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Le asana sono le "posizioni" del corpo, particolarmente studiate per favorire certi scorrimenti energetici; inoltre, esse rendono immobile il fisico con il "controllo" e il "potere". Il potere d'immobilità o sospensione delle vrtti (modificazioni pensative) nel Raja-yoga. Occorre precisare che non si tratta di "passività" fisica o mentale, tutt'altro: è proprio in tali condizioni che la coscienza è più pronta, desta, attenta e meno dispersiva. L'attività della nostra mente è indirizzata verso un muoversi agitato, disordinato, capace di sperpero di energie emotivo-mentali anche quando è impegnata in futili cose. Chi è padrone del proprio pensiero impiega solo un terzo di quelle energie che in via normale vengono impiegate da un individuo che non sa controllare la propria mente. L'attività del nostro corpo costituisce, altresì, un dimenarsi senza scopo; la dissipazione della forza pranica è enorme nel vivere quotidiano, mentre quell'energia dovrebbe sempre essere, in modo sufficiente, disponibile per far fronte a eventi particolari, come malattie e altro. L'incapacità di stabilizzare il flusso pranico provoca uno squilibrio tra l'entrata e l'uscita, tra l'azione centrifuga che va dal centro dell'individuo verso l'esterno e quella centripeta che va dall'esterno verso l'individuo. Rotto l'equilibrio, lo stato energetico diviene precario e, per quanto il magnete ricettore e trasmettitore operi di continuo un certo aggiustamento, tuttavia ne rimene condizionato e spesso deteriorato.

Riporto la versione del dialogo d'inizio del Gheranda samhita, tratta dal testo di Theos Bernard: Hatha yoga: resoconto di un’esperienza personale (Edizione Savitri – Torino, II edizione). Le correzioni dell'italiano sono nostre.

Gheranda samhita, I, 1-11:

"Io saluto Adishvâra

che per primo insegnò la scienza dello Hatha-Yoga,

una scienza che come una scala conduce alle più alte cime del Râja-Yoga”

Andò un giorno Candakapali all'eremo di Gheranda, lo salutò con grande devozione e gli chiese:

"O Maestro di Yoga!

O migliore tra gli Yoghi!

O Signore!

Vorrei imparare da te lo Yoga del corpo, che conduce alla conoscenza della Verità (Tattva-Jnana)"

"Tu bene domandi, o forte braccio!

Io ti dirò, o figlio, ciò che mi chiedi.

Presta attenzione con diligenza.

Non ci sono catene forti quanto quelle dell'illusione (maya), nè forza sì grande quanto quella che dà la disciplina (yoga)

non c'è miglior amico della conoscenza (jnana)

nè peggior nemico dell'egoismo (ahamkara, senso dell’io).

Così come imparando l'alfabeto si può, con l'esercizio, padroneggiare tutte le scienze, praticando perfettamente, per prima cosa, l'esercizio fisico, si può acquisire la conoscenza della Verità.

In seguito alle azioni buone sono generati i corpi di tutti gli esseri animati

e i corpi danno origine alle azioni (il karma che porta alla rinascita)

e così il cerchio si chiude come il cerchio di una noria* .

E come la noria che estrae acqua da un pozzo sale e scende, mossa dai bovi, riempiendo e vuotando alternativamente i secchi,

così l'anima passa e ripassa dalla vita alla morte, mossa dalle sue azioni.

Come un vaso d'argilla cruda, gettato in acqua si dissolve, così il corpo presto si corrompe, in questo mondo.

Cuocetevi forte nel fuoco dello yoga, per rafforzare e purificare il corpo."

La grande noria di Hama

I sette esercizi appartenenti a questo yoga fisico sono:

- purificazione

- rafforzamento

- stabilizzazione

- rasserenamento

- e tutti quelli che conducono alla leggerezza, alla percezione e all'isolamento

1) la purificazione si ottiene mediante l'esecuzione costante di sei pratiche (procedimenti di purificazione)

2) il rafforzamento si ottiene con asana, posture che sviluppano drdhata, forza

3) la stabilizzazione  è favorita da mudra [gesti], che dà sthirata, stabilità

4) pratyahara [ritiro dei sensi all’interno, come la tartaruga che ritira le membra nel guscio] dà dhirata, calma

5) pranayama [respirazione] dà leggerezza o laghiman

6) dhyana [meditazione] dà percezione, pratyaksatva, del sè

7) samadhi dà isolamento, nirliptata, non attaccamento che è la vera libertà.

*La parola NORIA deriva dall'arabo NA-URAH che significa vociare, zampillare.

Descritta per la prima volta da Vitruvio, la noria fu la prima vera ruota idraulica, dalla quale discesero tutte le versioni realizzate nei secoli successivi, utilizzata dall'uomo per sollevare acqua o materiali minuti e presenta il grosso vantaggio di essere azionata sfruttando l'energia del moto dell'acqua stessa anche se alcune ruote non hanno il meccanismo propulsore e devono essere azionate a mano, per mezzo di due manovelle. I primi modelli di cui abbiamo notizia risalgono all'India del IV secolo a.C., altre, risalenti al I secolo a.C. sono state ritrovate nei paesi più a Ovest e altre risalenti al II secolo d.C., in Cina. Si tratta di una ruota di grande diametro, verticale, munita di raggi di legno che terminano a forma di pala. L'acqua in movimento spinge le pale facendo girare la ruota la quale, con i numerosi contenitori (otri, secchi, vasi..) collocati sulla circonferenza, solleva l'acqua.Esistono norie con un diametro superiore ai 20 metri, alcune ancora operanti in Siria.

Lo Hatha-yoga si basa sul principio che il meccanismo vitale è sostenuto da due correnti di forza: l'una positiva che risponde al termine ha, e l'altra negativa che risponde al termine tha.

Sono le due forze, solare e lunare, ida e pingala che, equilibrate, rendono il complesso vitale armonizzato e quindi funzionante in modo perfetto. L'equilibrio energetico che la natura stessa fornisce all'individuo viene reputato insufficiente dall' Hata-yoga, per cui questo cerca di stabilire un altro equilibrio che permetta alla forma fisica di sopportare un flusso dinamico crescente di forza vitale (prana) la quale si trova in quantità illimitata nello spazio.

Ogni individuo possiede una certa quantità di energia pranica che costituisce, diremo , il suo patrimonio energetico; o meglio, ogni individuo assorbe - mediante particolari centri pranici - una quantità di energia rapportata al suo magnete ricevente. Per costituzione ereditaria egli è incacape di sopportarne di più. Così, ad esempio, la resistenza di una persona al voltaggio elettrico può raggiungere una data quota o soglia di sopportabilità, superata la quale può rimanere vittima di un eccesso vibratorio elettrico-molecolare. Con questo, però, non ci troviamo di fronte a valori assoluti e lo Hatha-yoga lo dimostra aprendo la porta all'universalizzazione della vitalità individuale e permettendo di ricevere nell'organismo fisico-pranico una corrente di energia meno razionata, e quindi più elevata e superiore al normale accumulo operato dal magnete captante.

Lo Hatha-yoga più che una filosofia o una dottrina è un metodo, una disciplina psicofisica che ha come fondamenti principali due strumenti alquanto efficaci: le asana e il pranayama. Le asana sono le "posizioni" del corpo, particolarmente studiate per favorire certi scorrimenti energetici; inoltre, esse rendono immobile il fisico con il "controllo" e il "potere". Il potere d'immobilità o sospensione delle vrtti (modificazioni pensative) nel Raja-yoga. Occorre precisare che non si tratta di "passività" fisica o mentale, tutt'altro: è proprio in tali condizioni che la coscienza è più pronta, desta, attenta e meno dispersiva. L'attività della nostra mente è indirizzata verso un muoversi agitato, disordinato, capace di sperpero di energie emotivo-mentali anche quando è impegnata in futili cose. Chi è padrone del proprio pensiero impiega solo un terzo di quelle energie che in via normale vengono impiegate da un individuo che non sa controllare la propria mente. L'attività del nostro corpo costituisce, altresì, un dimenarsi senza scopo; la dissipazione della forza pranica è enorme nel vivere quotidiano, mentre quell'energia dovrebbe sempre essere, in modo sufficiente, disponibile per far fronte a eventi particolari, come malattie e altro. L'incapacità di stabilizzare il flusso pranico provoca uno squilibrio tra l'entrata e l'uscita, tra l'azione centrifuga che va dal centro dell'individuo verso l'esterno e quella centripeta che va dall'esterno verso l'individuo. Rotto l'equilibrio, lo stato energetico diviene precario e, per quanto il magnete ricettore e trasmettitore operi di continuo un certo aggiustamento, tuttavia ne rimane condizionato e spesso deteriorato.

Il pranayama (dominio del respiro) si riferisce al controllo delle forze vitali. Infatti, il respiro è collegato con le energie praniche, per quanto in modo indiretto. Secondo lo Hata-yoga il pranayama svolge un doppio ruolo: da una parte armonizza l'entrata e l'uscita pranica, porta maggiore vitalità al tessuto cellulare, raffforza il fisico in modo eccezionale, superando persino i limiti della sua capacità naturale; dall'altra, favorisce il risveglio di Kundalini - il dinamismo pranico arrotolato nel centro o cakra muladhara alla base della spina dorsale - aprendo così all'aspirante campi di coscienza inusitati e, certo, straordinari.

Alcuni di questi risultati possono configurarsi in quelle che usualmente vengono denominate siddhi (poteri psichici), le quali non danno vera Liberazione o realizzazione (nota: In riferimento ai poteri psichici si veda il capitolo "Le siddhi" nel libro Il Sentiero della Non-dualità di Raphael. Edizioni Asram Vidya, Roma). Esse appartengono ancora al mondo fenomenico e possono alla lunga imprigionare. La problematica dell'essere investe campi di consapevolezza più profondi e richiede un'aspirazione del neofita a mete necessariamente più sacre e spirituali. Un samadhi è un'esperienza di ordine universale che lo Hatha-yoga - se praticato con intelligenza e con un adeguato istruttore - può offrire prodigiosamente.

In ogni modo, l'autentico Hatha-yoga mira a fondere, mediante l'innalzamento di Kundalini, la Sakti con Siva (cakra della base e della testa) e di là poi volare verso lo stato trascendente dell'essere.

(Tratto da "Essenza e scopo dello Yoga", Raphael, Edizioni Asram Vidya, pag 33)

« Un giorno Chandakapali andò alla capanna di Gheranda

Dopo essersi inchinato educatamente, egli umilmente chiese a Gheranda:

"Signore dello Yoga, io ora voglio conoscere lo Yoga del corpo, la fonte della conoscenza della Realtà Fondamentale. Signore dello Yoga, parla, oh Maestro"

"Sicuramente hai fatto molto bene a chiedermelo. Io posso certamente dirti quello che vuoi, figlio mio.

Ascolta attentamente". »

Il Gheranda Samhita, la raccolta di Gheranda, è un testo tantrico di Hatha-Yoga trasmesso oralmente da  Gheranda,  onorato come "Signore dello Yoga", al suo discepolo Chandakapali, che si era recato alla sua capanna per avere istruzioni circa lo "yoga che si esegue con il corpo" (ghatastha yoga o ghata yoga).

La raccolta è datata tra il XVI secolo e XVII secolo ed è considerata uno dei principali testi di Hatha Yoga, insieme all’ Hatha Yoga Pradipika e  allo Shiva Samhita.

Non si hanno però notizie precise della sua origine, salvo il fatto che il nome Chandakapali rimanda al lignaggio shivaita dei kapalika (portatori del teschio), che usavano un mezzo teschio come tazza per l'acqua e per il cibo.

Il Gheranda  ha un'estensione di 317 versi ed è articolato in sette lezioni (upadesha) corrispondenti ad altrettanti adempimenti (sadhana), o tappe del percorso ascetico/yogico che, nell'ordine, sono:

1.         shatkarma, le sei azioni, tecniche di igiene corporea interna ed esterna

2.         asana, di cui il testo descrive dettagliatamente trentadue forme

3.         mudra, gesti simbolici, "sigilli", in quanto destinati a sigillare il prana nel corpo. Ne vengono illustrati  venticinque

4.         pratyahara, il ritrarsi della mente dalle sollecitazioni dei sensi, cui è assoggettata e da cui è continuamente distratta. Il fatto che questo stadio preceda il pranayama  è una caratteristica propria del Gheranda, poichè lo stadio di pratyahara, anche negli yoga sutra di Patanjali,  generalmente segue il pranayama

5.         pranayama, la cui spiegazione è preceduta da indicazioni sulle stagioni più propizie per la pratica dello yoga e sul regime alimentare che lo yogi deve seguire. Viene descritta innazitutto la nadi shuddha che può essere effettuata con mantra (samanu) o senza mantra (nirmanu); quindi le otto  varietà di kumbhaka, o ritenzioni del respiro: sahita, suryabheda, ujjayi, sitali, bhastrika, bhramari, murccha, kevala

6.         dhyana (meditazione) graduata in tre momenti: sthula (oggettiva) jyotir (luminosa) suksima (sottile)

7.         samadhi : [i]"che distrugge la morte, permette di raggiungere la felicità e dà il Brahmamanda (la Beatitudine di Brahman)" (Hathayogapradipika, IV, 2.)[/i]. Stato finale di coscienza, meta ultima e ineffabile dell'esperienza ascetica a cui vengono dati vari nomi, tutti sinonimi ( cfr. Gheranda e Hathapradipika)

Estese parti del Gheranda Samhita sono però inserite nel libro "Hatha-yoga (resoconto di un'esperienza personale) di Theos Bernard (prima edizione: Sadhana, Torino, 1973, seconda ed. Savitri, Torino, 1991).

Questo testo è stato tradotto dall’inglese da G. T.  Thozhuthumkavayalil Dharmarama e Mario J. Bianco che hanno curato anche le note e pubblicato il libro. La prefazione all’edizione italiana è dell’Ambasciatore dell’India a Roma di quegli anni: S. E. Apa B. Pant

[i]Theos Bernard non si è voluto avvicinare alla spiritualità indiana con l'atteggiamento oggettivante dello studioso europeo, ma scegliendo di vivere "dal di dentro" l'esperienza yogica, da discepolo tradizionale, come un "cela" [discepolo qualificato] e il suo libro è ad un tempo l'esposizione sistematica dei tre grandi classici dello Hatha-yoga (l'hathayoga pradipika, lo Shiva samhita ed il Gheranda samhita) ed un manuale pratico, esperienziale, diretto, cronaca della sua esperienza di apprendimento dello hatha yoga.

Nel 1947 Theos Bernard dovette recarsi al monastero Ki, nel Tibet occidentale. Mentre era in viaggio scoppiò un conflitto tra gli hindu e i musulmani che abitavano le montagne.

Vennero massacrati tutti gli abitanti del piccolo villaggio dal quale Theos era partito, comprese le donne e i bambini.

Poi gli hindu si spinsero sulle montagne per inseguire i musulmani che accompagnavano Theos come guide e mulattieri.

Costoro lo abbandonarono insieme al suo servitore tibetano. Si seppe più tardi che furono entrambi fucilati e che i loro corpi vennero gettati nel fiume.

Il padre di Theos, in una nota all’editore, così informa:

“Finora non abbiamo potuto avere informazioni sicure sui particolari della loro morte, né sappiamo che cosa Theos portasse con sé. Quella regione del Tibet è così remota che sarà difficile, se non impossibile, ottenere maggiori dettagli.

Lode al Samadhi

O Chanda!

Così ti ho parlato del Samadhi, che porta alla liberazione

Raja yoga samadhi, Unmani, Sahajavasta sono tutti sinonimi, per dire unione del Manas con l’Atma

Visnu è nell’acqua

Visnu è nella terra

Visnu è sulla cima dei monti

Visnu è nel mezzo delle fiamme dei vulcani

L’intero universo è pieno di Visnu.

Tutto ciò che cammina sulla terra, o si muove nell’aria, tutta la creazione vivente ed animata, alberi, sterpi, radici, rampicanti ed erbe, oceani e montagne, tutto, sappilo, è in Brahman.

Vedili tutti nell’Atma

L’Atma racchiuso nel corpo è Chaitanya, o Coscienza, e non ha secondi, è l’Eterno, l’Altissimo

Conoscendolo staccato dal corpo, lo devi liberare dai desideri e dalle passioni

Così è ottenuto il samadhi libero da ogni attaccamento,

dal corpo, dal figlio, dalla moglie, dai parenti, dagli averi

Liberandoti da tutto ciò otterrai pienamente il Samadhi.

Shiva ha rivelato molti Tattva, come Laya, Amrita e altri

di quelli ti ho parlato brevemente, come guide alla Liberazione

Conoscendo ciò, non c’è più rinascita in questo mondo.

HAṬHA YOGA E TANTRISMO

Di Śri Svāmi Prashantānanda[1]

 

Lo Haṭha Yoga o Yoga fisico ha origine dal Tantrismo, un grande movimento filosofico e religioso apparso in India fin dal quarto secolo della nostra era.

Si pensa che la parola tantra derivi dalla radice tan (diffondere) o da tatri, nel senso di origine o conoscenza. Così essa è stata usata con diversi significati come cerimonia, rito, dottrina e scienza. In quest'ultimo senso viene usata nelle opere della filosofia sāṁkhya chiamata Ṣaṣṭhi-Tantra-Śāstra[2] e anche in altri vecchi trattati filosofici. Col passare del tempo, la parola tantra fu usata impropriamente per indicare ogni tipo di letteratura scientifica o filosofica; più tardi, comunque, il termine venne usato esclusivamente per indicare un insieme di scritti comprendenti l’intera cultura di un'epoca che potrebbe essere localizzata nel Medioevo indiano. Particolare caratteristica di questa letteratura è di contenere in se stessa i fondamenti della civiltà anteriore a quella vedica e di aver tentato di conciliarli con la cultura del suo tempo.

È importante ricordare che il Tantrismo si sviluppò principalmente in due regioni limitrofe dell’India dove l’influenza spirituale degli abitanti aborigeni era predominante. Alcune sue dottrine filosofiche e pratiche religiose possono apparire molto strane ai nostri occhi, ma senza dubbio esse sono illuminanti e rivelano molti anelli mancanti nella storia e nello sviluppo dell'Induismo moderno.

Per la prima volta nella storia spirituale dell'India ariana, la Grande Dea acquistò una posizione preminente: era l’avanzata irresistibile della "religione della Madre" che nei tempi antichi regnò sui popoli aborigeni dell'India, e fu tramite questo canale che le credenze autoctone penetrarono nell'Induismo. La Śakti, o forza cosmica, fu innalzata al rango di una divina Donna o Madre che sostiene non solo l'universo ma anche le varie gerarchie divine.

Dal punto di vista filosofico, la riscoperta della Grande Dea è scaturita dall'indirizzo materialistico del Kaliyuga. Così, le dottrine tantriche apparvero come una nuova rivelazione delle eterne verità rivolte all'uomo di questa "età oscura" in cui lo spirito è nascosto profondamente nella carne. Queste dottrine sostengono che l'uomo non possiede più la forza spirituale e il vigore fisico dei tempi passati; così egli deve iniziare il cammino partendo dalla primordiale e completa esperienza della sua condizione di caduta - cioè, dalle origini stesse della sua vita. Questa potrebbe essere una giustificazione delle pratiche magiche ed erotiche del Tantrismo, il quale potrebbe apparire un facile sentiero che porta alla Liberazione piacevolmente e quasi senza impedimenti.  Ma la "facilità" del sentiero tantrico è più apparente che reale. Il fatto è che questa via presuppone una sādhanā lunga e difficile. Come ogni misticismo o movimento spirituale che si diffonde tra le masse, lo Yoga tantrico non riuscì a evitare la degradazione mentre penetrava sempre più nello strato sociale. Questo è il rischio di ogni messaggio spirituale assimilato e vissuto dalle masse prive di adeguata preparazione.

Questo fenomeno di degradazione si accompagna alla corsa precipitosa nella materia che è tipica di questa età: durante il Kaliyuga la verità è sepolta nelle tenebre dell’ignoranza. Ecco perché nuovi Maestri appaiono continuamente a rinsaldare la dottrina eterna cercando di adattarla alle capacità attitudinali di un'umanità in decadimento.

Non ci interesseremo di tutte le pratiche tantriche, ma solo di quella che ha attinenza con l'apparizione dello Haṭha Yoga. Prima della nostra epoca, nella storia spirituale dell'India e del mondo, non era mai stata data tanta importanza al corpo. Esso era generalmente considerato un peso e un ostacolo per la salvezza, specialmente nella Tradizione cristiana; ed è improbabile che nell'era precristiana siano stati fatti esperimenti sugli effetti psico-fisiologici di certe posizioni del corpo.

Il corpo non è più visto come fonte di dolore o come ostacolo alle pratiche spirituali, ma come lo strumento più idoneo ed efficace a disposizione dell'uomo per la liberazione; e poiché questa può essere ottenuta perfino in questa stessa vita, il corpo dev'essere mantenuto in condizioni perfette. La giustificazione dello Haṭha Yoga si fonda sul fatto che il corpo è solo uno strumento fornitoci dal nostro Creatore con cui fare qualunque cosa e perfino esistere su questo piano fisico della manifestazione.

In questa valutazione del corpo umano e delle sue possibilità possiamo distinguere due orientamenti:

1)   La posizione di tutte le scuole tantriche che sottolineano l'importanza di una totale esperienza di vita come parte integrante della sādhanā;

2)    il punto di vista degli Haṭhayogin che cercano di dominare il corpo con la volontà al fine di trasmutarlo in un corpo divino in armonia con il cosmo.

Il dominio del corpo è basato sulla profonda conoscenza degli organi e delle loro funzioni, assieme a certe discipline fisiche. Ma benché la mèta sia la perfezione, non si tratta né di perfezione atletica né di quella igienica. Lo Haṭha Yoga non dovrebbe essere confuso con la ginnastica o con qualunque tipo di terapia.

L'apparizione dello Haṭha Yoga è collegata al nome di Gorakhnāth, il fondatore dell'ordine dei kānphatayogi. Questo movimento acquistò considerevole importanza e divenne molto popolare dopo il dodicesimo secolo della nostra Era. Esso ebbe origine dalle storiche figure di Gorakhnāth, Matsyendranāth e altri famosi siddha[3] che più tardi furono elevati a mistici nelle leggende popolari e nelle letterature dialettali. Come per tutte le altre correnti indiane, è difficile districare la realtà storica che potrebbe nascondersi in queste tradizioni. I nomi stessi indicano gradi di spiritualità più che personaggi umani. Tramite lo yoga, Gorakhnāth si identificò con Śiva e il culto popolare lo considerò come una Sua incarnazione (nel Tantra, lo yoga viene definito come l'unione del jīvātman con il Paramātman o Parami Śiva).

Tutti gli yogin che raggiungevano la perfezione potevano ricevere il nome di siddha ma in realtà questo termine è stato sempre collegato a poteri miracolosi. Lo Haṭhayogapradīpikā, un autorevole trattato sullo Haṭha Yoga, contiene un elenco di mahāsiddha, che comincia con Ᾱdinātha (nome mitico di Śiva) e menziona Matsyendranāth, Gorakhnāth, Kāpāla e molti altri. Il problema degli "ottantaquattro siddha" non è stato ancora spiegato. Il numero 84 non corrisponde a una realtà storica: è un numero mistico, ricorrente in tutte le tradizioni indiane, e probabilmente esprime completezza, totalità. Così, gli ottantaquattro siddha rappresenterebbero una "rivelazione nella sua totalità". Potremmo concludere che Matsyendranāth e il suo discepolo Gorakhnāth rivelarono una nuova possibilità che, come essi stessi dichiararono, ricevettero direttamente da Śiva. Il mito della trasmissione della dottrina era ben noto ed è stato spesso impiegato in passato; in questo caso era rappresentato dal dialogo iniziatico[4] tra il Dio Śiva e la sua paredra[5] Durgā, udito per caso da un essere semidivino (Matsyendranāth) il quale ne divenne il messaggero.

Malgrado le chiare indicazioni di Patañjali nei suoi Yogasūtra[6] e di altre scuole di yoga per quanto riguarda le siddhi, l'assimilazione dello yogi al mago è stata quasi inevitabile, poiché il popolo, nella sua semplicità, poteva facilmente confondere il mago con l'uomo liberato (jīvanmukta) che aveva accesso a tutte le esperienze senza essere soggetto agli effetti karmici. Così la "liberazione" poteva manifestarsi sotto innumerevoli forme, alcune delle quali rientravano nei canoni riconosciuti dalla società, altre esulavano dalle pratiche religiose comunemente accettate, come gli eccessi e le aberrazioni che si svilupparono nel Tantrismo. Ma, per la gloria dell'India, dobbiamo dire che tali estremismi sono sempre rimasti abbastanza limitati e i grandi movimenti spirituali non hanno mai incoraggiato o giustificato gli eccessi e le aberrazioni; gli adepti delle "scuole estremiste" nella maggior parte dei casi sono rimasti ai margini del puro ascetismo indiano.

Per quanto riguarda l'ordine dei kānphaṭayogi, esso aderì alla tradizione dello śivaismo estremista e la sua teologia era molto elementare: Śiva è il Dio supremo e la salvezza consiste nell'unione con la divinità tramite lo yoga. Essi sostengono di essere maestri nell'arte della respirazione, ma sono conosciuti e rispettati soprattutto per la loro abilità nella magia e godono di notevole considerazione come guaritori e maghi. Essi non vengono cremati quando muoiono, ma sono sepolti nella posizione della meditazione, perché si suppone che continuino a rimanere nel samādhi. L'usanza di seppellire gli asceti (sādhu) e gli yogi è molto antica in India; è un modo per proclamare che il sādhu si è identificato con Śiva, il cui segno (linga) consacra la tomba che può, nel tempo, trasformarsi in un santuario. La tomba diventa un luogo sacro perché non contiene un cadavere, ma il corpo di un "liberato", in uno stato di meditazione permanente.

I Kānphaṭa chiamavano se stessi semplicemente yogi o Gorakhnātha o Nātha, e la loro particolare disciplina fu chiamata Haṭhayoga[7]. Ben presto questo termine designò genericamente le tecniche e le discipline tradizionali che rendevano possibile l’ottenimento della perfetta padronanza del corpo. La parola haṭha (letteralmente "violenza o sforzo violento") viene spiegata da ha che significa “sole” e da ṭha che significa "luna", l'unione del "sole" e della “luna” prodotta dall'unificazione dei respiri e delle energie vitali che circolano attraverso le narici destra e sinistra (ida e pingala).

Gli haṭhayogin danno grande importanza alla purificazione preliminare delle nāḍhī o canali sottili attraverso i quali circola l'energia vitale chiamata prana. I nervi, le vene e i "centri" energetici (cakra) senza dubbio corrispondono a esperienze psicosomatiche collegate alla vita profonda dell'essere umano; essi non indicano organi anatomici o funzioni fisiologiche ma rappresentano piuttosto stati yogici di coscienza. Così, la fisiologia mistica è il risultato e la concettualizzazione degli esperimenti   intrapresi da tempi   molto antichi   dagli   asceti e dagli yogi. Tutte le tecniche dello Haṭhayoga -  come le āsana, il prāṇāyāma, le mudrā e i bandha - consistono in esercizi psicosomatici. Sfortunatamente, questo punto è poco compreso dai moderni professionisti i quali sostengono che tali pratiche possano essere eseguite   senza   considerazioni di tempo, di clima e di morale personale, e che gli intricati esercizi prāṇici possano essere svolti tramite le mudrā e i bandha senza le discipline purificatrici prescritte nei testi sanscriti classici.

I tre testi considerati come le fonti classiche dello Haṭhayoga, sono lo Haṭhapradīpikā di Svātmārāna Svāmi, probabilmente dell’XII secolo, la Gheraṇḍa Saṁhitā e la Śiva Saṁhitā; quest’ultimo è più esteso dei due precedenti e più elaborato filosoficamente, uno yoga tantrico con una spiccata impronta vedānta.  Di questi tre testi, il più antico sembra essere la Pradīpikā, che secondo la tradizione è basata sullo Haṭhayoga di Gorakhnāth, andato perduto. Essi contengono istruzioni dettagliate sulla salute, la dieta, la condotta sociale, ecc.; naturalmente la pratica (abhyāsa) gioca un ruolo decisivo. I testi dello Haṭhayoga impressionano per il loro carattere sperimentale, ma gli esperimenti sono compiuti a livelli diversi da quelli della vitta di ogni giorno: gli yogi li compiono facendo uso di sensi, di stati di tensione e subconsci inaccessibili all'uomo comune; così, essi diventano padroni di una zona molto più estesa della normale coscienza, potendo penetrare nella profondità dell'inconscio e risvegliare la supercoscienza primordiale che è solo latente negli altri esseri umani.

Il corpo così costruito nel corso del tempo dagli Haṭha­yogin corrisponde in parte al "corpo divino", o corpo del dio-uomo, un concetto che si trova nella preistoria, sia indo­ariana che pre-ariana. È il concetto di "superuomo", cioè della trasformazione del corpo umano in un microcosmo in armonia col macrocosmo, una teoria arcaica e una disciplina che sono individuabili in quasi tutto il mondo e che, nell'India ariana, hanno trovato espressione dall'età vedica.

Lo Haṭhayoga, come complemento del Rājayoga[8] e di altri tipi di yoga, è compreso nella struttura dell'Induismo e inoltre è stato per lungo tempo praticato in India dai seguaci di diverse religioni, a volte sotto altri nomi. Lo Haṭhayoga è suscettibile di applicazioni in molti campi e contiene in sé un numero considerevole di varianti. Praticato da solo o come elemento principale in una disciplina individuale, è ritenuto sufficiente per condurre lo yogi al più alto grado di evoluzione spirituale. Ci sono sempre stati, e ci sono ancora oggi in India, grandi asceti che non hanno mai seguito altra disciplina. Essi vivono di solito molto ritirati, spesso nella foresta o sulle montagne, quasi inaccessibili alle persone comuni, e solo raramente accettano discepoli.

Questa forma di Haṭhayoga integrale non è adatta per gli Occidentali e perfino per gli Indiani che non siano capaci di sottoporsi a pratiche ardue, pratiche che debbono essere ripetute giorno dopo giorno, se non di ora in ora. Gli yogi che lo rappresentano non hanno mai commesso l'errore di affidarne gli insegnamenti alla parola scritta, eccetto che nei testi aforistici ermetici, inutilizzabili dalla maggioranza.

D'altra parte, gli elementi base dell'Haṭha yoga, praticati come disciplina semplificata, sono comunemente in uso oggi presso coloro che cercano di ottenere i vantaggi fisici e mentali che esso offre senza implicare regole religiose o spirituali per ottenere livelli di coscienza più elevati. Il vantaggio che può essere tratto dalla pratica regolare degli esercizi più elementari di Haṭhayoga è così grande che esso si è diffuso in Occidente come un incendio incontrollato. Le pubblicazioni dedicate a questa pratica e le "scuole" che lo propongono in modo specifico sono ora molte, come molti sono gli āśram che insegnano, in un modo piuttosto attenuato, il sentiero tradizionale dell’Aṣṭāṇgayoga,[9] essendo raramente offerta una guida individuale. I risultati incoraggianti ottenuti in un periodo di tempo relativamente breve con un minimo sforzo possono spingere il principiante privo di una guida qualificata a lanciarsi frettolosamente in tecniche pericolose e nocive per i sistemi respiratorio, circolatorio e nervoso.

La conoscenza accademica della filosofia yoga può essere ottenuta nelle Università indiane, ma lo yoga è soprattutto un codice di pratiche basate su princìpi metafisici e la sua conoscenza non può essere completa senza l'aspetto pratico delle sue dottrine che è insegnato dai veri yogi. Questi asceti non debbono essere cercati nelle città, bensì nei loro ritiri sull'Himālaya. Per la gloria dell'India si può dire che questi autentici yogi ancora esistono, ed è tra loro che di tanto in tanto emerge quel "meraviglioso guru" attraverso il quale si rivela la verità. Le celebrità spirituali dell'India contemporanea non possiedono quella conoscenza che ha reso questo Paese la terra classica della saggezza (jñāna bhūmi) in antitesi con i paesi occidentali, terre di godimento (bhoga bhūmi). Gli Indiani che ancora rappresentano questo aspetto elevato conducono una vita ritirata.

Possiamo dire che oggi esistono due Indie come sovrapposte: la "nuova India" che si è andata costituendo dall'Indipendenza, il cui scopo è di diventare moderna secondo il modello occidentale ed essere su un livello di parità con le nazioni libere del mondo; e la " vecchia India", radicata nella sua tradizione millenaria di ricerca spirituale, tesa a scoprire il significato della vita. La nuova India non sta solo cercando di essere moderna seguendo l'orientamento occidentale, ma sta regolando e adattando le sue vecchie tradizioni alle necessità materiali e spirituali della vita moderna. Essa appare fondata sulla solida roccia del passato e sorretta dall'ininterrotta catena di santi e saggi che hanno tenuto vivo il patrimonio spirituale degli antichi Ṛṣi.

 

[1] Svāmi Prashantānanda fu uno Svāmi della Divine Life Society.  organizzazione spirituale fondata da  Svāmi Sivananda Sarasvati nel 1936, a Muni Ki Reti, Rishikesh, India. Il brano è tratto da The Divine Life, gennaio e aprile 1975.

[2] “Dottrina delle sessanta concezioni”.

[3] Lett. “perfetto”. Per i termini sanscriti, cfr. Glossario Sanscrito. Ass. Ecocult. Parmenides.

[4] Il dialogo iniziatico tratta di cinque argomenti: la creazione, la dissoluzione del mondo, l’adorazione degli dei, l’acquisizione di facoltà superumane, l’unione con lo spirito supremo tramite la meditazione.

[5] Un paredro è una divinità il cui culto è associato a un'altra, genericamente di maggiore importanza e di sesso opposto. Il termine, di origine greca, significa "chi siede accanto"

[6] Cfr. Patañjali, La Via Regale della Realizzazione, a cura di Raphael. Si veda specialmente il terzo capitolo, sutra 16 e segg. Collezione Vidyā.

[7] Per una breve ed incisiva esposizione dell’Haṭhayoga, cfr. Raphael, Essenza e scopo dello Yoga. Collezione Vidyā.

[8] Il Rājayoga è stato codificato da Patañjali, nei suoi Yogasūtra. Raphael lo ha presentato ne La Via Regale della Realizzazione e in Essenza e Scopo dello Yoga. Op. cit.

[9] Lo “yoga degli otto mezzi” prospettato da Patañjali, nello Yogadarśana. Cfr. La via regale della Realizzazione di Raphael. Cit.

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