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X. "Non conviene trascurare la salute del corpo.”

Nel pitagorismo, come già accennato in precedenza, viene ignorato un percorso iniziatico che sia nemico del vigore e della salute del corpo.

Scrive Ierocle: “il corpo mortale, che ci è dato come strumento per svolgere la vita terrena, non va né viziato con cure eccessive, né vessato con privazioni non necessarie.”

Giamblico: “(Pitagora) riteneva che il primo insegnamento da instillare negli uomini fosse quello che si vale dei sensi e sorge dalla visione di belle forme e di belle sembianze, o dall’ascolto di bei ritmi e canti”.

La vita pitagorica delle origini ci viene descritta nei termini di una serena ed equilibrata sanità del corpo e della mente, con accenni anche al culto della bellezza sensibile.
Un precetto, comune agli Antichi, era quello di vigilare da sé sulla propria salute, di conservarla grazie alla temperanza e alla moderazione e di non mettersi nella condizione di perdere il benessere fisico per poi, necessariamente, affidare ad un altro il compito di ristabilirla.

"Nelle bevande, nel cibo, negli esercizi ginnici serba misura: la misura, dico, che da ogni turbamento ti preserverà. Abituati ad una vita monda e priva di mollezze e astieniti da fare ciò che attira l’invidia. Non spendere avventatamente come chi ignora ciò che vale, senza però essere gretto: la misura di ogni cosa è la perfezione. Fa dunque quel che non ti nuocerà, riflettendo bene prima di agire.”

Nel frontone del tempio apollineo di Delfo, insieme al famoso “Conosci te stesso”, era segnata un’altra frase: “Nulla di troppo”.
Queste massime di saggezza non richiedono particolari commenti. Convergono nell’ideale di una vita semplificata, purificata ed equilibrata; e ricordano il “giusto mezzo” di Confucio.

Il Filosofo voleva che i suoi discepoli evitassero l’eccesso in ogni circostanza e che non si facessero notare per uno stile di vita troppo al di fuori del normale. L’invidia è vergognosa per chi la prova, pericolosa per chi la ispira.

Liside conclude così la parte purgativa della dottrina di Pitagora, illustrando il giusto mezzo nella virtù e nella scienza. Il lusso e l’avarizia non differiscono nei loro effetti e la filosofia consiste nell’evitare l’eccesso in ogni cosa; moderare gli istinti, le passioni e i bisogni affinchè l’animo non sia disturbato nel volgersi verso la conoscenza e la contemplazione.

Dice Ierocle: “Il senso di piena soddisfazione è necessariamente l’effetto di un’azione; ora, se l’azione è buona, la soddisfazione permane; se è cattiva, la soddisfazione passa e si corrompe. Se si fa con piacere una cosa vergognosa, il piacere passa e la vergogna resta. Se si fa qualcosa di bello con mille difficoltà e mille traversie, i dolori passano e resta solo il bello.”

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"Dalla dolcezza del sonno sorgendo, fissa con cura tutto ciò che nella giornata farai, e [a sera] i tuoi occhi, ancorchè stanchi, non accolgano il sonno prima di esserti chiesto quel che facesti: dove son stato? Che ho fatto? Che ho omesso di quel che avrei dovuto fare? Cominciando dalla prima azione fino all’ultima, e di nuovo tornandovi.”

Secondo la ripartizione dei Versi, qui prenderebbe inizio la terza e ultima sezione, quella della Perfezione.

Propedeutica per la fase unitiva, l’unione dell’uomo alla Divinità. Grazie al buon uso che avrà fatto della volontà, adesso è tramite la Virtù che raggiungerà la Verità e la Verità è l’anima di Dio (secondo Pitagora), è Dio stesso.
Il primo precetto che Pitagora dava ai suoi discepoli, quando intraprendevano la strada della perfezione, era indurli a riflettere sulle proprie azioni, a farli ripiegare su sé stessi.

A riflettere sui moti esteriori ed interiori, a cercare insomma di conoscersi. La conoscenza di sé era la prima conoscenza tra tutte.

“Nulla di troppo e Conosci te stesso” era l’iscrizione nel più importante tempio greco, quello di Delfi.

“Consigliava [Pitagora] di riservare per la meditazione soprattutto due momenti: prima di addormentarsi e alzandosi, perché in entrambi i momenti è bene riflettere su quanto facemmo e su quanto stiamo per fare”(1).

Esercizi volti a controllare, rettificare e adeguare la propria vita quotidiana, riducendo le dispersioni e l’andare a caso.
Si dovrebbe esser capaci di considerare oggettivamente tutto quello che si è fatto, come se ad agire fosse stato un altro, una persona differente, non noi stessi.

Essere giudice imparziale, né difensore ed erigere scuse per le proprie debolezze, né accusatore creando sensi di colpa e di peccato. Con animo saldo e fermo si deve invece formulare il proposito di essere sempre più presenti a sé stessi.

“Osservando rimani osservatore distaccato, punto al centro nel tuo stesso flusso e riflusso. Devi essere come il sole che rotea su se stesso, non devi farti trascinare dalla forza-movimento dei contenuti-pianeti energetici che esiste nella tua spazialità psichica. Se persisterai, la tua riconquistata potenza solare risolverà le forze lunari,che ti costringono, fino al dissolvimento finale.” (2)

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1. Porfirio, Vita, 40
2. Raphael, Alle fonti della vita, Ed. Asram Vidya

 

articolo a cura di Manduka, tratto da forum pitagorico, Vedanta & e co.

ESAME DEI "VERSI AUREI"

Gli antichi avevano la consuetudine di paragonare all'oro tutto quanto giudicassero senza difetti e bello per eccellenza: in tal senso, per l'"Età dell'oro" intendevano l'età delle virtù e della felicità; e per "Versi d'oro" i versi che racchiudevano la dottrina più pura [1] .

Ne attribuirono la paternità a Pitagora, non tanto perché credessero che li avesse composti Lui, ma perché sapevano che il discepolo che li aveva composti aveva esposto l’esatta dottrina del Maestro.

Pare, ma senza nessuna convalida, che questo discepolo fosse Liside, scampato assieme ad Archippo, alla strage dei Pitagorici a Crotone, poi rifugiatosi a Tebe dove avrebbe avuto per discepolo Epaminonda.
Comunque, nessuno associò mai il proprio nome a quest’opera perché l’uso antico prevedeva ancora di prendere in considerazione le cose trattate e non gli individui: è della dottrina di Pitagora che ci si occupava e non del talento di Liside o di chiunque altro l’avesse fatta conoscere.

Ciò spiega come Vyasa in India, Ermete in Egitto, Orfeo in Grecia, siano considerati gli autori di una tale moltitudine di libri, che non sarebbe bastata, a leggerli, l’intera vita di tanti uomini diversi.

Ierocle scrive, dei Versi: “Essi non sono le parole memorabili di un solo individuo, ma la dottrina di tutto il corpo dei Pitagorici”.

Dai soli Versi non si può avere conoscenza dell’insegnamento pitagorico complessivo, poiché essi riguardavano il dominio della morale, dominio che in un sistema iniziatico è il più esteriore.

Ciò non significa che siano banali, ricordando quale era la speciale via dei Pitagorici: non tendere direttamente ad una rottura esistenziale di livello, ma ad armonizzare l’essere e la vita, evitare ogni elemento di discordia e di tensione, moderare gli istinti, le passioni e i bisogni affinchè l’animo non sia disturbato nel volgersi verso la conoscenza e la contemplazione [2].

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1. Ierocle, Commentarius in Aurea Pythagoreorum Carmina, Proemio.
2. Commento di J.Evola, Pitagora i versi d’oro – Ed.Atanor.

 

***

I. “Venera anzitutto gli Dei immortali, secondo la legge, e serba il giuramento…

Pitagora raccomanda ai suoi discepoli di seguire il culto stabilito dalle leggi – qualunque sia il culto – e di adorare gli Dei del proprio paese – chiunque siano questi Dei -; intima loro soltanto di restare interiormente fedeli alla dottrina pitagorica e di non divulgarne i misteri.
Il precetto pitagorico è di seguire il culto exoterico conformandosi alle particolari tradizioni religiose e culturali vigenti ma, allo stesso tempo, mantenendo il superiore sapere esoterico, al quale va riferito il giuramento da serbare – il giuramento del silenzio.

I Versi iniziano con lo stabilire due principi: tolleranza universale e riserbo.
L’una manifesta e comune, conforme alla legge; l’altra misteriosa e segreta, analoga al proprio percorso spirituale.
Per tolleranza non si intende né opportunismo, né indifferenza o freddo distacco; e per riserbo non ci si riferisce a eresia o ipocrisia. Il politeismo, nel mondo antico, era soltanto apparente; sotto nomi diversi, si adoravano nei vari luoghi stessi aspetti o potenze del divino.

Gli antichi riconoscevano, entrando in contatto con altri popoli (Egiziani, Caldei, Persiani, Celti, etc…) che le corrispondenti divinità erano quelle stesse che essi veneravano, presentate sotto altra forma e con altri nomi.
Il politeismo rappresentava una parcellizzazione dell’Essere universale, una personificazione dei suoi attributi e delle sue facoltà.
La Divinità fu considerata dai teosofi di tutte le nazioni sotto due aspetti: primariamente come unica, poi come infinita.

In quanto unica, destinata alla contemplazione e alla meditazione dei saggi sotto il sigillo del silenzio; in quanto infinita, lasciata alla venerazione e all’invocazione delle genti.
L’unità di Dio risiede nella sua essenza, che il popolo non può mai, in nessun modo, né concepire né conoscere.

Il suo essere infinito consiste nelle sue perfezioni, facoltà e attributi, di cui la gente può cogliere, a seconda della propria evoluzione interiore, qualche flebile emanazione, e avvicinarli a sé separandoli dalla loro universalità; ovvero parcellizzandoli e personificandoli.

Il gran numero di Dei che ne risulta è infinito come la Divinità stessa da cui ha origine.
Ecco che i discepoli di Pitagora vedevano negli Dei gli attributi dell’Essere ineffabile che non era permesso loro di nominare e, gli stessi Dei, erano ricondotti, in segreto, all’Unità.

Il sapere esoterico riguardava la conoscenza effettiva dell’essenza di queste potenze del Divino e dell’Unità anteriore e superiore ad esse.

Si legge che Pitagora era stato iniziato a Misteri di tradizioni profondamente diverse. Ciò appare come una convalida sperimentale dell’unità essenziale della conoscenza metafisica e iniziatica, aldilà delle differenti forme tradizionali.

Un esempio più recente fu Sri Ramakrishna, che realizzò la medesima Verità percorrendo le diverse forme tradizionali del vedanta, dell’islamismo, del cristianesimo.

Circa il venerare, non si tratta dell’atteggiamento devoto del credente, ovvero quello di una creatura distaccata dagli esseri divini e che deve solo servire e pregare.

Ierocle definisce l’uomo un “dio mortale”, chiarendo che “la morte dell’essenza intellettuale è lo staccarsi dal divino e dall’intellegibile”, la cui conseguenza è “una disordinata sommossa delle passioni nella vita”.
Per Ierocle adorare, venerare e rendere culto significa “conoscenza della natura di coloro a cui si rende onore e per quanto è possibile farsi simili ad essa.”

“Onorerà Dio nel modo migliore – egli dice – chi nell’anima gli assomiglierà.”
Per i Pitagorici: “Dio sulla terra non ha dimora più gradita di un’anima pura”. Si parla di coloro che agli Dei non offrono cose esteriori per propiziarseli, bensì “la propria perfezione come il massimo degli onori”.
“Perciò soltanto il Sapiente può dirsi sacerdote, soltanto lui è grato a Dio, soltanto lui è conoscitore della vera natura della preghiera”. “Per sacrificio offre innanzitutto sé stesso”, “preparando la propria mente come un tempio per ricevere la luce di Dio”.
L’impegno del discepolo, il giuramento del riserbo, è – scrive Ierocle - il tenersi incrollabilmente sulla via divina, tanto da vincere ogni cosa “in ciò imitando la divinità la quale non muta ed è sempre uguale a sé stessa”.

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II.“Onora poi i radiosi eroi divinificati, e ai daimoni sotterranei offri, secondo il rito.”

Pitagora designava Dio con l'“1” e la materia con il “2”, rappresentando così l’Universo con il numero “12”.

Questo stesso numero si forma anche moltiplicando il “3” con il “4”: il filosofo concepiva pertanto il Mondo universale come composto da tre mondi particolari i quali, concatenandosi l’uno agli altri per mezzo delle quattro modificazioni elementari, si sviluppa in dodici sfere concentriche (1).

L’Essere ineffabile che informa queste dodici sfere, senza appartenere a nessuna di esse, è Dio e Pitagora gli attribuiva come anima la verità e come corpo la luce (2).

Le Intelligenze che popolano i tre mondi erano, in primo luogo, gli Dei immortali, secondariamente gli Eroi assunti a gloria, per terzi i Daimoni terrestri.

Gli Dei immortali, emanazioni dirette dell’Essere non creato e manifestazioni delle sue facoltà infinite, venivano così chiamati perchè non potevano morire nella vita divina, ovvero non potevano mai cadere nell’oblio del loro Padre, errare nelle tenebre dell’ignoranza; a differenza delle anime degli uomini, che producevano gli Eroi glorificati e i Demoni terrestri a seconda del loro grado di purezza, e potevano talvolta morire nella vita divina a causa del loro allontanamento volontario da Dio; poiché la morte dell’essenza intellettiva è l’ignoranza.

La designazione dell’Universo tramite il numero “12” non era un’invenzione arbitraria di Pitagora, ma era comune ai Caldei, agli Egiziani e ai principali popoli della Terra: essa aveva dato luogo all’istituzione dello zodiaco, la cui divisione in dodici costellazioni esisteva ovunque da tempi immemorabili.
Pitagora diffondeva la dottrina che aveva acquisito a Tiro, a Menfi e a Babilonia; dottrina che apparteneva agli Indiani.
Comune a tutti i filosofi antichi era la concezione di un’Unità assoluta – o Dio – come anima spirituale dell’Universo, il principio dell’esistenza, la luce delle luci; si pensava che questa Unità creatrice, inaccessibile alla comprensione, producesse per emanazione una diffusione di luce che, procedendo dal centro alla circonferenza, perdeva gradatamente ed impercettibilmente il suo chiarore e la sua purezza man mano che si allontanava dalla sorgente fino ai confini delle tenebre, nelle quali finiva per confondersi, in modo che i suoi raggi divergenti, diventando sempre meno informati dallo Spirito e allo stesso tempo respinti dalle tenebre, si condensavano e si mescolavano ad esse e, assumendo una forma materiale, costituivano tutte le specie di esseri che il Mondo contiene.

Pitagora concepiva questa gerarchia spirituale come una progressione geometrica e considerò gli esseri che la componevano secondo rapporti armonici, fondando così, per analogia, le leggi dell’Universo sulla scorta delle leggi della musica.

Chiamò armonia il movimento delle sfere celesti e si servì dei numeri per esprimere le facoltà dei diversi esseri, le loro relazioni e i lori influssi.
Pitagora chiamava queste emanazioni divine: Dei, Eroi e Demoni, a seconda del loro rispettivo grado di elevatezza e della posizione armonica dei tre mondi che abitavano.
Nei termini greci, gli Dei sono gli Esseri-primi giunti a perfezione, gli Eroi sono gli Esseri-primi dominatori, i Daimoni sono le Esistenze terrestri.
Gli Eroi, o semidei, sono nature intermedie, esseri che “non da mortale natura venuti alla luce ma procedenti dal principio essenziale degli stessi Dei” (Ierocle), hanno superato la condizione umana partecipando, a differenza degli altri viventi, dell’immortalità olimpica e assumendo, in certa misura, la funzione di mediatori e protettori degli uomini. Il mito della nascita di Pitagora da Apollo, insieme a quella della sua ascesa in cielo, lo farebbe rientrare nel novero degli “uomini divini” e degli eroi.

Quanto alla terza, e più bassa gerarchia, si usa il termine daimone dato che, com’è noto, la parola demone nel cristianesimo ha assunto un differente significato, esclusivamente negativo, quello di entità malvagia.

Nell’antichità i daimoni erano invece forze invisibili agenti nel mondo terrestre e naturale. Esseri sotterranei, ovvero abitanti la controparte nascosta, non solo del mondo della natura, ma anche di tutto ciò che nella psiche umana è elemento irrazionale e puramente vitale.

Oggi forse si parlerebbe delle potenze e degli archetipi dell’inconscio. Gli antichi riti riferentisi ai daimoni erano essenzialmente intesi a propiziare rapporti di armonia o a prevenire tensioni infauste anche rispetto a queste forze, agenti nella regione più bassa del Kosmos (3).

L’uomo antico conservava una sensibilità del substrato psichico del mondo, che nell’uomo delle età successive si è sempre più atrofizzata.
La tripartizione in mondo degli Dei, degli Eroi e dei Daimoni ha una certa relazione con un’altra tripartizione dell’universo, attribuita parimenti al pitagorismo. Da esso sarebbero state distinte tre regioni dell’universo: la regione dell’Olimpo, nella quale i principi si trovano nella loro purezza, la regione del Kosmos sovrastante la Luna, caratterizzata da movimenti regolati e uniformi; e infine la regione sublunare di Uranio, sede del divenire e dei mutamenti, ove si svolge il “circolo della generazione”, detto anche “circolo della Necessità” o del destino.
Questa cosmogonia ternaria, collegata all’Unità creatrice, costituiva il famoso Quaternario, o la Tetrade sacra.
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1. Giamblico, De vita pythagorica.
2. André Dacier, La vie de Pythagore.
3. Pitagora fu il primo che designò questo “Tutto” con il termine Kosmos. I latini tradussero questa parola con “Mundus”. Kosmos la cui radice primitiva si trova nel termine fenicio “aosh”, il fuoco. Il termine Mundus significa “ciò che è reso chiaro e pulito per mezzo dell’acqua”. In base a questa etimologia si può notare che i Greci ricavavano l’idea dell’ordine e della bellezza dal fuoco, mentre i Latini dall’acqua.

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III.“Sii un buon figlio, un fratello giusto, uno sposo tenero e un padre amorevole”

La dottrina pitagorica si divideva fondamentalmente in due parti: la parte purgativa e la parte unitiva. Grazie alla prima l’uomo si purificava, usciva dall’ignoranza e approdava alla virtù; nella seconda, facendo uso della virtù, si univa alla Divinità, pervenendo alla perfezione. I maghi e i Caldei dicevano: “Noi facciamo consumare le impurità al fuoco dell’amore divino”.
Si narra che i pitagorici professavano che si giunge alla perfezione in tre modi: conversando con gli Dei, facendo il bene a imitazione degli Dei, uscendo da questa vita per raggiungere gli Dei.

Il primo di questi modi è contenuto nei due versi aurei iniziali che trattano il culto da tributare, secondo la legge e la fede, agli Dei, agli Eroi assunti in gloria e agli Spiriti.

Il secondo, ovvero la Purificazione, comincia a partire da questo terzo verso.
È degno di nota il fatto che Pitagora inizia la parte purgativa raccomandando l’osservanza degli obblighi naturali; e che ponga nel novero delle principali virtù la pietà filiale, l’amore paterno e quello coniugale, rendendo caro e sacro il legame di sangue.
Si nota la linea specifica del pitagorismo il quale tendeva all’armonia ed evitava le brusche rotture. Il distacco ascetico quale premessa per il risveglio non appartiene alla linea pitagorica; la via della sapienza non sarebbe incompatibile con la famiglia.

Per il maestro o per il discepolo pitagorico era ammesso lo stesso matrimonio. Lo stesso Pitagora si sarebbe sposato molto tempo dopo le sue iniziazioni e avrebbe avuto tre figli.
Va inoltre ricordato il fondo sacrale che la famiglia antica aveva. Si sa che nell’Ellade e a Roma il padre rivestiva la dignità di un sacerdote dei suoi. Ierocle parla della simiglianza dei genitori ai numi e agli Eroi, dal che egli trae anche la logica conseguenza che non si è più tenuti ad onorarli ove i genitori non obbediscano alla legge divina.

Lo stesso verso, visto da un altro punto di vista, quello esoterico che si riferisce alla dottrina della preesistenza dell’anima, offre un ulteriore spunto di riflessione, ovvero quello della possibilità della scelta dei propri consanguinei. Da questo punto di vista la propria famiglia non è imposta da un piano in cui vige la necessità, bensì l’uomo sceglie liberamente i genitori e i parenti che vuole o che meglio servono agli scopi dell’anima.

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IV. “Degli altri, fatti amico chi per virtù è il migliore, imitandolo nel calmo parlare, nell’azione utile. Per lieve colpa, non adirarti con l’amico. Presso il potere vige la necessità”

È a Pitagora che si deve questa parola così bella: “amico”.
L’amicizia segue immediatamente la pietà filiale e l’amore paterno e fraterno, ma il filosofo compie una distinzione: ordina di onorare i parenti, ma di scegliere gli amici.


Per il filosofo pitagorico, la natura che presiede alla nostra nascita, che ci da un padre ed una madre, fratelli e sorelle, relazioni di parentela, un luogo sulla Terra, una condizione nella società, è la conseguenza di un ordine che sta a monte, severo, cui non ci si può opporre, chiamato Fortuna (Tyche) o Necessità.

Fortuna che non coincide con il Fato, intesa come una legge sovraordinata o divina che tutto regola. È piuttosto un elemento irrazionale ed imprevedibile, da associare al termine “indeterminato” della Diade pitagorica (limite-indeterminato), di cui si parlerà più avanti.

Pitagora contrappone a questa natura obbligata una natura libera che, agendo sulle cose, forzate come fossero materia bruta, le modifica e ne ricava, a seconda del proprio valore, risultati buoni o cattivi. Questa seconda natura viene chiamata Potenza o Volontà: è essa che regola la vita dell’uomo e ne indirizza la condotta, conseguentemente alla caratteristiche che la prima natura gli procura.

La Necessità e la Potenza sono i due motori opposti del mondo sublunare, dov’è relegato l’uomo.

I due motori ricevono la loro forza da una causa superiore, che gli Antichi chiamavano Nemesi e che noi definiamo Provvidenza.
Questa dottrina era la stessa degli antichi egizi, presso i quali Pitagora l’aveva attinta. Dicevano infatti: “L’uomo è mortale in relazione al corpo, ma è immortale per quanto concerne l’anima che costituisce l’uomo nella sua essenza. In quanto immortale ha l’autorità su ogni cosa ma, quanto alla sua parte mortale e materiale, è sottomesso al destino”. (1)

Potenza e Necessità, Il Sé e l’Altro, la Luce e le Tenebre sono in fondo le stesse cose diversamente espresse, diversamente percepite, ma sempre ricondotte alla medesima origine e sottomesse alla medesima Causa fondamentale dell’Universo.

Ciò è stato compreso da Omero, che l’ha manifestato in una straordinaria allegoria, rappresentando il Dio degli Dei in persona – Zeus – aprire indifferentemente le sorgenti del Bene e del Male sull’Universo: “Ai piedi di Zeus vi sono due vasi uguali: dall’uno scaturiscono i Beni, dall’altro i Mali”. (2)

Si raccomandava di onorare il padre e la madre, e di obbedir loro in tutto ciò che riguarda il corpo e le cose del mondo, senza però concedere la propria anima, poiché la legge divina stabilisce che sia libero ciò che non proviene dai genitori, e l’affranca dal loro potere. Pitagora sosteneva che dopo aver scelto un amico tra le persone più raccomandabili per virtù, bisognava imparare dalle sue azioni e comportarsi secondo i suoi discorsi.

Gli amici – diceva – sono come compagni di viaggio, che devono aiutarsi l’un l’altro a perseverare nel cammino della retta via”.

Del resto Pitagora non concepiva l’amicizia come un semplice affetto individuale, ma come un atto di benevolenza universale, che deve estendersi a tutti gli uomini in genere e in particolare agli uomini di buona volontà. In questo caso dava a questa virtù il nome di filantropia ed è la stessa virtù che, sotto il nome di carità, è il fondamento della religione cristiana.

Merita attenzione un’altra testimonianza di Diogene Laerzio che parla dell’amicizia fondata soprattutto “sull’essere uniti da comunanza di simboli”.

Nel pitagorismo i simboli erano massime con un duplice senso, esteriore ed interiore. Eccone alcuni esempi:

“Non mangiarti il cuore”, non tormentarti l’animo con angosce e dolori.

“Non camminare per la via maestra”, non seguire l’opinione corrente, ma cerca quella dei pochi e dei sapienti.

“Non adoperarti a togliere il peso agli altri ma accrescilo”, oppure: “Aiuta i portatori ad assumere pesi, non a toglierseli di dosso”, aiutare gli altri non perché poltriscano in una vita facile, sazia e vana, ma che si esercitino in virtuose fatiche, potendosi far del bene con la durezza e del male con la bontà.

“Non portare immagini di iddii sugli anelli”, non mettere in mostra la sapienza, la gnosi circa gli Dei, né parteciparla al profano.

“Nel partire non voltarti”, non desiderare la vita in punta di morte.

Non semplici fatti sentimentali, ma l’affinità data dal far davvero propri simili principi era dunque il vero cemento delle amicizie pitagoriche.

Da qui anche il precetto di seguire ed imitare quell’amico che possa servire da modello per essere più avanti sulla via e di mettere in conto che in lui possa ancora mostrarsi l’umana debolezza. Per ciò non adirarsi per una sua lieve colpa.
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1. Ermete Trismegisto, Poemander (Pimandro), del Corpus Hermeticum.
2. Omero, Iliade

 

articolo a cura di Manduka, tratto da forum pitagorico, Vedanta & e co.


Venera anzitutto gli Dei immortali secondo la legge, e serba il giuramento.

Onora poi i radiosi Eroi divinificati e ai daimoni sotterranei offri, secondo il rito.

Anche i genitori onora, e chi a te per sangue sia più vicino.

Degli altri, fatti amico chi per Virtù è il migliore, imitandolo nel calmo parlare, nelle azioni utili.

Per lieve colpa, non adirarti con l'amico sinché tu lo possa.

Presso il potere vige la necessità.

Queste cose sappi, e queste altre domina: il ventre anzitutto e così pure sonno, sesso e collera.

Non far cosa che sia turpe in faccia ad altri o a te stesso; ma soprattutto rispetta te stesso.

Poi con le opere e la parola esercita la giustizia.

In ogni cosa, di agir senza riflettere perdi l'abitudine.

Delle ricchezze e degli onori, accetta ora il venire, ora il dipartirsi.

Di quei mali, che per daimonico destino toccano ai mortali, con animo calmo, senz'ira sopporta la tua parte pur alleviandoli, per quanto ti è dato, e ricordati che non estremi sono quelli riservati dalla Moira al Saggio.

Buono o cattivo può essere il parlare degli uomini; che esso non ti turbi, non permettere che ti distolga.

E se mai venisse detta falsità, ad essa calmo opponiti.

Ciò che inoltre ora ti dirò, in tutto osservalo: che nessuno, con parole o con atti, ti porti a dire o a fare cosa che per te non sia il meglio.

Prendi consiglio prima di agire a che non ne seguano effetti funesti.

Fare o dire cose futili e sciocche è da uomo misero; tu, invece, fa cose di cui non abbia a pentirti.

Nulla, dunque, di cui non sappia; scorgi quel che davvero ti è necessario e felice sarà la tua vita.

Non conviene trascurare la salute del corpo.

Nelle bevande, nel cibo, negli esercizi ginnici serba misura.
La misura, dico, che da ogni turbamento ti preserverà.

Abituati ad una vita monda e priva di mollezze e astienti dal far ciò che attira l'invidia.

Non spendere avventatamente, come chi ignora quel che vale, senza però essere gretto: la misura in ogni cosa è la perfezione.

Fa dunque quel che non ti nuocerà, riflettendo bene prima di agire.
Dalla dolcezza del sonno sorgendo fissa con cura tutto ciò che nella giornata farai, e [a sera] i tuoi occhi, ancorché stanchi, non accolgano il sonno senza esserti prima chiesto quel che facesti:
“Dove son stato? Che cosa ho fatto? Che cosa ho omesso di quel che avrei dovuto fare?”

Cominciando dalla prima azione fino all' ultima, e di nuovo tornandovi.

Se hai compiuto cose, spregevoli, punisciti; se hai rettamente agito rallegrati.

Queste cose sforzati di fare, a queste cose applicati, con fervore.
Ed esse ti metteranno sulla via della virtù divina.

Sì, per colui che nella nostra anima trasfuse la Tetrade, fonte perenne della natura!

Inizia dunque l'opera, ma prima gli Dèi invoca, a che te la portino a compimento.

Da tutto ciò reso forte, degli Dei immortali e degli uomini mortali conoscerai l'essenza e come ogni cosa si svolge e giunge al termine.

Conoscerai anche come sia legge una Natura uguale a sè stessa in tutte le cose.

Così non avrai vani desideri, e nulla ti resterà celato.

Saprai che gli uomini soffrono mali da loro stessi scelti. infelici che, avendolo vicino, il bene non vedono né intendono!

Pochi conoscono il modo di liberarsi dai mali: a tal segno la Moira offusca la mente dei mortali!
Come trottole qua e là sono sospinti tra urti senza fine.

Funesta loro compagna, una congenita, inconscia irosità li mena a rovina, irosità alla quale conviene tu non dia esca, né che ad essa resista, ma che devi scansare.

Zeus padre, da tanti mali libereresti certamente gli uomini se rivelassi loro quale sia il loro vero daimone!

Ma tu confida, perchè divina è la razza di quei mortali cui la sacra natura manifestandosi parla.

Se in te v'è alcunchè di quella razza, riuscirai in ciò a cui ti esorto.
Avendo risanata la tua anima da quei mali la libererai.

Astienti però dai cibi di cui ti dissi. E abbi intelletto, e nelle purgazioni, e nella liberazione dell'anima.

Ogni cosa osserva, distingui e valuta, l'intelletto dall'alto eleggendo per guida adeguata. Allora, lasciato il corpo, salirai al libero etere.

Sarai un dio immortale, incorruttibile, invulnerabile.

Fonte: versi aurei

V. “Queste cose sappi e quest’altre domina: il ventre innanzitutto, e così pure il sonno, sesso e collera. Non far cosa che sia turpe in faccia ad altri o a te stesso. Ma soprattutto rispetta te stesso”.

È soprattutto per rispetto verso se stessi che ci si asterrà dal compiere cose indegne.

Pitagora vedeva l’uomo sotto tre modalità principali, come l’Universo; ecco perché attribuiva all’uomo il nome di microcosmo o “piccolo mondo”.

L’universo considerato come un grande “tutto vivente”, composto da intelligenza, anima e corpo, veniva chiamato Pan o Phanes.

L’uomo, ovvero il microcosmo, era ugualmente composto, ma in ordine inverso, di corpo, anima ed intelligenza; ed ognuna di queste tre parti era a sua volta considerata sotto tre diverse modalità, in modo che il sistema ternario dominasse sul tutto, così come dominava sulla più piccola suddivisione. 

Negli oracoli di Zoroastro si trova espresso: “La Triade brilla ovunque nell’Universo, e la Monade è il suo principio”. Secondo questa dottrina l’uomo, considerato come un’unità relativa compresa nell’Unità assoluta del grande Tutto, si proponeva come la triade universale, sotto le tre modalità principali di corpo, anima e spirito, o intelligenza.

L’anima in quanto sede delle passioni, si offriva a sua volta sotto le tre facoltà di anima razionale, irascibile e appetente.

Secondo Pitagora, il vizio della facoltà appetente era l’intemperanza o l’avarizia, quella della facoltà irascibile era la viltà e quella della facoltà razionale era la follia. Il vizio comune alle tre facoltà era l’ingiustizia. Per evitare tali vizi, il filosofo raccomandava ai suoi discepoli quattro virtù fondamentali: la temperanza per la facoltà appetente, il coraggio per la facoltà irascibile, la prudenza per la facoltà razionale; e per queste tre facoltà messe insieme, la giustizia, che considerava la più perfetta delle virtù dell’anima.

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VI. L’etica pitagorica non prescrive di soffocare o distruggere gli impulsi della vita inferiore, ma di vegliare su di essi.


Il Filosofo indica di imporre ad essi un limite, di frenare ogni eccesso, di impedire che la volontà venga da essi determinata e che il loro potere sia maggiore di quello della mente.
Secondo Porfirio, Pitagora “non approvava la voluttà volgare e seduttrice, ma quella giusta, elevata e pura di colpa”; distingueva due tipi di piaceri, gli uni “simili ai mortali canti delle sirene”, gli altri “tali da non suscitare pentimenti nel futuro e che egli diceva esser simili ad armonie delle Muse”.

Il fine ultimo non è un despotismo interno puritano, ma piuttosto un equilibro ed un’armonia nelle tre parti dell’essere umano: corpo, anima e mente.

La purezza e la salute del corpo, la misura ed il controllo di sé nell’anima, la sapienza nell’intelletto.
Scrive Giambico che Pitagora, per mezzo di ritmi e musica, avrebbe “guarito la condotta umana e le passioni, ripristinando l’originaria armonia delle facoltà dell’anima… con arte divina egli accordava ritmi diatonici, cromatici ed enarmonici per trasformare e piegare le passioni, per ristorare e preparare ad un sonno tranquillo, apportatore di sogni di buon augurio e, anzi, di vaticini”.

In parte si potrebbe indicare un parallelo nella tecnica yogica dei mantra.

***

VI. “Poi con le opere e la parola esercita la giustizia.
In ogni cosa, di agire senza riflettere perdi l’abitudine.
Considera che per tutti è destino morire.
Delle ricchezze e degli onori, accetta ora il venire ed ora il dipartirsi”.

Nei versi precedenti, il filosofo raccomandava ai suoi discepoli quattro virtù fondamentali: la temperanza per la facoltà appetente, il coraggio per la facoltà irascibile, la prudenza per la facoltà razionale; e per queste tre facoltà messe insieme, la giustizia, che considerava la più perfetta delle virtù dell’anima.

Dice Ierocle: “Con la giustizia si tributa quel che è dovuto sia agli dei che agli uomini e a sé stessi”. (1)

Non parlare e non agire senza aver riflettuto.
Ricordando che nei primi gradi della disciplina pitagorica era imposto il silenzio. Abituando il discepolo pitagorico a saper frenare l’impulso immediato a formulare un giudizio, a criticare o a discutere, invece di riflettere prima in silenzio (esterno ed interno) sulle conoscenze trasmesse.

Abituarsi a non agire senza prima riflettere. Vegliare su sé stessi, osservando se il proprio parlare e il proprio agire siano dettati dal proprio tornaconto, ricordandosi che i beni (tornaconto materiale) e gli onori (tornaconto psicologico) facilmente conquistati sono altrettanto facili da perdere, poiché un invincibile potere ordina di morire.
Per cui sii giusto, sii consapevole delle tue azioni.
È l’agire (pensieri, parole ed opere) senza aderire al frutto dell’azione che riscontriamo nel Karma yoga, meditando sulla caducità di qualsiasi frutto (ricchezze ed onori), destinato a scomparire, a morire assieme al soggetto fruitore.
Si dovrebbe tener presente ciò che non dipende dal nostro potere. Inutile esasperarsi di fronte a quanto appartiene al regno della Necessità. Preferibile, osservando la temporaneità delle cose, realizzare un certo distacco, in virtù del quale, pur accettando i beni e godendo di essi quando ci si offrono, non sia dimenticata la possibilità del loro venir meno.
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1. “Suum cuique tribuere”, secondo Platone la giustizia consiste nel dare ad ognuno il suo; non si riferisce ad un diritto stabilito dalla società degli uomini, bensì ad una legge ontologica e divina, alla stessa che definisce il luogo proprio ad ogni essere nell’insieme della realtà. È giusto, quindi, dare ad ognuno secondo la sua natura propria.
Dice Aristotele e ripete Cicerone: “Massima ingiustizia è volere l’eguaglianza dei diseguali, quindi l’uniformizzare diritti e doveri.” Tali vedute hanno per sfondo la nozione di kosmos, cioè l’universo concepito come un’unità ordinata comprendente parti diverse.

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VII. “Di quei mali che per daimonico destino toccano ai mortali, con animo calmo, senz’ira, sopporta la tua parte; e ricordati che non estremi sono quelli riservati dalla Moira al Saggio. Buono o malvagio può essere il parlare degli uomini: che esso non ti turbi; non permettere che ti distolga. E se mai venisse detta falsità, ad essa calmo opponiti.”

“Esiste un Ordine in questo universo che è dato dalla Legge di Causalità.

Ogni effetto ha la sua causa. Ogni causa ha il suo effetto. L'insieme delle cause e degli effetti che vestono l'essente è chiamato incarnazione.” (1)

Ricordiamo che Pitagora ipotizzava due motori delle azioni umane: la potenza della Volontà e la Necessità del Destino, che sottoponeva ad una legge fondamentale chiamata Provvidenza.

“È dal passato che nasce il futuro, dal futuro che si costruisce il passato, e dall’unione dell’uno e dell’altro si genera il Presente sempre esistente, al quale entrambi debbono la loro origine.” (2)

La libertà regna sull’avvenire, la necessità sul passato e la provvidenza sul presente.
L’uomo deve conoscere l’origine dei suoi mali di cui ha necessariamente esperienza e, lungi dall’accusare la Provvidenza che dispensa i beni e i mali, deve attribuirne a se stesso la responsabilità.

La sofferenza è conseguenza inevitabile (necessaria – legge causa effetto) dei suoi errori passati. Questa Necessità, di cui l’uomo non smette di lamentarsi, è lui stesso che l’ha creata, con l’uso della volontà.
Pitagora così stabiliva la necessità del Destino, senza nuocere alla potenza della Volontà, e lasciando alla Provvidenza il suo universale imperio, senza attribuirle l’origine del male e senza attribuire al male un’esistenza assoluta.

Liside raccomandava di giudicare questi mali, dipendenti dalla necessità, come la conseguenza inevitabile di qualche errore; e raccomandava di sopportarli.
Quindi alleviare o rimuovere tali mali (cosa inconcepibile se essi fossero dovuti alla legge divina) o, quando non sia possibile, sopportarli con animo calmo e fermo.
Sopportazione intesa come capacità di accettare la realtà così com’è, senza immaginare e desiderare altre possibilità, che diverrebbero un’ulteriore generazione di causa ed effetti.
Il Saggio, comprendendo profondamente che ogni azione è effetto di una o più precedenti, scoglie questo processo di causa-effetto, non attraverso un’azione, ma cessando di aggiungere alcunché agli eventi che vive, lasciando che ogni effetto si esaurisca.
Ecco perché al Saggio viene data una superiore libertà, ovvero il potere di piegare in una certa misura il Destino, di agire positivamente sulla Necessità; per cui il male derivante da tale potere (la Moira) non è estremo. Infine perché il Saggio sa volgere a proprio vantaggio le avversità e scorgere il significato riposto in esse, secondo quanto si è detto.

Pitagora raccomandava la tolleranza delle opinioni altrui, dal momento che la verità e l’errore hanno i loro seguaci in misura uguale.
Quella di opporsi alla falsità può ricondursi al culto della verità, riferendosi appunto ad un precetto essenziale del Filosofo: “il dire la verità perché solamente ciò può rendere simili a Dio”.

Qui si innesta l’ipotesi dei contatti che Pitagora avrebbe avuto con i Magi persiani, dai quali avrebbe appreso che “il corpo ha la natura della luce, l’anima quello della verità”.

Verità è accettare la realtà così com’è; e “la Verità vi renderà liberi”.

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1.Tratto da alcuni dialoghi privati con Bodhananda.
2. Seneca, De senectute

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VIII. "Ciò che inoltre ti dirò, in tutto osservalo: che nessuno, con parole o con atti, ti porti a dire o a fare cosa che per te non sia il meglio. Prendi consiglio prima di agire a che non ne seguano conseguenze funeste."

Continua la parte "purgativa" o di purificazione. Dopo aver raccomandato la moderazione e la prudenza in ogni cosa, dopo aver esortato a non aver fretta nel biasimare e nell'approvare, ora si mette in guardia il discepolo contro i pregiudizi e l'immutabilità preconcetta dei modelli, considerati gli ostacoli più duri che incontrano la scienza e la verità.

Il discepolo non deve lasciare che i giudizi, i pregiudizi e le convenzioni umane influiscano in alcun modo sulla sua condotta ("non camminare per la via maestra": simbolo pitagorico spiegato in precedenza).

"Tra gli esseri si svolgono continui processi di osmosi di energia, per cui la personalità si trova ininterrottamente sotto un incessante dare e avere che il più delle volte rimane inconscio [...]
Tale dare e avere può avvenire in relazione a tutte le sfere psichiche. Può esserci un interscambio di idee, di sensazioni, di impulsi istintivi. [...] Oseremmo dire che moltissimi pensano e sentono con la mente e la sensitività di altri.[...] Un'opinione pubblica può essere creata, galvanizzata, indirizzata verso precisi scopi oppure svitalizzata.[...]
In questi fenomeni psichici la vera identità personale si oscura, la sfera del mentale e del volere perdono i propri limiti e la propria freschezza; l'io sembra sottomesso a forze che non vengono dalla vita interiore o superiore.[...]
Ci deve essere un'uniformità di atteggiamento, più una direzione delle nostre energie e facoltà. Qui entriamo nel punto più delicato, complesso e interessante della dinamica psichica.
Delicato perchè ognuno di noi deve trovare domanda e risposta nell'intimo di se stesso per un comportamento di vita; complesso perchè le istanze psichiche sono polidimensionali, la nostra psiche si muove su un terreno friabile, ove tutto può succedere da un momento all'altro; interessante perchè è con e su questo terreno che l'essere diventa responsabile della sua condotta. [...]
Ecco la necessità e l'ineluttabilità di costituirsi come centro dinamico delle fluttuanti potenzialità e possibilità psichiche energetiche e l'altrettanta ineluttabilità di trovare una finaltà che determini una particolare realizzazione di moto." (1)

"Viene qui ripetuta la regola, di considerare bene le azioni prima di compierle, in vista delle loro conseguenze; regola, che nel suo aspetto non banale e sociale rimanda alla capacità di penetrare nessi di causa ed effetto che sfuggono all'uomo comune. Da qui l'altra massima, di non agire se non si ha prima la conoscenza: ciò, naturalmente, nei limiti del possibile, dato che lo spazio illuminato della conoscenza, sottratto all'ignoranza, è proporzionato al grado del proprio sviluppo iniziatico. Commentando i Versi, Fabre d'Olivet illustra l'idea in questione nel modo seguente: "Devi considerare quali saranno gli effetti di questa o di quell'azione, e pensare che tali effetti, dipendenti dal tuo volere finchè l'azione rimane in sospeso, e liberi finchè debbono ancora nascere, apparteranno al dominio della Necessità nel punto in cui l'azione sarà eseguita, e una volta avvenuti, divenendo un passato, concorreranno a formare la trama di un nuovo avvenire." (2)

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1. R. Lacquaniti, Autoconoscenza - Ed. Asram Vidya

2. Pitagora. I versi d'oro, a cura di J. Evola - Ed. Atanor

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IX. "Tu invece fa cose di cui non abbia a pentirti. Nulla dunque di cui non sappia; scorgi quel che davvero ti è necessario e felice sarà la tua strada”

Non pretendere di fare ciò che non sai.
“Tutta la scienza consisterebbe nel saper riconoscere quello che non si sa e nel voler apprendere quello che si ignora” (1)

“Riconoscere quello che non si sa e apprendere quello che si ignora sono cose molto più rare di quanto si creda.

È il ‘giusto mezzo’ della scienza, altrettanto difficile da possedere quanto quello della virtù e senza il quale è tuttavia impossibile conoscere se stessi. Ora, senza la conoscenza di sé, come poter acquisire quella degli altri? Come si potrebbe giudicarli, se non si può essere giudici di sé stessi?
Seguite questo ragionamento.

È evidente che è possibile sapere solo quello che si è imparato dagli altri o ciò che si è scoperto da soli: per aver appreso dagli altri è necessario aver avuto la volontà di ricevere delle lezioni e, per aver scoperto, bisogna aver avuto la volontà di cercare; ma non si può, a ragion veduta, desiderare di apprendere o cercare se non ciò che si ritiene di non sapere. Se non ci si fissa su questo punto importante, e se si pensa di sapere ciò che si ignora, per forza si giudica del tutto inutile imparare o cercare; allora l’ignoranza sarà incurabile e diventerà del tutto insensata, qualora ci si erga a dottori su cose che non si sono né imparate né cercate e di cui non si può, di conseguenza, avere nessuna contezza. È Platone colui che ha formulato questo inattaccabile ragionamento, traendo la conclusione che tutti gli errori che l’uomo commette derivano da questo genere di ignoranza, che fa si che si creda di sapere quello che in realtà non si sa”. (2)

…che fa sì che si creda di sapere quello che in realtà non si sa”; e per cui la propria ignoranza resta invisibile ai propri occhi.

Tratto da “Apologia di Socrate” di Platone:
Socrate parla ai cittadini ateniesi: “ Voi certamente conoscete Cherofonte, egli trovatosi a Delfi, osò porre al dio questa domanda, gli chiese se vi fosse qualcuno più sapiente di me. Ebbene, la Pizia riferì che nessuno era più sapiente.
Venuto infatti a conoscenza di questi fatti, dissi a me stesso: “Cosa dice il dio, a cosa allude? So bene di non essere affatto sapiente, né poco né molto. Che cosa intende dicendo che io sono il più sapiente? Certo, infatti, il dio non mente: mentire è contro la legge degli dei”. A lungo rimasi così, senza trovare una via d’uscita. Infine, davvero controvoglia, mi decisi a verificare la cosa nel modo seguente.
Andai a trovare uno degli uomini che avevano fama di sapienti, pensando che così avrei smentito in qualche modo il responso e avrei potuto dire all’oracolo: “Ecco, questi è più sapiente di me, mentre tu hai detto che io sono il più sapiente di tutti”. Esaminai dunque a fondo quest’uomo - inutile citare adesso il suo nome: basti dire che era uno dei nostri uomini politici. Solo che discutendo con lui, ecco l’impressione che ne ricavai, Ateniesi: mi sembrò che costui fosse capace di apparire sapiente a molti, e soprattutto a se stesso, ma che in fondo non lo fosse affatto. Allora cercai di mostrargli che si credeva sapiente, ma non lo era per nulla. E il risultato fu che attirai su di me la sua ostilità, e così quella di molti dei presenti. Alla fine me ne andai, dicendo tra me e me: “Io sono in effetti più sapiente di quest’uomo. Infatti nessuno di noi due sa davvero niente sulla perfezione; lui però non sa e crede di sapere; io che non so niente come lui, almeno non credo di sapere. Sembra dunque che almeno per questo particolare io sia più saggio di quest’uomo, poiché non m’illudo di sapere ciò che non so”.
In seguito andai da una seconda persona, uno di quelli che apparivano ancora più sapienti di lui. Ma ne ricevetti la stessa impressione. E così ottenni anche il risultato di attirarmi addosso anche l’odio di costui, e di molti altri.
In seguito mi recai da uno dopo l’altro, accorgendomi con rammarico e anzi con una certa inquietudine, che mi stavo facendo dei nemici. Continuai lo stesso, però, perché ritenevo indispensabile considerare più di ogni altra cosa il responso del dio. Bisognava dunque che cercassi coloro che sembravano possedere il sapere, e in questo modo potessi capire il senso dell’oracolo. Ed ecco - perbacco, Ateniesi, devo pur dirvi la verità! - ecco quello che mi capitò. Proseguendo la mia indagine secondo il pensiero del dio, mi accorsi che le persone più illustri erano quasi del tutto prive di sapienza, e che altri invece, che erano noti per valere meno, avevano le idee ben più chiare. Bisogna proprio che vi racconti questa mia inchiesta. Sottoporre a verifica l’oracolo è stato davvero come svolgere un duro lavoro.
Dopo i politici, andai a trovare i poeti, autori di tragedie, di ditirambi e d’altro. Mi dicevo che, in questo caso, sarebbe emersa con chiarezza l’inferiorità del mio sapere. Prendendo le loro opere a mio giudizio più complesse e profonde, chiedevo ai poeti di spiegarmele: era un modo, fra l’altro, per imparare da loro. Ebbene, tutti coloro che erano presenti ai nostri discorsi quasi quasi avrebbero parlato delle varie opere meglio dei loro stessi autori. In poco tempo, dunque, fui portato a pensare che le creazioni dei poeti non sono dovute al loro sapere, ma a un dono naturale, a una sorta di ispirazione divina analoga a quella degli indovini e dei profeti. Questi dicono molte cose, e bene, ma non conoscono a fondo nulla di ciò che dicono. E così mi convinsi che anche i poeti subiscono passivamente la loro ispirazione. Allo stesso tempo mi accorsi che essi credono, per via del loro talento, di essere più sapienti degli altri anche in cose diverse dalla poesia; ma non lo sono affatto. Li lasciai allora, convinto di avere su di loro lo stesso vantaggio che avevo sui politici.
Per finire, andai dagli artigiani. Avevo coscienza di non sapere proprio niente in questo campo, ed ero proprio sicuro di trovare tra essi uomini esperti di molte e belle arti. Su questo punto non mi ingannavo: sapevano in effetti cose che io non sapevo, e in questo erano più bravi di me. Tuttavia, Ateniesi, anche i buoni artigiani mi sembrava compissero lo stesso errore dei poeti. Poiché compivano bene il loro mestiere, ciascuno di essi credeva di sapere tutto, persino le cose più difficili, e questa illusione faceva passare in secondo piano la sua abilità.
E così, nel riflettere sull’oracolo, io finivo col chiedermi se non fosse meglio che mi accettassi così, senza il loro sapere né la loro ignoranza, piuttosto che avere come loro il sapere e l’ignoranza insieme . E così risposi a me stesso e all’oracolo che era meglio per me essere come ero.
In realtà probabilmente solo la divinità è sapiente, e con questo l’oracolo ha voluto dichiarare che il sapere dell’uomo è davvero poca cosa, o niente. E se ha nominato Socrate, è chiaro che si è servito del mio nome portandomi ad esempio. È come se avesse detto: “O uomini, il più sapiente tra voi è colui che sa, come Socrate, che alla fin fine il suo sapere è nulla”.

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1. Ierocle, Commentarius in Aurea Pythagoreorum Carmina, v. 31.
2. A. Fabre d’Olivet. I versi aurei di Pitagora. Luni Editrice

articolo a cura di Manduka, tratto da forum pitagorico, Vedanta & e co.

Pythagora (Samo, Grecia, 582-507 A.C.)

 

Quando era bambino, in lui risplendeva il ‘dio Apollo’, immagine e simbolo del Sole Interiore.

Niente della sua vita fu casuale, tutto fu ispirato, creativo, magico”.

A.C. Giamblico (storiografo del Secolo I)

 

VERSI AUREI

 

"Onora innanzi tutto gli dei immortali (che sono la manifestazione degli attributi dell’unico Dio), secondo, stabilisci la legge [secondo l’ordine tradizionale], in questo senso, rispetta la tua parola, che si noti che la onori con i tuoi atti.

Onora gli eroi gloriosi, dei quali ammiri varie virtù fatte opera.

Dedica il tuo operare ai geni terrestri (che nell’invisibile ti curano e ti alimentano ) rendendogli il dovuto culto ogni giorno della tua vita.

Sii con tutti loro riconoscente, e non iniziare nessuna opera senza pregarli che in quella collaborino.

Onora tuo padre, tua madre e i tuoi parenti prossimi, per il solo fatto che Dio e tu avete permesso che lo fossero.

Scegli per Amico il più distinto in virtù .

Apprendi dai suoi esempi.

Segui le sue amabili avvertenze.

Scusalo delle sue mancanze (finché puoi) evitando ogni giudizio severo:giacchè il possibile si trova più vicino del necessario.

Rispetta la parola data.

È la parola, il tuo verbo, te stesso, educati nel suo uso.

Non trasmettere “grovigli” di pensieri ed emozioni.

Ama l’uso della parola creativa e la legge del silenzio.

Sii ragionevole, disciplinati nell’uso della tua ragione profonda.

È da insensati il parlare e operare senza pre-meditazione.

Non ti comportare mai senza criterio, nè ragione.

È il tuo ordine la causa della tua Armonia.

Non la “rompere” con un comportamento in disaccordo con il tuo interiore, il tuo ritmo e la tua Armonia .

Pensa che il Fato, il Destino, ordina tutto: morire e che i facili onori e beni della fortuna sono incerti e passeggeri.

Sia avversa o favorevole, rallegrati sempre della tua sorte , ma cerca con nobile fermezza di migliorarla .

Pensa che il Destino è più benevolo per i sensibili che lo comprendono e al suo disegno si adattano.

Cerca di edificare sul Presente e la tua realtà futura.

Ama l’oggi.

Le infinite Energie Cosmiche che puoi usare senza limite, ti servono solo per modificare e soddisfare la tua esistenza presente.

Accetta le cose come sono. Persone, circostanze e te stesso.

Solo su questa base cerca di migliorarti, e di migliorare la tua condotta nell’ambiente.

Sii ragionevole.

Abituati a dominarti (ottenendo il bene nella tua condotta) . Ricorda che è così perchè ti sei incarnato.

Osserva la giustizia in azioni e parole , perciò, osserva, senti e assicurati prima di operare e parlare , che non saranno causa di danno.

Non commettere mai atti disonesti dei quali tu possa vergognarti nè in pubblico, nè in privato; dunque innanzi tutto, rispetta te stesso.

Consigliati, esamina e subito dopo scegli la condotta più nobile.

Non ti impegnare in qualcosa che ti possa pregiudicare . Rifletti bene prima di operare .

Si parla molto e molto si giudica su temi diversi , non li accogliere rapidamente con ammirazione e nemmeno li respingere facilmente . La verità è Dio stesso, che non si impone con la forza, però trionfa sempre .

Sostieni con Fermezza e Forza la tua verità, però se avverti che l’errore trionfa, armati anche di pazienza e di dolcezza .

Cerca di osservare queste ragioni, in tutte le circostanze .

Sii sobrio nel mangiare, attivo e casto.

Non trascurare mai la salute del corpo.
Dagli con misura mangiare, bere, esercizio e riposo, giacché l’Armonia è tutto quello che dà beneficio e non pregiudica.

Vestiti e vivi con semplicità e cura.

Usa i beni dell’Anima e i beni materiali con equilibrio e moderazione.

Evita sempre di provocare l’invidia.

Non effettuare spese eccessive come quelli che ignorano la misura del bello.

Non essere nemmeno avaro, nè meschino.

Scegli in tutto, una giusta misura ragionevole.

Non ostentare ciò che non intendi, vicino c’è ogni giorno chi sa più di te sul tema che oggi è a te sconosciuto.

Apprendi sempre e in tutte le circostanze e la tua soddisfazione sarà il risultato.

Non permettere che il dolce sonno chiuda le tue palpebre senza aver analizzato le azioni del giorno: “Che cosa ho fatto ? … In che cosa ho mancato? … Che cosa ho lasciato da fare? … Cosa avrei dovuto fare?”

E se nell’esame trovi mancanze, cerca di correggerle nella maniera che puoi, prima che termini il giorno.

Quindi bevi sempre fino in fondo la coppa del tuo oggi.

In più, se hai operato bene, rallegrati di ciò!

Metti in pratica questi precetti, meditali, amali , perchè questi ti condurranno all’evoluzione per la via della virtù divina …

Lo giuro! Attraverso colui che ha trasmesso alla nostra Anima la tetrade sacra , immenso e puro simbolo, fonte e essenza creativa della sostanza di corso eterno.

E quando hai tanto familiarizzato con queste norme, che siano per te costume di vita: conoscerai anche opportunamente l’Unità della natura in tutte le sue forme: vegetale, minerale, animale, umana e divina , e giammai allora aspetterai l’inatteso e ora nulla ti sarà ignoto.

Saprai che “i mali” che affliggono te e il resto degli uomini sono stati per ognuno di loro generati e che, quando l’uomo è condizionato dalla sua piccolezza, non sa vedere, nè intende che ha molto vicino i maggiori beni.

Poiché sono pochi quelli che conoscono il segreto della Felicità e [molti quelli che] ruotano come oggetti di qua e di là, oppressi da molteplici afflizioni perchè si lasciano trascinare dal “carro” della discordia.”

Pythagora

 

brano tratto da: forum pitagorico, Vedanta & co.

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