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L'ascensione dell'Eros filosofico

L'ascensione dell'Eros filosofico.

Il demone Amore è stato generato da Penìa e da Pòros nel giorno natale di Afrodite, per cui Amore ha doppia natura: da una parte è povero, indigente, mancante, dall'altra è amante della conoscenza, è audace, per cui è in mezzo tra ignoranza e conoscenza.

Ecco come Platone descrive Eros:

«Prima di tutto è povero, ed è tutt'altro che bello e delicato, come ritengono i più. Invece è duro e ispido, scalzo e senza casa, si sdraia sempre per terra senza coperte, e dorme all'aperto davanti alle porte o in mezzo alla strada e, poiché ha la natura della madre, sempre accompagnato da povertà. Per ciò che riceve dal padre, invece, egli è insidiatore dei belli e dei buoni, è coraggioso, audace, impetuoso, straordinario cacciatore, intento sempre a tramare intrighi, appassionato di saggezza, pieno di risorse, ricercatore di sapienza per tutta la vita, straordinario incantatore, sofista. E per sua natura non è né mortale né immortale, ma, in uno stesso giorno, talora fiorisce e vive, quando riesce nei suoi espedienti, talora, invece, muore, ma poi torna in vita, a causa della natura del padre... Inoltre sta in mezzo tra sapienza e ignoranza.» (Simposio, 203 c,d,e Platone)

Penia (dal verbo penomai = lavorare, faticare, essere bisognoso, darsi da fare per) è l'espressione di chi è privato di qualcosa, di chi è preso da una preoccupazione, inquietudine da cui ci si vuole liberare; è quella mancanza che sospinge alla consapevolezza di colmare la carenza. Poros è, invece, l'espressione di chi ha facoltà di sapere: poron è connesso al verbo perao che significa passare attraverso o per, traversare, andare al di là di. Poros implica anche mezzo per passare un fiume, guado, passaggio (latino: vadum); esso dà l'idea di essere il mezzo conoscitivo mediante cui dalla povertà spirituale si può giungere alla ricchezza del puro conoscere ed essere.

Eros riveste dunque un duplice aspetto: è si privato di qualcosa, quindi è caduto in povertà, ma nello stesso tempo è colui che può traghettare di là dal sensibile carente per incontrare il sovrasensibile la cui natura è l'abbondanza.

Simbolicamente potremmo dire che Penia rappresenta il sensibile povero e bisognoso e Poros l'intelligibile pieno di abbondanza e ricchezza. Se l'Amore filosofico culmina nell'identità col Bello supremo, esso può partire anche dal gradino più basso. Platone espone così una scala ascensiva che rappresenta le tappe iniziatiche nei Misteri d'Amore.

Ecco questa meravigliosa ascensione della dialettica d'Amore come appare nel Convito:

«Sino a questo grado nei Misteri d'Amore, Socrate, forse avresti potuto iniziarti da te. Ma nelle dottrine perfette e contemplative, alle quali, ove si proceda rettamente, quelle finora esposte servono di preparazione, non so se ne saresti capace. Te le esporrò dunque io, e non tralascerò di metterci tutta la mia buona volontà; e tu cerca di seguirmi, se ti riesce.

Chi vuole incamminarsi per la via dritta a questa impresa, deve da giovane andare verso i bei corpi, e dapprima, se chi lo guida lo guida dirittamente, amare un sol corpo e generare in esso discorsi belli; e poi intendere che la bellezza in un qualunque corpo è sorella della bellezza d'un altro corpo; e se convien perseguire ciò che è bello d'aspetto, sarebbe una grande stoltezza non stimare che una sola e identica sia la bellezza in tutti i corpi. E inteso che abbia questo, divenire amante di tutti i bei corpi, e calmare quei suoi ardori per uno solo, spregiandoli e tenendoli a vile.

E in seguito reputare che la bellezza delle anime sia maggior pregio che la bellezza del corpo, sicché, ove uno sia bello d'animo, quand'anche poco leggiadro, se ne contenti e lo ami e ne prenda cura e partorisca e cerchi ragionamenti siffatti che valgan a rendere migliori i giovani, affinché sia di poi costretto a considerare il bello che è nelle istituzioni e nelle leggi, e riconoscere che esso è tutto congenere a sé, e si persuada così che il bello corporeo non è che piccola cosa.

E dopo le istituzioni (la sua guida), lo conduca più in alto, alle scienze, perché veda la bellezza delle scienze e, mirando all'ampia distesa del bello, non più estasiandosi come uno schiavo davanti alla bellezza d'una singola cosa, d'un giovanetto o d'un uomo o di una istituzione sola, né, come un servo, sia più un'abietta e meschina persona, ma volto al gran mare della bellezza, e contemplandolo, partorisca molti e belli e magnifici ragionamenti e pensieri in un amore sconfinato di sapienza, fino a che, in questo rinvigorito e cresciuto, non s'elevi alla visione di quell'unica scienza, che è scienza di cosiffatta bellezza. E ora, continuava, aguzza l'occhio della mente quanto più puoi. Giacché colui che sia stato educato fin qui alle cose amorose, contemplando a grado a grado e rettamente il bello, pervenuto al termine della via d'amore scorgerà d'improvviso una bellezza di sua natura stupenda, e precisamente quella, o Socrate, per la quale si erano avuti tutti i travagli precedenti, quella che innanzi tutto è eterna, che non diviene e non perisce, non cresce e non scema, e, ancora, che non è bella per un verso e brutta per un altro, né a volte no e a volte si, né bella rispetto a una cosa e brutta rispetto a un'altra, né qui bella e lì brutta, o bella per alcuni e brutta per altri.

Né, per di più, la bellezza prenderà ai suoi occhi la forma come di un volto o di una mano o d'alcunchè di corporeo, né d'un discorso o d'una scienza o di qualcosa che sia in un altro, in un animale, poniamo, o in terra o in cielo o dove che sia; ma gli apparirà qual è in sé, uniforme sempre a sé medesima; e mentre tutte le altre cose belle, partecipando solo di essa, sono soggette al nascere e perire, essa non diviene punto né maggiore né minore, e non soffre nulla. E quando alcuno per aver rettamente amato i fanciulli, sollevandosi dalle cose di quaggiù, prenda a contemplare quella bellezza, allora può dirsi che abbia quasi toccato la meta. Perché questo appunto è, sulla via d'amore, il modo di procedere o esser guidato dirittamente da un altro: movendo dalle belle persone di quaggiù ascendere via via sempre più in alto, attratto dalla bellezza di lassù, quasi montandovi per una scala, da un bel corpo a due, e da due a tutti e bei corpi, e dai bei corpi alle belle istituzioni e dalle istituzioni alle belle scienze per finire dalle scienze a quella scienza che non è scienza se non di Bellezza appunto; e pervenuto a termine, conosca ciò che è il Bello in sé.

Questo, mio caro Socrate, se altro mai, diceva l'ospite di Mantinea, è il momento della vita degno per un uomo d'esser vissuto, allorché egli può contemplare la Bellezza in sé. Ed essa, ove mai tu la veda, non ti parrà comparabile né con oro né con vesti né con bei fanciulli e giovanetti, al cospetto dei quali rimani ora sgomento e sei pronto tu e molti altri, guardando codesti vostri amati, a stare con loro, se fosse possibile, sempre, e a non mangiare né bere, ma soltanto a contemplarli e a conviverci. Che cosa si dovrebbe pensare, allora, se a qualcuno riuscisse di vedere il Bello in sé, schietto, puro, sincero, non infarcito di carni umane e di colori e di tante altre vanità mortali, ma potesse scorgere quella divina Bellezza in sé medesima e uniforme? Credi tu che sia una vita da tenere a vile quella di chi possa guardare colà e contemplare con l'intelletto quella Bellezza e starci con essa?

O non pensi, disse, che quivi soltanto, a lui che vede la Bellezza per mezzo di ciò per cui essa è visibile, verrà fatto di partorire, non immagini di virtù, perché non è in contatto con immagini, ma virtù vera, perché in contatto col vero? e che, avendo generato e nutrito virtù vera, a lui solo è concesso di divenir caro agli dei, e anche, se altri mai fu tale al mondo, immortale?

Eccovi, Fedro e voi altri, quel che diceva Diotima, e io ne fui persuaso; e, persuaso, mi adopero a persuadere anche gli altri: che per procacciare alla natura umana un tanto acquisto, non si può facilmente trovare un collaboratore più valido di Eros. E perciò appunto affermo che ogni uomo ha l'obbligo di rendere onore a Eros, e io stesso onoro e coltivo in modo speciale le discipline amorose e vi esorto gli altri; ora e sempre, per quanto è in me, encomio la possanza e la fortezza di Eros.» (Convivio, 210-212, Platone)

Eros è, dunque, l'anelito filosofico, l'amore per il sovrasensibile capace di far rispuntare le ali all'Anima caduta nella schiavitù del desiderio sensibile. Esso è il traghettatore filosofico che dal sensibile può condurci all'intelligibile; è solo un mezzo che, preso in se stesso, non è né ignoranza né conoscenza, né mortale ma neanche immortale, è dunque un sentiero, una via da percorrere, ma una via che può condurci al termine del viaggio … «e pervenuto a termine, conosca ciò che è Bello in sé.»

«Dicci, dunque, di che tipo sia la forza di questa dialettica, e in quali generi si divide e quali siano le sue vie. Queste vie, se non erro, dovrebbero essere quelle che conducono là dove chi giunge troverà riposo del cammino e fine del viaggio.» (Politéia, 532 e, Platone)

Platone, lungi dal prospettare una filosofia fine a se stessa che si conclude in una sterilità senza via d'uscita, propone un sentiero o, meglio, più sentieri, secondo la natura dell'ente, che conducono al riposo dell'Anima (la pax profunda dei Rosacroce) e la fine del viaggio filosofico.

«Ma chi è fresco d'Iniziazione, chi è pieno delle visioni avute, allorché veda un volto divino o una forma corporea, imitazione felice della vera Bellezza, dapprima prova un brivido ed è assalito dagli sgomenti di un tempo, dipoi la contempla e la venera come un nume; se non temesse di passare per un forsennato, farebbe al diletto fanciullo come all'immagine di un Dio o al Dio stesso. Al vederlo, quasi preso dal tremito febbrile, si trasmuta nell'aspetto, si copre di sudore, prova un ardore insolito, giacché nell'accogliere attraverso gli occhi l'efflusso, si riscalda d'un calore, onde si ristora la natura delle ali, e per effetto di esso si fonde l'involucro che copriva I germogli e che da tempo induritosi ne impediva lo sviluppo. Quindi, penetrandovi il nutrimento, il gambo delle penne si gonfia e tenta di spuntare dalla radice di sotto a tutta l'Anima, perché questa era tutta un tempo alata.» (Fedro, 251, Platone)

Ecco, ancora, come il neoplatonico Plotino propone l'ascesa dell'Eros:

«E come vi si può giungere? Può giungere colui che è di sua natura amante, colui che davvero, per costituzione, originariamente, ha vocazione alla filosofia: amante com'è, egli soffre i dolori del parto di fronte alla bellezza e nonché tenersi soddisfatto della bellezza corporea, s'invola, al contrario, da questa verso la varia bellezza dell'anima: virtù, scienze, costumi, consuetudini; e di qui sale ancora una volta in alto a ciò che lo precede fino a giungere in fondo a quel termine primordiale che è Bello di per sé stesso; quivi, si, una volta che sia giunto, può placare il suo travaglio, ma prima giammai.

Ma in qual modo eseguirà la sua ascesa? E donde gli verrà la forza e quale dottrina ispirerà e guiderà questo suo Eros?

Questa: la nostra bellezza terrena che fiorisce nei corpi è solo un'aggiunta che viene ai corpi stessi dal di fuori, poiché queste forme corporee sono nei corpi come su di una materia; pertanto il sostrato si cambia e da bello si fa brutto; dunque, conclude questa dottrina, essi son belli solo per partecipazione.

Ora, che è mai quello che rende bello il corpo? Per un verso, è la presenza della bellezza, per un altro verso è l'anima, la quale ha plasmato e infuso in lui questa determinata forma. Ma l'anima è poi una cosa bella di per sé stessa? No, perché allora non si darebbe il caso che l'una sia assennata e bella, l'altra stolta e brutta. In grazia della saggezza, dunque, entra il bello nell'anima. E chi è colui che dona saggezza all'anima? Lo Spirito necessariamente. Ma lo Spirito, o via, del vero Spirito, non si può ammettere che a volte sia Spirito a volte non-Spirito; per conseguenza, esso è Bello di per sé stesso. Pure, occorre fermarsi qui, allo Spirito, come se fosse Lui il primo, oppure occorre andare al di là dello Spirito? Ma solo nella nostra prospettiva umana, lo Spirito sta innanzi al principio primordiale e, quasi al vestibolo del Bene, serra in sé il messaggio dell'universo; egli è, per così dire, un sigillo di lui impresso piuttosto nella pluralità, mentre egli persevera assolutamente nell'unità.» (Plotino, Enneiadi, V, 9, II)

In riguardo a questi due sentieri, Conoscenza e Amore, bisogna ancora ribadire: l'Amore e la Conoscenza sono mezzi, sono ponti, strumenti e intermediari per risolvere la dualità: nel primo caso Amante-Amato, nel secondo Conoscente-Conosciuto. Se sono mezzi, occorre fare attenzione perché possono essere indirizzati in modo sbagliato, possono anche essere, come abbiamo accennato precedentemente, degradati, quindi male usati. E la prova ce la offre il mondo degli uomini ove appunto vediamo strumenti operativi degradati in vari modi e sotto molteplici aspetti.

Scrive Leon Robin:

 

«L'Amore è un'essenza intermediaria fra il mortale e l'immortale, fra gli uomini e gli Dei e, poiché l'Anima ha vissuto in mezzo alle Idee, è lo sforzo continuo dell'Anima per ritrovare ciò che un tempo ha amato e che non cessa mai di essere amabile...L'Amore non è forse proprio il mezzo per mettere in relazione il sensibile e l'Intelligibile, un dono che proviene dall'Intelligibile, uno sforzo che parte dal sensibile?...Se l'Amore è un intermediario con l'aiuto del quale possiamo riconciliare il sensibile e l'Intelligibile, il fenomeno e l'Idea, è chiaro che le tappe di questa mediazione saranno, inversamente, i termini medi della Partecipazione...

Fra il sensibile e l'Intelligibile non v'è dunque una rottura completa; non v'è neppure identificazione del primo col secondo, e credo che si commetterebbe un grave errore facendo della dottrina platonica un monismo idealistico. Ma fra l'uno e l'altro esiste tutta una serie di intermediari, e l'Amore sembra essere giustamente un'espressione simbolica di questa concezione. Platone ha avuto l'intuizione del metodo sintetico: per lui lo sforzo del pensiero deve tendere a conciliare gli opposti; la dottrina dell'Amore non è forse, come abbiamo visto, una delle soluzioni del problema dei contrari? Possiamo anzi dire che essa ne è precisamente la soluzione concreta e pratica.»

(Léon Robin, La teoria platonica dell’amore)

Se l'Amore e la Conoscenza sono mezzi, allora, in quanto tali, bisogna saperli dirigere verso l'oggetto giusto, diversamente si può avere un errore di direzione che può essere fatale. Insistiamo su questi due punti:

1) i mezzi possono essere degradati, male usati e impoveriti;

2) l'oggetto verso cui l'Amore e la Conoscenza vengono diretti può essere sbagliato.

In entrambi i casi, e spesso avviene persino che i due si uniscano, l'ente o l'Amante e il Conoscente cadono nel conflitto e nel dolore. Se teniamo a mente queste cose, allora possiamo riconoscere che l'Amore è uno strumento operativo, un ponte che unifica l'Amante con l'Amato. E' una forza, un potente magnete che risolve la distanza esistente, appunto, tra l'Amante e l'Amato. L'Amante ha avuto la temerarietà, dice Plotino, l'ardire di separarsi dall'Amato, fino a disconoscere la sua stessa paternità. L'individuo, privato della fonte prima del vivere e dell'esistere, si è trovato in caduta divenendo ovviamente assetato dell'unità perduta, del Bello in sé. Inoltre, perso l'Amore che solo sa concedersi, l'ente si è costretto nelle brame, nei desideri, nelle appropriazioni onde poter appagare una sete d'Amore che invece è di ordine metafisico. Così abbassato, precipitato, l'Amante è divenuto irrequieto, in cerca disperata dell'oggetto d'Amore perduto. Ma, avendo obliato la giusta forza che unifica e fonde e il giusto oggetto d'Amore, ha dovuto, per sopravvivere, trasformare l'Amore donante in desiderio acquisitivo e l'oggetto vero d'Amore nell'oggetto che vive nel mondo delle ombre (mito della caverna). In altri termini, l'Amore si è trasformato in egotismo, in forza centripeta costringente e imprigionante.

L'unità, invece di realizzarla sul piano dell'Intelligibile, l'ente-amante decaduto ha voluto trovarla sul piano del contingente, dell'effimero, sul piano del sensibile. Questa sete-desiderio di prendere, afferrare, d'impossessarsi per vivere, portando conflitto e smarrimento, lo conduce gradualmente a ricercare il vero Amore e il vero oggetto d'Amore, vale a dire l'Amato giusto.

È a questo punto che l'ente lo si può chiamare vero Amante. È a questo punto che lo si può iniziare ai Misteri d'Amore, secondo le parole di Diotima, perché ormai è convinto che il mondo delle ombre, il mondo del divenire non può dare la soluzione del dualismo Amante-Amato. Il riconoscimento di questo fatto sospinge a un rivolgimento di valori, di mete, di rapporti, di oggetti che può portare ulteriore turbamento e smarrimento; ma è solo una fase preliminare e inevitabile perché l'ente, per quanto abbia potuto capire, non ha ancora compreso.

Con la contemplazione-meditazione e con l'aiuto che può ricevere dall'estremo, incomincia a scoprire il vero Amore quale medium risolutore della frattura creatasi a causa della sua temerarietà. Allora l'Amore si accende e l'Amante riconosce che esso è un fuoco potente, grandioso, bello, che tende a sciogliere l'ostacolo di divisione. Riconosce che l'Amore libera la coscienza, identificata con l'individualità egoistica (il prodotto della scissura), per fonderla e restituirla all'Amato.

L'Amante, in definitiva, riconosce che la sua volontà e la sua stessa vita non sono sue, sono un prestito che deve restituire all'Amato. Una scintilla del Fuoco universale non ha, né può avere, vita propria o desideri propri, essendo solo una semplice propaggine del Fuoco universale dell'Essere e del sommo Bene. Sentirsi separati dall'Amato è illusorio, anzi l'Amore nasce proprio per riunificare la scintilla transfuga e temeraria con l'Amato fuoco universale. Il Dèmone Amore rappresenta il più gran dono dato all'Amante errabondo per ritrovare la fonte del suo essere e consistere. Così, l'Amore è sete di unità, di compiutezza integrale, di pienezza che offre la beatitudine dell'essere tutt'uno con l'Amato.

Leon Robin scrive, confrontando l'opinione con l'Amore:

«Mentre l'opinione è in un certo senso un intermediario fisso, imprigionato fra gli estremi dell'ignoranza, che necessariamente supera, e della scienza, che non raggiunge mai, restando sempre al di sopra dell'una e al di sotto dell'altra, l'Amore, al contrario, è di tale natura che tende a unire realmente gli estremi e a conciliarli l'uno con l'altro. Inoltre esso è ciò che l'opinione non è, poiché costituisce di per sé stesso un metodo, cioè una transizione nel senso proprio del termine, un passaggio, un movimento verso una meta alla quale giunge pur restando quello che è. È per questo che l'Amore verrà chiamato giustamente filosofico, nei termini stessi dell'analisi del 5° libro della Politeia. L'opinione è cosa ben diversa: non si potrebbe infatti, come sappiamo, trasformarla attraverso l'istruzione senza che diventi un'altra cosa, senza che faccia posto alla scienza che ne è l'opposto. La sintesi dei contrari che realizza l'Amore è dunque una vera sintesi.» (Lèon Robin, ibid)

Il vero Amore, dunque, porta alla propria casa; se per un atto di volontà e temerarietà ci si è distaccati dal proprio ostello, per la magia del grande Dèmone Amore si fa ritorno a esso. L'Amore è morte di sé perché non è desiderio di sé. L'Amante deve perdersi completamente per offrirsi nella sua totale nudità.

«Io cerco Te, io amo Te, io sono Te» questo è il grido dell'Amante che finalmente rivolge lo sguardo non più al mondo delle ombre e delle copie, ma al mondo della Bellezza, e delle pure Idee. Per perdersi nell'Amato occorre che l'Amante comprenda lo stato di essere dell'Amato, in modo che possa gradatamente vibrare sulla stessa nota. È una questione di sensibilità al contatto, di Accordo, di Bellezza, di commensura con l'Amato Bene.

«Ora, se l'Amore è un mezzo per tornare verso la Realtà assoluta, sembra che esso debba avere lo stesso ruolo di esercizio d'apprendimento della morte: l'Amore è una specie di morte di cui gli Dei ci accordano la grazia nel corso stesso della nostra esistenza mortale e in vista della nostra immortalità.» (Ibid)

Se la passione sensoriale - degradazione dell'Amore filosofico - è cieca e intemperante perché non comprende, è centripeta perché desidera e gode della sua proprietà, l'Amore filosofico è saggezza, è comprensione perché si dirige verso l'oggetto giusto, verso quel mondo sovrasensibile che libera l'Amante filosofo dal conflitto della dualità del sensibile.

Se il desiderio-passione è un fuoco fatuo che brucia le facoltà più alte dell'ente, l'Amore è un Fuoco vivo e ristoratore che rende combusto il complesso individuato imprigionante, causa di smarrimento e divisione. Amore è morte dell'io separato e temerario; il desiderio-passione rappresenta la vita dell'io fenomenico, il suo alimento. L'Amore non può albergare in un cuore non purificato, come l'Amato universale non può essere trovato contemplando esclusivamente il mondo dei corpi, delle ombre, dei nomi, delle forme, dei composti.

Se l'Amore rende infuocati per l'Amato, la Conoscenza è Luce che illumina l'intelletto in modo da diradare la nebbia dell'ignoranza.

L'Amore è calore, la Conoscenza è luce; l'Amore è il coagulo di tutte le potenze rivolte verso l'Amato principiale; la Conoscenza è l'accensione della luce che rischiara la camera oscura della coscienza.

L'Amore fonde, la Conoscenza scioglie il nodo dell'Ignoranza, vale a dire dell'ignoranza metafisica. L'Amore è una calamita, la Conoscenza è un faro, un riflettore che risolve le tenebre, l'oscurità del non-conoscere.

La Conoscenza svela l'oggetto del conoscere e lo porta in emergenza dalla potenzialità in cui si trova, l'Amore fa in modo che l'Amante venga attratto dall'Amato; l'Amore attrae, la Conoscenza rivela, scopre, rende brillanti tutte le cose. Il Conoscitore vive di tensione dialettica meditativa, l'Amante vive di tensione magnetica.

Anche la Conoscenza che ha perduto il vero oggetto del conoscere, si degrada e diventa acquisizione di dati fenomenici, diventa quantità di opinioni perdendosi nel molteplice e nel differenziato. La conoscenza degradata porta all'inflazione quantistica di dati, di nozioni fino a un punto in cui l'intelletto diventa ottenebrato, confuso, dubbioso, incerto. Il conflitto del Conoscente deriva proprio dal dubbio, dall'incertezza del Reale, dalla precarietà del suo conoscere, dalla confusione mentale che avvilisce, stordisce e rende incompiuti e incompresi. Il conflitto dell'Amante deriva dall'estrema irrequietezza dell'animo di non trovare l'oggetto del suo Amore. L'Amante è irrequieto fino a essere frustrato, il Conoscente è avvilito perché confuso, perché ignora, perché gli sfugge la luce e l'oggetto del conoscere.

Sia il Conoscente che l'Amante cercano dapprima nel mondo dei fenomeni, del sensibile, delle ombre, dell'effimero; poi, stanchi di non trovare, dirigono l'attenzione altrove e incontrano la Conoscenza e l'Amore che possono la prima svelare il Conosciuto e il secondo ritrovare l'Amato.

Se agli inizi hanno usato l'uno l'erudizione quantistica dei fenomeni cangianti, che non porta catarsi, ascesi e pienezza, e l'altro il desiderio-passione imprigionante e fuorviante, poi, dopo insuccessi e conflitti, arrivano a captare le note superiori, e non degradate, della vera Conoscenza e dell'Amore risolvente, noetico e unificante.

Si confrontino l'ascensione mediante la dialettica (mito della caverna) e l'ascensione mediante l'Amore (mito di Eros). La dialettica, nei suoi vari gradi, ci eleva all'Idea del Bene; l'Amore, nei suoi vari gradi, ci eleva all'Idea del Bello.

E come l'ascensione mediante la dialettica conduce all'Iniziazione filosofica, così l'ascensione mediante Eros conduce all'Iniziazione amorosa. Nel Simposio si parla dell'Iniziazione d'Amore che consiste nel portare progressivamente l'Anima fino alla epopteia (epopteia, la più alta Iniziazione nei Misteri).

«...il senso preciso degli sviluppi poetici del Fedro è che, grazie all'Amore, opera proprio del filosofo, l'Anima ritorna verso le Idee, e questo ritorno consiste nel riconoscimento dell'Universale sostanzializzato, nella riduzione della molteplicità delle sensazioni all'unità dell'Idea.» (Ibid)

E come la Conoscenza è reminiscenza di realtà sovrasensibili, così l'Amore è condizione di reminiscenza dell'Unità e del Bello divino.

Amore e Conoscenza rappresentano una moneta a due facce, perché Platone intende Conoscenza noetica o intellettiva (noesis, intellezione pura e non dianoia, mente discorsiva) e Amore intellettivo noetico (amor intellectualis) e non amore sensoriale, emotivo e sentimentale. L'Amante deve pur sempre essere filosofo, se vuole esperire l' “Amor platonico”.

Sul piano dell'effimero o della sfera del sensibile e del fenomenico le due note degradate si contrastano e si offendono; sul piano dell'eterno le due note, divenute Conoscenza e Amore filosofici, si integrano e si fondono.

L'Amante non guidato dalla Conoscenza svilisce e mortifica l'Amore e l'Amato; il Conoscente non guidato dall'Amore verso il vero oggetto di conoscenza degrada la Conoscenza e lo stesso Conosciuto. Diremo che il semplice sforzo eruditivo come l'accecante desiderio-passione non portano all'Essere, al mondo delle Idee.

L'erudizione porta all'orgoglio di sé, la Conoscenza rende poveri perché offre la ricchezza del supremo Bene; il desiderio-passione è intemperante e si vende per avere, l'Amore filosofico si offre per Essere.

Eros e logos, più che escludersi, sono avvinti; anzi l'Eros, in Platone, è la forza che rende viva la stessa dialettica. Eros è amore del Bello, e la mistica platonica dell'Amore è una mistica filosofica di Bellezza.

«Platone è uno dei filosofi della Bellezza e del Bello in sé, inteso nel senso più ampio del termine.» (Michele Sciacca).

Il Bello non è, secondo Platone, un'idea particolare come tante altre, ma è

un'Idea universale e fondamentale che sovrasta tutte le altre idee; epperò sia il Bello sia l'Amore sono subordinati al principio supremo che è il Bene.

Diremo che il Bene si palesa come Idea del Bello e dell'Amore. Ne consegue che l'Amore intelligibile è essenzialmente un canale in cui si fondono la forza magnetica vitale e la potenza conoscitiva, canale atto a svelarci la bellezza dell'Ordine, del Cosmos. Dobbiamo riconoscere che da tutta la filosofia di Platone emerge pur sempre, come abbiamo dimostrato, il Dèmone dell'Amore e della Bellezza.

L'Idea del Bello e dello Splendore ci porta a un tipo di meditazione-contemplazione senza forma (per il Vedanta, meditazione arupa: senza forma). Ciò implica che essa ci conduce non solo fuori di ogni stato individuato, ma anche fuori di ogni stato formale del manifesto universale. Il Bello in sé è essenza pura priva di qualunque sovrapposizione velante; un corpo, a qualunque dimensione e grado possa appartenere, è pur sempre un velo posto sull'essenza.

Scrive ancora Leon Robin:

«L'Amore come lo concepisce Platone ha infatti la caratteristica di essere contemporaneamente un principio motore e un principio di conoscenza, di riunire in sé il fare e il sapere... L'Amore è la tendenza attiva verso l'Idea, è lo sforzo entusiasta verso la scienza e verso la virtù.

Se si vuole comprendere in che senso l'Amore può essere considerato identico all'insegnamento della virtù, dice il Brochard, basta riflettere sul fatto che non è soltanto attraverso formule astratte, aride dimostrazioni e processi puramente discorsivi che ci si eleva alla virtù. Se non altro, la dialettica deve essere attiva e viva, il ragionamento deve essere accompagnato dal calore che anima e vivifica l'Anima, dalla convinzione che persuade, dall'entusiasmo che trascina e dall'ispirazione che illumina.

L'Amore è filosofo: ciò significa che vi è in lui una certa intuizione di quella sapienza di cui è privo, e il desiderio di ottenerla; ma significa altresì che esso tende essenzialmente a realizzare questa stessa sapienza in maniera concreta, sia nella persona dell'Amante che l'Amore ha condotto verso il Dio da cui dipende, sia nella persona dell'Amato, in cui si sforza di produrre un'immagine del suo divino modello.

...La teoria dell'Amore è una delle forme più caratteristiche di quello spirito sintetico che anima la filosofia di Platone... In quanto tale, è possibile che la teoria dell'Amore abbia assunto nel sistema un posto ancora più importante di quello che i testi ci autorizzano ad assegnarle. Platone tendeva forse a vedere nell'Amore la legge universale che anima tutto il reale, fa vivere la natura e muove l'anima del mondo, che riunisce nell'Intelletto l'Intelligibile e il sensibile, che opera nel mondo ideale la mescolanza dei Generi e, infine, tutti li riporta e, per così dire, li sospende al Bene, sotto il suo triplice aspetto della Proporzione, della Bellezza e della Verità. Una sintesi incessantemente rinnovata dei contrari, regolata intellettualmente e perfino matematicamente in vista del Bello, del Vero e del Bene, ecco ciò che sarebbe l'Amore platonico.» (Léon Robin, op.citata)

«...Ebbene, se è questo che desiderate, io voglio rifondervi e riplasmarvi in un'unica natura, sicché di due diventiate uno... ma crederebbe d'aver udito precisamente quello che egli desiderava da tanto tempo: di sentirsi unito e fuso con l'amato, e divenuto di due un essere solo... E la ragione è appunto questa: che tale era in origine la nostra natura, e che eravamo interi.
Ebbene, al desiderio e alla caccia dell'intero si dà nome di Amore. Prima, dunque, come dico, eravamo uno, ma ora per la nostra nequizia siamo stati separati...» (Convito, 192, 193, Platone)

Qui Platone espone il mito del divino Androgino o Ermafrodito, mito che appartiene a tutte le Tradizioni iniziatiche.

Un tempo eravamo un intero, vale a dire che avevamo in noi la doppia polarità maschio-femmina, ma poi avvenne una scissura; da qui anche la separazione dei sessi e la ricerca affannosa del ricongiungimento e della riconquista dell'intero. Questo intero è lo stato coscienziale delle origini, non tanto nel senso storicistico, quanto nel senso ontologico. Ci fu un tempo, quindi, in cui l'ente era una totalità, un essere assoluto, un'unità (quindi non spezzato, non diviso, non duale), e l'assolutezza dell'essere implica immortalità.

La condizione duale, per contro, corrisponde al mortale e conflittuale; essa è di chi non trova in sé ma in altro la propria esistenzialità e il proprio consistere. E questo stato Platone, come la Tradizione misterica e iniziatica, lo fa corrispondere a quello naturale e primordiale dell'uomo. Anche nella Bibbia troviamo che Adamo, scindendosi o polarizzandosi in Eva, viene allontanato dall'Albero della Vita, cioè viene a obliterare la propria immortalità. L'unione del maschio e della femmina, del positivo e del negativo rappresenta la tensione, lo slancio e l'anelito a ritrovarsi unità, corrisponde al simbolo vivente di una realtà metafisica.

Secondo W. Wili, « La via di Eros e quella degli Orfici è la stessa. È quel sentiero che dalla condizione di Mystes porta all'Epoptes, colui che contempla, colui che ha aperto gli occhi (lo Svegliato della Tradizione orientale), è il sentiero che dai mysteria conduce agli anakalypteria.»

Così il mito esplica le tappe dell'Iniziazione, lo svelamento progressivo di un segreto fondamentale.

(Tratto da Iniziazione alla Filosofia di Platone, Raphael, pag 109-128; Ed. Asram Vidya)

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