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vedanta.it

OBBEDIENZA INCONDIZIONATA AL MAESTRO SPIRITUALE
(Gli insegnamenti dei Purana)

Dal Mahabharata

Parte prima

STORIA DI ARUNI

Sauti continuò: “A quei tempi viveva un saggio chiamato Ayoda-Dhaumya. Il vate possedeva tre discepoli, i cui nomi erano: Aruni, Upamanyu e Veda. Un giorno disse ad Aruni: “Vai, chiudi la falla che si è aperta nel canale d’irrigazione”.
Obbediente, Aruni raggiunse il luogo dove era lo squarcio. Sul posto si rese conto dell’impossibilità di arginare la fenditura con mezzi ordinari. Non sapendo come fare si rattristò. Poi ebbe un’idea e pensò: “Ho trovato un modo per eseguire il mio compito”. Scese nello squarcio e lo ostruì con il proprio corpo. Così l’acqua cessò di fluire. Giunto il tramonto, preoccupato, il maestro chiese ai discepoli: Non vedo Aruni, dove sarà?”. Questi risposero: “L’hai mandato lontano, il suo compito era di bloccare la falla di un canale”.
Ricordatosi, Dhaumya disse: “Presto raggiungiamo quel luogo”. Giunti sul posto, il maestro gridò: “Aruni dove sei? Figlio mio vieni presto”. Udendo la voce del precettore, il giovane emerse dall’acqua.
Aruni disse: “Eccomi, non potendo chiudere il buco con altri mezzi, sono entrato in acqua e l’ho arginato con il mio corpo. Dopo aver udito il tuo richiamo, mi sono alzato abbandonando il mio compito. Ti saluto maestro, dimmi cos’altro devo fare”.
Il precettore rispose: “Non temere, non è per negligenza che l’acqua scorre ancora fuori dal canale, ma al contrario, ubbidiente ti sei alzato per rispondere alla mia chiamata, quindi come segno di riconoscenza, tu sarai chiamato Uddalaka. Poiché hai obbedito alle mie parole, avrai molta fortuna. Tutta la conoscenza delle Sacre Scritture risplenderà in te”.
Da queste parole, Aruni comprese di aver superato la prova, quindi, ricevuta la benedizione, si congedò e tornò al proprio paese”.

STORIA DI UPAMANYU

Sauti continuò:
Upamanyu fu un discepolo di Ayoda-Dhaumya. Un giorno chiamato a se lo studente il maestro disse: “Upamanyu figlio mio, vai ad accudire il bestiame”.
Ubbidendo agli ordini del maestro, Upamanyu raggiunse il luogo ove si trovava la mandria. Dopo aver vegliato il branco per tutto il giorno, la sera fece ritorno a casa. Presentandosi davanti al maestro, lo salutò con il dovuto rispetto. Questi, vedendo che il discepolo era notevolmente grasso, disse: “Upamanyu figlio mio, con cosa sostieni il tuo corpo?”. Egli rispose: “Signore, sostengo me stesso mendicando”.
Il maestro replicò: “Non puoi consumare il cibo che ottieni mendicando senza prima averlo offerto a me”. Udite queste parole il discepolo si allontanò. Recuperate tutte le vivande, le portò al proprio precettore, il quale le tenne tutte per sè. Al mattino Upamanyu andò di nuovo ad accudire il bestiame e dopo un’intensa giornata di lavoro, al tramonto fece ritorno a casa.

Dopo qualche giorno, percepito che il discepolo non esitava a dimagrire, il maestro disse: “Upamanyu figlio mio, ho requisito ogni vivanda da te elemosinata, quindi con cosa sostieni te stesso?”. Il discepolo rispose: “Signore, dopo averti donato ogni cosa, sono uscito di nuovo a mendicare. In questo modo ho potuto nutrire me stesso”. Il maestro disse: “Non è questa la via con cui tu puoi obbedire ai miei ordini. Con tale comportamento, tu hai privato altri esseri -che vivono di carità- del loro sostentamento. Il tuo comportamento è paragonabile a quello di una persona avida”.

Il discepolo dopo un cenno d’assenso si ritirò. Passata la notte, andò di nuovo ad accudire il bestiame. Passarono i giorni, quando una sera, tornato a casa dal lavoro, salutò il Guru. Questi vedendo che il discepolo ancora, non esitava a dimagrire, disse: “Upamanyu figlio mio, ti trovo in buona salute, io posseggo ogni vivanda da te elemosinata e tu non sei uscito una seconda volta, quindi come hai potuto sostenere te stesso?”. Il discepolo rispose: “Signore ora sostengo me stesso, con il latte offertomi dalle mucche che io accudisco”.
Il maestro disse: “Non è corretto che tu ti appropri del latte delle mucche, senza prima aver ottenuto il mio consenso”.

Upamanyu assentendo si congedò. Fattosi di nuovo giorno, come di solito, egli andò ad accudire il bestiame e come ogni sera tornava a casa e come di rito salutava il maestro. Questi vedendolo sempre più grasso, disse: “Upamanyu figlio mio, tu non hai mangiato delle offerte elemosinate, non sei uscito per elemosinare una seconda volta e non hai bevuto del latte di mucca, ma malgrado ciò non accenni a dimagrire. Con quale mezzo sostieni ora il tuo corpo?”. Il discepolo rispose: “Signore, ora mi nutro con gli spruzzi che i vitelli spandono, dopo aver succhiato le mammelle delle loro madri”. Il maestro disse: “Quei poveri vitelli, colmi di compassione, fanno colare dalle loro bocche una notevole quantità di latte, spruzzandolo verso di te. Sappi figlio mio, che non è giusto privare i vitelli del loro pasto”. Upamanyu assenti. Passata la notte, andò di nuovo ad accudire le vacche. Per proibizione di Dhaumya, non mangiava più le vivande elemosinate, non beveva più il latte che le mammelle delle mucche gli offrivano e nemmeno succhiava le gocce di latte che colavano dalla bocca dei vitelli.

Un giorno, mentre con il bestiame, attraversava un bosco, oppresso dalla fame, mangiò alcune foglie colte dai rami dell'albero Arka (Asclepias Gigantea). Dopo poco tempo, i suoi occhi si arrossarono e cominciarono a
lacrimare a causa di un pungente dolore. La forte salinità contenuta in quelle foglie, lo rese completamente cieco. Non potendo più vedere dove posava i piedi, inciampò e cadde in un profondo buco. Quella sera non tornò a casa.
Dhaumya, vedendo che il sole era ormai calato dietro le cime dei monti occidentali e che il discepolo, ancora non era tornato, preoccupato chiese ai suoi pupilli, dove fosse Upamanyu e perché non tornava. Essi risposero, che Upamanyu si era allontanato per accudire la mandria.

Il maestro disse: “Upamanyu è stato da me ammonito a non cibarsi. E' sicuramente a causa di ciò che egli non torna, usciamo a cercarlo”. Dopo aver espresso queste parole, con i suoi discepoli entrò nel bosco e ad alta voce cominciò a gridare: “Upamanyu dove sei?”. Quest'ultimo udendo la voce del precettore, con voce alta rispose: “Maestro, sono qua, sul fondo di un pozzo”. Raggiuntolo, il maestro lo interrogò su ciò che era accaduto. Upamanyu rispose: “Trasgredendo ai tuoi comandi, ho mangiato delle foglie dell'albero Arka e dopo qualche istante sono divenuto cieco, così non potendo vedere dove camminavo, sono caduto in questo profondo pozzo”.

Il maestro disse: “Glorifica i due Aswini, essi sono i medici degli Esseri
Celesti, solo loro sono in grado di restitutirti la vista”. Dette queste parole, il vecchio maestro se ne andò. Rimasto solo, Upamanyu cominciò a glorificare i Santi Aswini, usando le parole contenute in uno degli inni del Rig-Veda: “Voi esistevate prima della creazione. Voi siete i primi nati, visibili in questo meraviglioso universo formato di cinque elementi. Voi, o infiniti, desidero evocarvi per mezzo della conoscenza che proviene dall'ascolto e dalla meditazione. Voi siete il corso della natura. Voi siete l'anima stessa della natura.Voi siete gli uccelli dalle bellissime piume che dimorano nei corpi, i quali sono simili a tronchi d'albero. Voi siete privi dei tre attributi che caratterizzano tutti gli esseri. Voi siete incomparabili. Voi con il vostro spirito pervadete ogni cosa in questo universo. Voi siete aquile dalle piume dorate. Voi siete l'essenza in cui ogni cosa scompare. Voi siete liberi da ogni errore e non conoscete deterioramento. Voi dai bei becchi. Voi che non colpite mai ingiustamente. Voi che siete vittoriosi in ogni incontro. Voi sicuramente prevalete sopra il tempo.

Voi siete i
creatori del sole. Voi avete tessuto la meravigliosa veste dell'anno, per mezzo del bianco filo del giorno e del nero filo della notte. Con la
tessitura di questa veste, avete stabilito le due vie di azione che appartengono agli Esseri celesti e agli Antenati. Quando l'uccello della vita viene afferrato dal tempo, il quale rappresenta la forza dell'Anima Suprema, voi lo liberate. Coloro che sono immersi nella più profonda ignoranza e che sono dominati dall'illusione dei sensi, credono che voi i quali trascendete tutti gli attributi della materia. Trecentosessanta mucche, rappresentano trecentosessanta giorni e il loro vitello rappresenta l'anno. Questo vitello è il creatore e il distruttore di ogni cosa. Coloro che ricercano la verità, seguono vie diverse, succhiano il latte della conoscenza con il suo aiuto. Voi o Aswini siete i creatori di questo vitello.

L'anno è simile al mozzo di una ruota alla quale sono attaccatisettecentoventi raggi, questi rappresentano i giorni e le notti. La circonferenza di questa ruota rappresenta i dodici mesi, i quali si succedono uno dopo l'altro senza sosta. Questa ruota è piena d’illusioni e non conosce deterioramento. Essa influenza tutti gli esseri di questo e d’altri mondi. O Aswini, questa ruota del tempo è messa in azione da voi. Questa ruota rappresenta l'anno e il suo mozzo rappresenta le sei stagioni. I dodici raggi che spuntano dal mozzo, rappresentano i dodici segni dello Zodiaco. I frutti degli atti di tutti gli esseri, sono manifestati da questa ruota. Le divinità che presiedono il tempo, dimorano in questa ruota. Anch'io sono soggetto a quest’influenza.

Voi o Aswini, liberatemi dalla prigionia di questa ruota temporale. Voi o Aswini, voi siete l'universo formato dai cinque elementi. Voi siete gli oggetti che gioiscono in questo e nell'altro mondo, rendetemi indipendente dai cinque elementi. Voi siete il supremo Brahman. In principio, avete creato le dieci direzioni di questo universo. Poi avete piazzato nel cielo il sole. I Saggi, in accordo al corso del sole, compiono i loro sacrifici. Gli Esseri Celesti e gli uomini, compiono i loro sacrifici, godendo così del frutto delle proprie azioni.
Mischiando i tre colori, voi avete prodotto tutti gli oggetti della vista. E' da questi oggetti che l'intero universo deriva e nel quale i gli Esseri Celesti, gli uomini e tutte le creature, sono immerse nelle loro rispettive occupazioni.

Voi o Aswini, io vi adoro. Adoro anche il cielo che da voi è stato creato. Voi siete gli elargitori dei frutti di tutte le azioni, di cui anche gli esseri celesti non sono immuni. Voi solo siete liberi dai frutti delle azioni. Voi siete i parenti di tutti. Siete voi che come maschi e femmine inghiottite il cibo, dal quale si
sviluppa la vita, creando il fluido e il sangue. Il neonato succhia le mammelle della propria madre, ma in verità siete voi che avete preso la forma di un infante. O Aswini, restituitemi la vista, la quale può proteggere la mia vita”.
Così invocati, i gemelli Aswini, apparvero e dissero: “Noi siamo soddisfatti e per questa ragione, ti abbiamo portato in dono una torta. Prendila e mangiala”.

Upamanyu rispose: “Le vostre parole sono sicuramente vere, ma io non posso
mangiare questa torta, senza averla prima offerta al mio precettore”. Gli Aswini dissero: “Un tempo, il tuo maestro ci evocò. E noi gli regalammo una torta del tutto simile a questa, ed egli la consumò senza prima offrirla al suo precettore. Esegui pure la stessa cosa, che precedentemente è stata fatta dal tuo maestro”. Dopo aver udito le parole dei due Medici Celesti, Upamanyu disse: “O Aswini, vi chiedo perdono, ma non posso consumare questa torta, senza aver prima ottenuto il consenso del mio maestro”. Gli Aswini risposero: “Siamo completamente soddisfatti del tuo comportamento e della devozione che provi per il tuo precettore. I denti di quest'ultimo sono fatti di ferro, mentre i tuoi sono fatti d'oro, riacquista pure la vista e abbi buona fortuna”.
Mentre gli Aswini parlavano, Upamanyu recuperò la vista. Tornato a casa, salutò come di rito il maestro e gli raccontò ogni cosa successa. Dhaumya fu molto contento di lui, quindi gli disse: “Senza dubbio, tu otterrai tutta la fortuna che gli Aswini ti hanno promesso. Che i Veda e i Dharmasastra brillino di luce in te”. E questa fu la prova di Upamanyu".

LE ORIGINI CHE PORTARONO AL GRANDE SACRIFICIO DEL SERPENTE
(Gli insegnamenti dei Purana)

Dal Mahabharata

Parte terza

STORIA DI UTANKA

Sauti disse: Il terzo discepolo di Ayoda-Dhaumya si chiamava Veda. Una giorno il maestro disse: “Veda figlio mio, resta per qualche tempo nella mia casa e con devozione servi il tuo maestro. Sicuramente, trarrai profitto da ciò che farai”. Quindi Veda dimorò per qualche tempo con la famiglia del maestro, servendolo con accuratezza e senza pregiudizi. Del tutto simile ad un bue, egli
aggiogato dal suo precettore, senza lamentarsi, sopportava: il caldo, il freddo, la fame, e la sete. Non passò molto tempo, che il suo precettore fu soddisfatto. Quindi come premio, Veda ottenne buona fortuna e ampia conoscenza. E questa fu la prova di Veda. Sauti continuò: Dopo che Veda ebbe completato gli studi e fu congedato dal suo maestro, si sposò ed entrò nel domestico modo di vita. Mentre viveva nella propria casa, egli ebbe tre discepoli. Ricordandosi delle dolorose esperienze passate nella casa del proprio maestro, non osò mai ordinare loro di compiere lavori pesanti o di obbedire implicitamente ai propri comandi. Essi non furono mai trattati con severità.

Dopo qualche tempo, Janamejaya e Paushya, entrambi appartenenti all'ordine degli guerrieri, arrivarono alla residenza del saggio e stabilirono Veda come loro guida spirituale. Un giorno Veda, dovette assentarsi per svolgere certi affari riguardanti un sacrificio. Quindi incaricò Utanka (uno dei suoi discepoli), di portare avanti la carica di capofamiglia. Veda disse: “Utanka, qualsiasi cosa necessiti alla mia casa, sia da te svolta senza alcuna negligenza”. Dopo aver dato questi precisi comandi, il maestro si mise in viaggio. Quindi Utanka, per meglio obbedire agli ordini, prese dimora nella casa di quest'ultimo. Mentre la risiedeva, le donne del suo precettore si riunirono e rivolgendosi a lui, dissero: “O Utanka, la moglie del tuo signore è in quella stagione di fertilità, per cui un’unione porta i suoi frutti. Il maestro è assente, quindi tocca a te in sua vece, fare ciò che necessita”. Utanka rispose: “Non è bene per me ubbidire al comando delle donne. Non sono autorizzato ad eseguire qualcosa che mi sia improprio”.

Dopo qualche tempo, il maestro ritornò dal viaggio. Venuto a conoscenza di ciò che era accaduto, fu soddisfatto del comportamento del discepolo, quindi disse: “Utanka figlio mio, quale favore non potrò mai concederti? Sono stato adeguatamente servito, quindi la nostra amicizia è rafforzata. Da questo momento, tu sei libero di fare tutto ciò che vorrai. Vai lascia che ogni tuo
desiderio sì compia. ”Utanka rispose: “Prima di andare, lascia che io compia qualcosa che possa gratificarti. Colui che da istruzioni contrarie alle regole e colui che le riceve, corrono un serio pericolo di morte, a causa dell’inimicizia che sorgerà tra i due. Avendo terminato i miei studi, ho ottenuto da te il
permesso di congedarmi, quindi lascia che io ti porti qualcosa, come onorario a favore del tempo che hai speso per me”.

Il maestro disse: “Utanka figlio mio, attendi un momento”. Cosi dicendo Veda sene andò. Dopo qualche minuto il precettore tornò e di nuovo Utanka disse: “Ordinami ciò che desideri e io te lo porterò”. Veda rispose: Mio caro Utanka, tu hai espresso il desiderio di portarmi qualcosa come riconoscimento, per l'istruzione che ti ho impartito. Vai allora e chiedi a mia moglie ciò che essa vuole e portale ciò che desidera”. Così istruito, Utanka rivolgendosi alla moglie del maestro, disse: “Signora, il maestro mi ha concesso la libertà di tornare a casa, quindi, io desidero portare come onorario, per l'istruzione ricevuta, qualcosa che sia di tuo gradimento. Non è corretto, partire senza prima aver saldato i propri debiti. Quindi, ordina ciò che preferisci”. La signora rispose: “Recati dal re Paushya e chiedi in dono, gli orecchini che appartengono alla regina e portameli. Il quarto giorno contato da questo è festa e io desidero mostrarmi con quegli orecchini, al cospetto dei Santi uomini, che potranno essere presenti per il pranzo. O Utanka, esaudisci questo mio desiderio, se tu avrai successo, buona fortuna ti attenderà, altrimenti, quale prosperità potrai mai aspettarti?”.

Udito il comando, Utanka parti. Mentre era in cammino, vide un enorme toro cavalcato da un uomo d’inconsueta statura. Rivolgendosì ad Utanka, quest'uomo disse: “Mangia dello sterco di questo toro”. Ma Utanka non approvò quest'ordine. Allora l'uomo di nuovo disse: “O Utanka, non pensare e mangia questo sterco, un tempo, anche il tuo maestro ne mangiò”. Dato il suo assenso, Utanka mangiò lo sterco e bevve l'urina del toro. Dopo il pasto, velocemente, si lavò le mani e la bocca e subito riprese il cammino verso il luogo dove dimorava il re Paushya. Arrivato alla reggia, Utanka vide Paushya seduto sopra il trono. Si avvicinò pronunciando benedizioni e dopo aver salutato il monarca, disse: “Sono venuto qui per svolgere un commissione”.
Dopo aver a sua volta salutato Utanka, il re disse: “Signore cosa posso fare
per te?”. Utanka rispose: “Sono qui per chiedere in dono un paio d’orecchini, come regalo per la moglie del mio precettore. E' stato deciso, che tu devi donarmi gli orecchini che appartengono alla regina”.

Il monarca disse: “O Utanka, recati nelle stanze private delle donne e chiedi questi alla regina”. Ma recatosi nel gineceo, Utanka non fu in grado di trovare la regina. Tornato dal re, disse: “Non è giusto che tu m’inganni. La regina non è nelle sue stanze è per questo che non l'ho trovata”. Il re fu per un momento pensieroso, poi disse: “Signore, fai mente locale di ciò che sto per dire. Mia moglie non può essere vista da nessuno, il quale si trovi in stato di impurità, dovuto all'ingestione di cibo già inghiottito da altri”. Utanka rifletté per un momento, poi rispose: “Si è così. Per la fretta, dopo il pranzo, ho compiuto le mie abluzioni stando in piedi”.

Allora Paushya disse: “Questa è una trasgressione. La purificazione, non può essere ottenuta da un uomo che sta in piedi e nemmeno da un uomo che cammina”. Convenuto che ciò era vero, Utanka si sedette rivolgendo la faccia ad Est e attentamente si lavò la faccia, le mani e i piedi. Poi senza emettere rumori, sorseggiò dal palmo della mano, tre sorsi d'acqua fresca e priva di schiuma, in quantità sufficiente perché questa possa raggiungere lo stomaco.
Quindi si strofinò la faccia due volte e toccò con l'acqua le aperture dei suoi organi , quali occhi, orecchi, naso ecc.. Dopo essersi purificato entrò di nuovo nel gineceo. Questa volta Utanka incontrò la regina. Come questa lo vide, lo salutò e poi disse: “Benvenuto o signore, dimmi cosa posso fare per te?”.

Utanka rispose: “E' stato deciso, che tu mi dia in regalo i tuoi orecchini. Ho avuto l'ordine di portarli, come onorario alla moglie del mio precettore”. La regina soddisfatta del comportamento di Utanka, considerandolo un atto di
carità, si tolse gli orecchini e glie li consegnò. Poi disse: “Questi orecchini sono molto ambiti da Takshaka, il re dei serpenti. Quindi abbi cura di non farteli rubare”. Ascoltate le parole della regina, Utanka rispose: “Signora, non essere in apprensione. Takshaka, il capo dei serpenti, non sarà in grado di sopraffarmi”. Lasciata la regina, Utanka tornò alla presenza del re, quindi disse: “Paushya, io sono soddisfatto, ho avuto ciò che volevo”. Il monarca rispose: “Un oggetto in carità, può essere ottenuto anche dopo molto tempo.

Tu sei mio ospite e io desidero compiere lo Sraddha. Quindi
rimani qui, ancora per qualche momento”. Utanka rispose: Si, rimarrò, ma ti prego, fai che le provvigioni, siano portate in fretta”. Il re assentì intrattenendo debitamente Utanka. Quest'ultimo, vedendo che le vivande a lui portate, oltre che essere fredde, contenevano anche dei peli, in collera disse: “Mi hai fatto portare del cibo freddo e sporco, per questa ragione tu perderai la vista”. Anch'esso in collera, Paushya rispose: “Tu hai affermato che questo cibo fresco e puro è sporco, per questa ragione, rimarrai privo di figli”. Utanka replicò: E' stabilito che non puoi restituirmi una maledizione, dopo avermi offerto del cibocontaminato”.

Paushya volle accertarsi se ciò che Utanka diceva fosse vero. Quando vide che il cibo era veramente freddo e mischiato a dei peli, come se questo fosse stato precedentemente preparato da una donna con i capelli sciolti, cercò di calmare il saggio, dicendo: “Signore, le vivande che ti stanno davanti, sono veramente fredde e sporche, Questo cibo è stato preparato senza sufficiente cura. Quindi chiedo il tuo perdono. Fai che io non divenga cieco”. Utanka rispose: “Ciò che ho detto deve accadere, inevitabilmente dovrai divenire cieco. Tuttavia, potrai recuperare la vista, solo se io sarò preservato dalla tua maledizione”.

Il re disse: “Non sono in grado di revocare tale maledizione, la mia collera non è ancora stata placata. Sembra che tu non sappia, che il cuore di un Brahmana deve essere calmo e dolce come il burro, mentre le sue parole, possono essere acute ed affilate come la lama di un rasoio. Viceversa, le parole di uno Kshatrya, sono calme e dolci come il burro, ma il suo cuore è simile ad un acuto e tagliente strumento. La durezza del mio cuore non mi permette di neutralizzare tale maledizione. Quindi esci e vai per la tua strada”. Utanka rispose: “Hai detto che io rimarrò senza figli, ma ti ho mostrato che il cibo conteneva veramente della sporcizia, quindi sono tranquillo. La tua maledizione non può avere effetto. Sono sicuro di questo”.

Dopo aver espresso queste parole, Utanka si allontanò, portando con sè gli orecchini. Mentre era per strada, Utanka vide un mendicante che privo di vestiti lo seguiva. Questo, come fosse fatto di vapore, appariva e spariva in continuazione. Giunta l'ora dell'abluzione, Utanka si fermò nei pressi di un corso d'acqua e posò per terra, insieme ai vestiti, gli orecchini. In quel preciso istante, il mendicante fece la sua apparizione, rubò gli orecchini e velocemente scappò. Completate le proprie abluzioni e fatta adorazione agli dei e al maestro spirituale, di gran fretta inseguì il ladro. Con gran difficoltà lo raggiunse, quindi lo afferrò, ma improvvisamente, questo lasciò il corpo da mendicante ed assunse la sua vera forma, egli era il serpente Takshaka. Senza perdere tempo Takshaka s’infilò in un’apertura del terreno. Entrato in quel buco, egli si diresse verso la propria dimora, nel regno dei Naga.

In quel momento, Utanka si ricordò delle parole della regina, quindi, deciso ad inseguire il serpente, cercò di allargare quel buco aiutandosi con un bastone, ma senza riuscirvi. Indra vedendo che egli non aveva successo, mandò in suo aiuto il fulmine chiamato Vajra. La saetta penetrò nel bastone e con la sua forza allargò il buco. Entrato nello squarcio, Utanka scorse l'estesa regione dei serpenti, vide centinaia di palazzi, torri, case con il tetto a cupola, portali, archi, strade e luoghi di ritrovo e divertimento. Di fronte a questa meraviglia, Utanka glorificò subito i serpenti, recitando i seguenti versi: “Voi serpenti. Voi sudditi del re Airavata. Voi che come leggere nuvole spinte dal vento, con le armi in mostra, vi muovete sul campo di battaglia. Voi figli di Airavata. Voi di bell'aspetto. Voi ornati d’orecchini multicolori. Voi che splendete come il sole nel firmamento. Sulle rive nord del fiume Gange, dimorano numerosi serpenti.

In quel luogo,
costantemente vi ho adorati. Chi eccetto Airavata, può desiderare di muoversi allo scoperto, sotto i brucianti raggi del sole? Quando
Dhritarashtra, il fratello d’Airavata, esce, ventottomila e otto serpenti lo
seguono per servirlo. Voi che avete Airavata come fratello maggiore. Voi che gli siete vicini. Voi che gli state lontani. Voi tutti io vi adoro. O Takshaka, tu che hai soggiornato nella foresta Khandava a Kurukshetra, allo scopo di ottenere gli orecchini, io ti adoro. Voi Takshaka e Aswasena. Voi che siete i costanti compagni di coloro che dimorano sulle rive del fiume Ikshumati a Kurukshetra, io vi adoro.

O illustre Srutasena, o giovane fratello di Takshaka, tu che risiedi nel luogo sacro chiamato Mahadyumna, con il proposito di ottenere il governo dei serpenti, io t’adoro”. Pur avendo debitamente salutato e glorificato il capo dei serpenti, Utanka non riuscì a riavere gli orecchini. Quindi si fece pensieroso. Guardandosi intorno, li vicino, notò due donne che con mani esperte, lavoravano al telaio, tessendo una stoffa composta di fili bianchi e fili neri. Egli notò che la ruota di quel telaio, possedeva dodici raggi e che era azionata da
sei ragazzi. Poi vide anche un uomo piuttosto alto, che stava in sella ad un bellissimo cavallo. Stimolato da queste visioni, egli pronunciò le seguenti preghiere: “A questa ruota, i cui trecentosessanta raggi, rappresentano altrettanti giorni, io m’inchino. A questa ruota, le cui ventiquattro divisioni della sua circonferenza, rappresentano altrettante quindicine lunari, io mi inchino. A questa ruota, i cui sei ragazzi che costantemente la muovono, rappresentano altrettante stagioni, io m’inchino. A queste fanciulle, che
rappresentano la natura universale e che ininterrottamente, tessono una tela, composta di fili bianchi e fili neri, dalla quale sorgono all'esistenza i molteplici universi e tutti gli esseri che vi abitano, io m’inchino.

A te che brandisci il fulmine, a te o protettore dell'universo, a te o uccisore di Vritra e Namuchi, a te o illustre, a te che indossi vesti nere, a te che mostri la verità e la falsità in tutto l'universo, a te che cavalchi il cavallo che è nato dalle profondità dell'oceano, il quale non è altro che una forma del Dio del fuoco, a te o Signore dei tre sistemi planetari, a te io m’inchino o Purandara”. L'uomo che montava il cavallo, rivolgendosi a Utanka, disse: “Le tue parole d’adorazione, mi hanno soddisfatto. Che cosa posso fare per te?”. Utanka rispose: “Lascia che i serpenti si sottomettano al mio controllo”. L'uomo disse: “Percuoti questo cavallo”. Utanka eseguì l'ordine. Subito dopo aver colpito il cavallo, da tutti gli orifizi del suo corpo, si sprigionò un divampante fuoco, il quale con i suoi fumi e le sue fiamme, si apprestava a bruciare l'intera regione dei serpenti. La sorpresa e il terrore fu tale, che Takshaka, portando con se
gli orecchini, uscì dalla sua dimora, quindi disse: “Signore, ti prego, riprendi questi orecchini”. Ed Utanka li riprese. Recuperati gli orecchini, Utanka pensò: “Oggi è il giorno sacro, la moglie del mio precettore mi sta aspettando e io mi trovo lontano, come farò ad arrivare in tempo?”.

Mentre Utanka era immerso in questi pensieri, l'uomo disse: “Monta su questo
cavallo, esso, in un attimo ti porterà alla dimora del tuo precettore”. Utanka assentì, montò sul cavallo e all'istante, come per magia, si trovò nei pressi della casa del maestro. Quel mattino, dopo essersi lavata, vestita e pettinata, la signora pensava al modo migliore di emettere una maledizione, nel caso che Utanka non fosse giunto in tempo. In quel mentre, Utanka entrò in casa, con rispetto, salutò la moglie del precettore e quindi gli consegnò gli orecchini.
“Utanka”, lei disse: “Sei arrivato nel luogo giusto al momento giusto. Benvenuto figlio mio, tu sei innocente, quindi non ti maledirò. Che la fortuna sia sempre con te. Lascia che ogni tuo desiderio sia coronato da successo”.

Utanka aspettò l'arrivo del maestro. E quando questo giunse, rivolgendosi al discepolo, disse: “Benvenuto, qual è il motivo della tua lunga assenza?”. Il discepolo rispose: “Signore, nell'eseguire i miei affari, sono stato ostacolato da Takshaka, il re dei serpenti. Quindi ho soggiornato nella profondità della regione dei serpenti. La ho veduto due fanciulle, che sedute a un telaio tessevano un manufatto, utilizzando dei fili bianchi e dei fili neri. Che cosa significa ciò? La ruota di quel telaio, possedeva dodici raggi ed era costantemente azionata da sei ragazzi. Qual è il significato di questa visione? E chi era l'uomo che ho visto? E chi era quello straordinario cavallo? E ancora, chi era quel toro e chi era quel possente uomo che lo cavalcava, che vidi sulla strada, mentre camminavo verso la dimora del re Paushya? Chi era quell'uomo che mi disse: “Mangia dello sterco di questo toro, il quale un tempo, fu mangiato dal tuo precettore?”. Obbedendo al suo comando, io mangiai di quello sterco. Che cos'era veramente questo? Illuminami o maestro, il mio cuore desidera ascoltare ogni cosa”.

Veda, così interrogato rispose: “Le due fanciulle da te viste, erano Dhata e Vidhata, i fili bianchi e i fili neri, rappresentano i giorni e le notti, la ruota rappresenta l'anno, i dodici raggi rappresentano i dodici mesi, i sei ragazzi che la muovono rappresentano le sei stagioni, l'uomo era Parjanya il dio della pioggia, il cavallo era Agni il Dio del fuoco, il toro che tu hai incontrato era Airavata il re degli elefanti, l'uomo che lo montava era  Indra e lo sterco del toro che tu hai mangiato era Amrita il nettare dell’immortalità. E' sicuramente grazie a quest'ultimo, che tu non hai incontrato la morte, entrando nel regno dei serpenti. Indra il quale mi è amico, a voluto essere misericordioso con te. Per questo motivo, tu hai potuto fare ritorno sano e salvo, portando con te gli orecchini. O amabile, ora sei finalmente libero, vai e che tu possa ottenere ogni buona fortuna”.

Dopo aver ottenuto il permesso di andarsene, Utanka furioso e desideroso di
vendetta nei confronti di Takshaka, quell'eccellente tra i saggi, si diresse verso Hastinapura. Giunto in quella città, il saggio fu ricevuto dal re Janamejaya, che nel frattempo era tornato vittorioso da Takshashila. Vedendo l'invincibile monarca, circondato da tutti i suoi ministri, Utanka pronunciò nei suoi confronti, appropriate parole di benedizione. Quindi disse: “O migliore tra i monarchi, Come hai trascorso il tuo tempo? Come un bambino che desidera risposte, io chiedo la tua attenzione”. Il monarca così interrogato, salutò il saggio, quindi rispose: “Ho avuto cura dei miei sudditi, ho alleviato i membri della mia nobile tribù, dai pesanti doveri che li affliggevano. Ma ora dimmi, qual è quella cosa che ti opprime e che ti ha spinto al mio cospetto?”.

Utanka disse: “O re, il motivo che mi affligge e che mi ha spinto sin qui, riguarda anche la tua persona, quindi ascoltami con attenzione. Tuo padre è stato privato della propria vita da Takshaka, quindi, uccidi quel vile serpente e vendica tuo padre. Il tempo è venuto, l'atto di vendetta è già stato stabilito dal destino. Su dunque, vendica la morte del tuo magnifico padre, il quale fu morso senza ragione e ridotto nei cinque elementi, da quel vile serpente, così come un albero è ridotto in cenere, dopo essere stato colpito da un fulmine. Il malvagio Takshaka, il più vile tra la razza dei serpenti, intossicato dall'orgoglio, commise un atto non necessario, mordendo il re tuo padre, il quale era un uomo simile a un Deva, protettore della razza dei santi monarchi.

Malvagio in tutte le sue azioni, Takshaka rimandò indietro Kasyapa il migliore tra i medici, mentre questi veniva a portare sollievo a tuo padre. E' stabilito che tu devi bruciare quel miserabile serpente, nel grande fuoco del sacrificio. O re ordina all'istante che questo sacrificio si compia. Così potrai ottenere la giusta vendetta per tuo padre. In questo modo tu potrai mostrarmi un grande favore. O principe, per colpa di quel miserabile, gli affari che stavo svolgendo per conto del mio precettore, sono stati un giorno ostacolati.

Dopo aver ascoltato quelle parole, il re divenne furioso con Takshaka. Le parole di Utanka, Infiammarono il principe, così come il burro chiarificato, col suo contato infiamma il fuoco. Mosso dal dolore, alla presenza dei suoi ministri, il principe chiese a Utanka di raccontare tutti i particolari, che hanno portato suo padre, nella regione dei beati. Quando egli ebbe udito dalle labbra di Utanka, tutti i particolari che hanno circostanziato la morte del proprio padre, fu sopraffatto dal dolore.

A cura di Manuele - Lista SB - Settembre 2002

Il dizionario dell’Induismo edito da Ubaldini, definisce il termine Purana con: “Una raccolta di storie dei tempi antichi”. Ciò che ci viene tramandato dai Purana, non deve essere definito leggenda e  necessariamente scartato in quanto “fantastico” o “prodigioso”.
Quando parliamo di storie puraniche, parliamo di storie antichissime, che si  perdono nei meandri del tempo. Tendiamo spesso a datare le storie, con l’età del libro che le riporta. Per esempio: Il Mahabharata è stato “pensato” da Vyasadeva e messo per iscritto da Ganesha, Vyasadeva è vissuto circa 5.000 anni fa, quindi le storie del Mahabharata hanno 5.000 anni. No non è cosi. 
In epoche precedenti non c’era bisogno di scrittura, l’intelligenza e la memoria degli uomini era talmente sviluppata, che bastava ascoltare ciò che il maestro raccontava, per ricordarsi tutto parola per parola. Tutto era tramandato oralmente, con l’avvento del Kali-Yuga, l’era attuale, perdendo di intelligenza, l’uomo per crescere, per conoscere, per continuare a ricordare ha avuto bisogno di libri, quindi è nata la scrittura.

I vari studiosi dei Veda, quindi dei Purana, insistono nel dire che questi sono un grande caos, le cui storie sono prive di ordine cronologico, ma non è così. Le storie dei Purana si datano da sole: In genere all’inizio, o nel bel mezzo della storia, viene dato un riferimento astronomico, per esempio: La Luna si trovava nella costellazione chiamata Rohini, Venere in Purva-Bhadra, Marte in Revati ecc.. Ricercando la posizioni dei pianeti in determinate stelle fisse, troviamo la data, in cui la storia ha avuto luogo.

Quando si parla di miti, o di leggende, si pensa sempre a qualcosa privo di fondamento, questo è il pensiero di chi non comprende che l’universo, i mondi quindi il pianeta Terra, si sviluppa in ere. Si è troppo abituati a pensare che qualche millennio fa gli uomini fossero tutti primitivi. Ma in ere precedenti poteva non essere così. Quindi le storie narrate nei Purana, non hanno nulla di fantastico, nulla di leggendario, ma sono tutte autentiche. Sono storie vissute da civiltà molto più progredite della nostra.

I Purana, o "Antichità", sono vicini a ciò che noi chiameremmo trattati religiosi, dato che contengono, in maniera prolissa, insegnamenti sulla pratica e il rituale, dati sulle festività e i pellegrinaggi, elementi di mitologia. Si assiste così alle lotte della grande Dea contro i demoni, alle avventure guerriere, galanti o ascetiche di Shiva, nonché alla biografia di Krishna. Il loro tema caratteristico, originariamente, era molto diverso. Si trattava infatti di testi con pretese storiche, che cercavano di rintracciare la storia delle dinastie o quanto meno delle genealogie reali sostenendone le basi mediante una cosmogonia e una teogonia che s'inabissava nel cuore di ere mitiche. A poco a poco questi testi, densi di interpolazioni, si sono fatti carico di materiali di qualsiasi provenienza. Alcuni sembra siano stati concepiti dai bisogni di una setta particolare, e infatti i diciotto Purana maggiori vennero classificati dalla tradizione come vishnuiti, shivaiti e brahmanici (dedicati cioè a Vishnu, Shiva, Brahman). Il più celebre di questi testi, anche se non il più antico, è il Bhagavata Purana che descrive la vita dell'eroe divino Krishna, insistendo su quei motivi che potevano sollecitarne la devozione. Questo sarà il testo comune delle sette krishnaite.

La letteratura dei Purana si diffuse grosso modo intorno ai primi secoli della nostra era fino al dodicesimo secolo e forse oltre. Gli autori dei Purana secondari o minori raccolsero inoltre inni litanie, "glorificazioni", di luoghi santi, e altro. A questo genere letterario si possono associare lo Yoga vasishtha, grandioso poema leggendario e filosofico (decimo  secolo?), e il Caturvarga cintamani di Hemadri (tredicesimo secolo), vasta e composita raccolta tra il genere puranico e la Smriti.

 

 

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