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Conversazione di Gian Carlo Calza del 15 aprile 1986, in occasione della scomparsa di Jiddu Krishnamurti


QUADERNI  DI MAIEUTICA

Lo scopo di questa conversazione è di avvicinare a noi Krishnamurti penetrando nel tessuto umano delle sue scelte di vita, inscindibili dalle testimonianze di pensiero. Allora, dalle lontananze del grande mistico orientale o del grande pensatore da ammirare e fors'anche da analizzare intellettualmente, egli ci si presenta nella più vicina veste del maestro di vita.

Invece di celebrare come qualcosa di obiettivo le facoltà e la produzione di una personalità nota proviamo a muovere dal sentimento che ci porta a ricostruire il processo da lui compiuto per realizzare se stesso e offrire al mondo la propria esperienza nella sua originalità e universalità. E questo per alimentare la nostra stessa esperienza, e le scelte che a ciascuno, anche nella vita più oscura, è dato di sviluppare in sé su analoghe basi, purché lo voglia. È questa la linea che vogliamo tentare di seguire, secondo la tradizione del Centro di Cultura Spirituale, in occasione della scomparsa di Krishnamurti. Accogliamo la sua testimonianza di pensiero, di sentimento e d'azione come ulteriore indizio di un bisogno di sviluppo che la nostra civiltà occidentale contemporanea denuncia da più parti e in toni sempre più impellenti.

Nella grande confusione tra l'essere e il possedere che caratterizza la nostra epoca, il condizionamento del materialismo e il perseguimento del benessere esteriore creano, come per contrappasso, una sete dello spirito: le sue esigenze sembrano oggi essere state troppo a lungo trascurate nella corsa appassionata verso la conoscenza e la conquista del fenomeno. Sono molti i movimenti religiosi di tipo orientale radicatisi da noi negli ultimi anni, soprattutto quelli di ispirazione indiana e facenti capo a qualche santone o capo carismatico. Loro caratteristica comune sembra l'offerta di una qualche panacea liberatoria dalle ansie e dagli affanni prodotti dalla vertiginosa routine quotidiana in cui l'uomo moderno vive immerso. C'è chi, conscio dei valori delle conquiste occidentali, diffida a priori di queste attrazioni e c'è chi, avendo avvertito dolorosamente l'inabilità spirituale di un mondo giunto al massimo della razionalizzazione, vi si rivolge come a una salvezza certa. In queste considerazioni prescindiamo dal fenomeno di una moda che spinge molti a cercare un'aggiunta esotico‑magica al proprio vivere quotidiano ed esaminiamo invece il sintomo che quest'antitesi rivela nell'umanità del nostro tempo.

Dietro la diffusione di sette, di guru, di comuni, di estasi reali o illusorie, di rinunce alla vita consueta per esotiche esistenze di rifiuto delle tradizioni occidentali, si può riconoscere, forse, il segno di un antico richiamo che l'Oriente ha ciclicamente esercitato sulla nostra civiltà.

È un richiamo che sembra farsi particolarmente intenso ogni volta che la nostra società si concentra nel perseguimento del benessere materiale, quando i valori che hanno rappresentato una conquista per le epoche precedenti, e ne hanno retto gli sviluppi umani, tendono a essere razionalizzati e trasformati in strumenti per il procacciamento di beni e soddisfazioni personali. Avviene allora che l'eccessiva obbiettivazione dei rapporti crea un grande apparato statico e burocratico che tutto pretende di programmare, ma che, in realtà, uccide la linfa creativa dell'esistenza perché toglie all'individuo le prove su cui si fondano le scelte esistenziali. È in questi momenti che l'Occidente viene invaso da un Oriente magari da poco geopolitica-mente assoggettato.

Tutti sappiamo che un fenomeno del genere si è verificato anche nella Roma imperiale, pervasa da innumerevoli culti orientali con cui i romani speravano di compensare l'oppressione che l'immenso e capillare apparato dello stato burocratico determinava negli esseri più aperti e sensibili. Eppure ben poco è rimasto di tutti quei tentativi; solo poche tracce nell'arte o nei documenti letterari. Anche di quei movimenti che, come la religione di Mitra, parvero a un certo momento doversi affermare su tutti. Essi erano solo il sintomo e il preludio d'una via che non poteva presentarsi alla coscienza dell'umanità come recupero di forme del passato, ma come nuova sintesi da intraprendere, nuovi valori da incarnare.

Infatti a quell'epoca fu un grande messaggio, partito dal più oscuro e frainteso di quei gruppi, i seguaci di Cristo, a far compiere un nuovo passo all'umanità. Non mirava a sostituire il credo tradizionale con un altro più esotico, ma a creare le condizioni per una trasformazione interiore dell'uomo. Non si presentava come una delle tante dottrine o culti, ma come la testimonianza d'un evento divino‑umano per chi ne penetrasse il messaggio di risveglio delle potenzialità dell'anima. Si rendeva tangibile, perché chi lo incarnava nella vita compariva libero dai condizionamenti esterni che, nella società di allora, soffocavano l'individuo. Per ciò stesso questo movimento si affermò.

Oggi nella marea piuttosto confusa di movimenti, dottrine, fedi orientali coi relativi guru che le obbiettivano e le diffondono, la figura di Krishnamurti, scomparso alla vigilia dei novant'anni, è un punto di riferimento ristoratore. Interroghiamoci su questa vita spesa fino all'ultimo a girare il mondo; per che cosa? Forse per diffondere una dottrina, o per offrire una panacea della felicità, o per costruire una setta? Rispondiamo ricostruendo la sua esistenza che ha un inizio eccezionale e che poteva svolgersi lungo un futuro già tutto prestabilito. Un destino preparato dalla potente Società Teosofica.

La Società Teosofica era stata fondata a New York nel 1875 da una russa, Helena Blavatsky, e da un americano, Henry Olcott, e traeva ispirazione da sollecitazioni orientali nella sua concezione panreligiosa che si basava sull'esistenza di una conoscenza superiore tramandata di età in età da grandi iniziati per via esoterica. Mala Società Teosofica si era assegnata un compito particolare e prioritario: preparare le condizioni favorevoli per la venuta del Signore del Mondo, l'atteso Messia della tradizione buddhista, Maitreya. A questo scopo, fra l'altro, la sede era stata trasferita presso Madras nel sud dell'India: dall'Oriente sarebbe giunto il nuovo Salvatore.

Una mattina di primavera del 1909, mentre un gruppo di ragazzetti faceva il bagno su una spiaggia di Madras, uno dei capi della Società Teosofica, Charles Leadbeater, notò l'intensa carica spirituale di uno di essi, il figlio assai male in arnese di un povero bramino vedovo che svolgeva modeste mansioni per la società medesima. Nel tredicenne fanciullo sulla spiaggia di Adyar, Krishnamurti, fu identificato il futuro Istruttore del Mondo.

Era allora presidente della Società un'ardente teosofa inglese, Annie Besant, che si fece affidare il giovane e un fratello, Nityananda, dal padre e procedette alla loro formazione spirituale e culturale. Solo due anni dopo nasceva il gruppo più centrale e importante della Società Teosofica, l'Ordine della Stella d'Oriente, che aveva l'unico scopo di aprire la strada all'opera di Krishnamurti che ne fu nominato capo. Dopo qualche anno l'Ordine contava già trentamila iscritti in tutto il mondo.

Nel 1913 i due giovani si stabilirono in Inghilterra per proseguire negli studi, ma non fu possibile a Krishnamurti di entrare al Balliol College di Oxford dove era stato iscritto: si può comprendere la riluttanza nell'antico, tradizionalista istituto a educare, sotto gli occhi del mondo, un ragazzo proclamato Messia. La formazione dei due fratelli procedette, così, privatamente, ma con ben diversi risultati. Mentre Nityananda si laureò e divenne avvocato, Krishnamurti non riuscì mai a superare gli esami. Un fatto che allora gli dispiacque molto ma che più tardi riconobbe come un segno.

Che cosa gli indicava questa sua difficoltà a inserirsi nei binari di una cultura precostituita? Gli dava la conferma che la sua esistenza non poteva essere predestinata e programmata in modo conformistico e che, sia sul piano spirituale sia su quello pratico, doveva essere una conquista continuamente rinnovata. Tutta la sua giovinezza fu contraddistinta da scompensi. Non dimentichiamo che già a quindici anni era messo nella posizione del santo, addirittura del Messia e in Europa comparve a soli ventisei anni come portatore di un insegnamento quando, a Parigi, dovette parlare a un pubblico di duemila persone appositamente convenuto. In quegli anni la sua figura pubblica era assai simile a quella di tutti i guru d'Oriente, grandi e piccoli. Era preda di sconvolgimenti: aveva visioni, estasi, che lo facevano soffrire a volte in modo terribile fisicamente come pure psichicamente e intellettualmente.

Una grande lotta, iniziata fin dalla fanciullezza, stava avvenendo dentro di lui e ne metteva a confronto i mezzi umani con la grandiosità del compito assegnatogli. Era una lotta lacerante e gaudiosa al tempo stesso, ma che sarebbe stata solo di preparazione a un'altra prova, più avanti, che lo condusse alla scelta della sua vita. In quegli anni anche il suo insegnamento era quello caratteristico dei guru orientali: avrebbe portato la felicità a tutti coloro che lo avessero seguito con fede e precisione. Sollecitava tutti a concentrarsi nelle discipline spirituali, utilizzando il pensiero e sforzandosi di capire con la propria mente:

Voglio farvi bere tutti alla mia fontana, voglio farvi respirare quell'aria Profumata in modo che voi stessi diveniate creatori, geni che rendono il mondo felice ... Per questa ragione vi dovete svegliare, dovete camminare con me e seguirmi.(*)

Come vedete bisognava seguire lui e fare con lui un salto nell'aura felice, non intaccata da alcuna emozione o passione turbatrice. Eppure già a quell'epoca c'erano segni premonitori: l'insofferenza per i rituali nell'Ordine della Stella, ad esempio, che finì per proibire. Ma è la morte dell'amato fratello Nityananda, cresciuto ed educato con lui, che deve aver innescato un processo di revisione della sua stessa esistenza in rapporto al dolore e alla conoscenza che esso apre nell'uomo. Dirà di se stesso più tardi:

Come tutti anche Krishnamurti, in passato, cercò, obbedì e adorò, ma col trascorrere del tempo venne la sofferenza, volle scoprire la realtà che si nasconde dietro il quadro, dietro il tramonto, dietro l'immagine, dietro tutte le filosofie, dietro tutte le religioni, tutte le sette, tutte le organizzazioni, e scoprire e capire che viveva sospeso nell'irrealtà, nella falsità, finché, a poco a poco, fu in grado di superare tutti quei mostri sacri che limitano, legano, tutti quegli idoli che vogliono essere adorati.

Altri segni premonitori del grande mutamento che stava prendendo forza in lui compaiono dai discorsi degli anni '27 e '28 sia nel quartier generale dell'Ordine, il castello di Ommen che un nobile olandese gli aveva donato, sia alle convenzioni della Società Teosofica:

Dato che siete stati abituati per secoli alle etichette, volete che la vita sia etichettata. Volete che Krishnamurti sia etichettato, e in maniera definita cosicché possiate dire: Ora posso capire ‑ e poi pensate di essere in pace con voi stessi. Ma temo che non andrà così.

E non andò così veramente perché il 3 agosto 1929, con un discorso a tremila persone, fra la costernazione dei seguaci, e l'incredulità di chi con ironia aveva guardato al presunto Messia, Krishnamurti sciolse l'Ordine della Stella d'Oriente e restituì ai benefattori le donazioni ricevute.

Krishnamurti attraverso la sua ricerca era arrivato là "dove termina il culto". Come poteva non sentirsi in contraddizione con se stesso di fronte a tutti coloro che lo adoravano?

... imporrete regole alle vostre menti perché l'individuo Krishnamurti ha rappresentato per voi la verità. Così innalzerete un tempio, istituirete cerimonie; inventerete frasi, dogmi, sistemi di fede, credo, e creerete filosofie. Se costruite delle grandi fondamenta su di me, sull'individuo, sarete intrappolati in quella costruzione ... Vi siete preparati per diciassette anni e siete intrappolati dalla vostra stessa creazione . . . cosa importerebbe alla gente di tutto il mondo degli insegnamenti della Teosofia, del suo ruolo e dell'identità alle quali i suoi seguaci danno tanta importanza? ... Ciò che diranno è: soffro. Ho i miei piaceri effimeri e i dolori mutevoli. Avete qualcosa d'altro da offrire?

Krishnamurti era così giunto al senso ultimo della propria esistenza: lui il predestinato, il preparato, l'osannato, aveva scoperto la libertà interiore. Ma, prima, il suo destino lo aveva veramente accettato senza ribellioni e senza condizioni e ne aveva fatto la via della maturazione, soffrendone anche le conseguenze. Ora era giunto alla prova, che non può mai essere anticipata e che contraddistingue come i grandi esseri pervengono alle scelte di vita. Contro tutte le aspettative che gravavano su di lui, contro tutti i possibili sensi di colpa presenti e futuri nei confronti di chi, addirittura, l'aveva sostenuto e avviato verso una grandiosa via di salvazione e si aspettava ora da lui che la perseguisse in radioso avvenire, contro tutto ciò aveva compiuto la sua scelta in fedeltà a se stesso.

Da allora Krishnamurti divenne quello che fu poi definito l' "anti‑guru" per il costante rifiuto di ogni connotazione carismatica. Per l'insistenza con cui proclamò che non esistono maestri, insegnanti che possano dire quel che per ciascuno è o non è esatto fare. Proprio all'opposto di molti maestri indiani che oggi fanno proseliti in Occidente sbandierando una più o meno esoterica sapienza, egli allontana da sé ogni immagine di verità rivelata perché può diventare asservimento della coscienza individuale a una dottrina, rinuncia alla propria originale ricerca di sé che ciascuno deve compiere. A tale conquista si può giungere:

... solo liberandovi veramente dei vostri preconcetti, non col cercare un'autorità o uno scopo. Voi invece state surrettiziamente, ostinatamente cercando un'autorità e quindi vi state riducendo a una nuova serie d'ingranaggi, una nuova serie di macchine.

Principi sempre veri che egli riprese di continuo e drammaticamente profetici in quel discorso di Alpino e di Stresa fatto nel 1933, l'anno in cui Hider prese il potere. Perciò alle coscienze più sensibili Krishnamurti offre una concezione di conquista della libertà interiore che non concede di ripararsi nella confortante, ma ingannevole, immagine di qualcuno che ci risolva i problemi.

A questo punto possiamo chiederci come possa essere indirizzata la forza positiva che attrae verso una guida, senza la suPina pretesa che i propri problemi siano risolti dai poteri spirituali altrui. Ci fu infatti chi gli chiese perché mai percorresse il mondo a incontrare persone di ogni genere, se era vero, come affermava, che nessuno può aiutare. A tale genere di obiezioni rispondeva in genere su questo tono:

I più di voi vogliono essere trasformati in pittori: nessuno può farri pittori salvo voi stessi (. . . ). Questo è tutto quello che posso dirvi. Io posso darvi i colori, il pennello, la tela; ma pittori avete da diventare voi, io non posso farvi.

E Tullio Castellani, che ha fondato l'ambiente del Centro di Cultura Spirituale, ci dà analogo avvertimento:

Pretendere di dare un metodo per l'autoeducazione è una contraddizione nei termini stessi. IL metodo c'è, ma è il tuo, cioè quello che andrai scoprendo e determinando a mano a mano che il tuo lavoro procederà ... L'unico aiuto che ti può essere dato è solo un avviamento verso questo processo di scoperta del tuo metodo ... Anch'io ti darò delle indicazioni, ma saranno indicazioni da provare, poiché il loro valore dipenderà dagli effetti che ne ricaverai e di cui tu stesso giudicherai l'importanza.(1)

Non sono, queste, voci poi tanto uniche perché ne rievocano altre di ogni tempo in cui l'uomo ha perseguito la conquista di sé. Dice Socrate, il fondatore della ricerca dialogica:

Hai mai sentito dire ch'io sono figlio di un'abile ostetrica? Ora la mia arte è in tutto simile alla sua; io sono dunque in me tutt'altro che sapiente, e quelli che amano stare con me è chiaro che da me non hanno imparato nulla, bensì proprio e solo da se stessi molte cose e belle hanno trovato e generato.(2)

La via perseguita da Krishnamurti dopo la scelta del '29, risale, quindi, a una tradizione che va oltre le barriere del tempo e dello spazio e si fonda sulla ricerca individuale. In Krishnamurti, nel suo parlare, nel suo dialogare con individui e con gruppi, si avverte un sapore tutto indiano. E questo anche se ben poco uso, per non dire nessuno, faccia di elementi della sua cultura patria. Questo stile tutto indiano lo si ritrova nel costante ritornare sul tema, arricchendone ogni volta ciascun passaggio di nuovi attributi qualificanti, cosicché è il ritmo stesso delle reiterazioni apparenti che finisce per penetrare in noi. È nei discorsi di Buddha che possiamo riconoscere l'archetipo di questo tipo di pensiero. O anche il rigore assoluto dei termini della ricerca, senza mai l'ombra di un compromesso o anche di semplici concessioni, tagliente come una lama, a volte fino all'apparenza dello sprezzo e dell'indifferenza più totale per i sentimenti dell'interlocutore. Ma quella che a noi può apparire come insensibilità, è, per il ricercatore indiano, concentrazione sulle discipline dello spirito senza concessione alcuna ai moti dell'anima, che noi invece rendiamo obbiettivi.

Sono due vie, quella orientale e quella occidentale, i cui valori e limiti sono reciprocamente evidenti, ma che richiedono entrambe di trattare le questioni dello spirito con la stessa precisione e rigore delle scienze esatte. Anche il totale, annichilente disinteresse che Krishnamurti testimonia per chiunque non ponga la ricerca della propria libertà interiore come meta prima dell'esistenza, è sì un tratto tipicamente orientale, ma è anche caratteristica di tutti coloro che ovunque nel mondo e nel tempo l'hanno conquistata veramente. Fondamentale, dunque, è la ricerca individuale, che nessuno può fare per noi; ma che ricerca? Ricerca della libertà interiore, appunto, quella, cioè, che rende autonomi da qualsiasi influsso esterno. L'avversario più temibile in questa via è la mente razionale che etichetta, organizza, classifica: il sapere nei due aspetti dell'erudizione e dell'intellettualismo senza centro spirituale e morale.

Dio e il Diavolo, racconta Krishnamurti, osservano l'uomo. A un certo punto lo vedono trovare e raccogliere qualcosa di mirabile e fulgente. Grande è la gioia di Dio quando scopre che l'uomo ha trovato la verità e l'ha fatta propria: il diavolo avrà finalmente il fatto suo e ne verrà mortificata l'arroganza. Ma il diavolo replica: "niente affatto: io aiuterò l'uomo a classificare e catalogare la verità". La nostra schiavitù nasce così dai pensieri già confezionati e conformati che orientano la nostra vita producendo in noi ambizioni, aspirazioni, paure, desideri, perché ci relegano nell'idea di un io separato e autodifeso. Krishnamurti rinnega la distinzione tra Es, Io e super Io della psicologia:

... esiste un solo stato, non due stati come il conscio e l'inconscio; c'è un solo modo di essere: la coscienza. Se la coscienza è costituita dalla mia disperazione, dalla mia ansia, dalle paure, dai piaceri, dalle innumerevoli speranze, dalle colpe e dalla vasta esperienza del passato, allora ogni azione che scaturisce dalla coscienza non può mai liberare la coscienza dai suoi limiti.

Compare come il metodo di Krishnamurti sia eminentemente "negativo": non battersi per conquistare, il che presuppone scopo, tensione, brama e, infine, asservimento anche se nobilissimo; ma eliminazione ciel "non così" cioè del pensiero che vincola ai concetti, per giungere a un modo di pensare che sia di pura osservazione senza giudizi di valore. Come spiegava a un gruppo di giovani allievi:

Dovete osservare come osservate una lucertola che passa strisciando lungo il muro, dovete osservarla, e mentre la osservate, guardate tutto il movimento, la delicatezza dei suoi movimenti. Così, nella stessa maniera, osservate il vostro pensiero, non correggetelo, non reprimetelo, non dite è troppo difficile, osservatelo solamente, ora, questa mattina.

Questo processo, che Krishnamurti chiama meditativo, porta verso la libertà perché cancella i pensieri automatizzati che ci condizionano. Non ne dà però che accenni indicativi, distogliendoci da ogni finalità che possa vincolare alla sete di definizioni. Ne dà indicazioni in negativo: non è una fuga dal mondo, non è preghiera, né l'avvolgersi in pensieri, non è una via verso risultati tangibili. Poi ci soccorre con un'immagine, anche questa in negativo:

Tra due pensieri c'è un attimo di silenzio che non è collegato al processo intellettivo. Se fate attenzione; vedrete che quell'attimo di silenzio, quell'intervallo, non appartiene al tempo, e la scoperta di quell'intervallo, il vivere quell'intervallo è il significato della meditazione.

Incontro tra Occidente e Oriente, dunque, poiché con la sua ricerca Krishnamurti costituisce una vivida testimonianza di sintesi tra alta speculazione indiana e azione occidentale. I nostri infiniti desideri, paure, attaccamenti, fanno parte della nostra natura elementare, ma diventano una catena vincolante se non apprendiamo a trattarli come meccanismi: è quella sosta, quell'intervallo, che ci consente di vederli, come già fece e disse Leonardo, quali "mirabili meccanismi dell'uomo"; di assumerne l'energia vitale e trasformarla creativamente. E anche Krishnamurti esorta a non sfuggire dalla nostra realtà riparando in tipi di esistenza alternativi, perché tutto ciò, lungi dall'affrancare, asservisce e indebolisce sempre più, rendendoci incapaci di adempiere al nostro compito nel mondo, grande o piccolo non ha importanza.

Abbiamo cercato di ricostruire in noi il processo compiuto da Krishnamurti che ci illumina sull'incontro tra Occidente e Oriente nella via che ciascuno dei due mondi deve aprire. Se volessimo però attenerci allo stile e al metodo seguiti da Krishnamurti, ci troveremmo di fronte a un percorso assoluto, totale, ascetico; antitetico perciò ai valori storici intessuti nella nostra civiltà. La nostra storia è tramata sull'ordito della formazione dell'individualità creatrice di strutture sociali e attenta a tutti i diversi gradi di sviluppo, non solo ai massimi. Perciò noi sentiamo il bisogno di una via dove la componente sociale sia maggiormente considerata perché anche a chi non intende praticare il sesto grado dell'ascesi sia aperta la partecipazione a quella cordata che ascende alle vette dello spirito.

E lo sforzo che si compie qui, al Centro di Cultura Spirituale, offrendo le condizioni perché ciascuno possa provarsi nel realizzare al meglio di sé il proprio processo di sviluppo e contribuire a quello degli altri che ugualmente vi aspirano. Questo comporta l'accettazione del diverso senza subirne le mutevolezze, ma assorbendone e sostenendone la creatività.

Così possiamo fare di Krishnamurti un nostro maestro di vita, come potrebbero esserlo Gandhi o Gurdjeeff o altri ricercatori del nostro tempo che, con diversi accenti, ci riconducono al processo di conoscenza e realizzazione di sé come indipendenza da qualsiasi dogmatismo sia esso pratico o spirituale.

Appunti non rivisti dall'autore

(*) Tutti i brani di Krishnamurti citati sono tratti da: Stuart Holroyd, L'antiguru, Ubaldini Editore, Roma 1981

(1) Tullio Castellani, Avviamento all'autoeducazione, "Maieutica", gennaio 1950, n.19, p.18
(2) dal Teeteto di Platone

Un'amica mi raccontava di una conversazione in cui si diceva come di fronte a certi esseri anche gli animali più feroci diventino mansueti, sempre che si mantenga una certa distanza perchè "ci vuole rispetto".
Questo le evocava gli Yoga Sutra di Patanjali [II, 35): "In presenza di colui che è fermamente stabilito nell'ahimsa cessano le ostilità".
Così mi sono ricordata degli incontri di Juddu Krishnamurti con gli animali, anche feroci, in particolare con la tigre e il serpente a sonagli.
Krishnamurti aveva un profondo rapporto di risonanza interiore con gli animali.

La Natura era il suo sfogo, in mezzo ai boschi e tra gli animali trovava armonia e silenzio e la sua coscienza poteva riposare nella Coscienza.

Gli incontri con il serpente a sonagli e con la tigre sono raccontati nel suo ultimo diario, intitolato "A se stesso", che è il solo libro a riportare le riflessioni registrate da K. su nastro, mentre era solo nella sua stanza. Aveva 87 anni e il tremito delle mani gli rendeva ormai troppo faticoso scrivere.

Tutte le registrazioni, eccetto una, vennero effettuate a casa sua, a Pine Cottage, nella valle di Ojai, distante circa centrotrenta chilometri da Los Angeles.

Dettava di mattina, mentre era ancora a letto dopo la colazione, indisturbato
L'incontro con la tigre era già stato dettagliatamente descritto nel Diario, e viene ora rievocato nei suoi aspetti essenziali.

Come si evince dai brani pubblicati Krishnamurti esprime un amore profondo per tutti gli animali, grandi o piccoli che siano.

 

 

Incontro con la tigre 

Martedì 26 aprile 1983

Avevi visto morire un uccello: un uomo gli aveva sparato. Stava volando splendidamente, con un ritmico battito d'ali, in libertà e senza paura. E il fucile lo mandò in pezzi; cadde a terra e la vita lo abbandonò.
Andò a prenderlo un cane, e l'uomo raccolse altri uccelli morti. Chiacchierava con un amico e sembrava del tutto indifferente. L'unica cosa che lo interessava era abbattere tanti uccelli: tutto lì, per quanto lo riguardava.

Si uccide in tutto il mondo. Quei meravigliosi, grandi animali del mare, le balene, vengono uccise a milioni; adesso la tigre e molti altri animali stanno diventando specie in via dì estinzione.
L'uomo è l'unico animale da temere.

Tempo fa, mentre eri presso un amico sulle colline, arrivò un uomo e disse al tuo ospite che la notte precedente una tigre aveva ucciso una mucca, chiedendogli se ci sarebbe piaciuto vederla quella sera.
Avrebbe predisposto tutto, costruendo una piattaforma su un albero e legando a esso una capra: il belato della bestiola avrebbe attirato la tigre e noi avremmo potuto vederla.
Entrambi rifiutammo di soddisfare la nostra curiosità in un modo così crudele. Ma quel giorno stesso, sul tardi, il tuo ospite propose di prendere l'automobile e di andare nella foresta a vedere la tigre, sempre che ci fossimo riusciti.
Allora, verso sera, salimmo in una vettura scoperta con autista e ci inoltrammo per molti chilometri nella foresta. Naturalmente, non vedemmo niente. SÌ faceva buio e i fari erano accesi.
Non appena facemmo conversione, eccola seduta proprio in mezzo alla strada in attesa di riceverci.
Era un animale molto grande, con delle splendide striature; gli occhi, colti dalla luce dei fari, erano chiari, scintillanti.
Si avvicinò ringhiante all'automobile e, quando passò a pochi centimetri dalla mano tesa per accarezzarla, il tuo ospite disse: "Non toccarla, è troppo pericoloso... fai presto perché è più veloce della tua mano!".
Ma riuscivi a percepire l'energia di quell'animale, la sua vitalità; era una grande dinamo di energia. Mentre passava, sentivi una grande attrazione. E poi scomparve tra gli alberi.
Evidentemente il tuo amico aveva visto numerose tigri e molto tempo prima, quando era giovane, aveva contribuito a ucciderne una ma, da allora, si era sempre rammaricato di quel terribile atto. Ai giorni nostri la crudeltà, in ogni forma, si sta propagando nel mondo.

Forse l'uomo non è mai stato tanto crudele, tanto violento quanto lo è adesso. Le chiese e i preti del mondo, dalla più alta gerarchia cristiana ai poveri parroci dei paesini, hanno parlato di pace sulla terra, di vivere una vita buona, senza far del male, senza uccidere un solo essere; specialmente i buddhisti e gli induisti del passato dicevano: "Non uccidere neppure una mosca, non uccidere nessun essere, perché nella prossima vita pagherai per questo".
La frase è alquanto diretta e sommaria, ma alcuni hanno mantenuto questo spirito, questa intenzione dì non uccidere e di non ferire un altro essere umano. Ma le carneficine della guerra continuano ancora.

Il cane uccide rapidamente il coniglio. L'uomo spara a un altro con le sue armi sofisticate e forse anch'egli è ucciso dall'arma di un altro. Questa carneficina continua da millenni e millenni. Alcuni la considerano uno sport, altri uccidono per odio, collera, gelosia, e continua anche l'assassinio organizzato dalle varie nazioni con i loro armamenti.
Ci si chiede se l'uomo vivrà mai pacificamente su questa terra meravigliosa, senza mai uccidere neppure un piccolo essere vivente, o essere ucciso, o uccidere un altro, vivendo pacificamente con un certo senso di religiosità e di amore nel cuore.
In questa parte del mondo, che chiamiamo Occidente, i cristiani hanno ucciso forse più di chiunque altro. Parlano sempre di pace sulla terra. Ma per avere la pace si deve vivere pacificamente, e questo sembra del tutto impossibile.

 


 

Incontro con il serpente

Lunedì 9 maggio 1983

Sei già piuttosto in alto e guardi giù nella valle. Se sali ancora un paio di chilometri lungo il sentiero tortuoso, oltrepassando ogni genere di vegetazione — querce virginiane, salvia, tossicodendri — e superi un torrente che in estate è sempre in secca, riesci a vedere il mare in lontananza, oltre catene e catene di montagna.

Quassù c'è una calma assoluta. Tutto è immobile e non c'è un alito di vento.
Guardi giù e le montagne guardano giù verso di te. Puoi continuare a risalire la montagna per molte ore, poi scendi in un'altra valle e risali ancora. Lo hai già fatto spesso, e per due volte sei arrivato proprio in cima a quelle montagne rocciose.
AI di là di esse, a nord, c'è una vasta distesa desertica. Laggiù fa molto caldo, qui è abbastanza freddo: nonostante il sole caldo, devi metterti qualcosa indosso.

E mentre scendi, guardando le varietà di alberi, piante e piccoli insetti, improvvisamente senti il tintinnio di un serpente a sonagli.
Fai un salto, per fortuna lontano dal serpente. Gli sei distante soltanto tre metri circa. Sta ancora tintinnando. Vi guardate l'un l'altro e vi osservate. I serpenti non hanno palpebre.
Non è molto lungo, ma piuttosto grosso, grosso quanto un braccio.
Mantieni la distanza e l'osservi molto attentamente: il disegno, la testa triangolare e la lingua nera che guizza dentro e fuori.
Vi osservate. L'animale non si muove e tu non ti muovi. Ma, a un certo momento, con la testa e la coda verso di te, scivola indietro e tu fai un passo avanti. Si raccoglie di nuovo a spirale tintinnando e vi osservate.
E ancora, con la testa e la coda verso di te, comincia a indietreggiare e tu ti sposti in avanti; si raccoglie nuovamente a spirale e tintinna. Dopo una decina di minuti l'animale ne ha abbastanza.
Vedi che è immobile, aspetta ma, non appena ti avvicini, smette di tintinnare. Per il momento ha perso l'energia. Gli sei abbastanza vicino.
A differenza del cobra, che si alza per colpire, questo serpente colpisce con un rapido movimento in avanti. Ma non c'è alcun movimento.

È esausto, e quindi lo lasci in pace. È un essere veramente velenoso e pericoloso. Probabilmente potresti toccarlo, ma sei riluttante anche se non spaventato.
Senti che preferiresti non toccarlo e lo lasci stare.

E, mentre scendi ancora, per poco non calpesti una quaglia con dodici o più piccoli. Si sparpagliano tra i vicini cespugli, e anche la madre vi scompare mentre i pulcini la chiamano.

Tu scendi e aspetti e, se hai la pazienza di osservare, a un certo momento li vedi radunarsi tutti insieme sotto le ali materne. Fa fresco quassù e aspettano che il sole riscaldi l'aria e la terra.

Scendi dall'altra parte del piccolo torrente, oltrepassi un prato che ha quasi perso il colore verde, e torni nella tua stanza, piuttosto stanco ma rallegrato dalla passeggiata e dal sole mattutino.

Vedi gli aranci con i frutti giallo chiaro, gli arbusti dì rose, il mirto e gli alti eucalipti. In casa è tutto molto tranquillo.
Era una mattina piacevole, piena di strane attività sulla terra.
Tutti quei piccoli esseri vivaci, che correvano in giro in cerca del cibo mattutino: lo scoiattolo, il citello. Mangiano le radici tenere delle piante e sono piuttosto nocivi.
Un cane può ucciderli molto rapidamente con un morso deciso.

È molto secco, le piogge sono finite, e torneranno forse tra quattro o cinque mesi.
Tutta la vallata sottostante è ancora lucente. È strano che il silenzio sovrasti tutta la terra. Nonostante il rumore delle città e del traffico, c'è qualcosa di quasi palpabile, qualcosa di sacro. Se sei in armonia con la natura, con tutte le cose che ti circondano, sei in armonia con tutti gli esseri umani. Se hai perso il contatto con la natura, perderai inevitabilmente il contatto con gli uomini.

Mentre eravamo seduti a tavola verso la fine del pasto, iniziò una seria conversazione, come era già accaduto varie volte. Verteva sul significato delle parole, il peso della parola, il contenuto della parola, non semplicemente il suo significato superficiale ma la profondità, la qualità, il sentimento di essa. Ovviamente, la parola non è mai la cosa reale. La descrizione, la spiegazione, non è ciò che viene descritto né ciò che viene spiegato. La parola, la frase, la spiegazione non sono la realtà.

 

 

Brani tratti da: Jiddu Krishnamurti "A se stesso. L'ultimo diario". Ubaldini editore

a cura di sky, forum pitagorico. Vedanta & co. 1° aprile 2015

 

Non molti hanno compreso l'importanza che hanno rivestito la Società Teosofica e Jiddu Krishnamurti per l'Occidente.

La Società Teosofica fondata dalla Blavatsky nel 1875, ha rappresentato un primo serio tentativo di rottura dell'egemonia cristiana sul pensiero filosofico e spirituale in Occidente. Il secondo non meno importante negli effetti è rappresentato dal Marxismo-Leninismo con gli effetti disastrosi che il mondo conosce e che si possono contare in svariate decine e decine di milioni di morti. Il fallimento di quest'ultimo si è definitivamente mostrato nell'ultimo decennio del XX secolo.

Il duraturo sposalizio fra potere spirituale e potere temporale ha prodotto in Occidente una stasi durata diversi secoli, la spiritualità si è spostata dal dominio dello spirito (quindi del noumeno) nel dominio della religione (quindi del fenomenico). L'uomo occidentale aveva perduto quindi le chiavi di accesso alla propria anima divenuta possedimento di gerarchie ecclesiastiche che decretavano non solo dei presunti valori etici, ma anche quelli morali e pratici.

Ogni aspetto del quotidiano, anche dell'intimo personale, veniva regolamentato secondo il concetto del peccato attraverso la stimolazione del senso di colpa.

La Società Teosofica cercò di introdurre in Occidente la androcentralità propria del pensiero orientale e in special modo quella delle filosofie indiane.

Essa ridiede all'uomo il possesso della propria anima e aprì la strada in Occidente a quei rinnovatori del pensiero occidentale che furono Vivekananda e Yogananda.

Questi reintroducendo la Metafisica Tradizionale nella vita di ogni giorno, hanno restaurato quella Filosofia dell'Essere, propria di Pitagora, Parmenide, Platone e Plotino, che troviamo solo come raro bagliore dopo la loro scomparsa in Pico della Mirandola, Marsilio Ficino, Meister Eckart.

La Metafisica Tradizionale o Filosofia dell'Essere o Philosophia Perennis o Sanathana Dharma è l'eterna chiave di lettura dell'uomo e rappresenta la via spirituale di questi verso la propria essenza di Realtà Assoluta.

Proprio per questo essa può essere rappresentata nel mondo da pochi, quei pochi disposti a lasciare ogni aspetto individuale e fenomenico per risvegliarsi alla Realtà inqualificata, il sostrato del mondo fenomenico.

La Società Teosofica cercò nella sua evoluzione da un lato di strutturarsi sui modelli preesistenti, dall'altro si pose nell'attesa di un Maestro del Mondo che la guidasse. Essa in sostanza cadde nel secolarismo della religione.

La grandezza di Krishnamurti fu proprio nel avere il coraggio "divino" di essere indifferente alle richieste della massa e dedicarsi a quei pochi che, invece di cercare bandiere da sventolare e sotto cui raccogliersi, erano disposti a praticare l'insegnamento della Filosofia dell'Essere.

Egli quindi decapitò e sciolse l'Ordine della Stella, dando una forte scossa al movimento teosofico che lo vedeva come Maestro del Mondo.

L'essenza dell'insegnamento di Krishnamurti, la sua dichiarazione d'amore al mondo e all'uomo, la vediamo proprio nel discorso di scioglimento, quando ad Ommen il 3 agosto 1929 (a 34 anni) inaspettatamente sciolse l' “Ordine della Stella” che riportiamo per intero, evidenziando i passi, a nostro personale sentire, più incisivi.

Questo discorso potremmo considerarlo una sorta di Manifesto, ma non solo di Krishnamurti, ma di tutta la Metafisica non duale e dello stesso Advaita.

Sono molti i cultori di varie discipline, di diversi Maestri e strade che credono che il cammino spirituale consista in tecniche varie (di respirazione, di meditazione, di mantra, etc.), altri ancora credono che la realizzazione sia un atto di fede e quasi in una sorta di training autogeno non fanno altro che ripetersi di essere Dio. Poi ci sono coloro che credono che si tratti di una questione di cultura, e quindi dedicano il proprio tempo alla ricerca di libri e alla lettura di trattati, spesso fin troppo astrusi.

Altri seguono ogni nuova moda spirituale, ogni personaggio che si propone come nuovo Maestro con l'ultima verità di turno. Come se ci fosse bisogno di nuove strade, quando non ci si è mai curati di percorrere le vecchie, quelle di cui almeno c'è la testimonianza millenaria dei filosofi che le hanno percorse e tramite queste sono giunte alla Verità ultima del Sé.

Il discorso di Krishnamurti dovrebbe oggetto di riflessione per ogni discepolo e ogni aspirante, quale che sia il percorso o il maestro di cui è seguace. Il grassetto è nostro, a sottolineare quei passaggi che riteniamo più pregnanti.

(Copyright © Associazione Vidya Bharata)

Stamani stiamo andando a discutere lo scioglimento dell'Ordine della Stella. Numerose persone saranno felicissime, ed altre piuttosto rattristate. La questione non sta nel rallegrarsi né nel rattristarsi, giacché è inevitabile, come sto appunto andando a spiegare.

Forse ricorderete quella storia del diavolo e di un suo amico che passeggiavano lungo la via, ad un certo punto essi videro dinanzi a loro un uomo che si chinò per raccogliere qualcosa in terra, la guardò e poi se la mise in tasca. L'amico disse al diavolo “Che cosa ha preso quell'uomo?” “Ha preso un pezzo di Verità,” ribatté il diavolo. “Quello è un brutto affare per voi, allora” disse l'amico. “Oh, niente affatto!” replicò il diavolo, “Sto appunto andando a permettere che lo organizzi”.

Io sostengo che la Verità è una terra priva di sentieri, e che nessuno può approssimarsi ad essa seguendo un sentiero, una religione o una setta. Questo è il mio punto di vista, e lo sostengo con assoluta certezza e senza riserve. Essendo la Verità senza limiti, incondizionata, e non accessibile attraverso un percorso pianificato, qualsiasi esso sia, non può essere organizzata. Non si dovrebbe altresì costituire alcuna organizzazione che abbia come scopo quello di condurre o forzare le persone a seguire determinati percorsi. Non appena avrete compreso ciò, comprenderete come non sia possibile organizzare un credo, una fede. La fede è un aspetto strettamente individuale, e voi non potete né dovete organizzarla. Se lo fate diverrà cosa morta, cristallizzata, diverrà una dottrina, un credo sistematico, una setta, una religione che dev'essere imposta agli altri. Questo è ciò che in tutto il mondo si tenta di fare. La Verità viene imprigionata, resa banale, ridotta a un giocattolo da destinare alle persone fragili e a coloro che sono temporaneamente insoddisfatti. La Verità non può essere portata al nostro livello, piuttosto ognuno di noi deve impegnarsi per elevarsi al suo. Non potete portare la vetta della montagna in una valle. Chi desidera raggiungere la vetta della montagna lo fa passando attraverso la valle, salendo ripidamente, senza timore dei pericolosi dirupi.

Questo è ciò di cui sono convinto ed è anche la prima ragione che mi spinge a sciogliere l'Ordine della Stella. Malgrado tutto, voi probabilmente fonderete altri ordini, o prenderete parte ad altre organizzazioni andando in cerca della Verità. Io non voglio appartenere ad alcuna organizzazione di tipo spirituale, vi prego di comprendermi. Farei uso, ad esempio, di un'organizzazione che volesse supportarmi a Londra, ma sarebbe un genere di organizzazione del tutto diversa, meramente meccanica, come la posta o il telegrafo. Utilizzerei un'automobile o un battello per viaggiare, ma sarebbero meccanismi fisici, che non avrebbero nulla a che vedere con la spiritualità. Insisto pertanto nel sostenere che nessuna organizzazione può condurre l'uomo alla spiritualità.

Ogniqualvolta viene creata un'organizzazione con questo proposito, essa diviene una stampella, un handicap, una catena, che ostacolerà l'individuo fino a mutilarlo, gli impedirà di evolversi e riconoscere la sua unicità, la quale dispone ciò che è proprio in se stessi alla scoperta di questa assoluta ed incondizionata Verità. Così questa è un' altra ragione per cui ho deciso, dal momento che sono la guida di questo ordine, di dissolverlo. Sappiate che nessuna persona mi ha indotto a prendere questa decisione.

Questo non vuole essere un grande gesto. Giacché non voglio che nessuno mi segua, ed ho davvero intenzione di agire in questo modo. Nel momento in cui seguite qualcuno cessate di seguire la Verità. Non m'interessa sapere se prestate ascolto o meno a ciò che dico. Ho intenzione di determinare qualcosa di specifico nel mondo, e realizzerò questo mio proposito con imperturbabile concentrazione. Voglio liberare l'uomo da tutte le gabbie, da tutte le paure ed impedire che si creino nuove dottrine o filosofie, e che si fondino nuove religioni o sette. Ora naturalmente mi chiederete perché io parli continuamente viaggiando per il mondo. Vi dirò perché lo faccio. Non perché desideri avere seguaci o un gruppo speciale di speciali discepoli. (Per quanto gli uomini amino distinguersi dal proprio prossimo, cionondimeno banali e assurde potrebbero essere le loro distinzioni. Non ho intenzione di incoraggiare tale assurdità.) Non ho discepoli e nemmeno apostoli, né sulla terra né nei regni dello spirito.

Non è il richiamo dei soldi ad attrarmi, né il desiderio di una vita confortevole. Se volessi condurre una vita agiata non verrei in un campo e non vivrei in un paese afoso! Sto parlandovi con franchezza perché voglio stabilire come stanno le cose una volta per tutte. Non vorrò ripetere queste precisazioni puerili anno dopo anno.

Un giornalista che mi ha intervistato ha considerato lo scioglimento di un'organizzazione che conta migliaia e migliaia di membri come un atto grandioso. A lui è sembrata una grande azione perché ha detto: “Cosa farà dopo? Come vivrà? Non avrà più un seguito, la gente non l'ascolterà a lungo.”Se anche fossero solo cinque le persone che vorranno prestarmi ascolto, che vorranno nutrirsi, che avranno i loro visi orientati verso l'eternità, sarà sufficiente. Quale giovamento ha essere seguiti da migliaia di persone che non comprendono, che sono completamente imbalsamate nel pregiudizio, che non vogliono il nuovo, ma preferiscono piuttosto adattarlo al proprio sterile e stagnante sé?" Non fraintendete il mio parlare duro, non è mancanza di compassione. Se vi recate da un chirurgo per un'operazione, non è benevolenza da parte sua operare anche se questo causa in voi sofferenza? Così, allo stesso modo, il mio parlare schietto non implica una carenza di autentici sentimenti bensì il contrario.

Come già dissi, ho un solo proposito: rendere l'uomo libero, spronarlo ad orientarsi verso la libertà, ad infrangere ogni limitazione, poiché solo ciò potrà infondere in lui incessante felicità ed offrirgli l'incondizionata realizzazione del sé.

Poiché io sono libero, incondizionato, interamente — non in parte, non in relazione a qualcosa, ma nella completa Verità che è immutabile — desidero che l'uomo cerchi di comprendermi per essere libero; non per seguire me, né per fare di me una gabbia da tramutare in una religione o in una setta. Piuttosto deve essere libero da tutte le paure — dal timore religioso, dall'ansia della salvazione, dalle paure spirituali, o da quelle dell'amore, della morte, o della vita in sé. Come un artista dipinge una tela e prende delizia in quel dipinto, poiché quella è la propria auto-espressione, la sua gloria, il suo stato di benessere, allo stesso modo io faccio questo, e non perché mi aspetto qualcosa da qualcuno.

Siete avvezzi all'autorità, o ai climi d'influenza dell'autorità, e credete che vi condurrà alla spiritualità. Pensate e sperate che altri possano, attraverso straordinari poteri — un miracolo — trasportarvi nel regno di libertà eterna che è Gioia. La vostra intera prospettiva di vita è fondata su tale autorità.

Voi mi avete ascoltato per tre anni, senza che alcun cambiamento abbia avuto luogo, se non in pochi casi. Ora analizzate criticamente ciò che sto dicendo, così che possiate comprendere esaurientemente, completamente. Quando voi andate in cerca di un'autorità convinti che questa possa condurvi alla spiritualità, vi state automaticamente vincolando all'organizzazione costruita intorno a quella stessa autorità. Proprio attraverso la creazione di quell'organizzazione, che voi pensate aiuterà l'autorità a condurvi alla spiritualità, avete acconsentito a farvi mettere in una gabbia.

Se io parlo francamente, per favore ricordate che lo sto facendo, non per severità, crudeltà o mancanza di entusiasmo per ciò che propongo, ma perché voglio che comprendiate ciò che sto dicendo. Questa è la ragione per cui sono qui, e sarebbe una perdita di tempo se non esprimessi il mio pensiero chiaramente e risolutamente.

Per diciotto anni vi siete preparati a questo evento, alla Venuta del Maestro del Mondo. Per diciotto anni vi siete organizzati, avete cercato qualcuno che desse nuova gioia ai vostri cuori e alle vostre menti, che trasformasse per intero la vostra vita, che vi desse una nuova comprensione; qualcuno che vi innalzasse a un nuovo piano di esistenza, che vi desse un nuovo incoraggiamento, che vi rendesse liberi — e ora guardate che cosa sta accadendo! Osservate attentamente, scrutate in voi stessi e scoprite in che modo quella fede vi avrebbe reso diversi — e non della superficiale diversità che consiste nel mostrare un simbolo, che è banale, assurda. In che maniera tale fede ha spazzato via tutte le cose inessenziali dell'esistenza? Questo è l'unico criterio di giudizio: in che senso siete più liberi, grandi, minacciosi per qualunque società che sia basata sul falso e l'inessenziale? In che modo i membri di questa Organizzazione della Stella divengono dissimili?

Vi siete preparati diciotto anni per me. Non è importante se voi crediate o no che io sia il Maestro del Mondo. E' davvero di poca importanza. Da quel momento voi appartenete all'organismo dell'ordine della Stella, avete offerto la vostra partecipazione, la vostra energia, accettando l'idea che Krishnamurti è il Maestro del Mondo — parzialmente o totalmente: totalmente quelli che stanno realmente cercando, solo parzialmente coloro che sono soddisfatti delle proprie mezze-verità.

Vi siete preparati per diciott'anni, e osservate quante difficoltà si oppongono alla comprensione, quante complicazioni, quante cose banali. I vostri pregiudizi, le vostre paure, le vostre autorità, le vostre chiese nuove e vecchie — tutto questo rappresenta una barriera che impedisce la comprensione. Non mi è possibile essere più chiaro di così. Non desidero che siate d'accordo con me, non voglio che mi seguiate, voglio che comprendiate cosa intendo.

Questa comprensione è necessaria perché il vostro credo non vi ha trasformato, ma solo confuso, e perché non siete propensi a guardare le cose come esse sono. Volete avere i vostri idoli personali — nuovi idoli da sostituire a quelli antichi, nuove religioni al posto delle vecchie, nuove immagini in luogo di quelle ormai consunte — tutto ugualmente privo di valore, tutte barriere, tutte limitazioni, tutte stampelle. Al posto delle vecchie distinzioni spirituali ne avete di nuove, al posto dei vecchi culti ne avete di nuovi. Dipendete da un altro per la vostra spiritualità, dipendete da un altro per la vostra felicità e per la vostra illuminazione; e sebbene vi siate preparati ad accogliermi per diciotto anni, quando sostengo queste cose esse si rivelano inutili, quando vi dico di gettare via tutto e di cercare in voi stessi ciò che conduce all'illuminazione, alla gloria, alla purezza, all'incorruttibilità del sé, nessuno di voi è disposto a farlo. Ce ne possono essere alcuni, ma sono pochi, pochissimi.

Quindi perché avere un'organizzazione?
Perché gente falsa e ipocrita mi segue come l'incarnazione della Verità? Vi ricordo che il mio parlare non vuole essere duro o scortese, abbiamo soltanto raggiunto un punto in cui dovete assolutamente guardare in faccia la realtà delle cose. Già ebbi modo di dire lo scorso anno che non voglio compromessi, e già all'epoca solo pochissimi di voi mi prestarono ascolto, ma quest'anno sarò assolutamente chiaro. Sono migliaia i membri dell'Ordine sparsi su tutto il pianeta, e non so quanti di loro nonostante si siano preparati ad accogliermi per diciotto anni ora non sono disposti a comprendere fino in fondo e senza riserve ciò che affermo.

Come ho già detto poc'anzi, il mio fine è rendere gli uomini incondizionatamente liberi, perché io sostengo che la sola spiritualità è l'incorruttibilità del sé che è eterno, è l'armonia fra la ragione e l'amore. Questa è l'assoluta, incondizionata Verità che è in sé Vita. Desidero pertanto mettere l'uomo in libertà, allietandolo come un uccello libero nei cieli, alleggerito, indipendente, estasiato nell'affrancamento. Ed io, colui per il quale vi siete preparati tanto a lungo, ora vi dico che dovete essere liberi da tutte queste cose, liberi dalle complicazioni e dai vostri grovigli. Voi non avete bisogno di un'organizzazione fondata su un credo. Che bisogno c'è di avere un'organizzazione che nel mondo vede cinque o dieci persone che comprendono, combattono, e accantonano tutte le frivolezze? Questo vale anche per le persone fragili, non può esserci un'organizzazione che aiuti loro a scoprire la Verità, perché la Verità è in ognuno; non è remota, non è vicina, è eternamente lì.

Le organizzazioni non possono rendervi liberi. Nessun uomo può liberarvi dall'esterno; né può il culto organizzato e tantomeno la vostra immolazione a favore di una causa; non potete formarvi all'interno di un'organizzazione, né farvi liberi proiettando voi stessi nelle occupazioni. Voi usate una macchina da scrivere per redigere una lettera, ma non la mettete su un altare né l'adorate. Tuttavia è questo che fate quando mettete le organizzazioni come interesse principale. “Quanti membri comprende?” è la prima domanda che mi pongono tutti i giornalisti. “Quanti seguaci avete? Il loro numero ci indica se ciò che dice è vero o falso.” Io non so quanti sono, non m'interessa. Vi ripeto, se anche un solo uomo fosse reso libero, ciò sarebbe abbastanza.

Di nuovo, siete convinti che soltanto certe persone posseggono la chiave del Regno della Felicità. Nessuno le possiede. Nessuno ha l'autorità per possedere quella chiave. Quella chiave è proprio il vostro sé, e nello sviluppo, nella purificazione e nell'incorruttibilità di quell'unico sé è il Regno dell'Eternità.

Osservate quanto è assurda l'intera struttura che avete costruito, cercando un aiuto esterno, affidandovi ad altri per ottenere conforto, per la vostra felicità, il vostro potere. Potete scoprire tutto solo all'interno di voi stessi.

Voi vi siete abituati a sentirvi dire quanto avete progredito, qual è la vostra condizione spirituale. Come siete infantili! Chi se non voi stessi può dirvi se siete belli o brutti nell'intimo? Chi se non voi stessi può dire se siete incorruttibili? Voi non riuscite ad essere seri su queste cose.

Ma coloro che realmente desiderano comprendere, che sono in cerca di ciò che è eterno, senza inizio né fine, cammineranno insieme con maggiore intensità, e saranno un pericolo per tutto ciò che è inessenziale, non reale, e per le ombre. E convergeranno, diverranno una fiamma, perché essi comprendono. Dobbiamo creare una realtà di questo tipo, e questo è il mio proposito. Perché dalla reale comprensione nascerà la vera solidale amicizia. A cagione di quell'autentica amicizia — che voi non sembrate conoscere — avrà luogo la reale cooperazione da parte di ognuno. E questo non perché vi è un'autorità, non a motivo di una salvazione o di un'immolazione per una causa, ma perché comprendete realmente e quindi siete in grado di vivere nell'eterno. Questa cosa è più grande di ogni desiderio, di ogni sacrificio.

Così queste sono alcune delle ragioni per cui, dopo aver attentamente riflettuto per due anni, ho preso questa decisione. Essa non nasce da un impulso momentaneo. Non sono stato persuaso da nessuno, non sono cose in cui mi lascio persuadere. Per due anni ho meditato su questo, lentamente, attentamente, pazientemente, e ora ho deciso di sciogliere l'Ordine, giacché ne sono a capo. Voi potete creare altre organizzazioni e attendere qualcun altro. Non sono interessato a questo, né a creare nuove gabbie e nuovi addobbi per quelle gabbie. Il mio unico interesse è di rendere gli uomini assolutamente, incondizionatamente liberi.”

Traduzione dall'inglese © curata da Aetos

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Jiddu Krishnamurti nasce l'11 maggio del 1895 a Madanapalle, un villaggio nei pressi di  Madras, una zona dell'India del sud nota per i suoi centri spirituali e religiosi.

Di salute estremamente cagionevole, durante l'infanzia soffrì di diverse malattie che più volte lo portarono vicino alla morte. Il suo nome si deve all'essere stato come Krishna l'ottavo di dieci figli.  Nato sotto ottimi auspici zodiacali, sembrava presentare una sorta di "ritardo mentale" che preoccupava i suoi tutori che cercarono inutilmente di stimolarne l'apprendimento con metodiche non ortodosse, anche violente.

Il suo insegnante, quando in seguito divenuto cultore del suo stesso studente, rimase stupito dalla differenza fra il giovane e stupido studente che rifiutava ogni istruzione e l'adulto intelligente con una sconvolgente conoscenza.

Giunse a dubitare che si trattasse della stessa persona che aveva sottoposto a quelle dure discipline cui rimase comunque refrattario. 

Evidentemente a K. fu evitata la necessità successiva di liberarsi dalla pseudocultura nozionistica del mondo dei nomi e delle forme e quindi fin dall'inizio evitò di assimilarla.

Oltre all'incapacità di apprendimento nozionistico, K. mostrò sempre un fortissima e spiccata mancanza di senso di possesso. Era incapace di possedere qualsiasi cosa e la donava a chiunque vedeva indigenza. 

Nel 1905, dopo la morte della madre, K. si trasferì con l'anziano padre ad Adyar, dove dal 1882 sorgeva la Società Teosofica (fondata in America nel 1875 dalla  Blavatsky e da Olcott). Allora la S.T. era condotta dalla  Besant e da Leadbeater, che presto si convinsero che  K. era destinato ad essere un grandissimo Maestro di rinomanza mondiale.

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“Akash Deep”, 28, Dongersi Road
Mumbai – 400 006 India

The Valley School (KFI)
Bangalore Education center, “Haridvanam”,
17th K.M. Kanakapura Road,
Thatguni Post, Bangalore – 560 062 India
Tel: 011-91-80-843-5240
Fax: 011-91-80-843 5242
e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Sahyadri School
Administrative Officer, Sahyadri School,
Post Tiwai Hill, Tal. Rajgurunagar,
Dist. Pune 410 513
Tel. 011 91 2135 84270/84271/84272
Fax: 011 91 2135 84269
e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Altri Link

The Krishnamurti Centre at Brockwood Park (UK). www.brockwood.org.uk/centre & flp.cs.tu-berlin.de:1895/schools/brockwood.html#centre

Krishnamurti Education Centre of Canada - Swanwick Study Centre. www.islandnet.com/~namurti

Krishnamurti Foundation of America. www.kfa.org
Interesting explorations on the awakening of the human consciousness and on the fundamental subjects of the existence. Krishnamurti is author of "The First and Last Freedom" (his most celebrated book, with foreword by Aldous Huxley), "Commentaries on Living" (well-known three-volume work, selection of conversations with a wide variety of people), "Krishnamurti on Education" (talks and discussions with children and teachers), etc.

Krishnamurti Foundation India. suhep.syr.edu/~qamar/Rajghat/kfiPage.html

Krishnamurti Foundation (UK). www.brockwood.org.uk/kft & flp.cs.tu-berlin.de:1895/schools/brockwood.html#kft

Krishnamurti Information Homepage Berlin (Germany). flp.cs.tu-berlin.de:1895

Fundación Krishnamurti Latinoamericana (Spain and Latin America). www.ddnet.es/krishnamurti

The Philosophy of Jiddu Krishnamurti. www.uni-giessen.de/~gk1415/krishnamurti.htm

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