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vedanta.it

Gli ariani vedici come abbiamo in precedenza accennato, avanzando nell'India si imbatterono in tribù non civilizzate, selvagge e barbare, dove vigeva il culto della magia, della stregoneria.

Mentre il Rgveda deriva dal periodo di conflitto tra gli ariani dalla pelle chiara e i Dasyu dalla carnagione scura, che la mitologia indiana trasformerà nella lotta fra i Deva  e i Raksasa, l'Atharva veda parla del periodo in cui il conflitto è risolto e le due razze stanno cercando di vivere in armonia tramite scambi reciproci.

Da questo scambio, da questo compromesso, il pensiero ariano venne inevitabilmente contaminato dalla cultura del posto, e l'Atharva veda prende vita proprio dal tentativo di integrare la religione del posto con il puro pensiero ariano.  La forte contaminazione con la magia, con la stregoneria fa si che venne considerato parte dei Sacri Veda solamente in un secondo tempo e con notevoli difficoltà. Nelle due "branche" a noi pervenute, quelle degli Saunakiya e quella dei Paippalada, seguaci del saggio Pippalada, troviamo inni intrisi di formule magiche, di scongiuri, malocchi, esorcismi che pronunciati dalla persona da beneficiare o dallo stesso stregone sono diretti a procurare la più grande varietà di fini desiderabili.

La religione vedica più pura cede il posto ad un infantile fiducia nella stregoneria e nella magia, ed è lo stregone, colui che tratta  con gli spiriti, che viene ad assumere il ruolo predominante.

Il mantra e la preghiera che nel Rgveda è uno strumento di elevazione, qui è piuttosto usato come strumento di superstizione.

Nonostante gli inni dal contenuto magico rappresentano almeno numericamente, la parte principale dell'intera raccolta, si trovano anche inni di contenuto teosofico e cosmogonico con elementi in comune con le Upanisad e i Brahmana.

Troviamo il culto del Tempo -Kala-, del desiderio - Kama - del sostegno - Skambha-. Skambha è il principio supremo chiamato anche Prajapati, Purusa, Brahman. Troviamo Rudra divinizzato, il signore degli animali, anello di congiunzione tra le religione vedica e il successivo culto di Siva.

La dottrina delle forze vitali che avrà molta importanza nella successiva metafisica indiana, viene qui trattata per la prima volta, Prana, salutato come il principio che dà vita alla natura.

Si ricollegano inoltre all'Atharvaveda la Mundakopanisad, la Prasnopanisad, e l'importantissima Manukyopanisad , l'Up. della Rana, cui argomento di dissertazione filosofica sono gli stati di coscienza veglia, sogno e sonno profondo, più il quarto trascendente che ad essi soggiace (Turiya).

Grande importanza riveste tuttavia l'Atharvaveda per l'etnologia e la storia della religione perché esso ci offre un gran numero di informazioni sulla vita quotidiana del mondo vedico e tardo vedico.

di Lamberto Breccia

I Brahmana  formano la seconda parte dei Veda. E' una letteratura molto vasta, di contenuto quasi unicamente ritualistico: l'attenzione della casta sacerdotale, dalla quale questi libri sono usciti, è tutta incentrata sul sacrificio considerato il supremo fine.

I  Brahmana principali sono l'Aitareyabrahmana e lo Satapathabrahmana..

Questa epoca è contraddistinta da grandi cambiamenti nel pensiero religioso, cambiamenti che influenzeranno permanentemente la storia successiva.

L'enfasi sul sacrificio, l'osservanza degli ordini sociali e gli asrama, l'eternità dei Veda, la supremazia dei sacerdoti, appartengono tutti a questo periodo.

Anche nel Pantheon vedico ci furono dei cambiamenti: lo Satapathabramana fa di Visnu la personificazione dei sacrifici, Siva fa la sua prima comparsa, specificatamente nel Kausitakibrahmana, Rudra chiamato Girisa, diventa "il benefico", Prajapati, il creatore del mondo diviene il dio Supremo identificato a Visvakarman.

Brahmanaspati, il signore della preghiera, diventa il signore degli inni e l'ordinatore dei riti.

Viene precisato il concetto di Brahman; nel Rgveda significa Inno o preghiera rivolta a Dio. Prima rappresentava la forza soggettiva che aiutava il veggente a comporre le preghiere, ora diventa l'oggetto per cui si prega.

Possiamo dire che da causa della preghiera venne a significare il potere del sacrificio, e dal momento che nei Brahmana l'intero universo è considerato come prodotto del sacrificio, Brahman  venne a significare il principio creativo del mondo.

Quando giungiamo ai Brahmana, la filosofia assume un carattere rigido e dottrinale.

I precedenti veggenti vedici che intendevano gli inni come frutto di una condizione ispirata, di un intuizione dell'anima innalzata al di sopra della mente, trasformano questa idea in quella di una rivelazione infallibile; l'autorità divina ed eterna dei Veda viene accettata come un dato di fatto.

Grazie a ciò la classe sacerdotale acquisì un potere sempre più forte, e questo probabilmente ne determinò  l'abbassamento del livello morale. Nonostante questo si trovano tracce frequenti di un alto senso morale e di un sentimento elevato.

L'antica idea vedica del Rta relativa all'ordine delle sfere fisica e morali, viene trasformata nei Brahmana, nel concetto del Dharma dove si riferisce specialmente all'ordine morale del mondo.

Per la prima volta sorge la concezione del dovere; la vita è una serie di doveri e responsabilità e la premessa per una vita Armonica è l'aderenza più stretta a queste regole.

L'uomo ha dei doveri verso gli Dei, verso i veggenti, verso i Manu, ha dei doveri verso gli uomini e verso le creature inferiori, ed è aderendo a questa concezione altamente etica l'ariano può vivere una vita spirituale e religiosa.

In questo periodo viene formulato in maniera più precisa l'Asrama Dharma ovvero gli "stadi di vita" a cui l'uomo ariano deve attenersi per acquisire progressivamente il suo fine ultimo: la Liberazione (Mukti, Moksa). La parola asrama deriva dalla radice sanscrita sram- che significa "sforzarsi, impegnarsi per (a) (raggiungere qualche cosa)" e prevede quattro stadi:

  • Brahmacarin o "studente religioso" che vive nella casa di un maestro, dalla cui viva voce apprendeva i testi sacri della rivelazione, imparando nel medesimo tempo l'obbedienza, il rispetto e il controllo di emozioni e sentimenti e praticando la castità.

  • Grhastha o "colui che sta in casa" (capofamiglia) che deve espletare i doveri sociali e sacrificali menzionati nelle scritture. Il marito e il padre, che eseguiva puntualmente le abluzioni e i riti religiosi quotidiani e allo stesso tempo godeva dei legittimi piaceri di questo mondo.

  • Vanaprastha "uno che dimora nelle selve"; " Dopo aver visto le proprie rughe e le proprie canizie e dopo aver conosciuto i figli dei propri figli" (Manu - smrti), cominciando a percepire la vanità dei beni terreni, l'uomo si ritirava da solo o in compagnia della moglie ai margini del villaggio dedito alla non violenza, alla meditazione ed alla ricerca interiore.

  • Samnyasin l'asceta errabondo, privo di ogni possesso, che, nutrendosi soltanto di ciò che gli venisse spontaneamente offerto, viveva aspirando solamente all'unione con Dio.

Le quattro parti dei Veda, gli Inni, i Brahmana, gli Aranyaka e le Upanisad corrispondono ai quattro stadi di vita dell'ariano vedico.

L'istituzione degli ordini sociali non è l'invenzione di un clero senza scrupoli, ma una naturale evoluzione condizionata dai tempi che si consolidò nel periodo dei Brahmana. In principio non era che un'istituzione sociale, e la sua flessibilità dell'originario ordinamento di classe lasciò il posto alla rigidità della casta.

Nel più antico periodo vedico qualsiasi Ariano poteva diventare sacerdote, e non cera un ordine superiore all'altro, sacerdoti,  guerrieri e commercianti, tutti erano allo stesso livello, ma l'esclusivismo nato dall'orgoglio diventa la base di un sistema catastale verso la soppressione della libertà di pensiero con un conseguente ritardo nel progresso della speculazione. Gli Sudra cioè coloro che osavano ribellarsi e trasgredire le regole era dei fuori casta e venivano esclusi dalle forme di religione più elevate.

Malgrado gli accenni a una religione e a un'etica più elevate, va detto che, nel suo insieme, questa fu un epoca di fariseismo in cui la preoccupazione maggiore era l'adempimento dei sacrifici e non la perfezione della propria anima.

Era necessario riaffermare l'esperienza spirituale, il cui significato principale era stato oscurato da un codice legislativo e da una devozione convenzionale.

Questo compito viene intrapreso dalle Upanisad.

A cura di Lamberto Breccia

Potete chiedere ai dotti che vi leggano e vi spieghino i Veda, le scritture ed altri testi sacri, come potete farlo anche per conto vostro. Potete lucrare benefici dai riti sacrificali compiutiti da chi è investito di quell'ufficio, o potete celebrarli da soli. Potete anche visitare tutte le mete di pellegrinaggio della nazione e del mondo e indurre altri a fare lo stesso. Potete praticare e realizzare le otto discipline che portano alla Conoscenza e convincere altri a fare lo stesso.

Ma riuscite a controllare corpo, sensi e mente rivolgendo ogni pensiero al Sé interiore?

Riuscite ad avere una mente completamente e costantemente sotto controllo? E possibile avere in ogni istante una mente imperturbabile? No, non è assolutamente possibile!

I Veda sono il complesso delle rivelazioni che i veggenti cui fu svelato il significato dei mantra, ci hanno tramandato. Sono l'alito del Signore Supremo che inspira ed espira proclamando la Verità che trascende tempo e spazio ed indicando agli abitanti dei tre mondi i mezzi per avere prosperità e pace.

Studio sui Veda 

"Veda", deriva la sua radice da "Vid", che significa "conoscere". I Veda sono incarnazione di ogni saggezza ed insegnano il modo di ottenere la purezza del cuore e di abbandonare le impurità. Sono piuttosto difficili Io studio e la padronanza dei Veda, perché la loro rivelazione è ininterrotta ed infinita.

Studiare i Veda ha sempre richiesto un'infinità di tempo. E, se è già difficile studiarli, figuratevi metterli in pratica e trarne beneficio. All'inizio esisteva un solo blocco di Veda che li comprendeva tutti. Poi Vyasa, costatando le difficoltà che abbiamo considerato, ne fece quattro sezioni: Rigveda, Yajurveda, Samaveda e Atharvaveda. Altro nome per definire i Mantra è "Samhita", sicché abbiamo il Rigveda Samhita, Io Yajurveda Samhita ed il Samaveda Samhita.

Il Rigveda è sostanzialmente composto di inni di lode dedicati alle varie deità. Gli antichi se ne servivano per pregare Dio e per propiziarlo in molti modi.

Lo Yajurveda si compone di mantra per l'adorazione delle deità, e serviva alle celebrazioni di sacrifici e al compimento delle opere di carità.

Ogni Veda è a sua volta suddiviso ulteriormente in tre sezioni: Mantra, Brahmana, Aranyaka e Upanishad (che sono un'appendice dell'Aranyaka).

È nel Rigveda che viene esposto anche il Karmakanda, ossia il sentiero dell'azione connesso ai vari modi per rivolgere il proprio culto al Signore.

I Brahmana subirono una successiva suddivisione in tre parti: Taittiriya Brahmana, Aitareya Brahmana e Satapatha Brahmana, fondamentalmente costituiti di mantra.

Il tentativo di suddividere i Veda in tante parti aveva lo scopo di promuovere il benessere e la felicità del paese e dell'umanità. La celebrazione di sacrifici mirava a richiamare le piogge al tempo opportuno, in modo che i raccolti fossero abbondanti e gli uomini vivessero felicemente in prosperità.

Gli Aranyaka erano destinati a coloro che, dopo una vita vissuta nella famiglia, avessero voluto ritirarsi nella foresta per godere la gioia e la pace prodotta dalla recita dei mantra raccolti in questa sezione dei Veda. Fu attribuito il nome Aranyaka, perché questi scritti raccoglievano le esperienze ed i sentimenti che trovarono elevazione nella foresta e che furono espressi in mantra. Una notevole porzione di Aranyaka viene aggregata ai Karmakanda, la sezione che spiega il sentiero dell'azione, utile nel compimento di cerimonie sacrificali.

Il termine "Yajurveda" proviene dalla radice "Yaj", associata alla completa e totale contemplazione del Signore in tutta la Sua Gloria e in tutti i Suoi aspetti. Si suddivide ancora in due sezioni: il Krishna Yajurveda ed il Sukla Yajurveda. Ci sono due fondamenti, detti Siddhanta, su cui poggiano due tradizioni, Brahma e Aditya. Il Krishna Yajurveda si è sviluppato soprattutto nell'India del Nord, mentre il Sukla Yajurveda ha avuto maggiore impulso al Sud.

I Veda si sono sviluppati in nove branche:

1)Sruti; 2) Anusvara, 3) Trayi, 4) Amnayam, 5)Samamnayam, 6) Chandas, 7) Svadhyayam, 8) Gama e 9) Agama.

Ognuno di questi nomi sono ricchi di significati.

1)     "Sruti" si riferisce al processo di apprendimento dei Veda da parte del discepolo che presta la massima attenzione e cura nell'ascolto di ciò che il maestro gli insegna, memorizzando tutto e mettendo in pratica quanto ha appreso. Riguarda l'esatta maniera di cantare i mantra e, quindi, il modo di trarre il massimo profitto dalla recita dei Veda. Il suono dei mantra deve essere eseguito nello stesso modo in cui viene insegnato dagli istruttori, che vanno seguiti con estrema serietà. Perciò, l'apprendimento dei mantra vedici è tramandato solo oralmente.

2)     "Anusvara" è la fase della riflessione su quanto si è ascoltato, contemplando il significato dei mantra trasmessi dal maestro e conservandoli nella loro purezza e integrità mediante la costante recita.

3)     "Trayi". All'inizio i tre Veda - Rig, Yajur e Sama Veda - venivano riuniti sotto lo stesso nome "Apurusheya", cioè senza origine umana, di provenienza divina. A causa di questa origine divina, tutti e tre i Veda furono definiti "Trayi", cioè Triade.

4)     "Amnayam" e

5)     "Samamnayam" hanno in comune la radice "na" e significa acquisire la conoscenza dei Veda attraverso la loro meditazione e pratica.

6)     "Chandas" ha diversi significati e uno di loro riguarda la conoscenza che si dovrebbe custodire segretamente e diffondere con cautela. Il Samaveda è completamente costituito di Chandas.

7)     "Svadhyayam" è la tradizione dei Veda trasmessi di padre in figlio, di generazione in generazione, secondo una successione genealogica. L'acquisizione dei Veda non si attua sui libri, ma viene trasmessa nei secoli da maestro a discepolo.

8)     "Gama" e

9)     "Agama" sono i nomi attribuiti all'atto dell'inspirare e dell'espirare di Dio, il cui alito ha dato origine ai Veda.

In una parola, i Veda sono la quintessenza del respiro di Dio. I grandi profeti, che udirono nel loro cuore quella rivelazione divina, scoprirono il cardine dei mantra in otto lettere chiave, che a loro volta sono dei mantra: A, Ka, Cha, Ta, Tha, Pa, Ya, Sapi. I Maharishi, ossia i grandi veggenti infusero i Veda mediante l'uso di queste otto lettere, essendo in grado di avere la visione dell'Indistruttibile ed Eterno Immobile.

I danni della negligenza

Ognuno dei Veda si suddivide in branche e sottobranche. Il Rigveda, per esempio era costituito da 20 branche e da 21 sottobranche ma, col passare del tempo, gran parte del materiale andò perso e oggi ne sopravvivono soltanto tre. Analogamente, delle 96 branche che componevano lo Yajurveda, solo due hanno resistito alla devastazione del tempo. Ed il Samaveda che ne aveva mille, oggi ne ha soltanto tre. Se un tesoro spirituale di tale portata è potuto sopravvivere nei pochi rami dei Veda rimasti, quanto maggiore sarebbe stata l'eredità spirituale per l'India con un patrimonio integro!

I Veda, anche se ripetuti, furono ignorati e ciò condusse alla distruzione la conoscenza e la saggezza degli Indiani, mentre si è accentuata enormemente la chiusura mentale. Sono sempre più coloro che non nutrono amore e rispetto per i Veda e, persino fra i Brahmini, che dovrebbero esserne i depositari, è in declino l'interesse.

Chi sono i Brahmini? Brahma significa incarnazione del mantra. Si dà il nome di Brahmino a chi contempla i mantra vedici e vi riflette sopra costantemente; ma i Brahmini d'oggi si sono allontanati da Dio, vera incarnazione del mantra. Contaminati da un'educazione di stampo moderno, da un'invasione di desideri, dalla cupidigia, dall'attaccamento al denaro, dalla mancanza di nobili ideali e da interessi meschini, hanno dimenticato la divinità che sta in loro. Di conseguenza, il mondo ha perduto la pace e Io stato di benessere.

Che cosa si intende per "Veda"? Uno dei significati è "consapevolezza", un altro è " intelligenza", un terzo è "discriminazione". Tutti coloro che volessero sviluppare la propria intelligenza e il proprio discernimento dovrebbero mettersi ad imparare i Veda. Oggi si usa l'intelligenza solo per porsi domande del genere: come posso avere più prestigio? Come fare per essere più ricco? Che fare per avere più comodità, più tranquillità e più possedimenti?

E cosi la gente non fa che incrementare desideri, mentre non nutre pensieri come: voglio diventare una persona virtuosa, voglio essere retto, voglio seguire la strada che porta alla Divinità, voglio arrivare a Dio.

Per inseguire progetti meschini gli uomini si votano all'ignoranza e all'egoismo, perdendo di vista la propria natura umana. Sono degli esseri umani solo quanto a forma esteriore, ma non quanto a contenuti. Che contributo possono dare al mondo persone del genere? I Veda hanno sempre cercato di costruire l'uomo capace di emanare umanità e non degli esseri che sono umani solo nell'aspetto.

Oggi un gran numero di persone recitano i Veda senza comprenderne il significato. Si può gustare la pienezza della beatitudine solo quando si comprende appieno il significato dei mantra che si cantano. Se ci si limitasse a ripetere il nome di un cibo delizioso, senza mai assaporarlo, non se ne ricaverebbe alcuna forza né soddisfazione. Si potrà sentire il dolce sapore dei Veda solo quando si è messo in pratica ciò che si legge e si canta. Non basta recitarli per avere una piena comprensione della Divinità. La completa visione di Dio sarà accordata solo quando il significato dei mantra vedici verrà vissuto nella pratica.

Universalità dei Veda

La visione dei Veda è ampia, ricca di nobili pensieri e di sentimenti fondati sulla saggezza. I Veda ci insegnano ad avere una mente equanime in ogni circostanza della vita ed hanno il senso dell'unità del tutto, inducendo ad essere imperturbabili nella gioia come nel dolore, purtroppo la gente d'oggi recita meccanicamente i Veda senza capirne il senso. Se almeno si capisse un inno o anche solo un singolo mantra, come per esempio questo mantra di pace che si canta ogni giorno:

 

"Om Saha nav avatu saha nau bhunaktu saha vlryam karavavahai

tejasvi nav adhltam astu ma vidvishavahai".

 

Qual è il suo vero significato?

"Muoviamoci tutti insieme;

siamo felici insieme;

agiamo insieme all'unisono;

Viviamo in armonia ed in comunione reciproca..."

 

Che grande mantra! e quale nobiltà di sentimenti in esso! Ma anche un mantra di idee così ampie è stato interpretato successivamente in senso limitato. Così non si riesce a raggiungere nemmeno un millesimo del senso di uguaglianza e di amicizia condiviso nei tempi antichi. Il significato della parola "Veda" è connesso con quello di "pienezza", che, come insegnano i Veda, raggiunge ogni cosa. Se ci sono equivoci è perché l'umanità non ha capito e non ha sentimenti umani nel senso proprio del termine.

Significato dei riti sacrificali

Sarebbe meglio non parlare di ciò che non si è capito nel suo giusto significato, che va perso quando si seguono interpretazioni fuorvianti, come va perso anche il senso del sacrificio che si compie. Ad esempio, nel Rigveda si fa la descrizione di 33 Divinità, fra le quali il Sole è la più importante. Ognuna di queste forme erano viste dotate di arti e membra, come fossero esseri umani. L'aspetto di Dio che si esprime nel Sole è assai popolare e gli sono stati attribuiti altri nomi come Ritwik, Hota e Brahma. A questa manifestazione divina sono stati offerti dei sacrifici. "Agni", il Dio del Fuoco, non è altro che un'immagine del Sole ed ha dei genitori.

Stamani, prima di dare inizio al rito sacrificale, due sacerdoti hanno sfregato due bastoncini per produrre il fuoco sacrificale. Si dice che il Dio del Fuoco abbia consumato i suoi genitori subito dopo la sua nascita. Avete visto questo piccolo anello, detto "arani" rappresenta la madre ed il bastoncino che vi è adagiato è il padre. Quando il fuoco divampa, distrugge gli strumenti che gli hanno dato origine.

In questo senso diciamo che l'aspetto del Dio - Fuoco è nato da due genitori. Lo stesso Dio del Fuoco ha una forma: le fiamme sono la sua lingua e i raggi di luce che sprigiona sono le sue teste. Per questo gli hanno attribuito mille teste, mille piedi, mille mani e così via. Il Principio del Fuoco è latente in ogni essere umano e ciò significa che intimamente ogni uomo è divino. Quando si cantano i mantra mentre si fanno offerte nel fuoco al Signore, sugli uomini si riversa la Sua Grazia sotto forma di pace e prosperità.

C'è un detto:

come il fuoco, così il fumo;

come il fumo, così le nubi;

dalle nubi la pioggia;

dalla pioggia dipende il raccolto;

dal raccolto il cibo e

dal cibo l'intelletto.

 

Poiché ai nostri giorni le nubi del cielo non sono formate dal fumo dei sacrifici, il cibo consumato dalla gente non fa crescere l'intelligenza, Quando si compiono dei riti sacrificali il fumo che viene prodotto è sacro, produce nubi sacre, pioggia sacra, messi sacre, cibo sacro e, quindi, pensieri sacri. Così, tutta la gente ne riceve santificazione.

Se oggi nella mente umana prevalgono pensieri e sentimenti cattivi è a causa del fatto che non si compiono più queste cerimonie sacrificali. Anzi, alcuni muovono delle critiche dicendo:

"A che scopo sprecare tanto ghi ed altro materiale per compiere Yajna e Yaga (Sacrifici e Offerte)?" Solo coloro che hanno davvero capito, ne comprendono il valore; gli altri no.

Dal sacrificio la beatitudine

Quando il contadino va al campo di fango per cospargervi una borsa di riso, l'erudito stolto, che ignora come si fa a coltivare, critica l'agricoltore commentando: "Con tutta la gente che patisce la fame, quello getta nel fango tutto quel riso sprecandolo!" Ma questi non sa che il contadino che ha seminato un sacco di riso oggi, fra tre mesi ne raccoglierà cento. Se non seminate oggi, come farete a raccogliere domani?

Allo stesso modo mentre offrite del ghi o altro al fuoco sacrificale, voi notate lo spreco dell'offerta e non i vantaggi futuri. Siate disposti a sacrificare oggi per avere frutti maturi domani. Purtroppo oggi le persone non sono disposte nemmeno per sogno a compiere dei sacrifici e, quando si tratta di compierne alcuni, è solo per seguire la consuetudine. Pochissimi hanno un'idea su ciò che sia un vero sacrificio e, a causa di questa incoscienza, nonostante i loro beni, i ricchi non hanno pace né sicurezza. Il ricco pensa ad accumulare sempre di più e non fa nemmeno lo sforzo di dare una ciotola di riso al mendicante che bussa alla sua porta, e poi va stupidamente a fare delle offerte ad una statua senza vita, dimenticando che il divino è presente in ogni essere umano. È una grande stupidità credere di poter offrire qualcosa a Dio, dopo aver offeso il prossimo.

Potrà mai aver bisogno delle vostre meschine offerte Colui che è la sorgente di ogni ricchezza? Usate ciò che avete per il benessere della nazione. Date ai bisognosi, agli indigenti, ai poveri. Quando andate al tempio di Tirupati a fare offerte al Signore Venkatesvara, è solo per interesse egoistico. Offrite un niente per aspettarvi un grosso compenso.

Un tale pregava così: "O Signore, se vincerò dieci milioni di rupie alla lotteria te ne offrirò 10 mila." Ma che razza di barato è questo? Queste non sono che meschinerie. Perché si è giunti a tanto? Perché l'uomo ha smarrito il segreto dei Veda. Offre a Dio una zolla di terra per avere in cambio una montagna; questa è la caricatura della devozione. Purtroppo oggi sono sempre più i devoti di questo tipo. "O Dio, ti offro tre noci di cocco se appaghi i miei desideri", e dopo aver offerto le noci, se ne porta via i pezzi". Così tutte le preghiere, tutte le pratiche religiose sono cariche di egoismo e di interessi personali. Tutti cercano vantaggi, ma senza essere disposti al sacrificio.

I Veda dicono: "Figlio, non avrai l'immortalità né con l'azione né con la ricchezza, ma solo col sacrificio". Non avrete nulla se non date nulla. Come quando andate da un negoziante e gli date 5 rupie per un fazzoletto, potete esigere la merce quando avete dato il denaro. Oggi, però, gli uomini aspirano ai posti d'onore, senza meritarli col sacrificio.

Qual è la prima cosa da sacrificare a Dio? Innanzitutto le cattive qualità. Imparate ad essere virtuosi. Rinunciate alle vostre visioni ristrette per essere di larghe vedute. Offrite la vostra mente agitata, per avere in cambio la quiete mentale. Non sarà facile averla senza sacrifici. Questo imparate: sacrifici, sacrifici, sacrifici! Ciò non significa sacrificare il proprio denaro, la propria casa, ecc., ma quando vi imbattete in una persona che ha bisogno di aiuto, il vostro cuore deve sciogliersi e non indurirsi, come accade oggi.

La stessa mente dell'uomo si sta riempiendo di durezza a causa di qualità e idee malvagie. Dove credete di andare con tutta la ricchezza che avete accumulato? Che cosa guadagnerete con questo? Nessuno se la porterà dietro quando lascerà il mondo. Mentre siete in vita, aiutate i bisognosi secondo le vostre possibilità. La quintessenza dei Veda è la glorificazione del sacrificio come suprema virtù. Sacrificio, sacrificio, sacrificio!

Abbiate in voi sentimenti di abnegazione. A che vi giova tutto quanto leggete, studiale o ascoltate se non avviene alcun miglioramento nella vostra vita? A che vi serve tutta l'istruzione se non c'è nessuno che possa cancellare con un colpo di spugna tutta la confusione stampata nella vostra testa? Se nella vostra mente entrano pensieri malvagi e disonesti, tutto il vostro modo di pensare diventa arido, segue direzioni sbagliate e voi assumete un atteggiamento duro e crudele, perdendo ogni vantaggio dell'istruzione ricevuta.

Chi è di mente ottusa non conoscerà mai se stesso, anche se ha studiato molto, Il mediocre non migliorerà certo con l'istruzione. La più alta conoscenza sta nel comprendere il valore del sacrificio, fonte di gioia infinita, di immortalità, di Divinità, dove si può nuotare in un oceano di Beatitudine. Quanta gioia e quanta sicurezza nel sacrificio!

La lezione da imparare attraverso il compimento dei riti sacrificali è il sacrificio come mezzo supremo per realizzare il Divino. Tutti gli inni ed i mantra vedici sono forme di Dio e oggi si stanno semplicemente recitando i Veda, ma che posto occupano nella vita pratica di ogni giorno? Sono inutili i Veda, se non vengono messi in pratica. Ci si può sfamare semplicemente parlando di cibo? Può forse un povero arricchirsi parlando di ricchezze? E un ammalato può guarire citando semplicemente delle medicine? Chi vuole sfamarsi deve mangiare. Nient'altro all'infuori della pratica può dare Beatitudine e, per ottenerla, occorre imparare la lezione del sacrificio, comprendere il significato di yaga, ossia delle offerte propiziatorie, e condurre una vita divina.

Veda e Vedanta

In questo è il vero significato dei Veda e occorre comprendere il loro insegnamento circa ciò che va fatto e ciò che non si deve fare, la via del benessere e quella dell'inedia. Da oggi in poi ci occuperemo soltanto di ciò che è importante per la vita di ogni giorno. Gli studenti dovrebbero familiarizzarsi con il significato intrinseco del gergo vedico, perché la maggior parte delle persone oggi non fanno che ripetere meccanicamente delle parole senza capirne l'intimo significato. È più facile trovare chi ve lo spiega che non chi lo mette in pratica. Il corretto significato delle parole usate nei Veda si comprende con la devozione e con l'interesse. Qualunque cosa facciate, capitela e mettetela in pratica.

Thyagaraja esortava: "O mente, comprendi il significato di Rama e poi cantalo". Che vuol dire cantare Rama? "Ra" si riferisce alI'Atma, cioè allo Spirito e "Ma" al Jivatma, ossia all'Anima di ciascun individuo. Il significato intrinseco della parola Rama affiora nella congiunzione del Signore con l'Anima individuale; è la combinazione della forma del Signore col devoto.

I Veda hanno insegnato il Sentiero dell'Azione. Tutte le branche del sapere - la fisica, la chimica, la botanica, l'economia, la musica, ecc. - sono trattate dai Veda e quegli insegnamenti hanno a che fare col mondo esteriore. Per questo i Veda sono considerati "Dvaita", cioè dualistici. Le Upanishad hanno invece insegnato il Sentiero della Conoscenza, attraverso l'introspezione.

Delle quattro principali mete dell'uomo: Giustizia, Ricchezza, Desiderio e Liberazione - i Veda si sono dedicati solo alle prime tre. Le Upanishad hanno dichiarato che la natura del Supremo può essere afferrata solo mediante il Sentiero della Conoscenza.

La Conoscenza è di due tipi: c'è la Conoscenza Superiore (spirituale) e la Conoscenza Inferiore (terrena). Fa parte di questa seconda categoria di conoscenza tutto il sapere umano, come pure tutto ciò che ha relazione con la Giustizia, la Ricchezza e il Desiderio. Soltanto la Liberazione è della Conoscenza Superiore ed è a questo tipo di istruzione che si deve tendere.

Questa Conoscenza si trova nel Vedanta. Le Upanishad sono un completamento dei Veda, poiché in esse c'è tutta l'essenza vedica. Per questo sono state chiamate Vedanta, l'unica strada che porta alla luce e alla beatitudine. Mentre i Veda sono nel dualismo, il Vedanta è non dualista (Advaita) ed è il nondualismo che fa sperimentare la Beatitudine.

Nei Veda predomina il principio dell"'Ego", mentre il Vedanta ha dichiarato che solo con l'eliminazione del senso di "Io" e di "Mio" si accede alla Realizzazione. È l"io'' che va sradicato; finché sussiste non sarà possibile entrare nel mondo della Conoscenza Suprema, ma si rimarrà legati a quello della Conoscenza Inferiore. Perciò, cercate di capire la differenza tra i Veda e le Upanishad. Il Vedanta è la quintessenza dei Veda. Occorre innanzitutto mettere in pratica, poi predicare. Solo a queste condizioni si potrà comprendere il Principio dell'Advaita, cioè del Nondualismo.

Incarnazioni del Divino Amore!

Attualmente lo studio dei Veda è molto generico e a grandi linee, mentre si trascura come applicarli nella vita quotidiana. E così, dalla nascita alla morte, si passa una vita sui Veda, senza nemmeno conoscerli a fondo, Questo sarà l'argomento che tratteremo domani. Tutto quanto è stato prescritto dai Veda è per la vita; ogni cosa è un inno al Nome del Signore: accompagnatelo nella contemplazione, nel ricordo e nella recita del Nome. In questa gioiosa salmodia, pensando al Signore ed inneggiando al Suo Nome, avrete la Sua visione,

Sai Baba, 3 Ottobre 1989

I Veda sono la creazione di un antica struttura mentale intuitiva e simbolica alla quale la mente successiva dell'uomo, fortemente intellettualizzata e governata da un lato dall'idea razionale e da concezioni astratte, dall'altro dai fatti della vita e della materia accettati per come essi  si sono  presentano ai sensi e all'intelligenza senza ricercare in essi alcun significato divino o mistico, abbandonandosi all'immaginazione come gioco della creatività estetica piuttosto che come possibilità di apertura delle porte della verità e confidando nei suoi suggerimenti solo quando essi sono confermati dalla ragione o dall'esperienza fisica, esclusivamente consapevole di intuizioni prudentemente intellettualizzate e recalcitrante verso la maggior parte delle altre, è cresciuta totalmente estranea.

Non è perciò sorprendente che i Veda siano diventati incomprensibili alle nostre menti tranne che nel loro aspetto linguistico più esteriore e conosciuti inoltre imperfettamente per l'ostacolo costituito da una lingua antica e non pienamente compresa, e che si siano fatte la più inadeguate interpretazioni per ridurre questa grande creazione di una mente umane giovane e splendida a uno scarabocchio pasticciato e mutilato, a un pot-pourri incoerente di assurdità di un immaginazione primitiva tesa a complicare ciò che altrimenti sarebbe l'assai semplice, uniforme e comune testimonianza di una religione naturalistica che rispecchiava solo e solo poteva servire i rozzi materialistici desideri di una barbara mentalità di vita.

I Veda divennero poi, per l'idea scolastica e ritualistica dei preti indù e dei Pandit, niente di più che un libro di mitologia e di cerimonie sacrificali; gli studiosi europei, ricercando in essi solo ciò che era di un qualche interesse razionale - la storia, i miti e le nozioni religiose popolari di una razza primitiva -  hanno tuttavia fatto il torto peggiore ai Veda e insistendo su una interpretazione totalmente esteriore li hanno spogliati ancor di più del loro interesse spirituale e della loro bellezza e grandezza poetica.

Ma così non era per i Rishi vedici o per i grandi veggenti e pensatori che li seguirono e svilupparono dalle loro intuizioni luminose e pregnanti una propria, meravigliosa struttura di pensiero e parola costruita su una rivelazione spirituale e un'esperienza senza precedenti.

I Veda furono per questi antichi veggenti il Mondo che scopriva la Verità rivestendo di immagini e di simboli i significati mistici della vita.

Fu una scoperta e uno svelarsi divini della potenza della parola, della sua misteriosa capacità di rivelazione e di creazione, non la parola dell'intelligenza logica, razionale o estetica, ma quella di una ritmica espressione intuitiva e ispirata, il mantra.

Immagine e mito vennero liberamente usati, non come un indulgere all'immaginazione ma come simboli e parabole viventi di cose estremamente reali per chi le pronunciava e che non potevano trovare altrimenti la loro forma espressiva più intima e originale, e l'immaginazione stessa diventava l'officiante sacro di realtà più grandi di quelle che incontrano e trattengono l'occhio e la mente limitati dalle suggestioni esterne della vita e dell'esistenza materiale.

Questa era la loro concezione del poeta sacro, una mente visitata da qualche più alta luce e dalle sue forme in idea e parola, un veggente e un uditore della Verità, kavayah satyastrutayah.

I poeti dei versi vedici non contemplavano la propria funzione come è immaginata dagli studiosi moderni, essi non si consideravano una sorta di stregoni compositori di inni e di formule magiche al vertice di una rozza e barbara tribù, ma veggenti e pensatori, rsi dhira.

Questi cantori furono convinti di possedere una alta verità mistica e occulta, pretesero di essere i latori di un linguaggio idoneo a una conoscenza divina, e parlarono esplicitamente delle loro forme espressive come di parole segrete che dichiarano il proprio significato pieno solo al veggente kavaye nivacanani vacamsi. E per quelli che vennero dopo di loro i Veda furono libri di conoscenza e proprio della conoscenza suprema, una rivelazione, una grande espressione di eterna e impersonale verità quale vista ed udita nell'esperienza interiore di pensatori ispirati e semidivini.

Le più insignificanti circostanze delle cerimonie sacrificali per le quali gli inni furono scritti sostenevano un potere significante simbolico e psicologico, come era ben noto agli autori degli antichi Brahmana.

I versi sacri, ciascuno in se stesso tenuto ad essere pieno di un significato divino, furono intesi dai pensatori delle Upanishad come le profonde e pregnanti parole originarie delle verità che esse cercavano, e la più alta legittimazione che poterono dare alle loro espressioni sublimi fu una citazione dei loro predecessori con la formula tad esa rcabhyukya, " questa è la parola che fu pronunciata nel Rig-Veda"….

Ma il semplice buon senso dovrebbe dirci che coloro che furono così vicini, in tutti i sensi, ai poeti originali, dovevano possedere una migliore possibilità di fare propria almeno la verità essenziale sulla questione e ci suggerisce la forte probabilità che i Veda furono realmente ciò che pretendono di essere, la ricerca verso una conoscenza mistica, la prima forma del costante tentativo della mente indiana, al quale essa è sempre stata fedele, di guardare aldilà delle apparenze del mondo fisico e, attraverso la propria esperienza interiore, alla divinità, ai poteri, all'immanenza dell'Uno del quale i saggi parlano in molti modi - la famosa frase nel quale i Veda esprimono il loro più centrale segreto, ekam sad vipra bahudha vadanti.

Il carattere più vero dei Veda può essere meglio compreso esaminandoli in qualsiasi punto e interpretandoli chiaramente in relazione alle loro frasi ed immagini….se li leggiamo per quello che sono senza nessuna falsa traduzione in ciò che pensiamo dovrebbero avere detto dei barbari primitivi, troveremo invece una poesia sacra suprema e potente nelle sue parole e nelle sue immagini, sebbene in altro genere di linguaggio e di fantasia creativa rispetto a quelli che noi oggi prediligiamo e apprezziamo, profonda e sottile nell'esperienza psicologica e stimolata da un'anima di visione ed espressione profondamente partecipe.

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I poeti dei Veda possedevano una mentalità diversa dalla nostra, il loro uso delle immagini è di un genere peculiare e una antica tendenza delle loro capacità visiva dona un profilo strano alle loro espressioni.

Il fisico ed i mondi fisici furono ai loro occhi una manifestazione, una duplice e varia, e tuttavia connessa e omogenea rappresentazione di divinità cosmiche, la vita interiore ed esteriore dell'uomo una divina relazione con gli dèi, e dietro ogni realtà esisteva il solo Spirito od Essere del quale gli dèi erano nomi e personalità e poteri.

Queste divinità furono ad un tempo signori della Natura  fisica e delle sue forme e dei suoi principi; i loro dèi, i loro corpi e gli intimi poteri divini con le loro corrispondenti condizioni ed energia sono innati nel nostro essere psichico perché essi sono i poteri spirituali dell'universo, i guardiani della verità e dell'immortalità, i figli dell'infinito e ciascuno di essi è anche nella sua origine e nella sua realtà ultima lo Spirito supremo che evidenzia uno dei suoi aspetti.

La vita dell'uomo fu per questi veggenti una realtà combinata di verità e menzogna, un movimento del mortale all'immortale, da una commistione di luce e di oscurità allo splendore di una Verità divina la cui dimora è al di sopra, nell'Infinito ma che può essere costruita nell'anima e nella vita dell'uomo, una battaglia tra i figli della Luce e quelli della Notte, l'ottenimento di un tesoro, della vera ricchezza, la ricompensa garantita dagli dèi all'uomo guerriero, un'avventura ed un sacrificio; e di questa realtà essi parlano all'interno di un sistema stabilito di immagini prese dalla Natura e dalla circostante vita guerriera, pastorale e agricola della gente ariana, centrato intorno al culto del Fuoco, all'adorazione dei poteri viventi della Natura e alla cerimonia del sacrificio.

Ogni dettaglio dell'esistenza profana e del sacrificio erano simboli nella loro vita e nelle loro attività, nella loro poesia, non simboli morti o metafore artificiali, ma viventi e potenti suggestioni, controparti di realtà interiori. Ed essi usarono inoltre nella loro espressione un corpo stabilito e tuttavia variato di altre immagini e uno splendido tessuto di mito e parabola, immagini che diventano parabole, parabole che diventano miti, miti che restavano comunque immagini, e tuttavia tutte queste cose costituivano per essi, in un modo che può essere compreso solo da coloro che sono penetrati all'interno di un certo genere di esperienze psichiche, realtà effettive.

Il fisico scioglieva le sue ombre negli splendori dello psichico, lo psichico cresceva nella luce dello spirituale e non esisteva alcuna linea netta di divisione in questi passaggi, ma una fusione naturale e una compenetrazione delle loro suggestioni e dei loro colori.

E' evidente che una poesia di questo genere, composta da uomini con questo genere di visioni o immaginazione, non può essere né interpretata né giudicata dai modelli di una ragione e di un gusto fedeli ai soli canoni dell'esistenza fisica. L'invocazione "Appari o lampo di luce e vieni a noi !" evoca ad un tempo il fenomeno dell'ascendere e del bagliore del potente fuoco sacrificale sull'altare fisico e un corrispondente fenomeno psichico, la manifestazione di una fiamma redentrice di un potere e una luce divina dentro di noi.

Il….critico schernisce la sfrontata e audace e per lui mostruosa immagine nella quale Indra figlio della terra e del cielo crea il proprio padre e la propria madre; ma se ricordiamo che Indra è lo spirito supremo in uno dei suoi aspetti eterni ed immortali, creatore del cielo e della terra, divinità cosmica generata tra il mondo fisico e quello mentale per ricostruire i loro poteri nell'uomo, vedremo come l'immagine non sia solo una efficace ma una vera e rivelatrice rappresentazione, e per la tecnica vedica poco importa se fa violenza alla nostra immaginazione dal momento che esprime una più grande realtà come nessuna altra avrebbe potuto con la stessa consapevole attitudine e la stessa vivida forza poetica.

Il Toro e la Vacca dei Veda, gli splendidi pastori del Sole celati nella grotta sono creature abbastanza strane per la mente fisica, ma non appartengono alla terra e nella loro sfera sono ad un tempo immagini e realtà effettive piene di vita e di significato. E' in questo modo che, dall'inizio alla fine dobbiamo comprendere e riconoscere la poesia vedica secondo il proprio spirito, la propria visione e la verità psichicamente naturale, anche se per noi estranea e sovrannaturale, delle sue idee e delle sue immagini.

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I poeti vedici sono maestri della tecnica consumata, i loro ritmi sono scolpiti come carri degli dèi e portati da grandi e divine ali di suono ad un tempo concentrati e dilatati, ampi nel movimento e sottili nella modulazione, il loro discorso è lirico per intensità ed epico per elevazione, un'espressione di grande potere, pura e intrepida e dallo splendido profilo, dall'effetto diretto e incisivo, pienamente profusa di senso e di suggestione così che ogni singolo verso esiste allo stesso tempo come cosa definita ed autonoma e come ampia connessione tra ciò che è venuto prima e quanto lo segue.

Una sacra tradizione sacerdotale fedelmente osservata diede loro sia forma che significato, ma questo significato consisteva nelle più profonde esperienze psichiche e spirituali delle quali l'anima dell'uomo è capace e raramente o mai le forme degeneravano in convinzione, poiché ciò che dovevano trasmettere era vissuto interiormente da ogni poeta e rinnovato in espressione nella propria mente attraverso le sottigliezze e le maestrie della visione individuale.

Le voci dei più grandi veggenti, Vishwamitra, Vamadeva, Dirghatamas, e molti altri, toccano le più alte vette e latitudini di una poesia mistica e sublime ed esistono poemi come l'"Inno della creazione" che si innalzano in tremenda chiarezza alle sommità del pensiero sulle quali si muovono costantemente, con maggior ampiezza di respiro, le Upanishad.

La mente dell'antica India non sbagliò nel riallacciare tutta la filosofia, la religione e le realtà essenziali della sua cultura a questi poeti-veggenti, poiché la futura spiritualità del suo popolo è la contenuta in nuce o nell'espressione originaria.

E' una grande cura a un corretto comprendere gli inni vedici come forma di letteratura sacra che ci aiuta a vedere il primo sviluppo non solo delle idee-guida che hanno governato la mente dell'India, ma dei suoi tipi caratteristici di esperienza spirituale, della sua forma mentale immaginativa, del suo temperamento creativo e del genere di forme significanti con le quali essa ha costantemente rappresentato il suo sguardo verso se stessa, la realtà, la vita e l'universo.

Esiste in gran parte della letteratura lo stesso genere di ispirazione e di espressione che vediamo nell'architettura, nella pittura e nella scultura.

Il suo primo aspetto è un senso costante dell'infinito, del cosmico, di realtà viste come parte della visione cosmica o da questa influenzate, dirette a favore o contro l'ampiezza dell'uno e dell'infinito; la sua seconda peculiarità è una tendenza a vedere e interpretare la propria esperienza spirituale con una grande ricchezza di immagini mutuate dal piano psichico interiore oppure in immagini fisiche tramutate dall'azione di un significato, un'impronta, una volontà di immagine psichici; e la sua terza inclinazione è ad immaginare la vita terrestre spesso amplificata, come nel Mahabarata e nel Ramayana, o altrimenti raffinata nelle trasparenze di una più vasta atmosfera, accompagnata da un significato più grande di quello terrestre o comunque presentata sullo sfondo dei mondi spirituali e psichici e non solo nella propria separata immagine.

Lo spirituale, l'infinito è vicino e reale e gli dèi sono reali e i mondi ulteriori non tanto al di là quanto immanenti alla nostra esistenza.

Sri Aurobindo

 (Tratto da un inserto di "Domani" trimestrale di yoga filosofia e cultura in lingua italiana Sri Aurobindo Ashram - Pondicherry - India.)

A cura di Lamberto Breccia

Alcuni identificano se stessi col proprio corpo, non rendendosi conto che il corpo è transitorio e che può, da un momento all'altro, sparire come una bollicina d'aria nell'acqua. Chi si identifica col corpo sarà colto di sorpresa dalla morte. Cinque sono gli elementi che costituiscono il corpo: etere, aria, fuoco, acqua e terra ed esso è marcescibile; mentre l'Essere che vi abita all'interno è permanente, non ha né nascita né morte ed è, invero, il Divino stesso. L'uomo che considera se stesso come un effimero corpo spreca la vita.

Vi sono altri che, fuorviati, sprecano la vita identificandosi con il proprio mentale. Sono persone che si tormentano con pensieri ed immaginazioni, piagnucolano sul passato e fanno congetture sul futuro; così trascurano il presente e sono sempre in uno stato di confusione.

C'è poi una terza categoria di persone per le quali ha somma importanza la razionalità, si identificano col proprio intelletto, se ne servono e si imbarcano in vari progetti. Ma costoro, a furia di esaltare le virtù della ragione, finiscono per misconoscere la loro vera natura, che è divina. Perciò, viene ad essere sprecata la potenzialità divina dell'intelletto stesso e si impiega una vita in ricerche ed esperimenti senza fine. Per quante ricerche ed indagini si possano condurre, la ragione non servirà mai a comprendere il Divino.

Una quarta categoria di persone ha posto ogni fiducia nel potere dell'antahkarana, ossia l'organo interno d'azione comprensivo di mente, ego e intelletto. Costoro cercano di realizzare il Divino intraprendendo il sentiero spirituale, perché considerano il mondo fenomenico come separato da loro.

La quinta categoria è dell'uomo che dice: "Io sono tutto; nel mondo non c'è nulla di separato da me". Costui è consapevole dell'irrealtà del mondo e ha compreso il principio-Prâjña relativo all'io, si trova cioè in una costante ed integra consapevolezza divina. Per far sì che corpo, mente, intelletto e antahkarana siano un tutt'uno e individuare il fine trascendentale, occorre andare oltre la mente, l'intelletto e l'antahkarana e superare gli stati di veglia, sogno e sonno profondo.

Soltanto allora sarà possibile comprendere il principio della Consapevolezza divina, o Prâjña. Corpo, mente, intelletto e antahkarana sono relativi ai fenomeni della natura (Prakriti), e non sono altro che varianti funzionali della mente. Dio non si può comprendere per mezzo del pensiero e la mente andrebbe con ogni sforzo tenuta sotto controllo.

I Quattro Aforismi

A questo proposito, i Veda hanno coniato quattro grandi massime o aforismi, detti appunto mahavâkya. Uno di essi così suona: Prajñânam Brahma, "L'Assoluto è la più alta Sapienza". Che cos'è questa "prajñânam"? È la coscienza o consapevolezza (chaitanyam). È la coscienza che pervade ogni cosa del creato, uomini, demoni, dèi, uccelli e bestie selvagge. Questa coscienza che pervade tutto è stata considerata come l'Assoluto, il Brahman. Brahman si riferisce a ciò che permea, trascende il corpo e la mente ed è al di là dei tre stati di veglia, sogno e sonno profondo.

Dal momento che il Brahman che tutto pervade è identificabile con il principio dell'Io Universale (Aham), i Veda hanno presentato un secondo aforisma: Aham Brahmasmi, "Io sono il Brahman". Dunque, divinità, coscienza e compenetrazione non sono elementi diversi per nome e forma, ma identici, e tuttavia il Brahman ha organi e membra differenti.

Prendiamo, ad esempio, il corpo umano; ha un solo nome, corpo, ma in quest'unico nome sono inclusi mani, occhi, orecchie, ecc. Allo stesso modo, il principio-Brahman è associato al principio-Prâjña; possiede gli attributi della compenetrazione, dell'integrità (paripûrnatvam) e della coscienza. Tali attributi costituiscono le membra, e la divinità ne rappresenta la forma integrale.

Quindi, l'assioma Prajñânam Brahma significa "Brahma è Coscienza". Dove si trova questa Coscienza? Dovunque. Non c'è un luogo che ne sia privo. Su questa base i Veda hanno proclamato che il Divino è onnipresente, onnipotente e onnisciente.

"Aham Brahmasmi"

La seconda grande massima vedica è Aham Brahmasmi, "Io sono il Brahman". Qui ci sono tre parole: aham, brahma e asmi. Aham significa "interezza"; non va soggetto a mutamenti per cause di tempo, luogo o circostanze. Aham ha anche un altro significato, e cioè quello di "testimone" (sâkshin). Ciò vuol dire che il Divino è osservatore e testimone di tutto - che appartenga al passato, al presente o al futuro - ma senza esserne condizionato. Brahma si riferisce al principio che sta al base dell'âkâsha, lo spazio, e degli altri elementi costitutivi della natura (pañchabhûta). Tra Aham e Brahma non c'è differenza; sono entrambi interdipendenti e inseparabili. Il principio-Aham possiede anche l'attributo dell'onnipervadenza ed è anche presente nei cinque elementi. Asmi è il trait-d'union fra Aham e Brahma. Non sono separati, ma uno e medesimo. Questo è il significato di Aham Brahmasmi.

"Tat tvam asi"

La terza sentenza filosofica è Tat tvam asi, "Io sono Quello". Tat è ciò che rimane immutato prima e dopo la creazione, ed è privo di nome e di forma. Per questo viene definito "tat", ossia (indefinitamente) "quello", ed è immutabile; quindi, viene chiamato "essere", ossia ciò che è senza modificazioni e trascende le categorie di tempo e spazio.

Il secondo termine, tvam, si riferisce a ciò che ha nome e forma; è dotato di corpo, mente, intelletto e antahkarana, ed appartiene al mondo fenomenico. Esiste un legame comune tra il Senza-forma e l'oggetto con forma. In tutti gli oggetti dotati di forma è presente il principio-Prâjña o principio dell'Io. Di conseguenza anche tvam acquisisce l'attributo di tat.

Un esempio lo può spiegare. Uno scultore scolpì una statua di Krishna ricavandola da un blocco di roccia. Durante la lavorazione eliminò le schegge indesiderate, essendo interessato unicamente alla formazione della statua. Ultimato l'idolo, venne collocato in un tempio, dove divenne ogni giorno oggetto di culto. Dopo il trasporto della statua, gli altri frammenti di pietra senza nome né forma rimasero sulla collina a protestare: "Noi siamo la stessa cosa di Quello (l'idolo di Krishna). Una volta eravamo uniti in una roccia, ma poiché all'altra pietra sono stati attribuiti un nome e una forma, ci siamo distinti da quella. Ma la divinità presente in tutti noi è una e medesima".

Così pure, è dal Principio Puro (Shuddha tattva), il Tat, che sono partiti il corpo, la mente, ecc. Con la separazione dall'elemento sattvico, il corpo e le altre parti sono diventati inutili. Come mai sono inutili? Finché si ha a che fare con la vita del mondo, tutti gli elementi del corpo, mente, ecc., sono essenziali. Il primo requisito per compiere una disciplina spirituale è avere un corpo; per pensare a qualcosa, occorre una mente; per andare a fondo in qualsiasi argomento, vi serve un intelletto (buddhi).

Così, per vivere la vostra vita quotidiana, corpo, mente e intelletto sono requisiti fondamentali, che, però, sono solo degli strumenti, mentre l'agenzia che li ha posti all'opera è diversa. Quell'agenzia è il Tat, che, dimorando nel corpo, nella mente, nell'intelletto e nell'antahkarana, li fa assolvere ai loro rispettivi doveri. Tuttavia, non c'è alcuna differenza che li separi l'uno dall'altro.

Prendiamo un altro esempio: un oceano sconfinato. Da esso sorgono innumerevoli onde, che sembrano diverse l'una dall'altra, ma in realtà non lo sono. Sono espressioni della stessa acqua dell'oceano ed è soltanto la loro forma che sembra variare. Dalle onde emerge anche della schiuma, che è inseparabile da esse. Non esiste schiuma senza onde, né le onde possono essere disgiunte dall'acqua dell'oceano. L'oceano, dunque, è presente sia nelle onde che nella schiuma. L'unità di questi tre elementi - onde, schiuma e oceano - nel Vedânta viene definita Kûtastha, ossia "Base Immutabile", e si riferisce al Tat che è presente in tutte le cose differenti per nome e forma. Questo principio di unità viene

dal Vedânta proclamato nell'aforisma Tat Tvam asi.

"Ayam Âtma Brahma"

La quarta massima è Ayam Âtma Brahma, dove ayam significa ciò che brilla di luce propria ed è autocreato. È immanifesto (paroksha) e la sua forma è una scelta autonoma. Viene poi il termine âtma. L'âtma è presente in tutti gli esseri sotto forma di coscienza (chaitanya), e a tale coscienza, propria di ogni essere, è stato attribuito il nome di satyam.

La ragione di tale appellativo è che quest'âtma è sempre presente (nitya). Vien detto inoltre satyam, perché, come affermato nella Taittiriya Upanishad, l'Âtma è la base di tutti i buoni pensieri e le buone azioni.

Quindi, la verità alla base di tutti e quattro gli aforismi vedantici è sempre la stessa: il principio dell'Aham, l'Io, come espresso dalla costante Coscienza di unità o Prâjña. Aham è il suono divino che c'è in tutti gli esseri; ogni altro suono è sorto dall'Aham. Questa è la ragione per cui è venuto in uso il termine Shabdabrahman, "il Suono di Brahman".

Il Shabda Brahman

Dove si trova questo Shabdabrahman? La risposta ci viene data dal termine Charâcharamayî, "l'Uno che è presente in ciò che si muove e non si muove". Come fa la sua apparizione questo Charâcharamayî? Esso esiste come Effulgenza Infinita ovvero come Jyotirmayî. E come esce dalla bocca dell'uomo la parola Jyotirmayî? Come vângmayî, ossia sotto forma di linguaggio (vâk). Anche dopo la morte, la parola di un uomo sopravvive sotto forma di onde elettriche nell'etere. Una trasmissione radiofonica da Delhi può essere udita simultaneamente in più luoghi lontani. I suoni sono trasportati in ogni luogo dalle onde radio.

Grazie al potere del linguaggio, noi possiamo sperimentare la pienezza della beatitudine, implicita nell'attributo nityânandamayî. L'esser beati è caratteristica di chi è parâtparamayî, personificazione del Supremo. Para è usualmente considerato un riferimento a dimore celestiali come il Vaikunta, ma si riferisce a ciò che permea ogni cosa ed è presente come testimone.

È anche denominato mâyamayî, ed è il potere che fa credere reale l'irreale e viceversa. Questo potere che genera l'illusione è detto mâyâ. Uno studente, per esempio, nella penombra del tramonto, scambia un pezzo di corda per un serpente e ne prova immediatamente orrore; ma, dopo aver acceso una torcia, scopre che non si trattava di un rettile, bensì di una fune. La sua paura così si dilegua. Eppure, anche prima di accendere la torcia non c'era altro che un pezzo di corda; non c'erano serpenti, né prima né dopo. Il serpente era una creazione della sua mente in funzione dell'ignoranza causata dall'oscurità.

Oggi bisogna far scomparire l'oscurità dell'ignoranza, dovuta alla mancanza di potere discriminante (aviveka), e l'assenza di discriminazione è dovuta ad apprensioni immaginarie (bhrânti). Queste paure immaginarie sono causate da attaccamento e collera, che sono il risultato di azioni (karma), causa del nascere (janma).

Esiste, pertanto, uno stretto rapporto tra ignoranza e nascita. La nascita umana è il risultato di azioni passate o karma. Le azioni hanno come risultato attaccamenti e avversioni che generano paure immaginarie. La sorgente ultima di queste paure è l'ignoranza, che non ha né nascita né morte. Non c'è una causa specifica dell'ignoranza.

Dimenticando la sua natura divina, l'uomo è preso nelle maglie dell'illusione e dalle paure da essa causate. Come liberarsi dell'illusione? La risposta è: riconoscendo Shrîmayî, ossia la personificazione della prosperità. Chi è Shrîmayî? È colui che splende sempre con effulgenza, pienamente sveglio e consapevole. Le cose infauste gli sono estranee, ed egli è sempre accompagnato da buoni auspici. È Sat, Prâjña; è l'Io (nenu).

La Divinità possiede gli otto attributi, o forme di ricchezza. È necessario unificarli liberandosi dalla coscienza corporea e mentale. Allora, diventerà evidente l'unità del Divino.

Gli sforzi degli uomini d'oggi sono governati da desideri egoistici, da sentimenti meschini e da obiettivi mondani. Come risultato, all'uomo sfugge il significato della divinità.

La più alta disciplina che deve praticare l'uomo d'oggi è quella di concentrare tutti i sensi su Dio. Può sembrare difficile, ma con la forza di volontà è assolutamente possibile. È più facile abbandonare le cose che attaccarvisi. Chi afferma di essere tenuto in schiavitù dal samsâra o dalla vita di famiglia non si esprime correttamente: è lui che si lega a famiglia e proprietà.

L'uomo dovrebbe accrescere la propria fede in Dio. Solo allora sarà in grado di sperimentare eterna felicità. (Swami fa qui riferimento alla devozione concentrata delle gopika verso Krishna e alla lezione che esse insegnarono a Uddhava circa la vera natura della devozione).

La mente continua ad oscillare. Per concentrarla su Dio va immersa nel nome di Râma o di Krishna o in qualsiasi altro nome divino.

Sai Baba, 29 Maggio 1992

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