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Per comprendere il percorso dovremmo porci la seguente domanda:
"A quale livello sono io: quello di studente, di discepolo, o di devoto?".

Lo studente inizia un processo di apprendimento con un insegnante qualificato. Impara l’alfabeto, i rudimenti del linguaggio, le prime regole di comportamento. Ma anche nel campo della ricerca spirituale prima o poi dovremo lasciare le "scuole dell’obbligo" e tentare di passare allo stadio successivo.

Diventiamo allora dei discepoli nel tentativo di realizzare il Maestro che è in noi.
Forse è per questo che si dice "il discepolo sta ai piedi del Maestro Tal dei Tale", non di certo dell’insegnante!
Quindi, un discepolo è sotto la cura amorevole di un Maestro, che è un’anima realizzata, non qualcuno che ha un titolo di studio o che è molto erudito in qualche disciplina.
Il maestro può essere definito una persona che ha ‘raggiunto la meta’ da solo, che ha sperimentato tutto quanto dice, che ha vissuto l’esperienza e l’entusiasmo e l’estasi di tutto quanto racconta.

Ramakrishna Paramahamsa fu un autentico maestro e Vivekananda fu il suo degno discepolo. Così Gesù, il Cristo.
Il maestro è colui che ha fatto un’esperienza autentica, che ha una capacità divina ed alla cui cura è affidata la crescita di un discepolo.
Il discepolo però vorrà passare attraverso l’esperienza, perché vuole essere egli stesso il testimone dell’insegnamento. Se è sincero non si baserà su di un’informazione presa a prestito.
Vuole avere la propria esperienza personale e passare attraverso l’emozione e la gioia di conoscere tutto da sé. Un discepolo è colui che desidera ardentemente l'essere autentico, ricerca l’esperienza personale, non semplicemente l’informazione presa a prestito.
Inoltre un discepolo non dipenderà mai dalla propria mente, dalle proprie emozioni, dalle proprie passioni o dalla sua capacità di riepilogare o memorizzare perché imparerà a lavorare a livello del proprio cuore, non tramite la sua mente.
Quando la mente lavora, egli può riepilogare. Quando la mente opera, egli può registrare. Quando la mente funziona, egli si può esprimere.
Al contrario, il cuore è senza parole, silenzioso. Il cuore non può esprimersi e prova solo sensazioni.
Se qualcuno avesse chiesto a Vivekananda: "Swami, come mai sei rimasto così a lungo con Ramakrishna Paramahamsa? Che cosa ti ha fatto diventare un discepolo di Paramahamsa?"
La risposta di Vivekananda sarebbe stata: "Solo il mio cuore lo sa; io non posso dirvelo."
Quindi se noi chiediamo a qualcuno: "Perché segui questo insegnante?" questi potrebbe dire: "Sai, il mio insegnante è molto grande! Ha ricevuto un’infinità di riconoscimenti; Lui è molto stimato."
Egli può darci la causa, la ragione ed i motivi in base ai quali egli è in compagnia di quell’insegnante. Tuttavia, se consideriamo la questione anche da un altro punto di vista, il maestro ha un tale influenza su di noi, ci prende a tal punto che non riusciamo a spiegarlo. Possiamo solo tentare di sperimentarlo.
E’ un sentimento che nasce dal cuore, che non è esprimibile, che non può essere capito razionalmente, al quale non ci si può pensare, che non può essere spiegato, che non può essere valutato, in quanto è incommensurabile ed oltre la mente.
Mentre la relazione tra insegnante e studente è limitata nel tempo la relazione tra Maestro e discepolo non è delimitata nel tempo, è un "contratto" che dura per tutta la vita. Non ha niente a che fare con un’esperienza limitata nel tempo qual è invece la relazione tra insegnante e studente.
Quindi passato e futuro non hanno nulla a che fare con la relazione che intercorre tra Maestro e discepolo, che è una associazione che dura tutta la vita, un legame d’Amore, un viaggio instancabile ed un incessante fluire dell’Amore nell’amore.
Un Maestro può comunicare anche da dentro di noi, parla da dentro di noi, ci dirige dal nostro interno. Egli non è in alcun modo all’esterno, sprona, incita, dispone ed incoraggia. Quindi, un Maestro non è necessariamente esterno; egli è fondamentalmente interiore e ci sostiene.
Il discepolo è totalmente impegnato nel mettere in pratica ciò di cui è venuto a conoscenza, praticando tutte le ipotesi che gli sono state insegnate, tutte le dottrine impartitegli, tutti i vangeli che ha udito, tutte le istruzioni ricevute. Quindi, un discepolo non va alla ricerca della conoscenza o dell’informazione, non corre per biblioteche o dietro ai libri. Un discepolo si guarda sempre dentro. Egli vuole essere pratico, concreto; egli vuole sperimentare e mettere in pratica.
Poi occorre considerare il fatto che non si può cambiare Maestro, poiché il maestro non è intercambiabile, è immutabile.
L’insegnante si può cambiare, ma il Maestro non si può mai cambiare, perché il Maestro apparirà semplicemente in un’altra Forma.
Quindi, il Maestro può assumere innumerevoli forme per venirci in aiuto, per farci arrivare a destinazione. Infine egli dirà apertamente: "Stolto! Sei andato fin là. Ma non sai che Io sono la Forma stessa alla quale tu sei andato."
Occorre ancora considerare che mentre uno studente non può stare in costante compagnia dell’insegnante, un discepolo passa tutto il tempo possibile in compagnia del suo Maestro.

Quindi la domanda "A quale livello sono io?" è molto importante.
Sono nella posizione di studente, ho voglia di leggere e memorizzare? Me ne vado ancora in giro in posti differenti? Sono un studente, che fa affidamento sulle informazioni prese a prestito? Sono uno studente che impara tutto basandosi sul sentito dire o su materiale scritto?
Poi, da studente, dovrei crescere ed arrivare al livello di discepolo: dovrei realizzare il Maestro che è in me; dovrei parlare per come mi suggerisce il cuore, tenendomi sempre in costante contatto col cuore. Dovrei rivolgermi verso il mio interno, mettendo in pratica tutto quanto mi è stato insegnato e passando la maggior parte del tempo possibile in compagnia del Maestro.

Il devoto: raggiungere lo stadio di unità
L’ultimo livello è quello del devoto, il viaggio finale, la meta ultima.
Come studente si è separati. Questa è la relazione definita ‘duale’ .
Come discepolo, ci si avvicina al Maestro. È la relazione ‘non-duale qualificata’.
Poi arriviamo al devoto ed alla relazione tra il devoto e Dio.
La relazione fra il devoto e Dio è ‘non-duale’.
In questa relazione non c’è nulla che sia come essere col Maestro o con l’insegnante. Il devoto è Uno con il Maestro. Oppure si può dire che egli si identifica totalmente col Maestro. Lui ed il Maestro sono Uno e la stessa cosa.
Perché? Il pensiero costante e la meditazione costante sul Maestro lo renderanno una cosa sola col Maestro stesso.
Brahmavit Brahmaina Bhavati: "Colui che conosce il Brahman diventa il Brahman Stesso."
Quindi, contemplando costantemente il Maestro, il discepolo diventa il Maestro. Anche fisicamente diventa simile al Maestro. Bharatha assomigliava molto a Ramachandra, perché pensava costantemente a Lui. Similmente la relazione di un devoto richiede che noi diventiamo simili al Maestro.
Questa pratica, questo tipo di cura o di sviluppo delle caratteristiche del Maestro è necessaria per diventare maestri di se stessi. Ci vuole l’identificazione totale con Lui: questa è la relazione ‘non-duale’, il livello finale.
Qui l’informazione è originale: prajnana brahma, la vera consapevolezza.
Adesso noi siamo quella consapevolezza. Che cosa intendiamo per consapevolezza? Non si tratta della vista di una scena; siamo noi il vedente, colui che vede. Non è l’ascolto del suono; siamo noi l’ascoltatore. Non è la lingua che gusta; siamo noi lo spirito dietro quel gusto.
E’ la corrente elettrica che scorre dentro le molte lampadine.
Noi siamo il vedente dietro l’occhio, l’ascoltatore dietro l’orecchio, l’alimentatore, il Residente, il Sé o lo Spirito, o l’Atma.

Infine sebbene la mente ci abbia resi studenti ed il cuore discepoli, in verità noi non siamo né la mente né il cuore. Siamo la consapevolezza stessa: "Quello Tu Sei", Tat Twam Asi.
Il rapporto con il Guru, colui che ci conduce aldilà, non è limitato nel tempo né può dirsi che duri tutta la vita. Esso trascende i limiti di tempo e spazio, non ha limiti. Continua di vita in vita.
"Siamo tutti delle vecchie conoscenze!"
L’ultimo passo è quando accadrà che noi percepiremo di essere Lui: "Io sono Brahman. Io sono Dio," il livello di Aham Brahmasmi.
Se noi diciamo "noi siamo Dio" significa che noi e Dio siamo separati poiché c’è ancora una lieve implicazione di separazione a causa delle due differenti parole ‘noi’ e ‘Dio’.
Se io dico, ‘Io sono Brahman’, ‘io’ e ‘Brahman’ sono sottilmente separati.
Ecco perché si dice: "Io sono Io", come espressione dell’"ultima esperienza" del devoto.
Infatti se io dico: ‘io sono Dio’, significa che io sono qui, Dio è là ed io sono Quello (Dio che è là).
Ma in definitiva non è questo o quello. Neti neti (non questo non quello)
"Io sono io" esprime meglio il livello finale di cui il devoto farà prima o poi esperienza.
La domanda "a quale livello sono io?" è importante ma la risposta è lasciata ad ognuno di noi che da solo deve trovarla. Fa parte del processo di trasformazione, della nostra evoluzione.
E’ un processo di cambiamento, di passaggio da un livello all’altro. Rimanere alle scuole dell'obbligo oppure andare all'università o acquisire ancora delle "specializzazioni" particolari è come rimanere al livello di un frutto acerbo.
Se vogliamo fare esperienza del frutto maturo e dolce della realizzazione del Sé dovremo trasformarci da bocciolo in fiore, e il fiore un giorno diventerà un frutto maturo.
Se non lo farà non ci sarà un ulteriore sviluppo, non ci sarà metamorfosi.
Non dobbiamo comunque crearci problemi o sentirci insoddisfatti se siamo semplici studenti, né essere frustrati se siamo discepoli e sappiamo di poter solo aspirare al livello di devoto perchè un giorno sia lo studente che il discepolo diventeranno devoti.

Sky - ML SB

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