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vedanta.it

Le asana sono le "posizioni" del corpo, particolarmente studiate per favorire certi scorrimenti energetici; inoltre, esse rendono immobile il fisico con il "controllo" e il "potere". Il potere d'immobilità o sospensione delle vrtti (modificazioni pensative) nel Raja-yoga. Occorre precisare che non si tratta di "passività" fisica o mentale, tutt'altro: è proprio in tali condizioni che la coscienza è più pronta, desta, attenta e meno dispersiva. L'attività della nostra mente è indirizzata verso un muoversi agitato, disordinato, capace di sperpero di energie emotivo-mentali anche quando è impegnata in futili cose. Chi è padrone del proprio pensiero impiega solo un terzo di quelle energie che in via normale vengono impiegate da un individuo che non sa controllare la propria mente. L'attività del nostro corpo costituisce, altresì, un dimenarsi senza scopo; la dissipazione della forza pranica è enorme nel vivere quotidiano, mentre quell'energia dovrebbe sempre essere, in modo sufficiente, disponibile per far fronte a eventi particolari, come malattie e altro. L'incapacità di stabilizzare il flusso pranico provoca uno squilibrio tra l'entrata e l'uscita, tra l'azione centrifuga che va dal centro dell'individuo verso l'esterno e quella centripeta che va dall'esterno verso l'individuo. Rotto l'equilibrio, lo stato energetico diviene precario e, per quanto il magnete ricettore e trasmettitore operi di continuo un certo aggiustamento, tuttavia ne rimene condizionato e spesso deteriorato.

Nella società indiana da millenni la figura spirituale più importante è quella del monaco asceta. Questa figura è strettamente connaturata con le filosofie indiane ed è sempre stata equidistante fra il potere temporale dei Rajà e quello religioso dei bramini.

La figura del sadhu1 è l'elemento che insieme le scardina e unifica il rigido sistema indiano delle caste (varna). Mentre la figura del sacerdote-bramino ha assunto il vertice del sistema durante il periodo bramanico, soppiantando la casta guerriera sino ad allora dominante. 

In Occidente come in Oriente sono esistite fasi in cui nascevano delle tendenze ascetiche che col tempo o scomparivano assorbiti dalla secolarizzazione dei movimenti di cui spesso erano la punta o divenivano a loro volta dei movimenti organizzati.

La tendenza innata dell'uomo di ricercare un contatto, una strada verso l'Assoluta Realtà, forse mai come in India ha trovato massima espressione, questo grazie anche alla presenza di innumerevoli culti che hanno permesso uno sviluppo orizzontale, fra le genti di ogni livello sociale. Se un asceta in occidente viene visto come elemento disadattato, che con la sua presenza mina e contesta le basi del vivere sociale con tutte le sue inerenti necessità, abitudini e convenzioni, in India un asceta è considerato l'espressione più dell'uomo nella sua eterna ricerca dell'immortalità.

Questo perché l'asceta indiano difficilmente è un personaggio in cerca di pubblico, se non per quelle prime necessità come il cibo, ove non è l'ambiente stesso a fornirlo. Ovviamente nel novero occorre considerare anche persone che dell'apparire come sadhu hanno fatto un mestiere, senza alcuna attinenza con un percorso spirituale o religioso.

Nonostante la rigida struttura sociale, con tutte i privilegi e i doveri che questa comporta, gli asceti vengono considerati al di là delle caste. Sino a quando una persona si identifica con il propri ruolo sociale è soggetto a delle rigide norme, quando invece attraverso un atto di rinuncia se ne mette al di fuori, automaticamente viene considerato superiore al più alto rappresentante di ogni casta. Le caste sono considerate comunque strutture tese a salvaguardare gli usi e le abitudini umane, l'asceta è colui che distaccatosi dall'umano tende ad avvicinarsi al Divino.

Sono caduti gli aspetti istintuali, i bisogni sociali di discendenza e successo, di plauso... l'uomo ha concluso le prime parti della sua vita, identificate dai Veda col termine purusharta. Ha già conseguito il benessere attraverso l'equanimità, adesso dovrà sviluppare il desiderio per la liberazione dalla molteplicità.

Non stiamo parlando della figura che conseguito il successo sociale adesso cerca il successo e la soddisfazione emotiva, non stiamo parlando della figura del monaco che si rivolge al benessere sociale, alla cura dei bisognosi, anche se queste sono certamente delle figure encomiabili, stiamo invece pensando a coloro che ad un certo momento della loro vita (e, sebbene raramente, questo può avvenire anche nella più tenera età) decidono che si è esaurita la fase in cui si sono dedicati al molteplice ed è iniziato il conseguimento dell'Assoluto.

Innanzitutto bisogna considerare che l’istinto dell’animale sociale, l’istinto di procreazione e di salvaguardia della specie è molto forte nell’uomo ed è quello che ovviamente sostiene l’organizzazione sociale, mentre il bisogno di rivolgersi a Dio va esattamente nella direzione opposta. Infatti quando un uomo sente l’esigenza di una vita rivolta al Divino normalmente si allontana dai vincoli che più lo legano al mondo: la famiglia ed il successo sociale. 

Il prete, il frate, il monaco, l'anacoreta, l’asceta, il rinunciante, quale sia la sua origine (religiosa o filosofica) si allontana dai legami della vita sociale per poi, a volte, rientrare eventualmente con un ruolo impersonale ed operare per il benessere comune. Ancora, questo benessere comune può venire perseguito sia per conseguire un merito nei confronti dell'Ideale Divino, oppure per semplice aderenza ad un dharma.

Altre volte possiamo constatare come esistano dei percorsi spirituali che non contemplano un rapporto con il mondo, ma piuttosto prevedono un ritiro da ogni rapporto sociale, nel più completo isolamento. Vediamo questo stesso percorso nell'esicaismo ortodosso o nei monasteri cattolici di clausura.

L’India, da sempre, è la patria dell’ascetismo, infatti nella tradizione indiana già in periodo pre-vedico è presente l’ascetismo per trascendere il dualismo della molteplicità. L'ascetismo si presenta in così tante forme che coinvolgono i diversi culti, caste, religioni, sistemi filosofici, che è difficile tracciarne un lista chiara, perché spesso le varie caratterizzazioni si sovrappongono l'una con l'altra. 
Nell’India moderna si contano diversi milioni di asceti. In origine rappresentavano i più alti valori di conoscenza della società indiana, a tutti i livelli. Oggi col processo di urbanizzazione e modernizzazione della società, queste persone vanno perdendo quella posizione che in passato li qualificava come mistici o anche autorità spirituali e sempre più vengono relegati ai margini della società indiana. 

Nelle scritture si trovano termini che definiscono vari tipi di asceti e molti altri titoli che sono usati in senso generico non definendo una determinata corrente, mentre il termine di Swami viene usato solo da coloro che hanno ricevuto una ordinazione religiosa in un ordine ortodosso.
Esistono numerosi ordini di molte specie, alcuni dei quali sono estremamente antichi, risalgono sino ai tempi vedici, mentre altri sono di più recente istituzione. In genere, gli ordini religiosi prendono i loro insegnamenti dai Veda o dai rishi che vissero in tempi antichi, alcuni attribuiscono la loro origine ai saggi Vyasa, Vishvamitra, Vasishtha, Bhrigu, altri, invece, si sono sviluppati all’interno dei culti shaiva e vaishnava. Altri ancora si ispirano a Brahma come supremo creatore o alla Shakti, la madre divina.

I diversi ordini ascetici, monastici e sacerdotali
Per dare una idea della vastità delle varie categorie di asceti et similari, qui di seguito diamo un elenco dei vari termini presenti nell'Induismo.

Acharya - è colui che osserva le regole del suo Ordine. Un istruttore e guida religiosa o spirituale che istruisce nei Veda e dà l'iniziazione ai suoi seguaci. Tradizionalmente viene considerato uguale a dieci upadhyaya. Acharya vengono considerati i pontefici degli Shankara Math, che sono a capo dei dieci ordini degli Swami conosciuti anche come dashanami. Al tempo di Shankara, il bramanesimo stava soccombendo sotto gli attacchi del buddismo e del jainismo, fu lui che diede un nuovo corso all'Induismo codificando i suoi sistemi e presentando per la prima volta la filosofia dell'Advaita (non dualismo) che allineò tutte le altre. Al fine di perpetuare i dashanami, Shankara fissò diversi cenobi nei diversi punti dell'India che a tutt'oggi rappresentano i centro dell'ortodossia vedica. 

Advaitin - colui che pratica l'Advaita

Algari - sadhu che hanno fatto voto di non stare mai fermi e indossano delle campanelle intorno ai fianchi e alle caviglie per ricordarsi del loro voto. Anche quando sono assonnati muovono continuamente i loro piedi.

Ajivika - setta dei dandin

Arhat - "valente", un santo del giainismo, nel buddismo Hinayama è un santo che ha rotto i dieci legami e così ha ottenuto il nirvana.

Avadhuta - "liberato", termine usato generalmente per indicare gli asceti non bramini che hanno raggiunto la liberazione, siano essi shivaiti che visnuiti. Indica anche una setta di sadhu nudi.

Bhatta - "portatore" di grande saggezza; titolo dato ai maestri religiosi. Spesso si accompagna ad altri titoli come Bhattacarya o Kumarilabattha.

Bhagat - termine usato solitamente usato per indicare un devoto, solitamente visnuita, non necessariamente ritiratosi dal mondo sociale.

Bhekdari - termine usato per indicare degli asceti visnuisti.

Bhiksu - un medicante religioso, solitamente buddista.

Bhiksuni - una mendicante religiosa, solitamente buddista.

Brahmacarin

Brahmin - appartenente alla casta sacerdotale indù.

Chaturvedi o Chaube - colui che conosce i 4 Veda. Entrambi i termini si usano per indicare i bramini della sottocasta di Mathura, seguaci del Quarto o Atharva Veda.

Dandin - colui che porta il danda o bastone. Gli asceti Vaisnava sono detti generalmente eka-dandin (portatori di una canna), mentre gli Shivaiti tri-dandin perché portano il tridente o trisula.

Dashanami - Ordini di swami discendenti da Shankara. Alcuni asceti dell’ordine dei dashanami si rasano barba e capelli il giorno di luna piena, altri portano lunghe barbe e capelli come ai tempi vedici.

Dvivedi - coloro che conoscono i due Veda.

Eka-dandin - vedi dandin.

Goswami - "precettore dei buoi", istruttore religioso vaisnava.  Fra i seguaci di Caitanya, si indica un discendente dei discepoli originali di Caitanya.

Lakulisa - setta dei dandin.

Guru - genericamente indica il Maestro o istruttore spirituale o religioso.

Hamsa - antico ordine ascetico prevedico. Vedi paramahamsa.

Jangama - un prete della setta lingayat.

Jina - un santo giainista.

Jodi - una forma di yogi, spesso riferito ad un sadhu.

Kaivalin - colui che ha raggiunto lo stato di kaivalya o realizzazione del proprio sé.

Kandarishi - un istruttore specializzato in un kanda, una parte dei Veda.

Kabir panti - seguaci della via di Kabir, protestano contro l’adorazione degli idoli, il sistema delle caste e, in un caso, contro la pratica dello yatra o pellegrinaggio. 

Kesin - titolo dato a diversi tipi di mendicanti dai capelli lunghi.

Lingayat - setta di asceti shivaiti che adorano Shiva nella sua forma primordiale,  il lingam.

Mahant - abate, capo di un monastero o cenobio (math).

Mahatma - "grande anima", titolo onorifico dato a coloro che mostrano elevate qualità spirituali.

Mankha - asceta errante che porta una tavola o una pezza con dipinte immagini di una divinità o eroe, o scene mitologiche o epiche, che accompagna con canti.  

Maskarin - setta dei dandin.

Muni - "anacoreta", colui che si è ritirato nel silenzio o mauna. Il termine si riferisce a quei rishi che hanno poteri sovrannaturali.

Naga -  sono sadhu nudi o coperti di cenere e vengono chiamati "vestiti di cielo",  considerati il simbolo estremo della rinuncia, all'origine erano un gruppo semimilitante con compiti di protezione nei confronti dei samnyasin

Naishthika - un asceta supremo, così detto per il suo voto di eterna castità.

Namadhari - sono sadhu che tatuano i loro corpi dal capo ai piedi con il mantra ramnam.

Nirgrantha - colui che è senza nodi di passione e possessi, un asceta giainista o buddista, spesso appartenenti a sette nudiste.

Panda - prete e guida del tempio indù, che amministra i rituali religiosi in favore dei pellegrini che visitano i luoghi sacri. 

Pandit - l'erudito nelle scienze tradizionali indù.

Paramahamsa - "supremo cigno", un asceta del più alto livello o colui che ottenuto il controllo di tutti i suoi sensi. Gli Hamsa e i Paramahamsa sono degli antichi ordini ascetici di origine dravidica, tantrica di nudi asceti che vivevano sugli alberi, nei cimiteri, indifferenti alla salute, al benessere, al piacere, casta e persino della salvezza finale.

Parivrajaka - "vagabondo", un devoto itinerante e mendicante, spesso si riferisce a chi si trova nell'ultimo stadio della vita, il samnyasin. Il termine si usa anche per indicare i sofisti erranti che affermano di essere in grado di dimostrare qualsiasi cosa.

Pauranika - colui che è versato nei purana ed è in grado di spiegarne almeno sei.

Pujari o Pujaka - colui che conduce le cerimonie nei templi indù e officia cerimonie pubbliche. La professione del pujari, così come quella del cuoco, sembra essere il rifugio economico per i bramini illetterati. Pochi di costoro conoscono il sanscrito, mentre la maggioranza sono analfabeti.

Purohita - in passato il prete personale del re. Oggi è il prete familiare, colui che custode dei rituali tradizionali indù e dei regolamenti delle caste.

Rishi - una classe di semi-leggendari saggi. Il termine ancor oggi si usa per indicare grandi maestri.

Ritviji - sono i preti che officiano particolari e antiche cerimonie vediche.

Sadhu - colui che ha raggiunto il compimento, che ha rinunciato ai beni e i conforti del mondo e cerca l'illuminazione spirituale o i poteri occulti attraverso la mortificazione della carne. Quelli shivaiti indossano vesti di color zafferano, una ghirlanda, mala, di semi di rudraksha, a volte un bastone, un vaso per l’acqua e una pelle di animale sulle spalle, sulla fronte portano il segno delle tre linee orizzontali, tripundra, distintivi di Siva. I sadhu vaishnava, che adorano Visnu, indossano una ghirlanda di legno di tulasi, un segno verticale sulla fronte, a forma di U, formato da due linee bianche ornate da un tratto rosso e nero. I visnuiti si suddividono in numerosi sottogruppi come dvara, secondo l’inclinazione filosofica del fondatore del culto. Ramanuja, Madhvacarya e Caitanya sono i principali fondatori di differenti culti vaisnava. Le diverse correnti sono contraddistinte sempre dai segni distintivi ad esempio il colore giallo rappresenta gli appartenenti a shri vaishnava e rosso a ramanandi. I seguaci di Ramanuja portano il segno di triphala. Vi sono inoltre i kapalin, i pashupati, esistono diramazioni dei dashanami, come i naga, sadhu nudi, che possono appartenere sia ai gruppi saiva che a quelli vaisnava. I karttikeya o subrahmanya sono una parte del movimento sivaita, mentre gli aiappam costituiscono un movimento indipendente. Nella storia dell’ascetismo ci furono  dei momenti di riforma anche che si opposero all'imperante bramanesimo, alcuni furono: radhavallabhi, rshaka, dhami, dadupatna, karunadasi, ramanandi, vairagi, akhadamalla, garibadasi e shvaminarayana. I sadhu erano ordini ascetici prevalentemente maschili, ma ci sono anche sottoclassi esclusivamente femminili e altre miste. 

Sadhvini - Una donna sadhu.

Sakhin - colui che è dedito all'insegnamento di particolari scuole vediche.

Samnyasin - colui che è entrato nel quarto asrama o stato della vita, solitamente è un asceta mendicante che lasciato da parte le regole religiose, sociali e ogni possesso. Ha rinunciato al mondo dei nomi e delle forme, pertanto non è più soggetto alle sue convenzioni.

Sastri - colui che è versato nelle scritture o sastra

Sramana - asceta buddista o giainista, un sadhu dedito al fachirismo.

Srotriya - colui che appreso i Veda o una loro parte grazie all'ascolto.

Suri - epiteto che in antichità si aggiungeva al nome personale per indicare un insegnante spirituale o religioso. E' anche un titolo dei pontefici giainisti.

Swami -   precettore spirituale o uomo santo. Oggi indica alcuni iniziati a degli ordini religiosi e monastici come ad esempio l'Ordine Ramakrishna. Solitamente indossano vesti di color zafferano, una ghirlanda, mala, di semi di rudraksha, a volte un bastone, un vaso per l’acqua e una pelle di animale sulle spalle, sulla fronte portano il segno delle tre linee orizzontali, tripundra, distintivi di Siva. Possono far parte anche di un ordine di sadhu.

Svamini - una donna svami .

Tapsvin - colui che si sottopone ai tapas, discipline ascetiche che mortificano il corpo.  

Tirthankara - un santo giainita.

Trivedi - colui che conosce i tre Veda.

Tyagi - colui che è un rinunciatario errante.

Upadhyaya - colui che recita i testi sacri; un istruttore di alcune sussidiarie Sastra; di grado inferiore rispetto ad un acarya.

Vadin - colui che segue una particolare scuola, pensiero, insegnamento.

Vaidika - recitatore dei Veda.

Vaikhanasa - un eremita che vive nella foresta, nutrendosi di radici e frutti.

Vairagi - ordine ascetico di alcune sette vaisnava.

Vedantin - studioso del vedanta

Vipra - "ispirato", riferito a prete, insegnante, maestro, bramino, etc.

Vratya - setta dei dandin.

Yajnika - colui che officia i sacramenti o samskaras. 

Yati - colui che pratica l'autocontrollo, che ha rinunciato al mondo. Talvolta vivono insieme in un monastero o cenobio.

Yogi - colui che pratica lo yoga, il termine spesso indica ogni sadhu o asceta.

Yogini - colei che pratica lo yoga.

Siddhi o poteri 

Molti asceti ritengono che una sadhana intensa li possa portare alla realizzazione on duale, ma molti in realtà cercano dei conseguimenti appartenenti comunque alla dualità, siano essi aspetti del Divino, la beatitudine o dei poteri psichici, chiamati siddhi, attraverso i quali possono sviluppare facoltà extrasensoriali, prosperità psichica e grande ricchezza.Questo ottenimento è chiamato riddi. Vi sono innumerevoli manifestazioni delle siddhi e in realtà non sono affatto sinonimo di evoluzione spirituale, anzi possono opporsi ad uno sviluppo spirituale

1) Il termine sadhu è generico ed indica diverse classi di asceti, dagli erranti, ai mendici, ai samnyasin. 

"Qualcuno però potrebbe obiettare che i consigli che ho dato vanno bene per uno studioso specializzato, ma che un giovane senza specifica preparazione che si appresta alla tesi trova molte difficoltà:
- non ha a disposizione una biblioteca ben fornita perché magari vive in un piccolo centro;
- ha idee vaghissime su quello che cerca e non sa neppure da dove partire con il catalogo a soggetto perché non ha ricevuto istruzioni sufficienti dal professore;
- non può spostarsi da una biblioteca
all'altra (perché non ha denaro, non ha
tempo, è malato eccetera).
Cerchiamo allora di immaginare una
situazione limite."
(Umberto Eco - Come si fa una tesi di
Laurea - Bompiani)

 

II libro di Umberto Eco appena citato, mi ha aiutato, tanto tempo fa, a lavorare in maniera umile decisa, convincendomi che la ricerca e l'organizzazione delle informazioni è possibile e neppure difficile, a condizione di lavorare senza pregiudizi e con un minimo di pazienza. Il lavoro che ho fatto per realizzare la scheda informativa relativa al termine TANTRA è consistito, sostanzialmente, nello spulciare in alcune biblioteche alla ricerca di informazioni attendibili sull'argomento. Come tutti sappiamo, oramai, il termine Tantra in occidente ha preso significati particolari, e allude in particolare a tecniche capaci di migliorare le prestazioni sessuali degli individui. Una ricerca su internet mi ha dato la conferma che questo nuovo significato è ormai quello che prevale ho però cercato di risalire, nella mia ricerca, al significato originale del termine nelle culture orientali.
Dico "nelle culture orientali" perché la lettura dei testi mi ha convinto che il termine è presente in un'area abbastanza vasta, che corrisponde alla regione indo-tibetana, all'interno della quale si sono pure avuti degli slittamenti di significato. Insomma, si tratta di risalire alle origini, disegnando, per somme linee, le trasformazioni subite già nei secoli passati dal significato del termine. Per fare tutto questo ho consultato testi "di base": enciclopedie, dizionari enciclopedici sia di carattere generale che di tipo specifico;
enciclopedie delle religioni.

Concisa, ma molto utile, è la definizione che ho trovato nel:
GRANDE DIZIONARIO ENCICLOPEDICO - UTET - 1991 Riporto qui il testo.
Ho messo in grassetto gli aspetti che mi sembrano importanti, ho messo tra parentesi quadre le mie osservazioni.

Tantra e tantrismo.
Tantra è voce sanscrita significante sistema di riti e di dottrine, e poi libro contenente quel sistema. Si indicano con tale nome tutti quei numerosissimi trattati, a base prevalentemente mistica e magica, di età varia ma comunque posteriore al sec.V d. C. (il materiale in essi raccolto è però anteriore di parecchi secoli alla documentazione scritta), che non fanno parte della letteratura vedica e che attribuiscono somma importanza al rituale ai fini del raggiungimento della liberazione e dell'unione con la divinità. [Dunque: i documenti sul tantrismo sono scritti in un periodo di grandi trasformazioni , e sono attente alle pratiche rituali utili a realizzare un processo di liberazione ]

In tali trattati, di regola anonimi, per lo più in forma di dialogo tra il dio e la sua sakti (energia), si danno istruzioni per il culto nei templi e si ricerca il significato arcano di parole e di gesti, dal cui retto uso si attende il conseguimento di forze sovrannaturali. [Il dialogo tra il dio e la sakti è un elemento che troveremo anche in seguito; la ricerca del significato arcano di parole e gesti: mantra, mudra è un altro percorso da tener presente]

II tantrismo, ossia la fase dell'induismo che trova la sua codificazione nei Tantra, si fonda sulla persuasione che tutti i fenomeni dell'universo siano congiunti da vincoli misteriosi e che in tutti si manifesti, in fondamentale unità, una forza cosmica eterna: attraverso le cose più piccole l'uomo può quindi elevarsi alle supreme e per tale via può raggiungere e penetrare l'Assoluto. La cura del fedele è rivolta alla recitazione di formule sacre (mantra), spesso intenzionalmente rese oscure, considerate manifestazioni della divinità e come tali venerate, alla effettuazione di gesti rituali (particolarmente osservata è la posizione delle mani), a cerimonie segrete: a tutto ciò è riconosciuta efficacia trascendente per ottenere qualsiasi cosa si desideri. [I termini Macrocosmo e Microcosmo sono presenti nella filosofia occidentale rinascimentale, e hanno dato vita a riflessioni che ora ritornano; sui mantra e sui mudra dovrò forse fare qualche approfondimento]

Strettamente connesso con il tantrismo è lo saktismo, che assegna un ruolo importante a divinità femminili che sono la personificazione dell'energia (sakti) divina; l'Assoluto, concepito come una divinità maschile, assume le caratteristiche di un deus otiosus, che non può intervenire nelle vicende dell'universo se non attraverso la sua sakti, che è pertanto la fonte di ogni attività. Specialmente sviluppato è lo saktismo nelle sette sivaite, nelle quali Durga o Parvati è elevata al rango di madre universale. [Dunque, il tantrismo rappresenta una strada importante per risalire a visioni dell'universo nelle quali la figura femminile ha un aspetto che non è subordinato a quello maschile. Naturalmente non posso che tornare, con la mente, alle ricerche relative alla figura della Dea madre (Gimbutas- il linguaggio della Dea) presente nel bacino mediterraneo, successivamente soppiantata dalle divinità maschili delle popolazioni di origine sibcriana che conquistarono la regione grazie alla forza delle armi. Tale invasione dovette completarsi in occidente attorno al 3500 a.e. Se questo è vero il tantrismo è lo sviluppo originale di una visione del mondo che in una fascia geografica molto estesa, dall'India al Mediterraneo, interessava le popolazioni originarie, prima delle invasioni dei popoli del nord].

Sorti in ambienti quasi sicuramente anarii e antibrahmanici, tantrismo e saktismo hanno dato origine a culti talvolta orgiastici e perciò facili a subire degenerazio
ni. [Qui arriviamo alla diffusione attuale del termine tantrismo in occidente. Sinceramente, mi ricorda il turista che, nel villaggio vacanze "tutto compreso" acquista qualche brutto souvenir, Gauguin e Picasso attinsero a piene mani dalle culture africane e oceaniche, ma con ben altro spirito, e trasformarono così la pittura occidentale del loro secolo].


I Tantra induistici (sivaiti e visnuiti) non sono gli unici. Numerosissimi e, nella formulazione scritta, anche più antichi (il Guhyasmaja è del sec. Ili o IV) sono i Tantra buddhistici, nei quali è documentata la fase mistico-magica della dottrina del Buddha. Influssi tantrici, specialmente nello yoga, sono presenti anche nel giainismo.
[la cultura tantrica non ha interessato solo la cultura induista, ma ha avuto una diffusione più vasta. Sembra dunque una suggestione che attraversa modi di pensare e religioni diversi; talvolta in aspra polemica tra di loro, ma con contatti continui. Certo, perché abbia luogo una silììile contaminazione occorre pensare che la dottrina tantrista sia stata utile ad affrontare problematiche importanti. Alla stessa maniera il pensiero di Aristotele, nel medioevo, tornò ad essere conosciuto nell'Europa occidentale grazie alle traduzioni fatte dal greco all'arabo e dall'arabo al latino. Il suo pensiero era necessario alla cultura musulmana come a quella cristiana, per questo venne letto e tradotto. Possiamo perciò dire che il tantrismo non è una "deviazione" dalle dottrine originarie o una pratica bizzarra riservata a pochi, ma un percorso interreligioso ed interculturale.]

Il brano che ho riportato è abbastanza sintetico, ma riassume in poche parole informazioni sulle quali concordano tutti i testi presi in esame.

Per approfondire ulteriormente l'argomento riporto alcuni brani presi da:
TACCHI -VENTURI CASTELLANI STORIA DELLE RELIGIONI UTET 1971 che illustra meglio alcuni aspetti che mi hanno interessato.

I testi tantrici dedicano la loro particolare attenzione alla pratica religiosa, ove sono fusi soprattutto ritualismo e Yoga nel senso più ampio della parola, ed alle
speculazioni mistiche sull'energia cosmica creativa (sakti). Naturalmente, anche il Tantrismo è una via per raggiungere la liberazione e la sua meta suprema è il perfezionamento spirituale (siddhi). Esso sostiene tuttavia l'opinione che determinati riti con sfumature mistico-magiche mettono gli adepti in condizione di dominare le potenze trascendenti e di ottenere così la liberazione. Siccome tutti i fattori nel macrocosmo e nel microcosmo sono in relazione fra loro, bisogna eseguire sul proprio corpo - la forma visibile del brahman come anima incarnata (jiva) - i riti che producono un accrescimento di potenza e un'elevazione della condizione. Il fondamento teorico delle sue dottrine è infatti la convinzione che l'universo con tutte le sue manifestazioni è un Tutto in cui anche la parte più piccola - come il singolo uomo - può esercitare un influsso su quella più grande. Il carattere divino della sua natura da all'uomo garanzia che il suo culto di Dio e i suoi sforzi indirizzati alla salvazione avranno successo. Nonostante la sorprendente continuità della vita religiosa indiana, il Tantrismo rappresenta a questo modo una nuova sintesi che muove da punti di vista particolari non certo nuovi, ma soltanto ora coerentemente sviluppati.

I seguaci del Tantrismo sono dell'opinione che i mantra - in cui è insita una grande, secondo alcune fonti addirittura illimitata potenza - sono identici agli oggetti o ai fenomeni che essi rappresentano. Ad ogni potenza e ad ogni grado della perfezione appartiene un particolare Inja-mantra (mantra fondamentale), una sillaba carica di potenza che viene considerata come l'essenza delle formule che esprimono la particolare potenza di una divinità. Queste sillabe sono gli eterni prototipi da cui derivano le forme fenomeniche. Quando la persona esperta e opportunamente iniziata rende efficaci queste potenze "toniche", viene a contatto con l'essenza delle divinità da esse rappresentate ed oltepassa i limiti della sua esistenza fenomenica. Importanti strumenti per ottenere la reintegrazione e l'identificazione col cosmo o con la Potenza Superiore sono pure - non solo nel Tantrismo però - gli yantra, diagrammi rituali, in cui sono materializzati aspetti del divino, dell'universo, e i più complessi mandala.

Sui Mudra mi accontento di una semplice definizione: "mudra termine sanscrito indicante la posizione delle mani e delle dita di una statua che, nell'induismo come nel buddhismo, assume una rilevante valenza simbolica. I mudra hanno la funzione di esprimere, attraverso dei gesti, i concetti caratterizzanti una data divinità o la forma in cui essa si manifesta agli uomini."
Dizionario dell'Induismo -Vallardi 1995 (un semplicissimo libriccino utile per una rapida consultazione).

Stavo cercando alcune immagini per questa scheda ho sfogliato un libro stupendo:
le figure del mito di J. Campbell - Red Edizioni.
E ho trovato altre interessanti correlazioni con i chakra, la Kundalini e il pensiero occidentale. Rischiavo però di andare oltre il seminato: questa vuole essere solo una scheda di presentazione!

Valerio Loda - Tratto da

http://www.holosinternational.org

Le basi scritturali del vaishnavismo sono la Bhagavad-gita e la Srimad-Bhagavatam, ma certamente ce ne sono di altrettanto importanti. Per cominciare menzioniamo i Purana, molti dei quali parlano in modo completo di Krishna e di Vishnu. Tra questi, il Padma Purana e il Vishnu Purana sono probabilmente i più importanti. Il primo descrive maggiormente la personalità e le attività di Krishna, mentre nel secondo si mette in maggiore rilievo l'importanza e la personalità di Vishnu.

Vanno ricordate anche la Brahma-samhita, il Maha-bharata (di cui la Bhagavad-gita è un capitolo) e il Ramayana. Ma i testi Vaishnava sono così numerosi che è difficile poterli qui ricordare tutti. Della Bhagavad-gita abbiamo già parlato nel capitolo dedicato al Vedanta, per cui qui ora tratteremo della Srimad-Bhagavatam.

Considerato il diciannovesimo Purana, è un lavoro indubbiamente notevole, essendo costituito da ben 18.000 versi sanscriti. Si comprenda quanto sia difficile per noi riassumere in poche parole una tale vastità di argomenti filosofici, storici e di cultura spirituale.

Posto per iscritto da Krishna Dvaipayana Vyasa, in seguito viene ripetuto dal figlio Shukadeva sulle rive del Gange al morituro re Parikshit. Tra il pubblico di saggi e persone pie si trova anche il celebre Rishi Suta Gosvami, il quale poi avrebbe ripetuto lo stesso messaggio ai saggi della foresta di Naimisha. E il racconto inizia proprio con l'arrivo di Suta nella celebre foresta.

Dopo aver offerto rispettosi omaggi a Krishna, che è il Dio Supremo, Vyasa spiega la natura del libro usando queste parole:

"Questo Bhagavata Purana propone la verità più alta, che può essere compresa solo da quei devoti che hanno il cuore puro... questo meraviglioso Purana, compilato da Sri Vyasadeva, può da solo conferire la realizzazione di Dio. Appena uno ascolta in modo attento e sottomesso il messaggio contenuto nel Bhagavatam, diventa attaccato al Signore Supremo." (Srimad-Bhagavatam 1.1.2)

Il terzo verso continua affermando:

"Questo Srimad-Bhagavatam è il frutto maturo dell'albero della letteratura vedica. Proviene dalla labbra di Sri Shukadeva Gosvami e per questa ragione il frutto di già così nettareo è gustato ancora di più dalle anime liberate."

Poi va avanti a raccontare le circostanze che hanno portato alla narrazione di questo splendido gioiello letterario. E' anche chiamato il Purana immacolato, in quanto non tratta di altro che delle attività di Dio, delle Sue incarnazioni e dei Suoi devoti più puri. Dunque, nulla che non sia perfettamente trascendentale è descritto in questo testo.

Ma vediamo gli argomenti principali. Secondo lo Srimad-Bhagava-tam stesso (2.10. versi 1 e 2), i soggetti affrontati sono dieci:

  1. la creazione generale, cioè la descrizione particolareggiata degli ingredienti che compongono il cosmo e dei meccanismi che portano alla sua genesi,
  2. la creazione secondaria, quella condotta da Brahma, una volta che ne ottiene le capacità,
  3. come Vishnu mantiene l'universo
  4. il favore speciale che il Signore usa nei confronti dei Suoi devoti,
  5. l'impeto per la creazione,
  6. i principi regolatori necessari a dare la liberazione dalla materia, che è la perfezione dell'esistenza umana,
  7. tutte le informazioni riguardanti la Suprema Personalità di Dio, le Sue incarnazioni e le attività dei Suoi devoti,
  8. la dissoluzione degli universi materiali,
  9. la liberazione delle anime condizionate 
10. la trascendenza, o tutto ciò che riguarda i mondi spirituali.

Prima di concludere questa sezione purtroppo breve che riguarda la filosofia Vaishnava, ricordiamo che i devoti di Krishna danno un'importanza del tutto particolare al Decimo Canto del Bhagavatam, nel quale viene descritto in ogni particolare la vita e gli insegnamenti del Signore.

Passiamo ora a vedere le teorie dei principali Vaishnava della storia. Va premesso che mai come nel caso del vaishnavismo le testi variano di così poco. Le differenze sono sulle enfasi e non nei contenuti di fondo. Qualcuno può aver enfatizzato la differenziazione della materia e dello spirito (tesi dvaita di Madhva), mentre un altro può aver dare importanza maggiore all'a-dorazione di una particolare divinità piuttosto che a un'altra, ma in definitiva tutti accettano Vishnu o Krishna come Dio e che l'unico modo per realizzare la perfezione somma sta nel servirlo con amore e devozione.

Cerchiamo di sfatare subito una mito. Non si diventa induisti. Non si può diventare induisti, per il semplice motivo che l'Induismo non esiste.

L'Occidente chiamo Induismo quell'insieme di culti che sono presenti in India, alcuni da tempo immemore e altri più recenti (grazie alla rivitalizzazione continua che vive questo paese per la presenza dei suoi asceti e filosofi).

Se proprio volessimo dare un nome alla religione indiana (sempre che riuscissimo a definirne una), potremmo dire che essa potrebbe chiamarsi Sanathana Dharma, non dissimile dalla Legge Eterna o Philosophia Perennis. Per questo motivo ogni persona che segua il proprio cammino senza ritenerlo superiore a quelli altrui, senza cercare di convertire al proprio credo, senza discriminare, allora potremmo dire che quella persona è induista. Accade talvolta che però l'Induista reagisca all'invasione religiosa ad opera di missionari e invasori politici e religiosi, e allora possono sorgere conflittualità di ogni genere.

Nonostante si creda che l'induismo abbia una lunga storia di tolleranza, è anche vero che esiste una grande libertà di fede e di percorso interiore, ma non viene lasciato molto spazio al proselitismo, considerata una delle azioni più bieche che si possano mai compiere in ambito spirituale.

Il concetto è molto semplice, quale che sia il tuo percorso, potrai parlarne e guidare gli altri solo dopo che avrai definitivamente colto e stabilizzato la meta finale, non prima. Pertanto chi parla di paradisi e stati che non ha realizzato non particolarmente ben visto.

Alcuni hanno proposto come induista colui che segue le eterne verità contenute nei Veda e negli Agama, crede nella unicità di Dio, nella legge del karma, nella reincarnazione e nella liberazione, moksha; pratica l’adorazione interiore ed esteriore, crede nella protezione della vita ad ogni livello, purifica ogni stadio dell’esistenza con i dovuti samskara.

Formalmente questo non è vero perché ormai il sistema delle caste è troppo secolarizzato in India e per quanto si possano seguire queste norme, è difficile che vi verrà permessa l'entrata in certi templi.

D'altra parte molti fra i più grandi Maestri e filosofi dell'India non si sono nemmeno curati di aspetti secondari come la reincarnazione o il karma, o altro. Ma è altresì vero che erano Esseri che erano giunti oltre la forma.

Non ha molto senso sostituire una religione con un'altra, bene o male sono tutte le stesse, ognuna nella sua storia trova le più meschine bassezze e le più divine altezze, questo perché una religione ha poco a che spartire col Divino, essa è tipicamente umana, fatta da uomini, amministrata da uomini.

Se invece vogliamo parlare di spiritualità, a maggior ragione è poco rilevante la religione, quello che conta sono i Maestri viventi che la incarnano e ce la possono porgere e allora vediamo che anche nella religione degli uomini, ci sono alcuni che raggiungono le vette proprie della spiritualità. Pertanto, e a maggior ragione, allora non c'e' bisogno di cambiare religione occorre solo trovare le guide più adatte alle nostre caratteristiche e queste non necessariamente devono stare in India, vestire di ocra o parlare tamil o telegu. Possono essere degli sciamani nord americani come dei preti cattolici. La meta è uguale per tutti, quello che conta è chi ci conduce sul cammino.

Cantare dei bajan, ripetere l'om, svolgere pratiche di meditazione, frequentare delle palestre dove si insegna l'hata yoga, leggere libri sull'argomento, etc. etc. non rende induisti, né dei discepoli praticanti. Tutto questo è irrilevante se non si entra nella giusta dimensione interiore ove si inizi ad applicare la discriminazione e il distacco. Quando si sarà raggiunta quella dimensione, allora sì che le pratiche di cui sopra avranno rilevanza, almeno sino a quando, colta la meta, anch'esse potranno cadere perché appartenenti alla molteplicità. 

In realtà l'universalità e la libertà delle Filosofie indiane è quello che fa avvicinare all'India l'occidentale. L'universalità di linguaggi devozionali o interiori così adatti alle diverse tipologie dell’uomo anche se ognuno è rivolto alla ricerca del Divino. "Ed è proprio in questa libertà che ognuno di noi, se compie una ricerca seria, senza fatica troverà quel particolare aspetto che lo può condurre alla sua strada spirituale."

Un'ultima cosa: consideriamo sempre, se ormai abbiamo deciso di essere induisti, che non possiamo imporre la nostra nuova dieta alimentare a tutta la famiglia!

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