretta esperienza del Sé, credono che uno stato mentale quieto o beatifico sia un assaggio del Sé. L’unica esperienza reale del Sé avviene quando la mente entra nel Cuore.
“Immagina una caverna con un feroce demone. Se vai ad investigare, possono accadere tre cose: il demone può ucciderti, puoi scappare dall’ingresso oppure puoi romperti la testa contro le pareti della caverna mentre cerchi di fuggire e quindi morire. Portare la mente nella caverna del Cuore è un po’ la stessa cosa.
Il Sé distrugge del tutto la mente, oppure la mente gioisce la beatitudine del Sé per un po’ prima di fuggire di nuovo verso il cervello, oppure lo sforzo dell’esperienza è troppo forte per il corpo e quindi si muore. In quest’ultimo caso ci sarà probabilmente una rinascita in uno dei mondi superiori. La maggior parte delle persone che affermano di aver sperimentato il Sé, non ha portato la mente nemmeno vicino all’ingresso della caverna del Cuore. E anche se la mente entra nel Cuore, c’è ancora un io che sta sperimentando la beatitudine del Sé. La vera esperienza del Sé avviene solo quando la mente è completamente assente, temporaneamente, come nel samadhi, o in modo permanente, come nella realizzazione del Sé. Entrambe queste esperienze sono molto rare.

“E’ molto difficile fare entrare la mente nel Cuore. In genere ha troppa paura di morire per avvicinarsi anche solo all’entrata. Le esperienze mentali di pace, beatitudine e tranquillità che i devoti affermano di sperimentare, generalmente avvengono al di fuori del Cuore. Sono tutte nella mente. Le persone che pensano che queste esperienze siano la realtà del Sé, stanno soltanto illudendosi.”

In una delle citazioni precedenti di questo capitolo, Saradamma affermò che emozioni come l’ira e il dolore, non la influenzano realmente; disse che sono soltanto immagini che vanno e vengono sullo schermo del Sé. Ciò che ha affermato per le emozioni, si applica in egual misura al suo comportamento e alle sue azioni: lei è il Sé, non il corpo, perciò non è toccata da nessuna azione che esso possa compiere. Le seguenti parole furono la risposta ad alcuni devoti che affermavano che gli jnani dovrebbero comportarsi in modo che la loro santità e spiritualità siano chiaramente visibili.
Saradamma: “Non sono obbligata a conformarmi alle opinioni e ai pregiudizi degli altri. Per una persona che ha realizzato il Sé l’io è morto, e non si comporta in modo prestabilito. La mia esperienza del Sé è immutabile e non toccata da nessuna delle attività in cui posso indulgere. Non sto cercando l’approvazione per le mie azioni, né mi interessa se le persone le disapprovano. Il Sé non è il corpo e non è toccato dai pensieri altrui.

“Non si può mai individuare uno jnani da ciò che dice o da ciò che fa. C’è una vecchia storia che illustra questo: Krishna e Arjuna stavano viaggiando insieme e visitarono la casa di un uomo molto cattivo che aveva accumulato parecchio denaro. Furono trattati male, ma quando se ne andarono Krishna benedisse il luogo e disse che la sua fortuna sarebbe aumentata sempre più. Poi visitarono un povero il cui solo possesso era una mucca. Egli li trattò con grande ospitalità, ma quando se andarono, Krishna benedisse l’uomo dicendogli che la sua mucca sarebbe morta. Arjuna rimase perplesso per questo comportamento e chiese a Krishna una spiegazione. Egli rispose che il ricco era molto attaccato al suo denaro e dandogliene di più, in realtà lo stava maledicendo, perché rafforzava i suoi attaccamenti. Il povero aveva soltanto un attaccamento: la sua mucca, cosi Krishna lo benedisse portandogliela via.

“Spesso gli jnani si comportano in modo imprevedibile, ma non si dovrebbe mai giudicarli secondo i normali modelli di comportamento.”

Saradamma afferma frequentemente di non avere una mente e che la persona realizzata è quella la cui mente è morta. Saradamma e Swami si comportano entrambi in modo normale. Guardandoli, a volte è difficile immaginare come possano eseguire tutti i loro compiti quotidiani senza mente. Una volta interrogai Saradamma in proposito. Le dissi che lei e Swami sembravano avere buona memoria e che nessuno di loro pareva avere difficoltà nel risolvere quei problemi per i quali la maggior parte delle persone dovrebbero ricorrere al pensiero. Inoltre dissi che lei e Swami sembrava prendessero decisioni proprio come chiunque altro. Le chiesi: “Come si conciliano queste osservazioni con la tua affermazione secondo la quale non hai una mente?”
Saradamma rispose: “Prima della realizzazione tutte queste funzioni mentali venivano eseguite dalla mente inerte grazie al potere del Sé. Ora viene fatto tutto dal Sé. La mente ha cessato di esistere ed ora ogni cosa viene eseguita dal Sé in modo automatico.”
In un’occasione più recente fu ancor più enfatica sul fatto di non possedere una mente.

Saradamma: “Io non ho mente. Gli jnani non hanno mente. Qualunque cosa sia scritta nei libri sugli jnani che mantengono una parte di mente non è vera. Ramana Maharshi a volte soleva dire che la mente dello jnani è come la luna alla luce del giorno, che è visibile a malapena, e che non fa nulla di utile perché il sole (il Sé) sta fornendo tutta la luce. Questo non è vero ed egli lo disse solo a quelle persone che trovavano difficile accettare il fatto che lo jnani non ha mente. In modo simile alcuni libri affermano che lo jnani ha ancora del prarabdha karma (il destino da esaurire nella vita presente) e che il corpo continuerà le funzioni alle quali è destinato finché morrà. Lo jnani non ha prarabdha karma perché egli non é il corpo. Non ho alcun timore nell'affermare queste cose anche se per molti devoti non è facile comprenderle.

“La mente è semplicemente una macchina inerte che sembra funzioni solo perché la corrente del Sé la anima. Quando la mente si tuffa nel Cuore e viene distrutta dal Sé si realizza che era il Sé ad animare la mente e che senza il Sé essa sarebbe stata inerte e del tutto inutile.
“Ogni cosa viene fatta dal Sé: guardare, girare la testa, parlare, camminare, ecc. Prima della realizzazione si immagina che sia la mente o il corpo a fare tutto questo, ma dopo la realizzazione si sa che è il Sé a fare ogni cosa.”
Saradamma afferma che il mondo non è altro che mente. La deduzione logica che ne consegue è che lo jnani non percepisce affatto il mondo, poiché non ha più una mente. Saradamma conferma che le cose stanno cosi nel dialogo seguente.

D: “Hai fatto due affermazioni. In una dici che il mondo non è che la mente e nella seconda dici che la persona realizzata non ha mente. Se entrambe queste affermazioni sono vere, come fai a vedere il mondo, dato che non hai più una mente?”

Saradamma: “Io non vedo il mondo. Vedo soltanto il Sé. Vedere il Sé ovunque io guardi è una proprietà fondamentale del mio essere, tale da farmi dimenticare a volte che i devoti non vedono ciò che io vedo. In queste occasioni, è solo quando parlano che mi ricordo che hanno tutti una mente e che quando guardano il mondo stanno solo guardando la loro mente.”
Non avendo una mente, Saradamma compie il viaggio della vita senza essere appesantita da alcun bagaglio mentale e le implicazioni di ciò a volte sono molto sorprendenti.

Saradamma: “Qualche volta vado a Bangalore a trovare mia sorella che abita laggiù. Mentre sono lontana dall’ashram mi dimentico completamente di esso perché non c’è una mente che mi ricordi continuamente la sua esistenza e quando vi faccio ritorno è tutto molto strano. Anche se ogni cosa mi è familiare, è quasi come se stessi visitando il luogo per la prima volta. Poiché non ho mente, non c’è nulla in me che possa mantenere una continuità con il passato. Il Sé esiste soltanto nel momento presente e dato che non ha residui del passato che vi si attacchino, ogni esperienza è nuova e fresca. Quando sono a casa di mia sorella a Bangalore, per me quella casa è tutto ciò che esiste. Quando sono qui, esiste solo l’ashram. Ovunque io sia non c’è attaccamento al passato e non c’è anticipazione del futuro.”
Prima della sua realizzazione, la mente di Saradamma era occupata costantemente da pensieri su Swami e quando la sua mente morì non potè più avere tali pensieri, ma l’amore che aveva generato i pensieri continuò a fluire.

Saradamma: “Prima della realizzazione non potevo distogliere lo sguardo da Swami. Pensavo a lui continuamente e la mia mente era sempre consapevole della sua presenza. Dal momento della realizzazione la mia mente se n’è andata ed ora scopro che non ho l’impulso di guardarlo per più di due o tre minuti per volta. I pensieri sono cessati, ma l’amore non è diminuito. La sola differenza è che prima era amore mentale, mentre ora è amore del Sé. Lo stesso amore del Sé fluisce da Swami: Swami è il mio Cuore ed io sono il Cuore di Swami.”

Tratto da Non sono la mente io sono il Sè, Vita e insegnamenti di Sri Lakshmana Swami e Mathru Sri Sarada, David Godman, Ed. Il Punto di Incontro, pag 245-254)

Sri Lakshmana Swami è un discepolo diretto di Sri Ramana Maharshi, il grande saggio e Guru che istruì migliaia di persone durante la prima metà del secolo. Diventò discepolo di Sri Ramana negli anni quaranta e alla fine realizzò il Sé in sua presenza nel 1949.

Realizzare il Sé, che può essere tradotto liberamente con il termine 'illuminazione', è la meta delle pratiche spirituali Indù. Nel momento della realizzazione, il sé individuale cessa di esistere. Ciò che rimane è una diretta esperienza della realtà che è al di là del sé individuale e che è generalmente conosciuta con il nome di Atman, o Sé, ed è la sorgente e la sostanza di tutto ciò che esiste.

Negli anni che sono passati da allora, Lakshmana Swarni ha trascorso una vita quieta, in isolamento, per lo più nell'Andra Pradesh, uno stato del Sud dell'India.

Mathru Sri Sarada è la persona designata come successore di Sri Lakshmana. Giunse da lui quando era ancora adolescente, gli si abbandonò completamente e realizzò il Sé quando aveva solo diciott'anni.
Attualmente sta aiutando Sri Lakshmana nell'insegnamento nel piccolo ashram sorto attorno a loro.

Nel 1982 Sri Lakshmana mi chiese di scrivere un opuscolo sulla vita e gli insegnamenti di Mathru Sri Sarada e suggerì che il titolo avrebbe dovuto essere: "No mind I am the Self". Mathru Sri Sarada all'inizio non aveva interesse per il libro e Sri Lakshmana ebbe qualche difficoltà nel persuaderla a cooperare con il progetto. Quando infine ci riuscì, cominciai a raccogliere il materiale biografico per il libro intervistando Sri Lakshmana e Mathru Sri Sarada nella veranda della loro casa.

Fortunatamente Mathru Sri Sarada aveva tenuto un diario durante i primi stadi della sua ricerca spirituale e Sri Lakshmana mi tradusse in parole tutti i punti più salienti. Tradusse anche alcune lettere che Sarada gli aveva scritto e un nastro sulle sue esperienze registrato poco prima che ella realizzasse il Sé. Raccolsi gli insegnamenti di persona, trascrivendo i suoi discorsi e le sue conversazioni su vari argomenti spirituali. Tutta l'opera è stata scritta un pò frettolosamente e non fu mai stampata per carenza di fondi.

Nel 1985 Mathru Sri Sarada decise che il libro doveva essere stampato per commemorare il sessantesimo compleanno di Sri Lakshmana. Quindi corressi il testo e lo ampliai, aggiungendo numerose conversazioni che i visitatori e i devoti avevano avuto con Sri Lakshmana, ma anche questo tentativo fallì per mancanza di fondi.

All'inizio di quest'anno un devoto Americano fece una donazione sufficiente a stampare il libro e Mathru Sri Sarada decise di ampliare il testo ulteriormente per includere un lungo resoconto sulla vita di Sri Lakshmana. Aveva raccolto molte storie su di lui nei due anni precedenti e le aveva trascritte in Telegu, la sua madre lingua, su un grosso taccuino. Mi tradusse verbalmente tutte queste storie e Sri Lakshmana aggiunse occasionalmente i suoi commenti rispondendo con gioia a tutte le mie richieste di informazioni...
 
Tratto dall'Introduzione del libro "Non sono la mente, io sono il Sè"  a cura di David Godman, per le Edizioni Il Punto di Incontro.
 
Ulteriori approfondimenti presso il sito Mathru Sri Sarada

Sri Lakshmana ha delle opinioni molto radicali sulle pratiche yoga tradizionali. Egli afferma che la vera kundalini è un sinonimo di mente e che sorge dal centro del Cuore nella parte destra del petto, non dal muladhara chakra alla base della spina dorsale. Questo centro del Cuore non è uno dei chakra dello yoga, ma è il centro del corpo da cui ha origine la mente. Sri Ramana ne descrisse l’ubicazione cosi: “Due dita a destra dal centro del petto”.

Sri Lakshmana ha sperimentato a sua volta questo centro e quindi ne parla sulla base della sua esperienza diretta.

Quando viene interrogato sul valore degli esercizi yoga tradizionali, la sua risposta abituale è che non porteranno alla realizzazione del Sé e generalmente aggiunge che tali esercizi sono utili solo a persone che desiderano poteri psichici.

D: “Ho letto diversi libri sulle tradizioni yoga e tantriche e tutte parlano del risveglio di kundalini dal muladhara chakra verso il sahasrara chakra (sulla cima del capo). Dicono che quando kundalini raggiunge il sahasrara si ha lo stato finale, moksha o liberazione.”

R: “Non è finale. Deve andare dal Cuore al Sahasrara per poi tornare ancora al Cuore affinché avvenga la realizzazione. Kundalini shakti significa mente. Si innalza al cervello dal centro del Cuore e quando ritorna al Cuore per morirvi si ha moksha, lo stato finale. Kundalini shakti significa mente. La si sente sorgere dal centro del Cuore solamente il giorno della realizzazione del Sé. Prima di allora non la si può sentire. La mente sorge dal Cuore quotidianamente dopo il sonno, ma non se n’è consapevoli; arriva al cervello, guarda il mondo attraverso i cinque sensi e gioisce di ciò che vede; poi torna ancora al Cuore, ma nulla di tutto ciò viene percepito dal devoto.”

D: “Quindi la tradizione della Kundalini non parla dal punto di vista più alto?”

R: “La tradizione della Kundalini non parla dal punto di vista più alto, in quanto non insegna che la mente deve tornare al Cuore perché avvenga la realizzazione finale. Quando parli di Kundalini che sale al Sahasrara, stai parlando di uno stato Yoga che non è quello più alto. Far salire la Kundalini fino al Sahasrara può essere utile se si desiderano delle siddhi, ma non porterà alla realizzazione del Sé. Che cos’è Kundalini Shakti ? E' soltanto la mente che sorge dal Cuore e va al cervello.”

D: “Si dice che quando la Kundalini si eleva fino al Sahasrara, Shiva e Shakti si fondono; è cosi?”

R: “No. Shakti significa mente. Deve ritornare alla sua sorgente, il Cuore, che è Shiva, e morire là.”

D: “Allora stai dicendo che Kundalini è soltanto nella mente, è esatto?”

R: “No, non è esatto; ‘è’ la mente. La mia esperienza diretta è che la mente va dal Cuore al cervello, mai dal muladhara al Sahasrara. Quello è soltanto uno stato yoga che le persone possono conseguire se vogliono eseguire dei miracoli. Una volta venne qui una donna e raccontò che diciannove anni prima la sua Kundalini era salita dal muladhara al sahasrara, e che aveva avuto la visione di un lampo di luce. Questa è una cosa che può essere raggiunta con la pratica dello yoga, ma non ha nulla a che fare con realizzazione del Sé. Gli yogi fanno ascendere la Kundalini dal muladhara al sahasrara ma tutto ciò avviene nella loro mente o nella loro immaginazione.
Come risultato possono essere in grado di compiere dei miracoli, ma di quale utilità sono i miracoli? Eseguire dei miracoli non li aiuterà a realizzare il Sé.”

Swami: “Far ascendere la Kundalini dal muladhara al sahasrara è un’attività mentale; non porterà al di là della mente, e non la ucciderà. Per la realizzazione, la mente deve sprofondare nel Cuore per venire distrutta dal Sé. Il sorgere di Kundalini attraverso le pratiche yoga non porta alla realizzazione, nemmeno quando la Kundalini raggiunge il sahasrara. Questo è un raggiungimento della mente; ma la realizzazione si ottiene soltanto con la distruzione della mente. C’è un canale che va dal centro del Cuore al cervello, chiamato amritanadi. Attraverso questo canale la mente sale al cervello e quindi torna ancora al centro del Cuore durante il sonno o la meditazione profonda. La mente che sorge o sprofonda attraverso questo canale è la vera Kundalini. Al momento della realizzazione il pensiero io scende lungo questo canale e viene distrutto nel Cuore.
Dopo la realizzazione l'amritanadi e il centro del Cuore non sono più di alcuna importanza ed lo jnani allora sa di essere il Sè onnipervadente.”

Tratto da "Non sono la mente, io sono il Sè",  Vita e insegnamenti di Sri Lakshmana Swami e Mathru Sri Sarada di David Godman, Ed. Il Punto d'Incontro, pag 133.

 

Stone Namaste Patanjali with Snakes Statue

Gli stralci che seguono sono tratti dal libro "Non sono la mente, io sono il Sè"  che riporta i dialoghi del curatore David Godman  per lo più con Swami Lakshmana, ma anche con Sri Sarada. Nello specifico ho voluto evidenziare quelli inerenti la "Grazia del Guru" che trovo molto interessanti nella loro formulazione, peraltro quasi coincidente con quella di Ramana Maharshi, alla cui presenza Lakshmana afferma di essersi realizzato. Ho voluto inoltre porre in corsivo alcune parole o frasi che mi sembravano particolarmente indicative della necessità sia di avere un riferimento, un guru, in "carne ed ossa", sia di uno sforzo di abbandono consapevole da parte del discepolo in modo che possa essere ricettacolo della Grazia e vincere l'inerzia (tamas). Solo così si potrà conseguire lo stato spontaneo libero dai pensieri, ossia il livello più alto della pratica. 

***


Domanda: la grazia del Guru fluisce automaticamente o il Guru esercita un controllo su chi deve o non deve riceverla ?
Swami: La grazia fluisce sempre dalla forma del Guru e se la tua mente è quieta, la riceverai automaticamente. Ma se un Guru vede che un particolare devoto è pieno di devozione o libero dai pensieri, può rispondere allo stato mentale del devoto aumentando il flusso della grazia verso di lui. Così, possiamo dire che la grazia fluisce sempre, ma che qualche volta il flusso viene aumentato perchè il Guru la sta proiettando deliberatamente. Pag 90

Swami: Per la realizzazione è necessario lo sforzo, ma ci vuole anche la grazia, e la grazia è più importante. Pag 99

Swami: Un guru umano in vita è essenziale per la realizzazione del Sè. E' il Sè, agendo attraverso il canale del Guru, che alla fine distrugge l'ego e soltanto il Guru umano può agire come canale. Quando il Guru abbandona il corpo, il Sè non può più usarlo per distruggere l'ego dei devoti. Pag 100

Domanda: Qual'è il ruolo del Guru ?
Swami: Il Guru è il Sè nel Cuore di ogni devoto. Quando il devoto compie uno sforzo per essere senza pensieri o abbandonarsi al Sè, il Guru all'interno risponde, osserva gli sforzi compiuti dal devoto e gli trasmette la grazia del Sè. Questa grazia purifica la mente del devoto e l'attira verso il Sè. Alla fine, se il devoto è maturo, il Sè attira la mente nel Cuore e la distrugge. Pag 103

Domanda: Raccomandi la concentrazione sul nome o la forma di un illuminato. Ci si può anche concentrare su una divinità come Rama o Krishna ?
Swami: Se ti concentri sul nome o la forma di una divinità, il Sè può assumerne la forma ed apparirti di fronte. Queste divinità non sono separate dal Sè e se ti concentri su di esse la grazia del Sè comincierà a fluire.
Domanda: Quindi non è indispensabile un Guru fisico ?
Swami: Puoi fare dei progressi concentrandoti su una divinità, ma negli stadi finali della sadhana (sforzo spirituale) è indispensabile un Guru umano. Pag 104

Swami: Il Sè o il Guru è un'infinito oceano di grazia. Ramana Maharshi disse che se ti avvicini a questo oceano con una tazza puoi prenderne solo una tazza, se arrivi con un secchio puoi portarne via solo un secchio. L'ammontare di grazia che ricevi è proporzionale all'abbandono. Se ti abbandoni completamente riceverai abbastanza grazia per realizzare il Sè.Pag 105

Swami: Molti devoti mi chiedono: "Perchè non puoi darci tutta l'infinita grazia del Sè e l'autorealizzazione ?" Ma questo non è possibile, perchè la mente di tali persone non è pura o umile a sufficienza. Se un Guru elargisse una grande quantità di grazia a queste persone, la scossa potrebbe ucciderle. Immaginate un'auto che viaggia a velocità sostenuta. Se l'auto cozza contro un ostacolo fermandosi all'improvviso, gli occupanti restano uccisi. La mente è come un'auto, fermarla improvvisamente è pericoloso. La meditazione funge da freno. Finchè il devoto non ha purificato e calmato la mente attraverso la meditazione, non può ricevere con tranquillità tutto il potere della grazia del Guru.

Ma cè un'altro problema. Sebbene il potere e la grazia siano infiniti, il Guru deve usare il suo corpo per trasmettere questo potere. Il corpo non può sostenere lo sforzo di elargire troppa grazia a molte persone, in breve tempo. Si indebolirebbe rapidamente e morirebbe. Invece di indebolire il suo corpo sciupando il potere su tutti i devoti immaturi che vanno a trovarlo, il Guru risparmia il potere e la salute trasmettendo grandi quantità di grazia solo ai buoni devoti che la meritano. Se la mente del devoto è pronta, la grazia automaticamente comincia a fluire. Pag 106

Swami: Per esempio, un jnani può guardare un devoto e dire immediatamente se sia in grado di realizzare il Sè nella sua vita presente. Ma un jnani raramente rivela tali informazioni...

Swami: Mentre è in vita, il jnani può trasmettere la grazia del Sè ai devoti e per trasmettere e incanalare questo potere è necessario un corpo. Quando il corpo dello jṅani muore questo potere di trasmissione scompare con esso. Pag 108

Swami: E' vero che il jnani vede il Sè in tutti i devoti, ma quando guarda un devoto negli occhi, ne osserva anche la mente. Se lo jnani vede che c'è grande devozione o una mente pura, libera da pensieri, allora la grazia e l'amore fluiranno verso quel particolare devoto. Non tutti i devoti hanno raggiunto lo stesso livello di sviluppo, così l'amore e la grazia non sono distribuite in egual misura. Pag 109

Domanda: Il potere che proviene da Arunachala non è lo stesso potere di un Guru umano ?
Swami: Sì, è lo stesso potere, ma soltanto un Guru umano è capace di usare questo potere per provocare la distruzione finale dell'ego.
Domanda: Se Arunachala da sola non può farlo, a cosa serve stare qui ad Arunachala ?
Swami: Risiedere qui è molto benefico. Il potere che fluisce da Arunachala calma e purifica la mente. I devoti che vivono e meditano qui faranno ottimi progressi. La Grazia di Arunachala può portare allo stadio finale della sadhana, che è lo stato senza sforzo libero dal pensiero; ma per la distruzione finale dell'ego è necessario un Guru umano. Pag 117

Swami: Alla fine l'io, che è la mente, deve morire. La mente non si ucciderà da sè, quindi la grazia del Guru, che è il Sè, è determinante. La morte della mente coincide con la realizzazione del Sè. Poichè non c'è una mente dopo la realizzazione, il Sè rimane solo, senza un secondo.Pag 125

Swami: La mente è soltanto pensieri. Più è facile stare senza pensieri, più sei vicino a una diretta esperienza del Sè. Per fare morire la mente devi prima privarla dei pensieri. Lo stato spontaneo libero dai pensieri è il livello più alto della pratica.
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Lo stadio finale della sadhana è quello stato spontaneo libero dal pensiero. Se può essere mantenuto, allora l'io sprofonderà nel Sè e sperimenterà la beatitudine del Sè. Questa però non è la realizzazione, perchè c'è ancora un io che sta sperimentando la beatitudine del Sè. Queste esperienze sono solo temporanee. L'io continuerà a riaffermarsi fino al momento della realizzazione. Essa può avvenire soltanto in questo stato spontaneo libero dal pensiero, poichè è soltanto in esso che il Sè può distruggere il pensiero io, che è la mente e deve morire completamente prima che avvenga la realizzazione del Sè. 
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La mente non può mai eliminare se stessa senza la grazia del Sè. Teme questa sua morte e non farà nulla che possa mettere in pericolo la sua esistenza.
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Si impegnerà nella sadhana, pensando che vuole distruggersi, ma appena comincierà a sprofondare nel Cuore, sorgerà una grande paura che le impedirà di lasciarsi andare completamente. Questa paura fa parte del suo meccanismo di autodifesa e non riuscirà mai a superarlo con il tuo solo sforzo. E' per questo che hai bisogno della grazia del Guru.
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La mente deve morire, non c'è altro modo di realizzare il Sè. Pag 138

Swami: Ci sono molti tipi di samadhi, ma generalmente si parla di tre tipi. Il livello più basso, il savikalpa samadhi, è solo uno stadio avanzato di concentrazione. La mente può aggrapparsi a un oggetto del pensiero per lunghi periodi senza distrazioni, ma tali periodi terminano sempre quando sorgono dei pensieri che distraggono la propria attenzione dall'oggetto su cui si sta meditando. Questo tipo di concentrazione è la forma di samadhi più bassa. Pag 142

Se si può raggiungere uno stadio in cui non ci sono affatto pensieri, allora anche questo può essere chiamato samadhi. Se si riesce a rimanere a lungo senza pensieri, allora la mente automaticamente sprofonderà nel Sè e verrà sperimentata la beatitudine. Questa non è la vera esperienza del Sè, perchè c'è ancora un io che sta sperimentando la beatitudine. La vera esperienza del Sè avviene quando la mente muore. Allora non c'è uno sperimentatore, c'è soltanto il Sè.

Il secondo stadio di samadhi è chiamato kevala nirvikalpa samadhi. In questo stato l'io scompare temporaneamente e lascia la vera esperienza del Sè. Poichè è soltanto temporanea non è la realizzazione del Sè. L'io può riapparire in qualunque momento e riassumere la sua normale coscienza dell'ego. Eè come un secchio che è stato fatto cadere in un pozzo. Mentre è sotto la superficie, l'acqua all'interno del secchio forma un tutto inseparabile con quella al di fuori, ma quando la corda tira su il secchio, il secchio e l'acqua che contiene sono separati dal pozzo.

Analogamente la mente può sprofondare e sparire nel Sè, ma quando riemerge, il senso di separazione, il sè individuale, riemerge con essa. Nel kevala nirvikalpa samadhi, tutti gli organi di senso hanno cessato di funzionare e non si ha facoltà di pensiero, percezione o azione. E' lo stato dello yogi, non del jnani, perchè la mente non è ancora stata distrutta. Uno yogi può rimanere in questo stato anche per anni, ma finchè la mente sarà definitivamente distrutta, non si potrà definirlo realizzazione.

Lo stato finale è il sahaja nirvikalpa samadhi. In questo stato la mente o l'io è stato distrutto definitivamente. E' lo stato del jnani. Il jnani sa senza ombra di dubbio che la sua mente ha cessato di esistere e che rimane soltanto il Sè. Nello stato di sahaja i sensi e il corpo funzionano normalmente e quindi il jnani può sembrare una persona ordinaria che vive e lavora nel mondo.

Domanda: Qual'è lo sforzo più efficace ?
Swami: Lo sforzo dovrebbe essere diretto verso l'abbandono dei pensieri. Quando il Signore nel tuo Cuore vede che hai fatto questo sforzo, allora la grazia che cerchi comincerà a fluire. Alla fine, se perseveri, il Signore potrà concederti uno stato spontaneo libero dal pensiero. Lo sforzo soltanto non può portarti a questo stadio. Viene solo attraverso l'intervento della grazia dall'interno. Se il Signore vede che sei serio nei tuoi sforzi di abbandonare il pensiero, allora può concederti questa esperienza; ma dovresti ricordare che non è lo stato finale, è solo lo stadio che precede la realizzazione. Comunque non puoi realizzare il Sè se il Signore non ti ha prima concesso questa esperienza, perchè il Guru può distruggere l'ego solo quando il devoto si è stabilizzato in questo stato.

Doamanda: Quindi nulla può essere fatto senza la grazia ?

Swami: La grazia è più importante dello sforzo; ma lo sforzo è essenziale, perchè senza sforzo la grazia non comincerà a fluire. Pag 145

Saradamma: Io sono stata sottoposta a molte prove durante la mia sadhana. A volte venivano messi alla prova l'amore e la devozione, a volte ero messa alla prova perchè l'ego aveva alzato la testa. Tutte le prove erano necessarie.

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Queste prove mettono il proprio progresso spirituale nella giusta prospettiva e facilitano l'umiltà e l'abbandono del devoto, perchè gli fanno realizzare quanto instabili siano le fondamenta dei suoi conseguimenti spirituali. (pag 255) 

Saradamma: Quando arrivai da Swami la prima volta la mia mente era molto rajasica, mi arrabbiavo sempre con lui. Quando mi metteva alla prova dubitando della mia devozione la mia prima reazione era sempre l'ira. Sebbene la mia devozione non oscillasse mai, non accettavo mai di buon grado le sue critiche. Lentamente, durante gli anni che passai con lui, egli ridusse il mio ego e il rajas fu gradualmente sostituito dal sattva. Non si può fare nulla per i devoti che hanno la mente completamente immersa nel tamas, perchè è quasi impossibile trasformare una mente tamasica senza avere rajas come stato intermedio. Se l'elemento tamasico non è radicato, la devozione e la meditazione lo possono eliminare, ma anche in questo caso è necessario il rajas.

Sedere per molte ore in meditazione non è necessariamente benefico. A volte la meditazione eccessiva non fa che rendere la mente ottusa lasciandola in uno stato di tamas permanente. Anche uno stato libero dal pensiero non è necessariamente una cosa desiderabile perchè c'è uno stato tamasico libero dal pensiero in cui non c'è nè pace nè beatitudine, ma solo uno stupore semiconscio. Mentre si è in quello stato non si fa alcun progresso.

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La mente è sempre un misto di rajas, tamas e sattva. I componenti cambiano sempre e non si è mai completamente rajasici o tamasici. Quando dico che qualcuno è rajasico o tamasico, intendo che quello è il guna dominante; gli altri due sono ancora presenti ma sono meno evidenti. Il puro sattva, o sudda sattva, non è realmente uno stato mentale. In realtà la mente è solo l'alternarsi di rajas e tamas. Quando sattva predomina, significa che la mente si è acquietata e che il Sè sta cominciando a manifestarsi.

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La maggior parte dei devoti possiede una mente tamasica, ma sono solo quelli che non hanno rajas che hanno la tendenza a bloccarsi nello stato di tamas. Il rajas è una sorta di pietra miliare verso il sattva e perciò è sempre bene avere un pò di rajas nella propria struttura mentale. Naturalmente, anche il rajas dev'essere eliminato, sebbene sia un utile strumento per combattere lo stupore tamasico in cui sono immersi molti devoti. Pag 261

 

Arunachala

 

Brani  tratti da Non sono la mente io sono il Sè, Vita e insegnamenti di Sri Lakshmana Swami e Mathru Sri Sarada, David Godman, Ed. Il Punto di Incontro.

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