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Titolo Originale: IL SALVATORE, LA VITTIMA, IL PERSECUTORE.

Sembra il titolo di un film, ed effettivamente nella vita di tutti i giorni moltissime persone inconsapevolmente diventano attori che lo mettono in scena . E' stato scritto nell'infanzia ed i suoi copioni rimangono nell'inconscio esigendo di essere vissuti e rivissuti nella vita adulta. Perché, ci si può domandare, essi vengono ripetuti in modo coatto quando non sono più in funzione della realtà, delle esigenze del presente? Se una persona ha un minimo di intelligenza quando si accorge che il suo comportamento è inadeguato per raggiungere un obiettivo, lo lascia in favore di uno più efficace. Sembra facile! Eppure quante persone intelligenti e colte, medici, avvocati, professori etc. sono condizionate dai copioni della loro infanzia in modo più o meno grave... Anzi è raro trovare una persona perfettamente libera dal comportamento coatto, ossia che sa modulare il proprio agire (ed anche il proprio linguaggio) in rapporto alle necessità del momento. Per lo più ci si illude di star facendo la cosa giusta, in realtà si segue una pista predefinita. Perché? Perché il sistema interno di rappresentazione della realtà chiede di essere eseguito, da esso l'individuo trae le soddisfazioni emotive che gli confermano un senso di identità. " Io sono lo sfigato, io sono un disastro, io sono una vittima, io sono un duro etc. " Qualche esempio tratto dalla realtà può essere illuminante:

 

LA VITTIMA
La signora Maria viene spesso convocata dagli insegnanti di suo figlio per il suo basso rendimento e per gli atteggiamenti disfattisti. Già tra loro c'è chi pensa che il ragazzo esprima un comportamento patologico. Finalmente la signora Maria decide di confidarsi: il figlio vive uno stato drammatico in casa, il padre sovente lo malmena e gli rinfaccia apertamente di non averlo mai voluto e di essergli di peso. Lo stesso trattamento manesco è riservato alla moglie, usata come una serva per far da mangiare, per tenere la casa in ordine e per essere strapazzata a letto... "Povera signora Maria!" Si potrebbe subito esclamare, ed infatti lei è la vittima di una situazione penosa ma fino a quanto non voluta da lei stessa? La signora Maria infine trova modo di colloquiare con uno psicologo il quale le fa presente che la situazione in cui vive può essere modificata. E' sufficiente che si separi e divorzi: perché non si è mai decisa a fare un passo liberatorio? Si scopre perfino che il marito le aveva più volte chiesto di farlo ma lei si era sempre rifiutata promettendogli qualunque cosa pur che lui rimanesse in casa. Anzi la signora Maria rimane offesa dal suggerimento di divorziare o di separarsi. Lei dice di amare suo marito, che il destino ha voluto così. Insomma che per lei non c'è via di uscita. La signora Maria in realtà gode nel sentirsi una vittima, cerca una situazione in cui possa sentirsi perseguitata poiché se si interrompesse non potrebbe più "giocare" in quel ruolo a lei così caro. In una condizione di tranquillità starebbe male. Ed è un caso classico che si presenta quando un paziente è condotto a liberarsi dal suo sistema nevrotico : si sente vuoto e sperduto, ha bisogno di quei vecchi stimoli che lo fanno soffrire, che gli danno un senso emotivo per quanto irrazionale ed incongruente di vita. E può ricadere, come un tossicodipendente. Ma il nostro soggetto rifiuta fin dall'inizio la possibilità di uscire e far uscire il figlio da un inferno. In due ci si fa coraggio e ci si consola a vicenda maledicendo il destino. Nel passato di lei c'è una madre moralista, dove la parola sacrificio suonava come la cosa più preziosa di questo mondo. Un padre violento. Insomma un passato che ritorna nel sistema esistenziale che lei ha ricostruito nel presente e che fa di tutto per mantenere. Il problema non è il marito che funge da persecutore ma lei che ad esso chiede di continuare ad esserlo.

Ci sono vari modi per capire una persona. Per un buon psicologo è sufficiente ascoltare attentamente le forme espressive del soggetto per farsi un'idea dei suoi problemi, e userà con maestria le parole per liberare il suo schema di rappresentazione mentale da impedimenti e deformazioni. Da ogni domanda che gli viene fatta e da ogni risposta sollecitata trae i giusti segnali per le corrette modificazioni. Ma è dal comportamento complessivo che può rintracciare la visione organica che il soggetto ha di se stesso e della vita. Nell'esempio successivo considereremo il quadro comportamentale.

IL PERSECUTORE
Il dottor Flavio, avvocato, passava da una donna all'altra. Le sue relazioni duravano pochi mesi, ed essendo un uomo attraente e ricco non aveva difficoltà a continuare questo suo gioco di seduzione ed abbandono del partner per nuove avventure. Inconsciamente usava sempre questa strategia: una volta colti gli elementi che potevano determinare o già determinavano un atteggiamento di autocommiserazione nel partner egli sapeva sollecitarli ed amplificarli per portarlo a ricercare in lui la comprensione, la sicurezza, il sostegno. Assicuratosi agli occhi dell'altro il ruolo di salvatore assumeva invece quello di persecutore deridendo e motteggiando la vittima di turno. La sofferenza per quest'ultima era assai forte in quanto si era aggrappata a lui come ad un salvatore. Dai conoscenti Flavio era considerato come uomo di satira elegante e dotato di forza e sagacia, ma da altri come un semplice edonista rompicoglioni. Una vera carogna si direbbe, eppure il comportamento del dottor Flavio è determinato dal vissuto infantile, da una madre iperprotettiva che gli faceva "pesare" la sua dipendenza, da un padre affettivamente lontano. Flavio dalla famiglia aveva appreso che nei confronti del prossimo bisognava essere di fatto menefreghisti ma lasciando invece l'immagine di interessarsene amorevolmente. Cosa mai poteva uscire da questa educazione?

Chi è vittima dei ruoli trova "normale" solo il meccanismo perverso della riproduzione dei copioni infantili e la stessa autocritica non sarà mai obiettiva poiché filtrata e guidata da quei meccanismi che finiranno per confermare al soggetto la loro giustezza e che "altro" non c'è. Il caso che segue è un "classico" delle letteratura psicoanalitica.

IL SALVATORE
Il signor Francesco aveva conosciuto la signorina Piera, una giovane bionda attraente, in una serata passata con gli amici. Piera era triste e sconsolata, lui scherzava e cercava di tirarla su d'animo. Si scambiarono i recapiti e cominciarono a frequentarsi. Lei gli confidò il suo triste passato, sola ed abbandonata da tutti, tradita dagli uomini e dalla vita. Francesco finì per essere coinvolto affettivamente e poiché gli piaceva decise di salvarla. Invano tentò di ripresentarle la sua vita in modo diverso , con altri significati ed alternative. Lei continuava a ridipingerla ossessivamente in modo tragico.Tutti i suoi tentativi per farla felice fallirono anche perché si instaurò un gioco fatto di ambiguità. Prima lei lo attraeva in tutti i modi, facendogli capire che ci stava ma all'ultimo momento si ritirava facendo sentire Francesco come un cane a cui gli si offriva l'osso solo per finta. Ed il gioco continuò fino a quando Francesco realizzò che quel che chiedeva Piera in realtà era di essere violentata per confermare a se stessa che tutti gli uomini sono dei mascalzoni. Sensatamente fu lui a ritirarsi in tempo. Chi c'era dunque dietro quel povero personaggio che chiedeva di essere salvato ma in realtà si prendeva gioco degli uomini per avere la conferma psicologica di un pregiudizio? Un padre contro cui si voleva vendicare, ed ogni uomo era per lei l'immagine di quel prototipo maschile. E Francesco? Subiva le illusioni, gli idealismi, le ingenuità adolescenziali, i retaggi di condizionamenti genitoriali irrisolti.

Essere fuori dal gioco della vittima, del salvatore e del persecutore è una necessità realizzativa. Non bisogna per questo generalizzare ed atrofizzare sentimenti legittimi bensì capire contestualmente ogni situazione, distinguere se c'è di mezzo un gioco o una realtà . Offrire un aiuto al prossimo è civilmente ed umanamente nobile, ma ogni atto di generosità deve essere razionale, definito, chiaro per l'altro e per sé stessi. Come un contratto. Se si è "vittime" di una ingiustizia è doveroso impiegare tutti i mezzi legittimi per trovare giustizia perseguendo colui che l'ha compiuta (pure con quel pizzico di cattiveria che dà energia all'azione). Perdonare può significare essere complici dell'ingiustizia. Perdonare si può quando è utile per sé e per l'altro e non presenta rischi. Se una donna perdona il suo violentatore esso continuerà a violentare, se non lei, altre. Se si perdona chi prevarica o chi è disonesto esso continuerà a fare angherie. Ciò non va disgiunto dalla comprensione. Anche Hitler o il cannibale russo che ammazzava e divorava le sue vittime può essere psicologicamente capito ma non per questo giustificato. In qualche caso come il profugo che per pagare le medicine alla figlia aveva rubato quel tanto necessario, si può chiudere un occhio (come ha fatto il giudice). Insomma ci si trova sempre nella vita alle prese con la cosa giusta da fare. Salvare uno scorpione che sta per morire nel buco è follia. Dare a tutti la possibilità di riscatto dai loro errori è doveroso. Si tratta insomma di contestualizzare. Il fine civile è evitare che ci siano vittime ingiuste ed ingiusti persecutori .Ed è per questo che se c'è una cosa che non va salvata è il sentimento compiacente di essere vittime , persecutori o salvatori in quanto altera il senso obiettivo della stessa giustizia.

LE VARIANTI
Lo schema del persecutore, della vittima e del salvatore ovviamente è una semplificazione di situazioni complesse, con diverse variabili, che occorre esaminare da altri punti di vista, dalla psicologia del profondo alla neurolinguistica. Il salvatore esprime il mito dell'eroe che salva il mondo. La vittima incarna il martire innocente che espia i mali dell'umanità. Il persecutore può essere pure lui l'eroe giustiziere che dall'alto della sua missione (in realtà mossa dal subconscio infantile) purifica il mondo magari solo con la lingua (Il suo linguaggio è accusatorio e genitorializzato). I Confini dei tre ruoli o dei tre miti non sono precisi né l'uno esclude l'altro infatti la stessa persona può recitarli nella vita alternativamente seppure nel suo schema personale solo uno alla fine sarà dominante. Il dramma di questa messa in scena esistenziale è che non si svolge in un teatro ma nella realtà quotidiana: dalle follie private di un giustiziere che uccide le prostitute o incendia i boschi (...il fuoco purificatore) agli stermini di massa, alle guerre ideologico-religiose. Il minimo comun denominatore è l'incapacità dei soggetti di rapportarsi con la realtà, di servirsi democraticamente delle istituzioni, delle giuste regole comunitarie (le quali possono sempre essere corrette seguendo modalità legittime) per risolvere i problemi. Non c'è , detto in altri termini, la capacità di dialogare con gli altri e con le istituzioni sociali poiché il referente è il proprio io illusorio, la propria immagine ideale. Seguono un destino percepito come una forza trascendentale ma che in realtà è tracciato da loro stessi, con conseguenze sempre dannose per se e per gli altri in quanto non sorretto dal principio di realtà. La normale vita relazionale, sia da un punto di vista affettivo che strumentale, è dunque alterata ed alla radice c'è un'infanzia rimossa. Soltanto gettando luce in essa è possibile recuperare la dignità della vita ed è un lavoro di cui nessuno può sentirsi esentato, anzi, coloro che dipingono positivamente la propria infanzia spesso l'hanno alterata. Né per questo tutto di essa deve essere visto negativamente. Si tratta solo di arrivare alla radice degli idealismi e delle idealizzazioni, di quei copioni che finiscono per limitare e rovinare l'esistenza.

Nazzareno Venturi

Inviato da Lampo - ML SB- Tratto da http://digilander.libero.it/caravanserraglio/

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