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Avadhūtagītā sutra 12, 17, 18, 20, Cap. IV

(Tratto da Avadhūtagītā, di Dattātreya, commento di Bodhananda, Ed. I Pitagorici, sutra 12, 17, 18, 20, Cap. IV, pag 172-178)

12. Non sono né corporeo né incorporeo, non ho intuizione, né mente né sensi. Come potrei parlare di attaccamento e non attaccamento? La mia forma è svanita e sono libero da ogni male.

I termini usati per descrivere lo stato realizzativo dell’avadhūta hanno la funzione di trasferire all’aspirante qualificato la descrizione, con parole comprensibili, dell’incomprensibile (agrāhya), invisibile (aḍṛṣta), inoperante (avyavahārya), indefinibile (alakaa), impensabile (acintya) e indescrivibile (avyapadeśya).1

«Non è possibile comprendere il nome di una cosa senza sapere che cosa sia quella cosa.»2

Qualsiasi definizione, facendo riferimento alle categorie mentali dell’uditore, è di per sé incorretta, come è incorretto qualsiasi concetto o illazione su uno stato che può essere solo esperito per identità. Ugualmente occorre che l’aspirante faccia attenzione quando si formi delle opinioni su questi argomenti, perché queste sono comunque delle proiezioni illusorie.

«È impossibile avere delle opinioni, visto che tutte le cose o le conosciamo o non le conosciamo.»3

D’altra parte è difficile per la mente non formarsi delle opinioni, per questo occorre che l’aspirante sia consapevole che le proprie opinioni non solo non sono vere perché non esperite in una conoscenza diretta, ma deve essere pronto a lasciarle cadere alla prima possibilità. Occorre ricordare che è difficile basare un’azione su quanto non si conosce attraverso una diretta realizzazione.

«Non si cade in errore su ciò che non si conosce, purché si sappia di non saperlo. Gli errori nell’agire dipendono da questa ignoranza, ossia dal fatto che, non sapendo, si crede di sapere. Coloro che sbagliano, non sono sicuramente quelli che sanno. E poiché non sono né quelli che sanno, né, tra gli ignoranti, quelli che sanno di non sapere, quali altri potranno rimanere se non coloro che non sanno, ma credono di sapere? Pertanto, questa ignoranza è causa di mali ed è una biasimevole insipienza. E quando riguarda i valori più alti è ancor più dannosa e turpe.»4

Per meglio approfondire questo discorso, osserviamo come queste stesse note possano condurre in errore: all’inizio di questa chiosa al dodicesimo sūtra abbiamo usato per comodità di linguaggio esplicativo queste parole “lo stato realizzativo dell’avadhūta”, in realtà il chiamarlo “stato” è già un’imprecisione filosofica, perché il termine “stato” ne implica altri e si postula l’esistenza di tale “stato” come alternativa o sostituzione di questi. Occorre comprendere che la realizzazione non implica alcuna alterazione della coscienza di sé, anzi è la piena identità con questa coscienza.

Gli stati di alterazione possono presentarsi qualora ci sia una realizzazione inizialmente non stabilizzata, ossia quando il jīva non è totalmente scomparso nell’ātman e quindi si ha una sorta di oscillazione che determina un continuo nascere e morire all’individualità, ciò viene percepito dall’esterno come una alterazione di coscienza (si pensi ai lunghi anni di Rāmana Mahārṣi, quando la sua percezione corporea andava e veniva), mentre dall’interno questo stato può essere vissuto con sofferenza se è l’aspetto individuato a prevalere, e con distacco (vairāgya) se è l’aspetto universale a dominare. La difficoltà dell’uso del linguaggio non deve far ritenere che la realizzazione sia uno degli stati che l’ente umano può vivere nel corso della sua vita; non è uno fra gli stati; non è uno stato. La Realizzazione può essere intuita come lo status proprio del puro Essere; in quanto tale essa è il sostrato a qualsiasi ente. «Noi siamo piante non terrestri, ma celesti.»5

17. Per me non c’è sonno né veglia. Non pratico mai né la concentrazione né i mudrā. Per me non c’è né notte né giorno. Come potrei parlare di stato relativo o trascendente? La mia forma è svanita e sono libero da ogni male.

Alcuni ritengono che la conoscenza del Sé, o Realizzazione, sia un qualcosa che si possa ottenere attraverso una qualche tecnica corporea o mentale, altri ancora sperano che ci sia una formula magica o un qualche mistero che, una volta conosciuto (possibilmente grazie ad un libro segreto o un Maestro che sveli delle sacre parole), dia l’immediata realizzazione. In realtà, non essendoci alcunché da raggiungere, nulla da trovare, nulla che già non si sia, è erroneo parlare anche solo di conseguimento o di stato relativo contrapposto ad uno trascendente. Proprio perché in grado di parlare e muoverci, noi siamo lo stato trascendente, solo che “ci piace” vederlo relativo, e questo stesso piacere è dato dall’avidyā. Questa capacità di poter vedere e creare il relativo, ci potrebbe far comprendere che esso è non reale, mentre è la nostra natura ad essere reale.

18. Sappi che io sono libero da tutto e da ciò che compone il tutto. In me non c’è né illusione né libertà dall’illusione. Come potrei parlare del rituale delle prehiere del mattino e della sera? La mia forma è svanita e sono libero da ogni male.

Quando l’ente è uno con il Brahman Nirguna (Brahman senza attributi), è libero da ogni “cosa”. Il termine nirguna (senza attributi), indica lo stato indifferenziato dell’essere che corrisponde alla Realtà assoluta che è in ultima istanza la natura ultima e prima dell’ente. Quando l’ente è identificato al Brahman Saguna (Brahman con attributi) è uno con ogni “cosa”. Si dice che quest’ultimo stato sia ancora uno stato limitativo, relativo pur se universale, poiché l’indifferenziazione è assente.

Nonostante la difficoltà, un aspirante cercherà comunque di comprendere attraverso le proprie categorie morali, verificando se i suoi comportamenti si attengono alle discipline codificate per il raggiungimento supremo. Dattātreya sostiene che nemmeno tutte le discipline del mondo (japa, preghiera, meditazione, carità, studio delle scritture e vari tipi di sacrifici) potranno mai condurre qualcuno alla realizzazione, proprio perché necessitano di un soggetto per essere svolte, mentre, affinché avvenga la realizzazione suprema, deve svanire proprio quel soggetto egoico che le pratiche possono invece rafforzare. Le discipline possono essere azioni preparatorie, possono servire a favorire un buon futuro, possono portare un maggior benessere, ma nessuna di queste potrà mai condurre alla realizzazione, perché questa non è un’azione né può essere la conseguenza di una azione, è solo pura consapevolezza non duale in sé.

20. Non sono né ignorante né erudito. Per me non c’è silenzio né assenza di silenzio. Come potrei argomentare a favore o contro? La mia forma è svanita e sono libero da ogni male.

Nell’avadhūta non ci sono ricordi, non c’è erudizione, né egli parla perché ha memorizzato dei testi. Non c’è ignoranza perché vivendo la conoscenza diretta di Sé e non esistendo alcuna differenziazione nel Sé, viene detto saggio. Un saggio che non si cura del superfluo, del relativo, dell’apparenza. Ugualmente ogni argomento viene visto nella sua integralità senza alcuna posizione da sostenere o imporre.

Nel relativo ogni proposizione ha un punto di vista da cui può essere sostenuta e, non essendoci alcuna dipendenza morale, ogni evento non è né da accettare né da rifiutare. Vediamo come i più grandi avadhūta raramente si siano preoccupati di rispettare le consuetudini sociali dei propri tempi, quando è giunto il momento del puro fluire nel sensibile. La legge morale viene valicata, ma non infranta, per favorire nell’aspirante la comprensione dell’inconsistenza dei fenomeni. Queste leggi raramente rispondono ai bisogni dell’aspirante che abbia l’istanza di valicare i limiti del sensibile, mentre un avadhūta è “tenuto a rispondere” a chi gli si accosta con intento puro, aperto e disponibile all’autoconoscenza. Le modalità di risposta possono variare di scuola in scuola, di avadhūta in avadhūta.

1 Cfr. Mandukya Upanisad, VII.

2 Platone, Teeteto, 147, B.

3 Platone, Teeteto, 188, C.

4 Platone, Alcibiade maggiore, 117D-118A.

5 Platone, Timeo, 90 A.

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