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Le basi scritturali del vaishnavismo sono la Bhagavad-gita e la Srimad-Bhagavatam, ma certamente ce ne sono di altrettanto importanti. Per cominciare menzioniamo i Purana, molti dei quali parlano in modo completo di Krishna e di Vishnu. Tra questi, il Padma Purana e il Vishnu Purana sono probabilmente i più importanti. Il primo descrive maggiormente la personalità e le attività di Krishna, mentre nel secondo si mette in maggiore rilievo l'importanza e la personalità di Vishnu.

Vanno ricordate anche la Brahma-samhita, il Maha-bharata (di cui la Bhagavad-gita è un capitolo) e il Ramayana. Ma i testi Vaishnava sono così numerosi che è difficile poterli qui ricordare tutti. Della Bhagavad-gita abbiamo già parlato nel capitolo dedicato al Vedanta, per cui qui ora tratteremo della Srimad-Bhagavatam.

Considerato il diciannovesimo Purana, è un lavoro indubbiamente notevole, essendo costituito da ben 18.000 versi sanscriti. Si comprenda quanto sia difficile per noi riassumere in poche parole una tale vastità di argomenti filosofici, storici e di cultura spirituale.

Posto per iscritto da Krishna Dvaipayana Vyasa, in seguito viene ripetuto dal figlio Shukadeva sulle rive del Gange al morituro re Parikshit. Tra il pubblico di saggi e persone pie si trova anche il celebre Rishi Suta Gosvami, il quale poi avrebbe ripetuto lo stesso messaggio ai saggi della foresta di Naimisha. E il racconto inizia proprio con l'arrivo di Suta nella celebre foresta.

Dopo aver offerto rispettosi omaggi a Krishna, che è il Dio Supremo, Vyasa spiega la natura del libro usando queste parole:

"Questo Bhagavata Purana propone la verità più alta, che può essere compresa solo da quei devoti che hanno il cuore puro... questo meraviglioso Purana, compilato da Sri Vyasadeva, può da solo conferire la realizzazione di Dio. Appena uno ascolta in modo attento e sottomesso il messaggio contenuto nel Bhagavatam, diventa attaccato al Signore Supremo." (Srimad-Bhagavatam 1.1.2)

Il terzo verso continua affermando:

"Questo Srimad-Bhagavatam è il frutto maturo dell'albero della letteratura vedica. Proviene dalla labbra di Sri Shukadeva Gosvami e per questa ragione il frutto di già così nettareo è gustato ancora di più dalle anime liberate."

Poi va avanti a raccontare le circostanze che hanno portato alla narrazione di questo splendido gioiello letterario. E' anche chiamato il Purana immacolato, in quanto non tratta di altro che delle attività di Dio, delle Sue incarnazioni e dei Suoi devoti più puri. Dunque, nulla che non sia perfettamente trascendentale è descritto in questo testo.

Ma vediamo gli argomenti principali. Secondo lo Srimad-Bhagava-tam stesso (2.10. versi 1 e 2), i soggetti affrontati sono dieci:

  1. la creazione generale, cioè la descrizione particolareggiata degli ingredienti che compongono il cosmo e dei meccanismi che portano alla sua genesi,
  2. la creazione secondaria, quella condotta da Brahma, una volta che ne ottiene le capacità,
  3. come Vishnu mantiene l'universo
  4. il favore speciale che il Signore usa nei confronti dei Suoi devoti,
  5. l'impeto per la creazione,
  6. i principi regolatori necessari a dare la liberazione dalla materia, che è la perfezione dell'esistenza umana,
  7. tutte le informazioni riguardanti la Suprema Personalità di Dio, le Sue incarnazioni e le attività dei Suoi devoti,
  8. la dissoluzione degli universi materiali,
  9. la liberazione delle anime condizionate 
10. la trascendenza, o tutto ciò che riguarda i mondi spirituali.

Prima di concludere questa sezione purtroppo breve che riguarda la filosofia Vaishnava, ricordiamo che i devoti di Krishna danno un'importanza del tutto particolare al Decimo Canto del Bhagavatam, nel quale viene descritto in ogni particolare la vita e gli insegnamenti del Signore.

Passiamo ora a vedere le teorie dei principali Vaishnava della storia. Va premesso che mai come nel caso del vaishnavismo le testi variano di così poco. Le differenze sono sulle enfasi e non nei contenuti di fondo. Qualcuno può aver enfatizzato la differenziazione della materia e dello spirito (tesi dvaita di Madhva), mentre un altro può aver dare importanza maggiore all'a-dorazione di una particolare divinità piuttosto che a un'altra, ma in definitiva tutti accettano Vishnu o Krishna come Dio e che l'unico modo per realizzare la perfezione somma sta nel servirlo con amore e devozione.

Madhva

Le date della vita di Madhva (conosciuto anche coi nomi di Purnaprajna e Anandatirtha), sono alquanto incerte. Alcuni dicono che visse dal 1199 al 1278, altri invece affermano che nacque nel  1239 e che morì nel 1319. Noi crediamo che la seconda datazione sia quella corretta.

Visse principalmente a Udupi, importante città del Karnataka, nel sud dell'India. Il suo maestro iniziatore era un seguace di Shankara, per cui quando lo sentì spiegare il Bhagavatam secondo l'ottica mayavada se ne distaccò e partì per un lungo viaggio. A Badarikashrama incontrò Vyasadeva, dal quale ottenne le istruzioni per dare un senso (da lui giudicato corretto) alla filosofia vedanta. Scrisse trentasette opere, tra le quali dei commenti a varie Upanishad, al Maha-bharata, al Bhagavata Purana e al Vedanta-sutra.

Il sistema filosofico da lui proposto si chiama Dvaita, della dualità. In esso enfatizza in modo particolare il concetto di divisione reale tra Dio e l'anima, tra anima e anima, tra materia e spirito. Questo tipo di dualismo mirava a continuare l'opera di demolizione delle teorie shankarite che prima di lui Ramanuja aveva avviata.

Per il maestro ci sono tre entità che agiscono per determinare il divenire cosmico: Dio, la jiva e la materia. Tutte queste sono differenti l'una dall'altra. Ma solo Vishnu è autonomo, mentre tutto il resto Gli è dipendente. Madhva riprende la teoria per cui ci sono jiva liberate e non liberate e ripropone la bhakti come il processo di purificazione più valido.
 

Nimbarka

La devozione a Krishna era per Nimbarka la cosa più importante, la sua vita stessa, tanto che si spostò dal suo paese natale nel sud dell'India (Mungera-patana) e andò a vivere a Vrindavana. Egli fondò un importante movimento spirituale che era il ramo autentico della Kumara-sampradaya. Ai suoi tempi si diffuse enormemente, ma dopo la sua morte tutto cominciò a declinare. L'epoca esatta in cui visse è incerta.

Tra i tanti lavori che scrisse, si ricordano un breve commento ai Brahma-sutra (l'opera si chiama Parijata-bhashya o Vedanta-parijata-saurabha-bhashya) e un poemetto in dieci strofe, chiamato Dashashloki, che riassumeva i punti principali della sua dottrina. I più importanti commentatori di Nimbarka sono Srinivasa (14 secolo), suo diretto discepolo e Keshava Kashmir (16 secolo), divenuto famoso fra i Gaudiya-Vaishnava per aver incontrato direttamente Sri Caitanya ed esserne stato sconfitto in una contesa filosofica.

La dottrina di Nimbarka è definita Bhedabheda (differenziazione indifferenziata) o anche Dvaitadvaita (dualità non-duale), che sta ad intendere che tutto è uguale al Signore nel senso che tutto e tutti proviene da Lui; ma credere che ogni cosa possa diventare uguale a Krishna è sbagliato. Lui è Brahman stesso, e non un'incarnazione. Krishna è la Suprema Personalità di Dio in Persona. Radha è la sua compagna eterna, anche se nel Bhagavatam non viene menzionata se non in rare occasioni.
 

Vishnusvami

Nasce a Pandya, nel sud dell'India. Purtroppo di lui si sa poco. Egli era un discendente spirituale della Rudra-sampradaya e scrisse un famoso commento al Vedanta-sutra chiamato Sarvajna-bhashya. Tra i suoi discendenti spirituali più famosi ricordiamo Sridhara Svami, che scrisse un commento allo Srimad-Bhagavatam tenuto in grande considerazione dai Vaishnava di tutte le sampradaya e Bilvamangala Thakur, divenuto celebre per essere riuscito a distaccarsi dalle gioie della materia grazie agli insegnamenti della prostituta con la quale di tanto in tanto si accompagnava. Costui, per non correre il rischio di rimanere ancora affascinato alle forme del mondo, si tolse la vista. Celeberrimo è anche l'acarya Vallabha, di cui andremo a parlare fra breve.

Il sistema filosofico di Vishnusvami è detto Shuddhadvaita.

Senza ombra di dubbio, la Vaishnava è la tradizione spirituale più ricca di letteratura, di filosofia, di religione e di straordinari momenti storici.

Il vaishnavismo è la dottrina della devozione a Vishnu, il Dio Ultimo e Assoluto. La supremazia di Vishnu su tutti gli altri dei del pantheon vedico è proclamato dai Veda stessi; è infatti dai pori della Sua pelle che emanano gli universi materiali, da Lui proviene Brahma, dal quale viene poi generato Shiva, ed è da una delle Sue espansioni che scaturiscono poi tutti gli Avatara divini. Ma il fatto che Vishnu sia la Persona Suprema non proibisce di provare un qualsiasi sentimento di devozione, talvolta persino superiore, per una delle tante divinità di cui i Veda parlano. Il sentimento è soggettivo e quindi si può essere devoti di Shiva, di Brahma, di Indra, delle Shakti, di Varuna o di Ganesha, sempre che si sia coscienti che il Dio Supremo è Vishnu. Om tad vishnu paramam padam, afferma il Rig-Veda: nulla è più elevato che prendere rifugio ai Suoi piedi.

La dottrina della devozione a Vishnu, la Vishnu-bhakti, è straordinariamente variegata e complessa, in quanto Egli ama assumere un numero praticamente illimitato di aspetti. In altre parole, Vishnu si espande in personalità diverse con le quali svolge particolari funzioni. Basti leggere il Primo Canto della Srimad-Bhagavatam per rendersene conto.

Si dice che Vishnu assuma soltanto dieci forme (Dashavatara), ma questo è vero solo parzialmente. In realtà quelle dieci sono solo alcune, da una certa prospettiva forse le principali, ma certamente non le uniche. Infatti nelle Scritture è detto che "le Sue incarnazioni sono tanto numerose quanto le onde dell'oceano". Tra i Dashavatara troviamo i celeberrimi Krishna e Buddha; il primo in India è il più celebre tra gli Avatara.

Perciò ognuno, in accordo ai propri gusti spirituali, può scegliere di essere un devoto di Vishnu (diventando così un Vaishnava) venerando una qualsiasi delle personalità divine con le quali periodicamente Egli scende in questo universo materiale. Così abbiamo devoti di Krishna, di Rama, di Nrishinga, di Kurma, di Varaha, di Matsya e di tanti altri. Nel corso dei millenni queste tradizioni hanno sviluppato una letteratura propria, generalmente molto vasta, una propria dottrina, una particolare pratica devozionale spesso anche diversa dalle altre, pur rimanendo tutte tradizioni Vaishnava. Si può così immaginare quale vastità abbia l'argomento che andiamo a trattare.

L'accusa di politeismo che gli studiosi occidentali muovono alle religioni di origine vedica scaturisce dalla profonda ignoranza di questi, i quali forse non si sono mai accorti che nessun testo vedico ha mai celebrato l'esistenza di diversi Dei Supremi. C'è un Dio solo, tutti gli altri Gli sono subordinati. I Vaishnava venerano e amano forme diverse dello stesso Dio, a seconda del loro sentimento naturale.

Generalmente nelle università occidentali il vaishnavismo storico viene presentato come diviso in due movimenti distinti: il Bhagavata e il Pancaratra. Tale divisione viene presentata come una sorta di scissione ideologica interna. Ma anche questo non è esatto. Infatti le Pancaratra sono particolari scritture che indicano i canoni di comportamento a quei Vaishnava che provano una particolare attrazione verso la vaidhi-bhakti (cioè la devozione caratterizzata dallo spirito di sottomissione). A chi si sente attratto all'idea di Vishnu visto come il Creatore di tutto, il Signore immenso e opulento, la Divinità dei pianeti Vaikuntha, studieranno le Pancaratra e praticheranno le loro regole.

I Bhagavata, invece, amano quelle scritture che indicano i modi grazie ai quali è possibile sviluppare la raganuga-bhakti, cioè il servizio devozionale in un sentimento diverso, certamente più intimo, in cui si può vedere Vishnu come amico, come amante, come parente.

Dunque i Pancaratra accettano Vishnu come origine di tutto e studiano in modo particolare il Vishnu Purana, mentre i Bhagavata venerano Krishna come l'origine di ogni cosa, Vishnu compreso. Questi ultimi accettano come massima autorità filosofica la Bhagavad-gita e la Srimad-Bhagavatam.

In realtà, dal punto di vista dottrinale, non c'è contesa tra di loro, ma una rapporto di compenetrazione reciproca.

Procediamo ora a discutere i punti salienti della filosofia Vaishnava.

Sistemi atei come il Karma-mimamsa e il Sankhya-nirishvara considerano gli dei come esseri generati dal karma e ritengono che il cosmo sia retto da una legge impersonale. I Vaishnava, invece, in perfetta sintonia con il Vedanta, affermano che l'Essere Supremo non può essere soggetto a nessuna legge.

Dio esiste, ed è Vishnu, o Krishna. Per quanto riguarda la precisa identificazione di questo Essere Supremo, se è l'uno o l'altro, alcuni sostengono che Krishna sia una delle incarnazioni di Vishnu, mentre altri affermano il contrario, e cioè che il Supremo sia Krishna e che Vishnu è una delle Sue espansioni plenarie. Dopo discussioni che per la verità non sembrano ancora esaurite, pare certo che tutte le scritture accettate come autentiche siano concordi nel sostenere la seconda ipotesi (krsnas tu bhagavan svayam, isvara paramah krsna). Krishna è dunque l'origine di tutto ciò che esiste, sia del mondo materiale che del mondo spirituale. Una delle ragioni del suo "espandersi" in forme secondarie (come per l'appunto Vishnu), è che Egli non vuole mai venire in contatto con la Sua creazione materiale, per cui preferisce far assolvere ai Suoi diversi e numerosi Avatara i compiti necessari al mantenimento degli universi e alla salvezza delle anime cadute.

In accordo al Bhagavatam ci sono sei tipi di Avatara.

Ora, cosa è Dio? E' personale o impersonale? I Vaishnava si considerano i veri rappresentanti della filosofia Vedanta, e non quella falsata di Shankara, bensì quella insegnata da Vyasa, l'autore del Brahma-sutra (chiamato anche Vedanta-sutra).

Dio non è affatto impersonale, bensì è una eterna Persona Trascendentale. L'energia impersonale (brahma-jyoti) è una delle Sue tante energie e caratteristiche. Affermare che Krishna sia una persona non significa affatto porgli dei limiti, al contrario lo comporterebbe la negazione. L'idea dell'impersonalismo è alla base della mayavada (o advaita-vada), teoria aspramente combattuta dai maestri Vaishnava come Ramanuja, Madhva, Nimbarka, Caitanya, Bhaktivedanta Svami Prabhupada e da tutti gli altri.

Quando i Veda dicono che Krishna è una Individualità Unica, un Uno-Tutto, non vogliono intendere che Egli sia un monolito energetico: al contrario la Sua personalità divina è eccezionalmente variegata. Il Supremo Vishnu possiede numerose energie. Le tre principali sono l'energia spirituale (con i quali crea il mondo spirituale), l'energia materiale (con la quale genera il cosmo) e l'energia marginale (le anime individuali).

Questa energia marginale è la nostra culla. Noi siamo jiva, parti di Dio, della Sua energia. Come tali, la nostra uguaglianza con il Supremo consiste in qualità, ma certamente non in quantità. Poiché siamo fatti di natura divina, senza tuttavia essere Dio, possiamo cadere vittime di maya, dell'energia inferiore; ciò a causa dell'attrazione che subiamo nei confronti delle idee di potenza e di indipendenza. Per questa ragione entriamo in diversi corpi materiali, nei quali ci identifichiamo.

Il contatto con quegli elementi di natura tanto diversa dalla nostra ci inebria di sensazioni, che proviamo grazie ai sensi che continuamente "toccano" i rispettivi oggetti. E l'anima tende a sprofondare sempre più nell'avidya, nell'ignoranza esistenziale che ci porta a dimenticare chi veramente siamo e da dove realmente veniamo.

Tutta quella pirotecnica serie di azioni causa karma, cioè delle reazioni che generano ulteriori azioni, e così via, in una ruota viziosa che sembra non poter avere mai fine. Tutto ciò fa sì che vediamo costruirsi attorno a noi una coscienza di un certo tipo, che è del tutto simile a una seconda personalità. Questo "falso senso di essere" ci conduce in corpi sempre diversi, in accordo allo stato di coscienza che abbiamo al momento della morte di un particolare corpo. Ci ritroviamo di nuovo in un altro anello della ruota chiamata samsara, il ciclo delle nascite e delle morti, per cui mai cessiamo di prendere nuovi involucri fisici nelle numerose specie viventi.

La sofferenza che si prova in una vita fatta di dimenticanza di Dio e a contatto con una natura opposta alla nostra, è difficilmente descrivibile. E, per la maggior parte dei casi, è proprio questo disagio che, a un certo momento, ci porta a desiderare di conoscere ciò che è sempre stato nostro ma che abbiamo dimenticato. Questo anelito è percepito da Paramatma, una delle forme di Vishnu presente nel nostro cuore, che ci ha accompagnato nel tragico viaggio lungo le vie del mondo materiale. Lui ci suggerisce di andare alla ricerca della Verità. Questa voce interiore ci conduce a cercare qualcuno in grado di illuminarci, di dirci come stanno veramente le cose. Chi è sincero e determinato nella sua ricerca trova un vero Vaishnava, un maestro spirituale autentico (un guru), il quale ci dà tutte le istruzioni necessarie per percorrere la strada che conduce alla perfezione.

Due sono i doni fondamentali che il guru offre: diksha e shiksha. Il primo è l'iniziazione formale, in cui il discepolo viene ufficialmente ammesso nella tradizione spirituale (sampradaya). Il secondo è la conoscenza, l'educazione alla teoria, che non è solo strumentale ma anche un elemento di purificazione sostanziale.

I principi basilari della disciplina Vaishnava possono essere divisi in ciò che deve essere fatto (le ingiunzioni positive, le vidhi) e ciò che non deve essere fatto (le proibizioni, le nisheda). I primi riguardano elementi come la recitazione dei mantra, l'adorazione delle Murti, la venerazione e l'obbedienza al maestro spirituale, il vivere in luoghi sacri (siano essi in India, come Vrindavana o Mayapura, ma anche dovunque si svolgano attività di natura spirituale). Un verso importante della Srimad-Bhagavatam (7.5.23 e 24) afferma:

"Prahlada Maharaja disse: (1) Ascoltare e (2) cantare del Santo Nome, della forma, delle qualità, di tutto ciò che Lo circonda, dei divertimenti trascendentali del Signore Vishnu, (3) ricordarli, (4) servire i piedi di loto, (5) offrire al Signore adorazione rispettosa usando sedici tipi di strumenti, (6) offrire preghiere al signore, (7) diventare i Suoi servitori, (8) considerarlo come il proprio migliore amico e (9) sottomettere ogni cosa a Lui (e cioè servirlo con tutto il proprio corpo, la mente e le parole), questi nove processi sono accettati come puro servizio devozionale.

Chi ha dedicato la sua vita al servizio di Krishna e che sempre si impegna in queste nove discipline devozionali è la persona più erudita, perché (grazie ad esse) acquisisce conoscenza completa."

Per quanto riguarda le proibizioni, anche queste sono numerose. Le principali riguardano il mangiare la carne (il pesce compreso), le uova, le sostanze intossicanti e la vita sessuale sregolata. Si dovrebbe anche evitare di intrattenere stretta compagni con persone materialistiche, parlare di futilità, mangiare cibo non offerto in sacrificio a Vishnu. Ma fra le tante discipline spirituali spicca la meditazione sul Santo Nome di Krishna (il famoso mantra Hare Krishna). Secondo Sri Caitanya nulla è tanto importante quanto cantare il mantra.

In questo modo, il devoto purifica il proprio cuore da ogni attaccamento alla materia e ricomincia ad avvertire il fascino così naturale nei confronti del Signore Supremo, Sri Krishna. A seconda del tipo di relazione (rasa) che fa parte della sua natura, riprende a servire il Signore nel modo che gli è eternamente congeniale e spontaneo. Alla fine della vita ritorna nei pianeti spirituali, dove per l'eternità gode di una vita eterna, caratterizzata da una piena conoscenza e beatitudine (sat-cit-ananda).

Siamo coscienti che queste poche parole certamente non rendono piena giustizia alla vastità e alla bellezza della filosofia Vaishnava, ma siamo fiduciosi che tutti ne avranno compreso la profondità e la purezza.

Vallabha

Grande erudito e devoto di Bala-Krishna (Krishna-bambino), come la maggior parte dei maestri Vaishnava, nasce nel 1479 nel sud dell'India, in un posto chiamato Trailanga; muore all'età di 52 anni. Ma sia sulla data che sul paese di nascita esistono differenti opinioni.

Da giovane si trasferisce a Varanasi (Benares) e lì per undici anni frequenta una scuola. Poi prende a viaggiare, impegnandosi sempre (e con esiti puntualmente positivi) in discussioni riguardanti le conclusioni delle scritture. Infine si stabilisce a Adaila, vicino Prayaga (Allahbad).

Celebri sono divenuti i suoi incontri a Prayaga e a Jagannath Puri con Sri Caitanya, che ammirava profondamente. Caitanya Mahaprab-hu, fondatore del Vaishnavismo Gaudiya, teneva Vallabha in grande considerazione e lo rispettava molto, anche se in diverse circostanze ha dovuto riprenderlo con vigore. Questi, infatti, era diventato troppo fiero della sua erudizione, tanto che giunse a dichiarare pubblicamente che il suo commento allo Srimad-Bhagavatam (il Subhodini-tika) era superiore a quello di Sridhara, suo predecessore nella linea di Vishnusvami. Ciò è contrario ai principi di umiltà e di rispetto nei confronti dei superiori, per cui gli costò la momentanea emarginazione dalla compagnia dei devoti. L'incidente venne appianato da Caitanya stesso, che lo ricondusse sulla retta via dell'etica Vaishnava. E' detto nella Caitanya-Caritamrita che, dopo quell'incidente, Vallabha accettò come maestro spirituale Gadadhara Pandita, un seguace di Caitanya. Vallabhacarya era un grande devoto di Krishna e fondò un movimento devozionale ancora vivo e palpitante. Come la maggior parte dei maestri Vaishnava, scrisse molto; tra gli altri ricordiamo il commento al Brahma-sutra chiamato Anu-bhashya. E anche i suoi discendenti hanno lasciato un vasto tesoro di conoscenza spirituale. La sua scuola, infatti, divenne famosa per aver lanciato un forte fervore letterario in lingue diverse, quali il sanscrito, l'hindi e il gujarati. Il movimento di Vallabha è nella linea di Vishnusvami e quindi è parte della Rudra-sampradaya.

Il termine tecnico col quale viene designata la dottrina del maestro è Shuddhadvaita-mata, cioè puro monismo, in quanto afferma che Brahma, la Persona Trascendentale, non è mai "toccato" da maya. Questo Brahma è Krishna, l'incarnazione divina apparsa a Mathura. Anche per lui il mondo materiale è una trasformazione di Dio, il quale si manifesta in tre forme, che sono Brahman (l'energia spirituale onnipervadente e impersonale), Paramatma (il Dio che ci accompagna in questo mondo) e Bhagavan (la Persona Suprema, origine di ogni cosa).

Tutto va messo al Suo servizio: questa è la bhakti, il servizio devozionale, metodo che conduce alla più alta perfezione. Questa Meta Ultima è il raggiungimento di Goloka, il pianeta trascendentale dove Krishna vive per l'eternità. Vallabha chiamava questo sentiero Pushti-marga, la via della devozione.
 

Caitanya

Sri Krishna Caitanya nacque nel 1485 a Mayapur (una frazione di Navadvipa) e scomparve da questo mondo nel 1533.

Il Suo paese natale, a quel tempo, era divenuta la fucina della logica, un rimodernamento dell'antico Nyaya di Gautama Muni. In questo ambiente di grandi dibattiti filosofici, a ventiquattro anni accettò l'ordine di rinuncia (sannyasa) e per otto anni viaggiò per tutta l'India, predicando la Krishna-bhakti. I rimanenti diciotto anni li trascorre a Jagannath Puri, una delle più importanti città dell'Orissa, nell'India orientale.

Numerosissimi furono i suoi seguaci, che lo riconoscevano non solo come un grande maestro, ma come Dio stesso, una delle più importanti incarnazioni di Krishna. E non solo ai Suoi tempi, ma anche oggigiorno gli insegnamenti del Mahaprabhu hanno segnato in modo indelebile il corso del pensiero spiritualistico dell'India e del mondo intero. Infatti Caitanya avrebbe sempre avuto una importanza fondamentale nel vaishnavismo di tutti i tempi.

Egli non ha scritto praticamente nulla, ma lo hanno fatto in modo abbondante i suoi discepoli, tra i quali i più importanti sono Rupa, Sanatana, Jiva, Svarupa Damodara e Ramananda Raya. Ma i Suoi studenti sono stati così tanti e tale importanza avrebbero avuto nella storia del vaishnavismo che è un peccato non poterli nominare tutti.

La filosofia di Caitanya è chiamata acintya bhedabheda-tattva, ed è un perfezionamento della dottrina di Nimbarka. Nella predica contro le dottrine mayavada, buddhista e tutte quelle correnti pseudo-Vaishnava che non seguivano strettamente i dettami degli acarya precedenti, Egli si infervorava in modo particolare. La sua ortodossia era strettissima.

Grandissimo erudito, si incontrò e sconfisse in pubblici dibattiti moltissimi studiosi, fra i quali ricordiamo Keshava Kashmiri (della Nimbarka Sampradaya) e Sarvabhuma Bhattacarya (della Shankara-sampradaya).

Egli non si discostava per nulla dalle basi della dottrina Vaishnava, ma il suo sentimento di adorazione per Krishna era speciale. Il tipo e l'intensità di amore per Dio che egli provava era eccezionalmente profondo, tecnicamente chiamato maha-bhava. Ad eccezione di Madhavendra Puri, nessun altro maestro prima di lui aveva mai mostrato tali sintomi di estasi, né si era avventurato ad affrontare argomenti di tale profondità.

Va aggiunto anche che la Sua predica era particolarmente efficace, anche grazie a un esempio di vita perfetto, che gli valse una tale popolarità come mai era avvenuto nella storia. Nella tradizione dei devoti di Krishna, Caitanya occupa di certo una posizione preminente.
 

Il vaishnavismo moderno in occidente

Non solo il vaishnavismo esiste ancora, ma è vivo e attivo anche in occidente, sotto forma di organizzazioni spirituali di varia natura. Il più celebre e autentico di tutti è il Movimento Hare Krishna, fondato da Bhaktivedanta Svami Prabhupada, un discepolo di Bhaktisiddhanta Sarasvati. Certamente rappresenta in modo straordinariamente fedele quel vaishnavismo ortodosso che fu fondato da Vyasa e continuato da Ramanuja, da Madhva, da Caitanya e da Baladeva Vidyabhushana.

I primi cenni del travaso culturale li abbiamo nei primi anni del nostro secolo, con un testo in lingua inglese di Bhaktivinoda Thakura, (Sri Caitanya Mahaprabhu: His Life and Precepts). Egli era un importante magistrato originario del Bengala e grande devoto di Krishna. Spinto dal desiderio di far conoscere il Signore e la sua filosofia agli occidentali, spedì uno dei suoi libri all'università di McGill, in Canada.

Suo figlio, Bhaktisiddhanta Sarasvati, fondò la Gaudiya Math, un movimento che avrebbe aperto numerosi centri in tutta l'India, predicando la Krishna-bhakti proprio come viene insegnata nelle scritture vediche. Egli tentò di far aprire ai suoi discepoli anche dei templi in Occidente. In effetti alcuni di loro tentarono l'impresa, trasferendosi in alcune grandi città europee, come Londra e Berlino. Ma non riuscirono nell'impresa.

Solo uno dei suoi più cari studenti, che poi sarebbe stato conosciuto come Bhaktivedanta Svami Prabhupada, riuscì pienamente nell'impresa. Nel 1965, anziano, da solo, e con pochi mezzi si trasferì in America, dove fondò il Movimento Hare Krishna. Fino al giorno della sua scomparsa, il 14 novembre 1977, egli scrisse e insegnò senza soste. Ha compilato una settantina di libri, tra cui la traduzione e la spiegazione della Bhagavad-gita, un commento purtroppo incompleto dei Dodici Canti che compongono lo Srimad-Bhagavatam, i diciassette volumi del Caitanya-Caritamrita, e altri.

Ma non soltanto ha pubblicato libri di valore eccezionale, ma è anche riuscito a convertire al puro vaishnavismo migliaia di giovani occidentali di tutte le nazionalità, viaggiando per tutto il mondo. La sua filosofia è quella di Vyasa, di Caitanya, ma allo stesso momento ha cercato di mediare con gli usi e i costumi degli occidentale. Ma non ha compromesso sui principi di base: il suo scopo era di creare una classe di santi ed eruditi devoti che potessero infondere istruzioni sacre per il benessere della società.

Anche dopo la sua scomparsa, il movimento di Prabhupada ha continuato ad esistere ed ancora oggi i suoi libri sono studiati con grande interesse e rispetto.

Vyasadeva

Non si può trattare di vaishnavismo e neanche di letteratura vedica se non si parla del più fulgido intelletto che la storia dell'umanità abbia mai avuto: Sri Vyasadeva. Figlio del saggio Parashara e di Satyavati (colei che avrebbe poi dato due figli al celebre re Shantanu), Vyasa è una figura fondamentale e i momenti salienti della sua vita vengono narrati in una delle sue stesse opere, il Maha-bharata. Chi desidera conoscere meglio la figura di questo potente saggio deve leggere questo libro.

Prima della sua venuta nessuna scrittura veniva messa per iscritto. Fu lui a inaugurare il sistema di assicurare la conoscenza in questo modo, osservando con occhi profetici quanto la gente di Kali-yuga (la nostra era, quella più degradata) avrebbe perso le sue naturali facoltà mnemoniche. Dando un ordine e una forma a una conoscenza che discendeva da millenni prima di lui, trascrisse i quattro Veda, i Purana, le Upanishad e compilò la sconfinata epica chiamata Maha-bharata. Ma questi non sono i soli testi che preservò da una sicura distruzione. Vyasadeva fu un perfetto commentatore di tutto lo scibile umano e divino. La parte filosofica è trattata nel Vedanta-sutra, l'opera filosofica più discussa della storia del pensiero indiano.

Per gli ignoranti la sua vita è pura leggenda, ma non possono esibirne le prove. Se non altro i Vaishnava hanno dalla loro le parole delle scritture le quali, tra le altre informazioni, dicono che egli sia ancora vivo sulle Himalaya, ancora impegnato a mettere per iscritto un sapere che proviene dai mondi trascendentali.

Le sue tesi sono indiscutibilmente di stampo Vaishnava: per nulla si discostano dalle tesi promosse dai devoti di Krishna. Avvalora questa tesi il fatto che il testo basilare di questa tradizione è lo Srimad-Bhagavatam, che Vyasadeva ha definito "il frutto maturo dell'albero dei Veda". Infatti egli stesso non si dichiarava soddisfatto del mastodontico lavoro che aveva fin lì svolto, organizzando i Veda, i Purana e le Upanishad. Il suo maestro, Narada, gliene spiegò le ragioni (ci si riferisca al libro Bhakti-yoga, dello stesso autore). A ragione dunque i Vaishnava affermano che tutta la conoscenza vedica o, per meglio dire, il suo siddhanta, le sue conclusioni più corrette, si possono trovare nel Bhagavata.

Qualcuno potrebbe obiettare: se Vyasa avesse voluto indicare Krishna come il Dio supremo, non avrebbe potuto essere più esplicito? Perché ha poi scritto il Vedanta-sutra, dove forse si arriva alle stesse conclusioni (come hanno dimostrato i maestri Vaishnava come Madhva, Ramanuja e Baladeva Vidyabhushana) ma attraverso sentieri interpretativi molto tortuosi? Il Bhagavatam e il Vedanta-sutra sembrano provenire da autori diversi, tanto il loro stile differisce. La risposta è che ogni maestro insegna non per se stesso ma per una platea, e il suo scopo è condurre verso le medesime conclusioni differenti tipi di persone, che necessitano linguaggi e tipi di approccio diversi. Questa è la ragione per la tanta differenza esistente tra i testi vedici.
 

Ramanuja

Di famiglia brahminica, visse a Kanci e a Srirangam in un periodo che va dal 1017 al 1137 circa. La sua lingua era il tamil. Fin da piccolo visse in un ambiente dove si respirava un'intensa atmosfera di fede per Vishnu. Imparò un tipo di dottrina che tendeva ad unire in una sintesi il Vedanta, le Upanishad, il Vishnu Purana e i testi Pancaratra, dove si parla dell'amore per Vishnu secondo il sentimento di vaidhi-bhakti.

Il suo maestro spirituale fu Yamunacarya, il quale era stato un importante imperatore indiano che poi, disgustato dai piaceri materiali, aveva abbandonato la vita mondana per darsi all'ascesi. Faceva parte della Sri-sampradaya. Come continuatore dell'opera del maestro, egli si impegnò in modo particolare a combattere la filosofia impersonalistica di Shankara e a questo scopo scrisse ottimi commenti sui Brahma-sutra e sulla Bhagavad-gita.

La sua dottrina rispecchia appieno la filosofia Vaishnava. Il termine tecnico con il quale veniva designata era vishistad-vaita, cioè un monismo dal punto di vista della qualità. E' vero, dice Ramanuja, che esiste un solo ente che è al di là di tutto, ma allo stesso tempo c'è anche il "differente", che è Sua energia, e cioè le anime individuali e la materia. Tutte queste ultime sono delle qualità (vishesha) divine. Per questa ragione tutto è dipendente da Dio. Le qualità in un certo senso sono uguali alla loro origine, ma allo stesso tempo sono distinte, proprio perché particelle.

Dunque la molteplicità non è affatto illusoria come dice Shankara, ma è reale, in quanto è modo o realtà (prakara) di Dio. Questo vale sia per le anime individuali che per la natura materiale.

Dio è sicuramente una persona ed è attraverso le Sue energie che riesce a compenetrare tutto. La salvezza suprema si ottiene solo grazie alla bhakti, cioè al servizio devozionale offerto a Vishnu, riconosciuto come la Persona Suprema. Grazie a questa pratica è possibile ritrovare il corpo spirituale originale e godere di eterna beatitudine.

Il Ramanujiya (il movimento spirituale inaugurato dal maestro Ramanuja, organizzazione ancora viva e attiva nel sud dell'India), ha due punti di vista che talvolta si compenetrano e altre volte invece causano dei veri conflitti. I rappresentanti di queste due opinioni si chiamano vadakalai e tenkalai. I primi (vadakalai significa via della scimmia) affermano che per ottenere la liberazione il discepolo deve partecipare attivamente, come la scimmietta che si aggrappa al collo della madre ma che deve tenersi ben stretta. I secondi (tenkalai vuol dire via della gatta) insegnano che è Dio che si prende cura dell'anima inerme, senza che egli debba fare nulla, come la gatta prende nella sua bocca il cucciolo senza che esso debba fare alcunché. Questo tipo di abbandono è particolarmente consigliato per le classi inferiori della società, che non hanno capacità di impegnarsi in complessi sacrifici vedici. A questi viene consigliata la prapatti (l'abbandono con fede).

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