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vedanta.it

In Occidente quando si parla di Sri Satya Sai Baba viene in mente l’immagine di un “santone” indiano, un produttore di “miracoli”, il fondatore di una “setta” e cose di questo genere, ma tali opinioni vengono date da quella parte dell’Occidente completamente calata nel Kali Yuga e che crede esclusivamente nel mondo dell’apparenza, del fenomeno contingente e del divenire oggettuale, rifiutando per ignoranza la “cosa in sé”, l’Essere che in quanto tale è e non diviene.


Basterebbe leggere o ascoltare ciò che dice Sai Baba (ma leggerlo veramente con occhi e mente liberi da preconcetti o da veli deformanti), per riconoscere in Baba un’incarnazione di Qualità divina.


Se si seguisse il suo messaggio, come quello del Buddha, di Gesù e tanti altri Prìncipi del Sacro, l’umanità si trasformerebbe in poco tempo, e questo pianeta diverrebbe un’oasi di convivenza sacrale, distaccata da tutte le passioni individuate (non sacre) che offendono la dignità dell’ente quale scintilla del Fuoco universale.
Se si penetrasse a fondo la seguente menzione di Sai Baba, profondamente advaita, potremmo distogliere lo sguardo dalle cose che non sono, rivolgendo i nostri passi verso la strada che porta all’Unità senza secondo:
«Il dharma dell’uomo è coltivare le proprie facoltà per la grande avventura di realizzare la sua unicità con l’essenza basilare dell’universo, un’essenza che è senza attributi, ma a cui per errore vengono dati degli attributi come nome, forma e funzioni».


Sri Satya Sai Baba ha sempre detto che i suoi spettacolari “miracoli” sono semplici mezzi per far comprendere che la “materia” può essere manipolata dalla potenza della mente umana-divina più che da strumenti prettamente materiali e meccanici.
Chi conosce certi aspetti spirituali e si pone in sintonia con le leggi dello Spirito può fare cose inusitate per la mente individuata perché nell’uomo vi sono potenzialità divine che solo con la visione esclusivamente materiale del vivere si sono potute bloccare.


Il messaggio di Satya Sai Baba appare duplice:
a) ripropone la Conoscenza tradizionale
b) stimola la coscienza dell’ente individuato e identificato col mondo dell’avidya, vale a dire col mondo formale, con l’apparenza o mondo sensibile, al risveglio della propria essenziale natura.
Sia la Conoscenza che lo stimolo al risveglio di sé risultano perfettamente aderenti a tutte le scuole autenticamente spirituali, iniziatiche o tradizionali che dir si voglia.


Esiste una Realtà unica, indivisa, assoluta non qualificata, senza attributi, quindi non determinata, che sottostà a tutta la manifestazione molteplice formale e differenziata. Tale Realtà risponde a ciò che Platone ha definito come Uno-Uno o Bene supremo che è di là dallo stesso Essere qualificato (Mondo delle Idee).
Satya Sai Baba conferma che questa Realtà può essere realizzata. Perché in quanto essenza, noi siamo Quella e la dimenticanza-oblìo di Quella ha portato e porta nell’errore.
Dire: «Noi siamo un semplice corpo fisico» significa cadere nell’errore di considerarsi ciò che in realtà non si è, perché l’uomo è qualcosa di più di un corpo transeunte spazio-temporale.
Noi siamo Quello che è di là da ogni attributo, nome, forma e funzione.


I mezzi per realizzare l’Essenza senza attributi, senza nome, forma e funzione, nelle parole di Satya Sai Baba sono prema e jñana (Amore e Conoscenza); Platone parla ugualmente di Eros e gnosi-sophia. Dipende dalle predisposizioni del neofita prendere l’una o l’altra strada, anche se a certi livelli esse si fondono.

Ci auguriamo che soprattutto in questa “epoca oscura”, possano esserci sempre più “santoni” come Satya Sai Baba, Platone, Plotino, Parmenide, Buddha, Shankara e altri trasmettitori di quell’unica Tradizione universale che sola può additare ciò che Platone ha definito l’Intero.

Per comprendere figure come quella di Satya Sai Baba occorre considerare sia il background da cui proviene che la cultura e i culti indiani, evitando di leggere il suo comportamento e le sue parole in ottica occidentale, perché porterebbe a molta confusione, aspettative, etc. Il grosso problema è che molti si confrontano con le sue parole avendo in mente la cultura cattolica che mantiene una serie di concetti estranei alla cultura indiana, come il primato, il peccato, il proselitismo, la non accettazione di altri vie e altre incarnazioni divine.

Accade anche che alcuni di coloro che si ispirano a Lui siano completamente all'oscuro della provenienza del suo insegnamento (che non è suo, ma espressione diretta del Sanathana Dharma, a sua volta espresso nei Veda e pertanto prendono ogni sua parola alla lettera, senza avere gli strumenti per capire e per collocarlo in disegno più ampio o nel culto stesso di riferimento per quelle parole.

Per affrontare il suo insegnamento occorre comprendere che in India sono presenti centinaia di culti diversi, quasi tutti che fanno riferimento ai Veda. Quindi quello che chiamiamo induismo è l'insieme di tutti questi culti, talvolta con prescrizioni e credi diversi. Questo significa che si dovrebbe sapere per ogni discorso se si era in giorno particolare di un qualche culto o se erano presenti persone specifiche di quel culto. Altrimenti troveremmo troppe contraddizioni se ascoltiamo un discorso per gli shivaiti rispetto ai vaisnava o ai shakta o ai tantra di Ganesha. Un brahmano è vegetariano, ma un brahmano del Bengala mangia pesce, mentre un brahmano che offici nei culti di Kali consuma la carne, etc. etc.

Queste sono parole da considerare quando approcciamo l'insegnamento degli Illuminati indiani, perché spesso si rivolgono a platee molto ampie che escono dai confini di un singolo culto. Nel caso di Satya Sai Baba questo si amplifica perché sono veramente molti i culti, entro e fuori dall'India, cui si rivolge e questo talvolta cozza con la propensione dei seguaci occidentali a trasporre l'intransigenza cui sono abituati nei culti di origine.


Adattato da Satya Sai Baba e il Vedanta Advaita di Premadharma, Edizioni I Pitagorici.

 

Nei brani che seguono, tratti da discorsi o testi scritti da Sai Baba stesso, vengono date risposte ad alcune domande che ciascun ricercatore si pone durante il proprio percorso di autoconoscenza di sè, cominciando dalla più famosa" Chi sono io?".

  


"Chi sono io?"

"Perchè ho la sensazione di essere io l'autore delle mie azioni?"

"Di che natura è la coscienza di sentirsi in sè capaci di gioia'?"

"Perchè si nasce e perchè alla fine si muore?"

"Potrò mai essere libero da questo samsara, da questa serie di entrate ed uscite di scena?"

 Il tentativo di trovare delle risposte a queste domande è ciò che gli antichi rishi [saggi vedici] definirono "tapas": il fuoco dell'ascesi.

Una persona, quando fissa il proprio intelletto sullo sviluppo di una simile ricerca, s'incammina sulla via dell'ascesi.

Quando il ricercatore è giunto a questo punto, accostando il tesoro dei sacri testi (shastra), la Rivelazione dei Veda e si lascia orientare all'ascolto, alla riflessione e mette in pratica i suggerimenti ricevuti da un vero "guru", allora è sulla via buona della ricerca del sè.
Il guru però, secondo i veda deve essere "shrotriya e brahmanishtha" e non un erudito che ha appreso dai libri la verità ed è competente in questioni dottrinali. 

Il guru del tipo shrotriya è persona che è indiscutibilmente fedele alla tradizione sacra e alle scritture vediche e che aderisce con zelo scrupolosissimo alle norme e alle proibizioni ivi prescritte. Il guru del tipo brahmanishtha viene ora spiegato da Sai Baba:

Il guru del tipo brahmanishtha si riferisce ad una persona che è costantemente assorta nella contemplazione o Coscienza del Divino. Nessun dubbio lo tormenta, nessun divertimento lo distrae, giacchè ha conquistato una fede incrollabile nel Sè.
Nei confronti del mondo materiale è indifferente e vede tutti i livelli della creazione come Dio, come la manifestazione del Principio divino.
Le sue attività, le sue decisioni sono in armonia con questa consapevolezza.
La sua visione abbraccia tutto il tempo, poichè egli conosce passato, presente e futuro; si pone aldilà delle tre dimensioni, da cui al contempo non è condizionato: il suo essere è immerso nell'Unico e Solo Spirito. Le distinzioni, le differenze, i dualismi e le disparità non lo toccano affatto, perchè egli è in perenne stato di beatitudine.

Trovate le domande, accostato il tipo di maestro che i veda suggeriscono al ricercatore, e considerato pure che alla fine della fiera solo il Sé può essere guida, compagno e consigliere in questo viaggio, in quanto nemmeno i “guru” così designati possono venire in nostro aiuto e soccorso, resta ancora uno scoglio da superare: la paura della morte. E' necessario affrontarla e non girarci intorno, tanto non esiste un modo per scansarla.Quindi coloro che provano l’intenso desiderio di acquisire la somma sapienza che è foriera di liberazione, dovrebbero analizzare a fondo il fenomeno della morte e rifletterci sopra anche perché, alla domanda posta dallo Yaksha a Yudhisthira nel Mahabharata di quale fosse la più grande meraviglia del mondo, quello rispose: “Pur vedendo ogni giorno morire della gente, non si pensa mai che tocchi a sé. Che c’è di più stupefacente di questo?"

Anche Patanjali considera la condizione del “non visualizzare la propria morte” come un klesha, un problema da risolvere, una maculazione (abhinivesha: non voler morire, non accettare la propria morte).

Lo stesso dice Sai Baba:

"Tutti sanno di dover morire un giorno o l’altro eppure ognuno vuole aggrapparsi alla vita e nessuno vuole morire, questo è dovuto ad abhinivesha Klesha che affligge l’uomo".

"La morte non deve incutere alcun timore e non deve essere considerata un evento infausto. Non sfuggite il problema illudendovi che la morte tocchi solo agli altri e che non capiti a voi giudicandola ora inopportuna e sconveniente. La ricerca sulla morte, in realtà, è una ricerca che scava dentro la propria Realtà interiore."

"La discriminazione, dono speciale riservato all'uomo, va impiegata per chiarire la misteriosa realtà dell'Universo visibile, la sua natura a la sua fondatezza.
L'evento della morte è il primo motivo che mette in discussione il problema.
"Chi sono io?" è dunque una domanda che non permette di ignorare quel fatto o di escluderlo come non meritevole di considerazione.
Non si deve sottrarsi per paura, poichè con questo comportamento andreste a ridurvi ad infimi livelli che vi condurrebbero in uno stato di ignoranza, di stupidità e pianterebbero nella vostra mente il germoglio dell'insensatezza. Non fareste che tenere in piedi i pilastri di maya, le fondamenta dell'illusione.

Vediamo dunque che Sai Baba collega l'indagine sul sè, che nel vedanta è esplicitata dalla domanda "Chi sono io", all'indagine sulla morte.

Invita ad analizzare a fondo il fenomeno della morte e a rifletterci sopra in modo da individuare e percorrere il sentiero che porta alla Beatitudine eterna e immutabile: nityananda.

Sai Baba conclude le sue istruzioni pratiche per il ricercatore che affronta l’indagine tramite la domanda “Chi sono io” ricordando che in verità esiste solo l’Uno, il Parabrahma, il Sé.

E poi richiama la tradizione dell’advaita vedanta citando Shankara:

“Brahman Satyam


Jagat Mithya


Jivo Brahmaiva Na Parah.

La sola verità è Brahman

La creazione, il mondo, è un miraggio.


Il sé dell'individuo non è altri che Dio stesso.

Poi rincara la dose, se del caso non ci fosse chiaro il percorso da intraprendere:

"Tutto ciò che accade nell’universo umano è irreale quanto l’esperienza di un sogno: appare e scompare, per poi apparire di nuovo.
I piaceri e le gioie che si sperimentano nella vita sono dei miraggi che si presentano sulle sabbie desertiche dell’odio, dell’invidia, dell’avidità, dell’ego.
Or dunque come può diventare maestro chi ripone la sua fiducia in questi miraggi come fossero delle realtà da rincorrere?
Sarà giusto considerare saggi coloro che sono ad occupare il trono di un’autorità fallace, predicano ciò che non praticano ed espongono agli altri degli ideali che essi stessi ignorano?
Non sono autentici, giacchè non hanno in se stessi nemmeno un atomo dell’essenza che fa il Maestro.
Solamente Sarveshvara, il Signore di tutto, è il Maestro vero e genuino.
E’ lui la via per tutti i ricercatori: si tengano saldamente uniti a questa fede".

Fonti:

Sai Baba, Paramartha Bharatiya Vahini: il fiume dei valori spirituali dell’India. – Collana Vahini “La verità di Sai” Mother Sai publications.

Vivekacudamani, 20, Ed. Asram Vidya

sky, Forum Pitagorico, 20 giugno 2014

Spesso il ricercatore si pone il problema della scelta nell'azione: si ha qualche margine di libertà oppure no? 

La vita si sceglie o si subisce?

Questo brano di Sai Baba l'ho trovato pertinente e incoraggiante, lascia un margine allo sforzo personale di affrancarsi dall'ineluttabilità che coinvolge il nome-forma, ma non certo l'eterno Abitante.

Dunque liberarsi dall'involucro che ricopre il riso, forse, è non aderire al fenomenico, ma trascenderlo.

Un significato popolarmente accettato del termine Karma è "destino o fato"; si tratta delle ineluttabili "sentenze" che ognuno porta scritte sulla fronte e che devono compiersi, cui nessuno può sfuggire.

Tuttavia la gente dimentica che non sono state scritte da una mano sconosciuta: tutto è scritto dalla propria mano e la mano che le ha scritte può anche cancellarle.

L’involucro che ricopre il riso, con lo sforzo può essere eliminato.

Il potere dell’illusione (Māyā) che vi ha spinto a scrivere quel destino può essere conquistato in un istante e l’intera pagina può essere così cancellata.

Gli uomini si tessono un bozzolo attorno e soffrono perché non riescono ad uscirne e ad entrare in un mondo di luce. Sono come le scimmie catturate da un mendicante vagabondo che danzano legate all’estremità di una corda, elemosinando qualche soldo dalla gente seduta lì attorno.

Shankara disse di voler offrire spontaneamente la scimmia (la mente) a Shiva in modo che Egli le insegnasse dei giochi a Lui graditi e la utilizzasse per chiedere l’elemosina per Sé; in altre parole, Shankara si propose di colmare la sua mente di pensieri divini, in modo che la scimmia potesse essere domata per servire il proposito divino.

Anche voi dovete rendere la vostra mente serva di Dio e non schiava dei sensi.

Avrete osservato un uccello posato sul ramo di un albero che oscilla al vento; non ha paura perché ha più fiducia nelle sue ali che nel ramo e sa che in ogni momento può ricorrere alle ali e volare via.
Il ramo sta per la creazione, il mondo oggettivo, mentre le ali sono la grazia del Signore.
Sviluppate forza nelle ali e posatevi su qualsiasi albero: non correrete alcun pericolo.

Se invece confidate nel mondo oggettivo e fate affidamento solo sulla protezione che può darvi, cadrete.

[Sai Baba, dal discorso del 21 ottobre 1963, in DISCORSI 1963 (Sathya Sai Speaks-Vol.III) ed. Mother Sai Publications]

 

[sky, Forum Pitagorico, 18 luglio 2016]

In questi brani Sai Baba approfondisce l'assunto: "coerenza tra pensiero parola ed azione". Nel primo brano si rivolge agli "studenti", dunque anche a noi, evidenziando la differenza tra istruzione ed educazione.
Nel secondo racconta la storia di Valmiki, che educò se stesso, trasformandosi da ladro di strada in saggio.

 

 

 

Nonostante la sua istruzione ed intelligenza,

un uomo stolto non conoscerà il suo vero Sé

ed una persona dalla mente malvagia non rinuncerà alle sue cattive qualità.

 

L'istruzione moderna porta solo alle discussioni,

non alla totale Saggezza.

A che cosa serve acquisire un'istruzione che non può condurvi all'immortalità?

Acquisite la Conoscenza che vi renderà immortali.
[Poesie telugu]

A che cosa serve perseguire un'istruzione di tal genere? Un essere umano ha bisogno di coltivare i cinque Valori Umani e cioè Sathya (Verità), Dharma (Rettitudine), Santhi (Pace), Prema (Amore) ed Ahimsa (non violenza). Kama (lussuria), krodha (rabbia), lobha (avidità), moha (illusione) etc. sono qualità animali. Sfortunatamente oggi l'uomo sta sviluppando le qualità animali e non fa alcuno sforzo per coltivare quelle umane. Questo è il motivo per cui egli non possiede la pace mentale o la felicità anche se accumula notevoli ricchezze. È in questo contesto che dev'essere data molta importanza ad educare piuttosto che all'istruzione.

Che cos'è educare? Educare consiste nel manifestare la propria Natura Divina innata. In tal modo si può sperimentare la Beatitudine. Oggi ci sono college e università in diverse parti del mondo, ci sono anche innumerevoli professori e dottori ma gli elevati titoli accademici possono forse conferire loro pace e felicità? Perché il mondo non ha sperimentato la pace e la felicità, invece di produrre così tante persone istruite? La ragione è che tutta la loro istruzione ha come obiettivo una vita confortevole. L'istruzione è per la vita, non per il mero guadagnarsi di che vivere. Insieme all'istruzione si deve perseguire educare.

L'istruzione è relativa al mondo esteriore mentre educare ha a che fare con l' Essere interiore, si riferisce all'Atma (anima). Dov'è l'Atma? È dappertutto, è onnipresente. I Veda dichiarano Aham Brahmasmi (Io sono Brahman) e questo aforisma stabilisce l'esistenza universale di Dio. Un essere umano è la vera e propria Incarnazione del Sé Divino. Non si è solo esseri umani.

Se ci si identifica con il corpo fisico ci si considera dei meri mortali. Esistono cinque valori umani; il primo è la Verità (Sathya). Che forma ha? Nessuna. Essa trascende ogni descrizione.

Analogamente anche la Pace (Santhi) non può essere percepita tramite gli occhi. Lo stesso accade anche con gli altri valori umani come la Rettitudine (Dharma ), l'Amore (Prema) e la Non Violenza (Ahimsa) che non hanno alcuna forma.

L'Amore (Prema) è una qualità che è presente in tutti gli esseri umani ma è invisibile e può essere riconosciuto solo quando viene riversato su un altro essere umano. Dove c'è Amore, l'odio non può esistere. Dove non c'è odio, non può esserci violenza e questa è Ahimsa.

(...)

Ciò che serve è la perfetta armonia fra pensieri, parole ed azioni.

Fate che vi sia unità fra i vostri pensieri, le vostre parole e le vostre azioni, cioè Trikarana suddhi (i tre strumenti della purezza). Dovete dire ciò che pensate e mettere in pratica ciò che dite; questa è vera umanità. 'Unità' non significa riunire tutta le gente in uno stesso posto. Ciò che serve è la perfetta armonia fra pensieri, parole ed azioni: questo è vero Educare. Educare è estremamente immanente in voi. Non avete bisogno di riferirvi ad alcun libro di testo per trovare Educare, il nostro stesso cuore è un libro di testo. Seguite i suoi insegnamenti e diverrete dei buoni studenti e delle brave persone. La gente buona è gente di Dio. Non consideratevi solo studenti, voi non siete solo degli studenti, solamente il vostro corpo è uno studente. Nel vostro cuore voi, in verità, siete  divini. 

(Sai Baba, Discorso del 6 Agosto 2008, Sai Kulwant Hall, Prasanthi Nilayam)

 

Valmiki



Incarnazioni dell'Amore,
se il sentimento ed il pensiero che stanno dietro un'azione sono buoni, otterrete risultati positivi; se, invece, sentimento e pensiero sono cattivi, avrete sicuramente risultati negativi.

La mente è un'accozzaglia di pensieri. Le nostre azioni si basano sui pensieri che alimentiamo. Gioie e dolori sono il risultato delle nostre azioni. Il termine manusha (uomo) deriva da manas (mente). Chi possiede una mente è un uomo. Anima (Âtma), ego (aham), mente (manas) e parola (vâk) sono correlate.

Solo quando fra di esse esiste armonia, l'uomo riesce a manifestare la propria divinità. Il corpo è il tempio di Dio. Come in una famiglia tre fratelli che si sentano uniti fra di loro raggiungono qualsiasi obiettivo, così l'uomo può riuscire in ogni cosa se in lui pensiero, parola ed azione sono in perfetta consonanza.

Ratnâkara (vero nome del saggio Vâlmîki) era un ladro di strada, che era solito derubare ed uccidere i viaggiatori per procurarsi da vivere. Un giorno si imbatté nei sette saggi; tentò di ucciderli, ma non vi riuscì. Essi gli consigliarono di abbandonare quel tipo di vita e di diventare onesto. Gli dettero anche da cantare, come mantra, il nome di Râma. Dopo aver visto, avuto contatto ed ascoltato i saggi, un assassino dal cuore di pietra come Ratnâkara subì una trasformazione. Cantando continuamente il nome di Râma, egli arrivò a scrivere i versi del Râmâyana. Il nome di Râma, come protettore del mondo non sarebbe stato ovunque conosciuto se Vâlmîki non avesse scritto il grande poema epico. Capite, dunque, quanto sia importante frequentare buone compagnie: questo condurrà alla liberazione mentre si è ancora in vita (Jîvanmukti).
(...)
Il nome di Râma è così efficace e potente che può sciogliere il cuore e persino la pietra. Cantando in continuazione il nome di Râma, Ratnâkara si dimenticò di tutto, tanto che un termitaio gli crebbe intorno. Poiché egli uscì fuori da un termitaio (vâlmîka) divenne noto col nome di Vâlmîki.

Egli fece cantare ai figli di Râma, Lava e Kusha, la storia di Râma, proprio alla Sua divina presenza fisica. Tutto ciò fu possibile per grazia dei sette saggi. L'incontro con loro cambiò profondamente la vita di Ratnâkara. Gli studenti dovrebbero cercare la compagnia di anziani saggi come questi. Prima di tutto, essi dovrebbero ricordare che i genitori sono uguali a Dio, poi estirpare i pensieri negativi dal proprio cuore, rendendolo così, per Dio, una dimora degna. Il cuore non è un divano a due posti, né un luogo ove avvengano giochi di salotto. Esso serve solo come dimora del Divino.
(Sai Baba, discorso del 25 giugno 1996)

 

Indagate nel regno della verità

Molti sâdhaka (chi percorre il sentiero della realizzazione) hanno osservato discipline lunghe e severe per riuscire a entrare nel regno in cui non c’è alcun legame; essi hanno recitato il Nome, meditato sulla Forma o sottomesso i sensi. Altri si sono avventurati, con la ragione come unica guida, nel regno della consapevolezza interiore e hanno scoperto che la liberazione consiste nel raggiungere la Realtà che si cela dietro tutti i fenomeni transitori e caleidoscopici, ma le esperienze di questi eroi, uomini e donne, sono scartate come millanterie di sciocchi da coloro che vivono sulla fragile superficie del primo dei cinque involucri della personalità umana, cioè il corpo fisico.
Essi identificano il corpo come se stessi e non cercano, dietro la falsità, nel regno della Verità.

L’attaccamento al corpo genera legame

Tali cinici, che condannano il metodo vedantico di affrontare i problemi della vita, non sono rari neppure nella terra in cui il Vedânta nacque! La ragione di questo loro atteggiamento è che essi non afferrano il fatto che il Vedânta rivela nient’altro che la storia vera di ognuno di essi,  che cerca solamente di mostrare a ognuno la sua immagine reale, libera da lacune o esagerazioni. La Liberazione, o Moksha, non è un paradiso speciale o esclusivo a cui si deve ottenere l’ammissione; non è uno stato o un’acquisizione o un possesso speciali. Essa consiste semplicemente nella rimozione del falso convincimento di essere legati e limitati dal corpo, dai sensi, dall’intelletto, dalla mente, dall’ego e da altre fantasie. Qual è esattamente il legame di cui bisogna liberarsi? I legami sono forgiati dalla paura e dall’ansia, sono prodotti dal desiderio che tiene l’individuo nella sua stretta. Fondamentalmente, la paura nasce perché pensate che davanti a voi ci sia un altro, un secondo! Se non c’è alcun secondo, chi si può temere? La prima persona è colui che vede, la seconda è “tutte le altre cose ed esseri” visti, osservati: la natura.

La consapevolezza dell’Unità è la saggezza più elevata

Il mondo oggettivo è l’illusione causata dall’ignoranza che impedisce di sapere che è l’Uno che appare come i molti. L’ignoranza è causa dell’identificazione con l’io limitato e dell’attaccamento al “mio”, per cui, quando qualcuno a cui siamo attaccati muore, ci sentiamo disperati, mentre, quando muore qualcuno che non rientra nella cerchia degli amici e parenti, noi non ne siamo affatto turbati. È questo senso dell’“io” e “mio” a causare dolore e paura. Per questo le Upanishad proclamano che solamente la rinuncia dona l’immortalità, la libertà e l’appagamento. La saggezza più elevata consiste nella consapevolezza dell’unità, dell’Uno che è tutto questo. In effetti, c’è un solo Brahman, non due, e voi sperimentate questo nel sonno profondo quando tutti i pensieri, i sentimenti, le emozioni, le passioni, gli attaccamenti e la conoscenza cessano e rimane solamente l’Io. Ma la Beatitudine non si conosce nel sonno! Solamente al risveglio voi dite: “Ho fatto un buon sonno.” Se foste consapevoli della Beatitudine, il sonno sarebbe Samâdhi perché il sonno è beatitudine pura. Allo stesso modo, nel periodo di veglia, voi avete la conoscenza, ma non la beatitudine. Se potete sperimentare la conoscenza dello stato di veglia contemporaneamente alla beatitudine dello stato di sonno, quella è Moksha, la vera Liberazione. Allora avete consapevolezza, conoscenza e beatitudine pure; siete il Sat-Cit-Ânanda (Esistenza-Conoscenza-Beatitudine) Stesso, puro e semplice.

Acquisite la Saggezza che può portare alla Liberazione

Dovete cercare il momento in cui lo stato di veglia diurna passa nello stato di sonno e concentrarvi in quel momento purificandolo di tutte le agitazioni e i pensieri che distruggono la Saggezza e la Beatitudine. Certamente, all’inizio è difficile! Quando siete al volante dell’auto, lontano nella notte, c’è un momento fatale in cui, dalla condizione dello stato di veglia, scivolate nel sonno: non c’è niente che non possiate imparare con la pratica! Avete acquisito la capacità complicatissima e strana di camminare eretti, di scrivere, leggere e interpretare tutto con la pratica, non è vero? Questo è il modo di sperimentare la sola Saggezza che può darvi la Liberazione dalla paura e dal dolore. Dal seme dell’amore spunta il germoglio della devozione al Signore. Il devoto vede tutto come manifestazione della magnificenza di Dio, ogni atto come la Sua Opera, ogni parola come la Sua Voce; egli offre ogni pensiero, ogni parola e azione ispirato e sospinto da Lui verso di Lui. Pertanto, per il devoto, il mondo non è che Dio! Egli è il mondo, non c’è un secondo. Il frutto dell’albero dell’Amore è Jñana (Saggezza), la sua dolcezza è la Beatitudine e quel frutto contiene di nuovo il seme dell’amore da cui il germoglio genera le sue foglie. Nella Vishva Virât Svarûpa (Forma della totalità della manifestazione grossolana), che Krishna concesse ad Arjuna di vedere, questi vide se stesso come i suoi fratelli e cugini.

Sai Baba, Prashânti Nilayam, 24 marzo 1971

(Da “Sanâtana Sârathi”, ottobre 2015 e pubblicato da Mother Sai n. 1 gennaio-febbraio 2016)

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