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Avadhūtagītā sutra 2, 48, 58, Cap I

(Tratto da Avadhūtagītā, di Dattātreya, commento di Bodhananda, Ed. I Pitagorici, sutra 2, 48, 58, Cap I)

2. Come saluterò l’Essere senza forma, indivisibile, propizio e immutabile che riempie col suo Sé tutto questo e anche il sé con il suo Sé?

L’insegnamento tradizionale non appartiene ad alcuno, non essendo il prodotto di uno o più intelletti; è la semplice e incontrovertibile testimonianza di una conoscenza propria della Realtà assoluta, che ognuno può cogliere attraverso un processo realizzativo di consapevolezza. L’insegnamento di un Filosofo tradizionale o Conoscitore è una semplice testimonianza di sé stesso, senza alcuna speculazione, interpretazione o inferenza, è non duale. Egli testimonia sé stesso, un Sé privo di connotazioni individuate; è per questo che Dattātreya, in luogo di porgere il saluto1, si interroga sul come porgerlo. Dattātreya è considerato un avatāra di Viṣṇu, per gli Indù un’incarnazione del Principio divino di preservazione. Il Divino, secondo la tradizione non duale, è l’espressione della Realtà assoluta e, attraverso la sua Grazia, l’aspirante prende coscienza del proprio stato di indigenza e ignoranza metafisica (avidyā).

«Se lo pensi come Intelligenza o Dio, egli [l’Assoluto] è da più.»2

L’avadhuta è uno sthitaprajñā, colui che ha realizzato stabilmente la pienezza del Sé, pertanto può considerare solo lo stesso Assoluto come Maestro, ma Quello non può essere adorato né ringraziato.

48. Il Sè non diventa certamente puro con lo yoga in otto parti né diventa puro con la distruzione della mente né lo diventa con le istruzioni di un Maestro. Egli stesso è verità e illuminazione.

La purificazione che molte scuole propongono per raggiungere la realizzazione, non modifica o migliora in alcuna maniera il Sè. La realizzazione del Sè non è l'effetto di un cambiamento, di una serie di azioni o artifizi che modifichino qualcosa. Non esiste un Sè che necessiti di purificazione per essere realizzato. Il Sè o atman è ugualmente identico alla Realtà assoluta che pertanto non è migliorabile, modificabile o comunicabile.

Non esistono segreti, incantesimi o mantra che una volta bisbigliati sottovoce da un Maestro diano la realizzazione a chiunque li ascolti o li ripeta; altrimenti sarebbero false tutte le sacre scritture del mondo, poiché ognuna sostiene la propria veracità, ma nessuna ha mai comportato realizzazioni di massa, dopo il loro semplice ascolto o lettura. Ugualmente, dove sono coloro che si sono realizzati attraverso lo yoga o la meditazione? Milioni di persone praticano queste tecniche, seguono dei corsi, pagano degli istruttori, ma quanti di costoro si sono realizzati? E quanti di coloro che lo dichiarano lo sono realmente, invece di cercare solo riscontri materiali o psichici?

58. Non c’è necessità di conoscenza, ragionamento, samādhi, spazio, tempo e insegnamento di Maestro. Io sono naturalmente Conoscenza perfetta, Realtà come il cielo, spontanea e stabile.

La consapevolezza della Realtà non può essere desunta dall’istruzione di un Maestro o dallo stesso insegnamento tradizionale o upadeśa, questi sono solo ausili che indirizzano l’aspirante verso l’autoconoscenza, che può essere solo diretta e non mediata dalla mente, da uno scritto, da un Maestro. La verità non è una nozione acquisibile da qualche parte, né può essere un possesso o una proprietà, una congettura, la creazione di una mente.

Accade talvolta che l’ente che abbia esperito per identità lo stato supremo, non ne abbia coscienza. Il suo stato è così elevato che la mente, ricondotta alla semplice funzione di strumento, non può concepirlo nemmeno. Così può succedere che un ente abbia conseguito la realizzazione non duale e non lo sappia. Egli non sa che lo stato che vive come essere è quanto viene chiamato dalla tradizione come Suprema Realtà o Sé. Non avendo più percezione di divisione, vive l’intera manifestazione come realtà e quindi non concepisce una non-conoscenza diretta, una divisione. Essendo conoscenza lui stesso, non può concepire l’ignoranza ma nemmeno la conoscenza. Alcuni sostengono che questo implichi la coesistenza insieme di ignoranza e conoscenza, e così sarebbe se la conoscenza fosse indiretta, ossia se fosse conoscenza di qualcosa, ma così non è perché la conoscenza della Realtà assoluta è di identità, come l’aria in un vaso che, essendo contenuta, può conoscersi indirettamente attraverso la percezione del vaso e, rotto il vaso, potrà conoscersi solo per identità, avendo perso la limitazione, ma allora non si potrà più parlare di ignoranza o conoscenza.

«Il conoscitore della Realtà assoluta (Brahman), diviene Realtà assoluta (Brahman).»3

La sofferenza della mente, di fronte al dissolvimento della separazione, ha portato qualche aspirante ad individuare in essa il nemico da sconfiggere. Molti interpretano le esortazioni tradizionali a controllarla, come se essa potesse essere controllata direttamente dall’ente. Questo è impossibile perché il mezzo attraverso cui effettuare il controllo è la mente stessa. La mente è il movimento dei pensieri e non si può imporre la quiete dove è il movimento. Ogni movimento, se non alimentato, è destinato all’immobilità, una volta esaurita l’inerzia; così la tradizione indirizza proprio a questo, a sospendere l’alimentazione del movimento stesso; affinché, non più alimentata, la mente possa essere ricondotta al suo stato naturale di quiete. Solo da questo punto di vista, possiamo considerare la mente lo strumento attraverso cui è possibile la realizzazione.

«Le anime individuali si servono del loro impulso intellettuale nel ritornare all’essere dal quale ebbero origine.»4

1Kaṭha Upaniṣad, 1.2.12.

2Plotino, Enneiadi, VI, 9, 6

3Muṇḍaka Upaniṣad 3.2.9.

4Plotino, Enneiadi, IV, 8, 4.

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