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Avadhūtagītā sutra 2, 3, 5, Cap V

(Tratto da Avadhūtagītā, di Dattātreya, commento di Bodhananda, Ed. I Pitagorici, sutra 2, 3, 5, Cap V, pag 187-194)

2) Le scritture, con i detti quali “Tu sei quello” dimostrano che in verità sei Quello e che sei privo di sovrapposizioni ed uguale in tutto. Allora perché ti affliggi nella mente, tu che sei l'identico in tutto?

La metafisica realizzativa non segue alcuna continuità temporale, perché non rappresenta un’evoluzione del pensiero; è l’esposizione, lungo diverse coordinate spazio-temporali e linguistiche, della medesima visione-realizzazione di Realtà.

Alcuni culti si fondano su testi sacri che, espressione diretta del volere divino o del fondatore, rappresentano l’ultima e unica ratio per ogni dubbio; in ambito non duale, non esiste un’autorità ultima, ogni scritto è compendio e chiosa di altri, in aggiunta senza contrapposizione.

Le lucide e sintetiche testimonianze metafisiche attribuite a Gauḍapāda e Śaṅkara possono solo completarsi con la totalità espressa da Platone e l’accuratezza di Plotino narrataci da Porfirio.

Gli scritti di un Filosofo realizzato, un avadhūta, un Buddha, un Cristo, uno sthitaprajñā sono considerati un indirizzo ad una verità trascendente e, pur vertendo sulla Realtà assoluta, codificano anche delle linee etiche di approccio. Non sono opera dell’intelletto, ma testimonianza dell’identità metafisica con l’assoluta Realtà (Jìva-brahma-aikya) dei Realizzati. Testimonianza che non è interpretazione, non è prodotto di brillanti congetture, non è un’articolata costruzione. È come se, in un remoto passato, qualcuno avesse fotografato il reame della Realtà assoluta, lasciandone copia (con gli strumenti linguistici e scientifici dell’epoca). Altri hanno poi fotografato o dipinto il medesimo paesaggio, lasciando altre testimonianze. La tradizione non duale è l’insieme di queste fotografie, nessuna delle quali contraddice le precedenti. Rsi, avadhūta, Jivanmukta, avatāra, jñāni, bodhisattva, sthitaprajñā, illuminato, realizzato... sono tutti termini che indicano quell’ente che, sciolta l’individuazione o, addirittura, nato senza questa, testimonia la veracità dell’insegnamento tradizionale (upadeśa) nel mondo, con umiltà, uomo in un mondo di uomini: la Realtà assoluta è la natura innata dell’uomo, il fenomeno è una contingenza impermanente.

La grandezza del vero Realizzato è tale che in passato è stato equiparato all’ideale divino in un corpo umano. Nella devozione dei seguaci, gli aspetti eroici e fantastici sono prevalsi sull’insegnamento tradizionale e sulla sua dimensione umana, nonostante che quest’ultima sia imprescindibile dalla manifestazione di un avadhūta.

Il Sé lo si realizza o non lo si realizza; non ci sono mezzi termini o vie di mezzo e, un perfetto realizzato, un siddha, potrà essere di riferimento ad altri futuri avadhūta. Negli ultimi due secoli pochi sono stati indicati, in India, come avadhūta: Śrī Rāmakṛṣṇa, Śrī Rāmana Mahārsi, Śrī Candraśekhara Bhāratī, Śrī Candraśekharendra Sarasvatī, Śrī Vijayendra Sarasvatī, Śrī Ṣirdi Sai Baba, Śrī Satya Sai Baba. Di questi, alcuni sono considerati degli avatāra, ossia degli enti privi di ogni individuazione sin dalla nascita e che si sono risvegliati al Sé senza alcuna pratica spirituale.

I testi tradizionali non sono tali perché considerati emanazione del Divino o oggetto di devozione nei secoli, ma perché altri, che hanno raggiunto e realizzato la Realtà assoluta da questi descritta, li hanno confermati lasciando le loro testimonianze in forma di chiosa, commento o nota.

Secondo la tradizione non duale, il Sé non è un concetto lontano, un luogo interiore o esteriore ma è la reale natura degli esseri umani. L’anelito, l’ascolto, la riflessione, la meditazione sul Sé, quale parte della disciplina spirituale, possono condurre al risveglio della propria natura. La semplice frase: “Tu sei Quello” o quella che Dattàtreya ripete trenta volte:

“kimu rodiṣi mānasi sarva-samam” (kimu = perché; rodiṣi = piangi; mānasi = mente; sarva-samam = [dal momento che sei] lo stesso Brahman?) servono come seme meditativo al risveglio.

Non si può raggiungere ciò che già si è, si può solo smettere di credere di essere ciò che non si è.

3) Se tu, identico in tutto, sei privo di alto e basso, se tu, identico in tutto, sei privo di interno ed esterno, se tu, identico in tutto, sei privo del senso di unità, perché dunque, avendo l’identità in tutto, ti affliggi nella mente?

Lo stato dell’avadhūta non è diverso dalla natura di ogni ente, anzi è l’umano più umano dell’umano. Si parla di trascendenza (alto) e relatività (basso), perché il linguaggio si fonda sulla differenziazione tra soggetto e oggetto, quindi necessita la diversità; in realtà nello stato del jìvanmukta non c’è la separazione, non ci sono il trascendente e il relativo. Un cieco toccando la gamba di un elefante lo descrive in termini di tronco, solidità al suolo, colonna, circonferenza, mentre il cieco che tocchi le orecchie ne parlerà in termini di sottigliezza, spessore, larghezza. Solo colui che vede l’elefante nella sua interezza, non parlerà delle parti ma dell’intero (sarva) di cui vedrà la funzionalità, l’interdipendenza e l’inseparabilità (la totalità delle potenzialità).

Ugualmente la pura consapevolezza del Sé non è definibile in un piano esistenziale, né nella sua trascendenza, perché questa necessita del piano formale per essere concepita.

Dal punto di vista del Sé (volendo per paradosso e per assurdo considerare l’esistenza di un tale punto di vista), non c’è separazione fra quelli che, nel relativo, definiamo i diversi piani. Le sfere fisica, emotiva e mentale mostrano diversi livelli di realtà solo nel relativo; nella visione totale e onnicomprensiva del Sé, esse hanno la consistenza di un velo etereo, visibile o non visibile secondo la visione coscienziale che l’avadhūta assume.

Ricordando che, a proposito del Sé, non si può parlare nemmeno di unità, in quanto essa implica la pluralità, occorre sottolineare che, quando si parla di velo, apparenza, etc. non si afferma che i vari piani di esistenza siano non esistenti, ma semplicemente che sono contingenti, ossia regolati da leggi di movimento, di mutamento, di relazione; in tal caso sarà più opportuno parlare di livelli di manifestazione. Questo perché non può venire in esistenza, anche apparente, qualcosa che non è.

«Non si potrà mai fare che siano le cose che non sono» (Parmenide)

[….]

5) Non c’è conoscenza o ignoranza né contemplazione. Non c’è spazio o assenza di spazio né contemplazione. Non c’è tempo o assenza di tempo né contemplazione. Perché dunque, tu che sei l’identico in tutto, ti affliggi nell’animo?

Si sostiene che, per superare l’ignoranza e conseguire la conoscenza del Sé, occorra la contemplazione. Ma se solo il Sé è in esistenza, non possono esistere né l’ignoranza né la conoscenza o, a maggior ragione, colui che possa praticare la concentrazione per superarle e, quindi, giungere alla contemplazione.

Questo punto suscita parecchie perplessità: se non c’è alcuna realizzazione da conseguire, in quanto ogni essere è già il Sé, se nessuna azione può determinare la realizzazione del Sé, se non esiste il libero arbitrio a cosa serve la testimonianza della Tradizione e come ci si può risvegliare al Sé?

Molti di coloro che affermano di praticare l’Advaita o che si considerano degli advaitin, praticano diverse discipline spirituali nel tentativo di conseguire la realizzazione, nonostante l’Advaita neghi questa possibilità. Le discipline spirituali servono solitamente allo sviluppo di potenzialità latenti nell’individuo (siddhi) o al miglioramento delle possibilità presenti e future (karma).

La realizzazione non è insieme una scelta e una possibilità; Sankara nel Vivekacudàmani afferma:

«I più rari presupposti [per la liberazione] sono tre e sono dovuti all’influsso del grande Signore: la nascita in un corpo umano, l’ardente volontà di liberazione, la protezione di un Saggio già realizzato.»1

Il processo realizzativo non è un processo di azione, ma è un processo di terminazione dell’azione, è un processo non processo, non codificabile nello svolgimento, non identificabile nella vita di un ente, anche se se ne possono trarre delle tracce generali; a queste, la dottrina Vedānta fa riferimento. In realtà è la vita stessa dell’ente il processo realizzativo o, se vogliamo e se crediamo, più vite dell’ente:

«Questo tipo di liberazione perfetta è il risultato di meriti accumulati nel corso di innumerevoli nascite»2

Dato che ogni azione, ogni aspetto volitivo è comunque l’effetto di azioni precedenti, vediamo come non ci sia spazio per una azione che possa liberare l’ente verso il Sé. È altresì vero che, essendo la nostra la natura dello stesso Sé, non c’è un solo momento in cui noi non potremmo risvegliarci al Sé. E solo questione di esaurire il mondo interiore dei desideri (kāma), delle opinioni (mata), delle sovrapposizioni (upādhi). Per certi versi è il caso del cane che si morde la coda... occorrerebbe percorrere la disciplina spirituale senza aspettative, senza motivazioni, senza traguardi, ma questo non è facile. Un’azione si compie esclusivamente perché è dharmica, perché è in armonia con il nostro ruolo nel mondo.

1Śaṅkara, Vivekacūḍāmani, 3. Edizioni Āśram Vidyā.

2Śaṅkara, Vivekacūḍāmani, 2. Edizioni Āśram Vidyā.

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