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Bodhananda: Ramana Maharshi e la Via della Montagna 

Pensando al mondo, vediamo come siano le grandi forze a plasmarlo, i terremoti, i maremoti, gli uragani. Poi ci sono le masse, si pensi alle conquiste romane, all'invasione mongola, alle conquiste arabe, alla potenza britannica, a quella americana, al risveglio dell'Asia. Ma, se osserviamo, vediamo anche che queste trasformazioni sono poi destinate comunque a perire, a scomparire, a rimanere solo nei libri e nelle memorie di qualche storico. Sono altre le cose che rimangono e plasmano veramente l'uomo.

In Occidente i detti di un paio di greci[1] e un falegname[2] palestinese. In India un bovaro[3] e poi un principe[4] irrequieto. Con queste cinque persone potremmo definire l'essenza dell'uomo, la sua trasformazione e le sue mete. Erano singole persone e hanno cambiato il mondo.

Sri Ramana Maharshi ha realizzato il Sé verso i diciassette anni e dopo un po', incapace di continuare la solita esistenza, che gli appariva oramai vuota e non più adeguata, si diresse verso Arunachala, la sacra collina il cui nome l'aveva affascinato. Da lì non si mosse più.

Qualcuno si sarà chiesto com'era vivere accanto ad un Platone, ad un Plotino, ad uno Shankara, ad un Buddha, ad un Cristo... com'è vivere accanto ad un Maestro, ad un Illuminato? Quali sono i ritmi? Come fluisce l'insegnamento? È solo non duale o c'è spazio anche per la devozione e il servizio? La sua è stata una vita pubblica, così "pubblica" che non riusciamo nemmeno ad immaginarlo. Tranne i primi momenti in cui la sua coscienza aveva un'estrema difficoltà nel fissarsi sulla percezione sensoriale del veicolo grossolano, poi la sua vita è sempre stata accompagnata da persone che compresero il suo elevato stato coscienziale e che ebbero estrema cura del suo corpo, nutrendolo e curandolo, evitando cioè che venisse logorato più di tanto.

Nonostante Sri Ramana abbia lasciato un preciso insegnamento non duale, accanto a lui, ai piedi di Arunachala, si raccolse subito un nutrito gruppo di [i]sadhu[/i]. Da allora ci furono sempre dei ricercatori che si accompagnarono a Bhagavan, il saggio della montagna.

Qual'è la caratteristica del suo insegnamento? È l'essenza del Vedanta: la Via della Montagna.

Se dai quattro punti cardinali ci dirigessino verso il centro dove sorge Arunachala, in realtà staremmo percorrendo la via verso il Nord, la via verso il Sud, la via verso l'Est e la via verso l'Ovest. Ognuno sta andando in una direzione diversa dagli altri, eppure tutti staremmo andando nel medesimo luogo. Così è nel Vedanta, benché tutti stiamo partendo da diversi punti, tutti andiamo nello stesso luogo. Poi, col tempo, dopo una certa parte del cammino, scopriremo che in realtà nessuno cammina, non c'è alcun luogo da raggiungere, né alcuno che debba raggiungere alcunché. Dopo ancora, si scopre che già si è ciò che si credeva di voler raggiungere. Ma sono tutte scoperte che è possibile maturare attraverso il percorso stesso e le trasformazioni che esso comporta.

Accanto a Sri Ramana hanno trovato posto le diverse dinamiche interiori e i diversi cammini. Le testimonianze sono varie, prevalentemente tese a mostrare il suo insegnamento non duale, il medesimo di Shankara, ma è più ampio il ventaglio della quotidianità, l'insieme degli aneddoti sulle piccole cose, essenzialmente il rapporto fra Bhagavan e i devoti, sia saltuari che assidui che ci arriva attraverso i diari, i ricordi, le trascrizioni, i giornali e i filmati.

C'è un altro fattore che rende Sri Ramana Maharshi subito gradito al diffidente ricercatore occidentale: a partire da lui nessuna chiesa o movimento ha preso corpo. Il Ramanasramam si occupa di pubblicare le opere sul Maestro e a mantenere vivo il ricordo e i luoghi della sua vita, senza che nessuno si proponga come discepolo preposto a proseguire l'opera del Maestro.

Questo se da un lato affascina, dall'altro sarebbe un problema se lo stesso Sri Ramana non avesse marcato nelle sue opere, nei suoi atti e nei suoi lasciti verbali l'importanza di Arunachala, la montagna sacra a Shiva.

[1] Socrate e Platone

[2] Gesù Cristo

[3] Krishna 

[4] Buddha

 (brano pubblicato sul forum pitagorico il 30/06/2008)

 

View of Arunachala from summit of Parvathamalai

 

Premadharma » 10/06/2014

La prima e unica volta che salii su Arunachala, partimmo all'alba e senza guida come suggeritoci dall'asram.

Facemmo una salita in verticale senza seguire alcun sentiero.

Un vero e proprio massacro, in tutto non ricordo se sette, otto, nove o più ore.

Quando arrivammo in cima c'era questa roccia piatta dove da migliaia di anni si accendeva il fuoco a celebrare la famosa colonna di luce di Shiva attorno a cui Brahma e Vishnu avevano cercato cima e fondo*. 

All'improvviso ci trovammo circondati da migliaia di farfalle che le correnti di aria portavano su dalle vallate.

Fu un bel benvenuto da parte della montagna.

 *Per la storia a cui si fa riferimento si veda l'articolo "La sacra Montagna"

(brano - inedito - tratto da forum pitagorico) 

 


Premadharma » 09/06/2015

Ci sono molti sentieri che portano alla cima di Arunachala, e ci sono molte guide che possono condurvi i viandanti.

Ad alcuni, nel Ramanasramam viene detto di non prendere alcuna guida e costoro, dopo lo Skandasram, prendono la via diretta che giunge in cima senza incrociare alcun sentiero.

In cima Shiva saluta con una brezza di farfalle che raffresca.

È lo scendere il difficile, perché la salita ha bruciato ogni forza e occorre resistere al ritorno delle scimmie, ma se si è ben organizzati non è un problema. La poca acqua va condivisa con chi ne è privo, ma alla fine si arriva nuovamente ai piedi di Arunachala e lì c'è nuovamente l'acqua.

È proprio per la difficoltà della via diretta che chi l'ha percorsa consiglia i sentieri per arrivare in cima ad Arunachala.

Forse sembrerà strano, ma quanto sopra è la narrazione di un evento avvenuto e non una metafora.

(brano tratto da forum pitagorico)

 

 

Bodhananda è il nome dato da Raphael a un aspirante discepolo nella tradizione non duale.
Ha fondato l’Associazione I PItagorici, l’Associazione Vidya Bharata, l’Associazione Italiana Ramakrishna Math & Mission, l’Associazione Italiana Ramana Maharshi.
Sovrintende alle attività delle stesse.

«Oltre duemila anni fa, in Occidente, Pitagora coniava il termine Filosofo per indicare colui che vive la Conoscenza-Coscienza-Consapevolezza come Realtà ultima che, pur trascendendo il sensibile, può essere testimoniata all'aspirante che ne faccia qualificata richiesta.
Platone codificò in forma dialogica la Philosophia Perennis che , precedentemente espressa nell'Orfismo, da Parmenide e dallo stesso Pitagora, dicono essere arrivata nel mondo ellenico attraverso i ginnosofisti egizi dall'India stessa ove è conosciuta col nome di Sanātana Dharma..
Colui che avendo realizzato la non-dualità dell'esistenza e che sia andato oltre la molteplicità del mondo dei nomi e delle forme, avendo trasceso i vari piani di realtà, viene detto Filosofo, Illuminato, Realizzato, Jivanmuktha o, per usare le parole di Sri Rāmaṇa Mahāṛṣi: "jñāni", il Conoscitore.
I saggi dell'India, in occidente assimilati ai santi da chi manifesta una certa tolleranza e ai santoni da chi dispregia ciò che ignora, in realtà non sono altro che gli stessi Filosofi antichi da cui l'intero sistema occidentale trae radici. Essi sono semplici conoscitori della Realtà Assoluta., realtà che può essere colta attraverso qualsiasi cammino che appartenga alla Tradizione, secondo modalità che si estrinsecano sia nella sfera dell'azione che dell'amore che della conoscenza e giungono alla ricomposizione nell'uomo della scissura fra i vari piani del sensibile, trascendendolo fino a giungere allo Zero metafisico, al Brahman vedico, all'Uno-Uno platonico, al Sommo Bene di Plotino, al Turīya upaniṣadico.
Così come in passato prima Pitagora, poi Platone e infine il Tianeo chiamarono alla restaurazione e rettificazione dei Misteri e dei culti più sacri nei templi andando in Egitto e, dicono del terzo, in India per riallacciarsi alle antichi fonti di sapienza, così come il Cristo venne per adempiere la legge e i Profeti, così nella prima metà del XX secolo l'India ripropone da quelle stesse antiche fonti quell'insegnamento non duale mai scomparso in Occidente.
Questa innata conoscenza dell'Essere, propria ad ogni individuo è sembrata perdersi nei meandri della storia occidentale, ma essa è solo sopita, perchè non può cessare quanto è Realtà Ultima di ognuno di noi, al di là di ogni mentale divisione di razza, colore, nazionalità e religione.
[...]»
Bodhananda, Introduzione all'edizione italiana di "Il Vangelo di Rāmaṇa Mahāṛṣi". Ed. I Pitagorici.

 

 

Testi pubblicati

Bodhananda,  "Causalità e ascesi"  (periodico Vedanta n° 20 - Febbraio 2008)

 «L’aspirante, consapevole dell’assenza del libero arbitrio e della casualità, comprende che l’intero processo vitale è un’ascesi di dissoluzione: un movimento apparente, comunque destinato a finire, perché la sua pura natura di essere (atman) non può essere raggiunta poiché pienamente presente.» 

(Avadhutagita, Commento al sutra VI, 2 - Edizioni I Pitagorici)

La tradizione unica universale, codificata nella testimonianza dei Conoscitori di ogni tempo, descrive un percorso temporale (samsara o continuo divenire) per il risveglio dell’essere individuato alla propria essenza; di questo percorso, il culmine è solitamente considerata la vita umana, temporalmente suddivisibile in una fase iniziale di apprensione, studio, crescita: è quella dello studente, dell’apprendista; una seconda fase di attività, esecuzione, operatività: è quella del capofamiglia, dell’esecutore; la terza è la fase del riassorbimento, della riflessione, del raccoglimento: è quella dell’anacoreta, del valutatore; la quarta fase, l’ultima, è del silenzio, della terminazione, della pienezza: è quella del sapiente, del Conoscitore.

Questa codifica non regola solo la vita umana, ma anche lo svolgimento dell’azione equanime, unico vero strumento per non procrastinare il reintegro della molteplice individuazione nell’essenza.

Il riconoscimento di questa codifica è di ausilio per coloro che aspirano all’Ordine, al Divino, alla Conoscenza, al Reale.
L’esecuzione equanime delle azioni di competenza alle precipue fasi indica all’aspirante il grado di autoconsapevolezza presente nella sua incarnazione.

Qui non si esaminano le modalità di esecuzione delle azioni nelle fasi, modalità codificate nella tradizione del Vedanta come karmamarga, bhaktimarga, jnanamarga; esaminiamo il continuo divenire, nella parte a noi facilmente accessibile, e le leggi che ci concernono nella sua manifestazione.

Il riconoscimento della legge di causalità come regolatore del molteplice fenomenico è un fatto assodato e riconosciuto dai più.

Tutti sanno che lanciando con la giusta forza un'adeguata massa rigida su una normale lastra di vetro, questa si romperà.
Tutti sanno che gli oggetti cadono verso il centro di attrazione gravitazionale; che mordendo la propria lingua si prova dolore, che dopo il sonno si ritrova la veglia, che il fuoco irradia calore, che ad ogni effetto corrisponde una causa.
Ma non tutti esplorano fino in fondo quanto questo influisca su loro stessi e, ancor meno, in fondo, importa loro il saperlo.

Ogni evento ha una sua causa e ogni evento determina un effetto, e che quanto chiamiamo vita è un insieme di eventi causati, viene preferibilmente dimenticato.

La maggioranza delle persone preferisce credere di essere padrona del proprio futuro, di determinare con abbastanza precisione le proprie azioni, grazie all’esercizio della volontà.

Altre ritengono che esista un destino ineluttabile, regolato da un Ordine superiore e da cui non si può prescindere.
Non osservando l’esperienza, è più facile credere di essere gli artefici delle proprie azioni; non realizzando che le pulsioni, le emozioni, i pensieri, sono solitamente del tutto indipendenti dalla volontà, e che questa è una sorta di somma algebrica dei fattori condizionanti, consci e inconsci.
Un elemento insieme relato e variabile del sistema.

Si crede che un bimbo messo accanto ad un vaso di marmellata possa scegliere fra il mangiarla e il non mangiarla, e non che l’azione dipenda solo da quanto forte sia lo stimolo a nutrirsene e quanto forti siano gli impulsi a contenersi. Si crede che il bimbo possa scegliere.
Si crede che se al bimbo saranno stati ingiunti dei valori morali, l’obbedienza, etc., questi saprà obbedire all’ingiunzione di non gustare la marmellata.
In realtà, non ci sarà alcun momento decisionale... ci sarà una somma di pro e contro, emotivi ed razionali, e poi il bimbo effettuerà l’unica scelta possibile, quella che gli risulterà meno dolorosa, in quel preciso momento, in conseguenza di tutti quei fattori.

È questo il punto: ogni azione è predeterminata dalle precedenti. È questo che sconvolge la mente, che rifiuta ciecamente ad oltranza quest’incapacità di incidere sul proprio destino.
Incapace di accettare la realtà, giunge ad immaginare capacità e possibilità che divengono un’ulteriore sovrapposizione sul Reale.
Se ogni azione è effetto di una o più precedenti, ogni azione è predeterminata: l’essere individuato non ne è artefice, quanto semplice esecutore.
Questa esposizione sembrerebbe porsi quasi in guisa di tragedia: "Gli uomini sono degli automi e non ce ne rendiamo conto? Crediamo in un libero arbitrio inesistente?".

Eppure, forse, non è vero che sia proprio così tragica, anzi... in fondo il mondo va degradando da millenni e la gente continua a credere di fare da sola le proprie scelte, crede di avere una volontà capace di intervenire nel corso degli eventi e se anche, ogni tanto, giunge a sospettare qualcosa, ci pensa la mente ad intervenire favorendo qualche altra adesione e impedendo quell’autoconoscenza che rappresenterebbe la sua morte come strumento indipendente e di supposto giudizio.
Se fosse così, allora sì che non ci sarebbe alcuna possibilità di trascendenza o redenzione, che invece esiste: l’essere individuato può sciogliere l’individuazione e, quindi, redimersi dalla contingenza, uscire dal processo causale, non attraverso un’azione, ma attraverso la sospensione consapevole dell’identificazione, ossia cessando di credersi l’artefice delle proprie azioni.

Il piano grossolano è il piano della causalità, ma la natura dell’essente è l’essere e questi è incausato, pertanto nella piena libertà dell’arbitrio.
Non è la mente ad essere dotata di libero arbitrio, né l’invidualità (essendo entrambe causate), è il puro essere ad esercitare l’arbitrio liberamente; esso infatti. pur presente come testimone nei piani causali, non vi appartiene, pertanto in ogni momento è “libero” di riconoscersi.

Questa libertà è assoluta ed è quella che mette in crisi molti aspiranti che professano una presunta non dualità e, incapaci di realizzarla, avendo concettualizzato il Reale, cadono preda del nichilismo mentale, incapaci di risolvere la negazione del libero arbitrio, trasformano l’Advaita in una sorta di meccanicismo fatalistico, ove l’uomo interpreta il ruolo di un pupazzo preda delle correnti del continuo divenire, affrontato con una sorta di disinteresse eroico, una sorta di stoà moderna.

L’Advaita Vedanta è oltre ogni fatalismo, rappresenta la più alta libertà esistente, quella del Reale.
Su questo piano l’arbitrio inizia ad esercitarsi nella scelta fra la testimonianza inconsapevole e la testimonianza consapevole.
Nel primo caso viene mantenuta l’individuazione, pertanto il processo causale procede, autoalimentandosi di causa in effetto; nel secondo caso, inizia il dissolvimento dell’individuazione, pertanto il processo causale inizia a rarefarsi.

L’azione inconsapevole di chi si crede l’artefice sostiene il continuo divenire o samsara: è quel passeggero che sul treno della vita, continua a credere di dover portare il bagaglio in mano; nel secondo caso, invece, il passeggero ha riconosciuto come il treno segua i binari indipendentemente da lui e, pertanto, può posare tranquillamente il bagaglio: è il treno a portare entrambi.

Come comprendere che è giunto il momento di poggiare il bagaglio perché si è sul treno?
Occorre saper trovare i binari e poi percorrerli, perché più del treno è il tram che raccoglie chiunque incontri lungo i binari e chieda di salire. Il biglietto è l’istanza realizzativa, quel bisogno del trascendente che oscura ogni fenomeno. In ogni caso, se anche non si è pronti a salire su quel tram, il percorso a piedi è più agevole lungo i binari, facilitato perché essi indicano il sentiero, e poi, quando si sarà realmente stanchi dell’impermanenza, si potrà prendere il prossimo tram.

Occorre però ricordare che quanto è stato oramai attivato deve trovare il proprio compimento, anche se nel frattempo si è saliti sul tram (se per portare quel bagaglio, il corpo si è azzoppato, non tornerà sano perché si è saliti sul tram o perché lo si è deposto. Quel corpo continuerà a zoppicare).
Fra i diversi binari, ce ne è uno che sembra quasi in disuso in Occidente, mentre in Oriente viene ancora indicato come la via maestra, ne abbiamo già accennato in precedenza, è l’azione equanime o dharma, da compiersi secondo le quattro fasi naturali (sia nell’azione che nella vita), entro le tre sfere principali di esistenza e secondo la propria indole, per conseguire gli scopi della vita umana (purushartha).
Questo è un argomento che necessita di approfondimento, per questo si raccomanda la riflessione e meditazione della Bhagavadgita.

Immaginate queste parole come qualche fotogramma preso da un intero filmato, estratto solo per comprendere se appartiene al vostro presente oppure no e, in conseguenza di questo, lievemente, senza sforzo, iniziare a percorrere uno di questi binari quale ausilio.

Molti affermano di voler salire sul tram; di questi, parecchi ne sono realmente convinti, eppure sono veramente poche le persone pronte alla non dualità, anche se non si può negare l’anelito che pervade alcuni di costoro.

La realizzazione non duale è il termine di una manifestazione, pertanto non è un evento facilmente riscontrabile nel sensibile, per quante ambizioni si possano avere, anzi essa è esclusa da ogni forma di desiderio; raramente gli aspiranti avanzati sono destinati a questa realizzazione durante la vita, spesso costoro sono destinati ad una attività di servizio tradizionale, alla condivisione del dharma di un Conoscitore fermamente stabilizzato nel Sé.

L’andare in giro come le api, di fiore in fiore, ritenendo che altrove si troverà un binario più lucido o una fermata più comoda non conduce ad alcun risultato, anche se è vero che il proprio presente è sempre il migliore possibile.

L’accesso diretto ad un Conoscitore è un evento così raro che andrebbe conservato come il più prezioso dei tesori. Ritenere che ci siano Conoscitori migliori di altri, mostra che forse non si è compresa l’unicità del Principio, comune e unico in tutti i rami tradizionali.

Abbiamo esaminato come da un punto di vista puramente metafisico nel fenomenico non esista alcun libero arbitrio, ma abbiamo anche visto che dal punto di vista fenomenico, questa medesima affermazione non ha senso per chi è soggetto alla contingenza: come valutare le infinite variabili in gioco per determinare un comportamento piuttosto che un altro?
Parimenti vediamo che la negazione del libero arbitrio in un'ascesi fenomenica non ha nemmeno senso.
In una testimonianza metafisica, quale individualità potrebbe mai essere esistente, quale volontà e quale arbitrio, per cosa?
Per questo motivo occorre comprendere che non si possono usare le realizzazioni interiori fuori dall’ambito ove sono state realizzate; esse hanno valore soltanto in quello stato coscienziale.
Per quanto si sia appreso a nuotare nell’acqua, non si può applicare questa realizzazione nell’aria o sul terreno. Parimenti, tranne casi eclatanti, non si può camminare sull’acqua.

La pratica del Vedanta passa attraverso questa semplice comprensione, ogni stato di coscienza, ogni fenomeno ha le sue modalità di espressione, l’aspirante deve apprendere a non confonderle e mischiarle, ossia non usare una consapevolezza acquisita per alterare o interferire con il continuo divenire, allontanandosi dall’azione equanime. Non è facile, ma porta ad una comprensione del manifesto più profonda, quella che fa vedere come non ci sia nulla da accettare e nulla da rifiutare.

Quella trascendenza che ogni aspirante, di ogni culto, di ogni religione, di ogni scuola, seguace di ogni Maestro, Profeta e Incarnazione, cerca attraverso la pratica, è comune e identica per ogni individuo in questa manifestazione, a prescindere dal linguaggio utilizzato per definirla e a prescindere da ogni modalità proposta.

La testimonianza dei Conoscitori, l’applicazione nei tanti culti presenti in India e nel mondo hanno mostrato come il Vedanta sia uno strumento applicabile da ognuno, senza intaccare le proprie credenze, usi e abitudini.

 
I brani e i dialoghi seguenti sono stralci di interventi di Bodhananda sul libero arbitrio conservati in appunti personali (senza annotazioni precise sulla fonte) o provenienti dall'archivio delle mailing list Sai Baba-Vedanta e Advaita-Vedanta. 

 
 
Bodhananda: Nell'esperienza del sottoscritto, ma anche nella codificazione advaita non c'è libero arbitrio, se non nella scelta dell'ente di essere consapevole.
Ugualmente in una visione duale, ove tutto è volontà del Divino, dove è il libero arbitrio?
Ma è altresì vero che questi sono dei punti di vista e, pertanto, hanno senso solo quando vengono realizzati.
Nel quotidiano c'è la presunzione di libero arbitrio, perchè, identificati con l'io, ci vediamo artefici delle azioni e notiamo gli effetti delle azioni. È  altresì vero, però, che la valutazione di un effetto avviene a posteriori, pertanto, in quel momento, esiste una causa sola e certa e quindi non più modificabile.
(10 settembre 2002)
***

L'Advaita è la consapevolezza stabile e continua del Reale (Brahman).
Il Reale (Brahman) è la pura Realtà (Atman) dell'essente (jivatman), pertanto nessuna azione (poiché di gradazione inferiore al Reale) può determinarla, perché il Reale, già essendo, è incausabile e indeterminabile.
Poiché la consapevolezza del Reale non impedisce la consapevolezza della gradazione (maya, fenomenico o non-reale o non-essere), l'Advaita non nega, né si contrappone alla visione duale, stato di necessità nella gradazione.
Poiché la gradazione del Reale è molteplice e la sua considerazione ne determina la manifestazione, l'esaurimento della considerazione esaurisce la gradazione.
La gradazione è insieme determinabile e indeterminabile.
(appunti personali)
***
L'Advaita testimonia l'inesistenza del libero arbitrio, testimonia l'inesistenza del Demiurgo, etc. etc.
Testimonia pure che chi non ha la consapevolezza del Reale è soggetto alle credenze e alle percezioni delle gradazioni del Reale stesso.
Questo determina il fraintendimento fra il Reale e le sue gradazioni, non essendo questi fra loro commensurabili o confrontabili, anzi quasi escludendosi a vicenda sino alla consapevolezza stabile e continua del Reale.
(appunti personali)
 ***
In ambito duale-devozionale, dicono, esista un unico libero arbitrio, l'abbandono all'Ideale affinché conceda la Grazia.
In ambito duale-ragion pura, dicono, esista un unico libero arbitrio, fra l'essere e il non essere consapevole di Sé.
In ambito non duale, dicono, non esista alcun libero arbitrio, fra cosa mai e chi dovrebbe scegliere l'Assoluto in sé.
(ML Vedanta Sai Baba 17 settembre 2005)
 
  
 
 
 
 
Dialoghi
D. Se ho ben capito tu pensi che nessuno possa esercitare il libero arbitrio?

R. Mettiamola così...
Osservando questo ente operare non si è trovata alcuna volontà individuale. Ogni azione è sempre reazione di qualcosa di precedente.
La scelta fra due possibili vie è la conseguenza di una ponderazione fra diversi fattori preesistenti, viene scelta la via in funzione della sommatoria dei fattori e delle loro valenze, siano esse emotive, sensoriali o materiali.
Osservando il mondo fenomenico si ha riscontro della operatività della legge di causalità ed essa non permette alcun libero arbitrio.
Se poi si osserva quanto fluisce da questo ente che sembra non avere origine, credo che sia quanto viene chiamata bodha, ossia una conoscenza che non appartiene certo a questo ente, pertanto e comunque incausata.
In ambito duale, quale appare questo piano, si potrebbe chiamare Grazia del Divino, comunque incausata sul piano formale-fenomenico-denso.
Se invece si volesse entrare in merito alla metempsicosi, qualcuno parlerebbe di vite passate, ma implicherebbe argomenti che amplierebbero non di poco questo dialogo. Certo, pochi studi o letture sottenderebbero quanto questo ente espone, né è facile riconoscerne un'origine, se non quel Sé che è esperienza innata di ogni ente, velato dall'apparenza fenomenica.  Quindi l'unico libero arbitrio che si vede è quello dell'Essere, sempre e comunque non individuale: la dissoluzione del velo.
Veda se ha trovato la risposta esauriente...
(ML Vedanta Sai Baba 5 gennaio 2005)
 *** 
D. In relazione al jivanmukta, ricordavi la figura del bodhisattva, il massimo esempio di compassione presente nella tradizione buddista: è colui che, pur avendo dissolto l'illusione, sceglie liberamente di non entrare nel Nirvana per aiutare gli esseri ancora prigionieri nella ruota del divenire.
L'atto volitivo di un ente che non esiste più, avendo realizzato la propria identità con Quello, può sembrare una contraddizione. Ma concordo sul fatto che convinzioni, definizioni e concetti partoriti dalle nostre menti, contribuiscono ad allontanare la realtà, piuttosto che a svelarla. Sembra di comprendere che il jivanmukta veda ogni cosa, compresi i propri involucri, immersa nella Luce della Pura Coscienza. Mantiene però la capacità di "sintonizzarsi", se così si può dire, con tutti i livelli di coscienza, per continuare ad operare su questo piano di manifestazione. Forse per questi Enti non ha neanche senso parlare di azione, ma piuttosto di presenza, di testimonianza di un'assoluta identità con la Verità Ultima.
 
R. Non si può non concordare, stiamo parlando di qualcosa che la mente manasica non può comprendere perchè non può comprendere l'assenza di libero arbitrio e di volontà, perchè la mente stessa si vede (grazie all'adesione - diciamo del jiva-atman) come libera espressione di volontà.
Quando si parla di scelta per un jivanmuktha o per un avatara (sembra che sostanzialmente la differenza sia solo nell'ampiezza della sfera di influenza e, dicono, nell'assenza di percorso) ci piace ricordare che non esiste l'io (altra cosa che un ente individuato non può comprendere), ma dimentichiamo che in realtà non esiste proprio la scelta (non esistendo il libero arbitrio).
Un ente consapevole, pienamente consapevole dell'assenza del libero arbitrio vedrà la molteplicità esistenziale-cinetica-oggettiva (piani di esistenza) ove si manifesta e potrebbe anche vedere la molteplicità possibile-potenziale-soggettiva, ma sceglierà in questa l'unica linea fenomenica probabile-oggettiva, che diviene poi quella che sarà stata.
Diciamo: sceglierà, ma in realtà: farà.
Si dice scegliere perchè essendo l'Assoluto in Sè, Esso stesso manifesta ciò che compie, quindi la sua libertà di scegliere è la libertà del logos che si manifesta e manifesta la molteplicità.
***
D. Non voglio mettere  in discussione il fatto che esista qualcuno in grado di conoscere il  futuro, ma mi domando e ti domando: "Può esistere qualcuno in grado di prevedere il futuro  e, contemporaneamente, ammettere che siamo dotati di arbitrio non condizionato?".
A rigor di logica non si possono ammettere entrambe le affermazioni perché, a mio parere, l'una implica l'esclusione dell'altra. Credo che sia questo il punto.
Se ad esempio leggiamo nella Manduka Upanishad:  “Non c'è nascita, nè dissoluzione, nè aspirante alla liberazione, nè liberato, nè alcuno che sia in schiavitù" dobbiamo considerare che tale affermazione viene dalla posizione di un realizzato non duale e scardina in un attimo ogni concetto di ricerca, di cercatore, di prima e di dopo un evento che possa essere  definito realizzazione.
Da tale posizione anche il concetto di tempo sembra cadere assieme all'esistenza di un ente separato che possa essere soggetto di scelte o azioni. 
La domanda diventa allora: “Ha un senso che l'ente si ponga tale domanda?  Può una mente individuata trovare una risposta, se questa si trova oltre la dissoluzione della mente stessa?"
 
 
R. L'ente si interroga: "Esiste il libero arbitrio?"
Per ente si intende l'"essente" qualcosa che è non in sé, ma è in  quanto oggetto di percipienza, in quanto emanazione dell'essere in sé. 
Per arbitrio si intende la capacità di decidere in uno o più sensi e presuppone la capacità di distinguere fra uno o più sensi.  
Per libertà si intende la mancanza totale di condizionamenti. 
Se si osservano i tre fattori testé espressi si vede che essi sono  incompatibili.
L'assoluta mancanza di condizionamenti implica che il soggetto di  tale libertà non possa essere l'essente perché, in quanto emanazione, è comunque condizionato da questa o dal processo di emanazione. 
L'arbitrio si oppone alla libertà in quanto la capacità di  distinzione implica un apprendimento che non può essere eguale per ogni essente, pertanto c'è un condizionamento che nega la libertà  stessa. 
È lo stesso arbitrio che nega la libertà. 
Per questo viene detto dell'ente che si risvegli alla sua natura di  Pura Realtà o Essere, "Liberato". 
Egli è veramente libero, ma non in quanto ente o essente, in quanto essere in sé.
Ma l'Essere è libertà in sé, non libertà  condizionata dalla scelta che, proprio in quanto tale, non può essere  libera.
[ML Advaita-Vedanta 10 giugno 2004]
 
 
 
 
 

D. Molte sono le informazioni che in questi ultimi anni ho potuto acquisire, ora digerirle è ciò che mi interessa.
Sulle diverse tavole dei Maestri o Guru imbandite da ogni tipo di informazione spirituale che ho potuto frequentare con grande entusiasmo, ho scelto, se di scelta si puo parlare, i piatti più forti o più pepati dal punto di vista spirituale, anche perchè ne sono molto attratto.
Attualmente l'Advaita mi interessa molto e vorrei proporre queste riflessioni che ogni tanto mi ritornano in mente stimolate quando leggo queste interessanti discussioni in rete che spesso citano il libero arbitrio come nostra caratteristica senza la quale non c'è evoluzione.
Per libero arbitrio si intende libera scelta cioè senza condizionamenti cioè assenza totale di qualsiasi condizionamento altrimenti non è libero questo arbitrio.
Se consideriamo l'Assoluto o Dio credo che chiunque sia d’accordo nell'affermare che Dio non ha nessuna limitazione altrimenti non sarebbe Dio! Quindi Dio conosce il passato, il presente e il futuro (qualcuno si sente di limitare Dio, affermando che Egli non conosce il futuro, il nostro futuro?)

R. Non credi, forse, che affermando che Egli conosce il procedere temporale lo stai delimitando? Lo stai ponendo in un ambito ove esiste il tempo. Lo stai ponendo Soggetto di fronte all'oggetto (ciò che fai contenere al tempo).
In base alle tue premesse stai sviluppando il concetto di Dio duale o Dio Persona.

D. Dunque se la nostre future azioni, sia nel bene che nel male, sono già conosciute da colui che tutto conosce come è possibile allora affermare che noi individui identificati in organismi-corpo-mente abbiamo un libero arbitrio?

R. In passato si parlava dell'asino di Buridano che posto fra due greppie ricolme l'una di avena e l'altra di fieno sarebbe morto se non avesse posseduto il libero arbitrio.
Se metto un bambino accanto ad un vaso di nutella o un asino di fronte ad una greppia colma di avena, entrambi andranno a mangiare. Ho consapevolezza di questo. Conosco il futuro? No, conosco i soggetti e gli stimoli che li muovono. Dal loro punto di vista però la decisione sarà loro e solo loro. A seconda del punto di consapevolezza che osserva, la libertà ha vari livelli.

D. Faccio alcuni esempi, Gesù a Giuda disse: " Fai quello che devi fare e fallo in fretta! ". Gesù sapeva ciò che era scritto, Giuda non se lo ricordava. Gesù a Pietro disse: " Prima che canti il gallo tre volte, mi avrai rinnegato tre volte". Gesù sapeva, Pietro non se lo ricordava e Gesù indicò anche i dettagli conoscendo addirittura la relazione tra i tre canti del gallo e le tre rinnegazioni di Pietro. Quindi, tutto era scritto nei minimi dettagli. In molte scritture sacre sia della nostra cultura che delle altre viene spesso detto: "Era scritto".
Ma se il contesto in cui nasce un individuo: nazione, cultura, religione, famiglia, educazione, morale del momento, tendenze ereditate da vite precedenti e tutti quei concetti che fin dalla nascita ci vengono inculcati come verità sono "opposte" ad altre non verità, queste ultime allora sono tali solo perché lontane da noi nel tempo e spazio e si sono sviluppate in altre culture. A tale contesto, senza dubbio forte condizionatore delle scelte di un individuo, si aggiunge poi quell'ultimo pensiero determinante che un attimo prima della decisione che crediamo di prendere ci appare nella mente e quindi ci condiziona, cos'è allora il libero arbitrio?

R. Questa sì che è una valida considerazione-argomentazione.

D. Cos'è allora il libero arbitrio? E' un ennesimo concetto?
Vorrei concludere citando ciò che ho trovato a Prashanti Nilayam [l'asram di Sai Baba] sulla lavagna del pensiero del giorno e avidamente trascritto nella mia agenda dove raccolgo i pensieri più forti: "Esiste solo L' Uno, se il secondo è visto allora è Maya all'opera". Quindi, se esiste solo l'Uno, chi è che veramente sceglie e agisce? E se il karma è azione e reazione chi è che ha fatto la vera primissima azione?

R. Quale azione e di chi? Se vedi il soggetto vedi le azioni, caduto il soggetto non ci sono più azioni.

(Ml Advaita_Vedanta 10 gennaio 2000)

 

Commento al Vivekacūḍāmaṇi: sūtra  32-38 e 253

Con i commenti a questi sūtra termina il commento collettivo al Vivekacūḍāmaṇi svolto nella lista Advaita-Vedānta tra il 2002 e il 2005. In questo caso i commenti furono tutti di Bodhānanda.

È stata aggiunta anche la risposta a una domanda sul sūtra 253, pur se precedente al lavoro di gruppo.

Il testo di riferimento è quello dell'edizioni Parmenides (prima Asram Vidya).

Con l'augurio di poter accostare e assimilare il Gran gioiello della discriminazione con la stessa pazienza e delicatezza della lumaca che si immerge nel fiore.

Ringraziamo Bodhānanda per l'insegnamento- esempio di umiltà e di pazienza - che ci ha liberamente donato nei suoi commenti e dialoghi sui sūtra del Vivekacūḍāmaṇi.

Sūtra 32.  V'è chi sostiene che la ricerca verso la verità del Sè non sia altro che bhakti. Chi aspira alla verità dell'atman deve, avendo le qualificazioni suddette, avvicinare un saggio Istruttore che lo guidi ad emanciparsi dalla schiavitù.

Così chiaro da non trovare commento.

"Avvicinare un saggio Istruttore che guidi ad emanciparsi dalla schiavitù"... bello, vero?

Eccoci proiettati alla ricerca del Maestro, dell'anziano, per poi andare avanti...

Come se fosse facile.

Perché non è facile?

Perchè quasi tutti saltiamo la parte più importante, quell'"avendo le qualificazioni suddette".

Senza qualificazioni l'approccio sarà di tipo orizzontale, si chiederanno fenomeni, mentre si dovrebbe già essere oltre i fenomeni...

Per questo  a volte è preferibile l'approccio devozionale e di servizio.

Quanti di quelli che cercano un Maestro che uccida le loro ultime tracce di individualità, sono ridotti alle tracce o comunque sono disposti a morire come ego?

Se non si è arrivati a soffrire la percezione, il sensibile, ad ambire il Sè più di ogni altro concetto, se il pensare ad altro non è dolore... forse è meglio che si cerchi una via che abbia il sostegno del cammino, del lavoro, del servizio, della famiglia, della devozione...

Nuovamente si chiede indulgenza perchè queste note sono preparate di corsa senza possibilità di rilettura.

Sūtra 33. Un Saggio (Istruttore) che sia versato nella Sruti, vero conoscitore del Brahman, che, senza desideri, sia raccolto in Brahman e calmo come il fuoco  che ha consumato tutto il combustibile, (un Saggio) che sia  divenuto un oceano di misericordia e la cui benevolenza si espanda in modo inesauribile su quanti a lui si prosternano.

La conoscenza tradizionale non può prescindere dalla realizzazione. 

Per quanto si possa possedere ampia erudizione, essa non è  sufficiente a rendere fonte di luce realizzativa per degli aspiranti  discepoli.  

Ugualmente, al fine di tracciare un solco che possa essere seguito  così come le acque si incanalano su una traccia nella terra, è  opportuno che il Realizzato abbia una conoscenza della Tradizione.

Per quanto egli abbia pieno accesso alla Conoscenza, è bene poter  dare dei riferimenti affinchè l'aspirante possa confrontarsi con  essi. 

Questo perché il Saggio realizzato non ha nulla di proprio da  proporre, non si tratta di nuove vie, nuove tecniche... ciò  che egli  vive è quanto ogni rishi ha vissuto dall'alba dei tempi. 

Esaurito ogni seme causale, egli è immobile nella propria coscienza  e nel mondo, e ogni suo movimento è apparente, egli si limita ad  essere mosso dalla vita stessa. 

Il suo insegnamento non è nelle parole nè nelle azioni, esso è  tutto nel silenzio che sottende le une e le altre.

Nè si creda ai  suoi momenti di ira, essi sono istruzioni al pari delle altre, ma trovare un tale saggio ed avere a lui accesso, è un sì raro  evento.

Sūtra 34. A questo guru il discepolo deve avvicinarsi con profonda devozione e, offrendogli umilmente i servigi, chiedergli ciò che deve conoscere.

All'aspirante che approcci questi sūtra (33 e 34) può capitare di interrogarsi sulle modalità di riconoscimento del vero conoscitore del Brahman, senza desideri, etc. etc.

Solitamente viene detto che chi necessiti di un tale Saggio sia prossimo a tale stato, pertanto il riconoscimento è immediato perchè non è un atto di gnosi, ma di vero e proprio ri-conoscimento...

è una conoscenza-presenza già esistente che torna nuovamente in essere dopo essere stata velata.

Questi sūtra sono da applicarsi da coloro che possiedono i requisiti del discepolo e non dal neofita che approcci la strada, perchè forse questi non necessita di un vero conoscitore del Brahman quanto di un aspirante versato sul cammino.

Sūtra 35. O Maestro e amico di coloro che si abbandonano a te, io mi inchino. Affrancami dall'oceano delle nascite e delle morti in cui mi dibatto, guardami con i tuoi occhi penetranti che infondono influssi di grazia.

36. Salvami dalla morte perchè sono preda delle fiamme inestinguibili del samasra e in balia degli impetuosi venti delle avversità. Nel mio spavento cerco rifugio in te perchè non conosco nessun altro in cui cercare riparo.

Seppur la mancanza di relativo viene vista come meta finale, la visione avviene nel sensibile, nel relativo stesso.

Quivi alcune leggi regolano il relativo stesso e da queste leggi non possono sfuggire quegli aspetti che vi si estrinsecano.

Considerando solo il relativo, esiste un Demiurgo, un ordine, una gerarchia.

A questi tutto è relato, da questi occorre intercessione, da questi discende la grazia.

La non dualità non deve divenire strumento di fuga dal relativo, perché sino alla sua integrazione/sublimazione la percezione (fisica, mentale e emotiva) è la realtà.

Sūtra 37. Vi sono anime sante, serene e magnanime, che simili alla primavera, effondono una benefica influenza per il bene dell'umanità. Costoro avendo trasceso l'oceano delle nascite e delle morti, per un atto di amore aiutano i loro simili a trascenderlo a loro volta.

Sūtra 38. Invero è nella natura del magnanimo aiutare gli altri a rimuovere l'incompiutezza, come la luna spontaneamente rinfresca la terra arsa dagli infuocati raggi del sole.

Durante la sua ultima visita in Italia, Svami Veetamohānanda  riportava l'aneddoto dei tre amici che sulla via incontrano un alto muro da cui provengono dolci suoni e, mentre i primi due una volta  saliti a vedere presi dalla bellezza non ritornavano, il terzo  rimaneva in cima al muro per avvisare i passanti dell'opportunità disponibile. 

Dal punto di vista duale questa azione può essere vista come una  rinuncia all' "oltre il muro", dal punto di vista non duale non c'è  alcuna rinuncia dato che quell' "oltre" viene affermato essere "qui e  ora". 

Il Cristianesimo ha tratteggiato in maniera egregia la  contemporaneità della natura umana e di quella assoluta di tali  esseri, e ne abbiamo esempi più recenti in figure come Ramakrishna e  Ramana.

A tratti vediamo sovrapposizioni o addirittura l'aspetto  grossolano sembra prendere il sopravvento, e questo alle volte può turbare il neofita. 

Eppure è proprio la presenza dell'aspetto umano a rende possibile la  partecipazione.

Questi esseri possono partecipare alle nostre vite e  quindi comunicare con noi grazie alla loro umanità, spogliati della  quale ci sarebbero completamente estranei, inavvicinabili,  inconcepibili nella loro assolutezza slegata dal relativo delle  nostre vite. 

Dov'è la grandezza e il sacrificio del Cristo se nella passione non avesse sentito le percosse, se non sulla croce non avesse sentito le  ferite?

Immaginate un Cristo che dileggi i persecutori perchè: "Tanto  io non sento alcun male perchè sono il Figlio di Dio!".

Dove sarebbe il suo sacrificio per l'umanità, e che senso avrebbe  la resurrezione da una morte che non è stata una morte (senza  agonia)? 

La grandezza del Verbo è proprio nel farsi carne, assumendo su di  sè tutte le relatività della carne, compresa la crescita e la  relative assimilazioni. 

Il problema di alcuni e' la difficoltà ad accettare questo.

Svami  Vivekananda dubitò del Maestro sino alla fine, Pietro tradì il  Cristo la notte stessa per tre volte.

Ecco a quale terribile realtà si condannano questi esseri, non vengono riconosciuti nemmeno dalle  persone che più dovrebbero comprenderli.

Per questo vale il detto: "Nessuno è profeta nella sua patria" e l'altro che sostiene che solo un realizzato possa riconoscerne un altro.

L'atto d'amore che permette a questi esseri di rimanere, forse non è veramente compreso... accetteremmo di passare l'intera nostra vita  chiusi in una scatola di legno, impediti in mille e mille cose?

Sì,  potremmo sentire, parlare, comunicare, portare in giro la scatola...

253. L'universo non è altro che un onda-pensiero-oggetto proiettata sullo schermo dell'infinito akasha, che permane fino a quando il Sognatore cosmico non si sveglia alla sua intrinseca essenza.

D. Ho qualche domanda da fare sulla interpretazione di ciò.

Il Sognatore cosmico non è cosciente del suo sogno? In questo caso chi è il Sognatore? Forse il Brahman Universale?

Bodhānanda

Entri in una diatriba che nel vedānta si porta avanti da secoli...

Dal punto vista del vedānta duale, il sognatore è Iśvara, il Demiurgo, il Dio persona.

Da quello non duale è l'azione di maya, emanazione del Brahman.

Su un testo che si sta traducendo appare invece essere lo stesso Sè, il Brahman, il sognatore, ma aspetto di finirlo per leggerlo bene.

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