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Realizzazione e conforto psicologico

Sono molti quelli che si accostano allo yoga, a organizzazioni o scuole iniziatiche, alla spiritualità in genere, alla realizzazione o liberazione, ma, se si osserva attentamente, si puó constatare che fra i postulanti vi é un pódi confusione.
Coloro che si dedicano alla ricerca spirituale dovrebbero chiedersi prima di tutto che cosa veramente cercano o vogliono, che cosa poi chiede loro lo yoga o la realizzazione e poi, ancora, quale gruppo, organizzazione, istruttore, ecc., puó essere adatto alla propria posizione coscienziale.

Esamineremo adesso, fra le tante, alcune opinioni che vanno prese naturalmente per quelle che sono: semplici opinioni. Alcuni pensano che la Realizzazione debba comportare una maggiore espansione dell' "io empirico"; si sente persino dire che quel determinato personaggio si è realizzato perchè ha soddisfatto gran parte delle sue esigenze egoiche. Così, un individuo di fama a livello economico, politico, artistico, culturale, ecc., viene considerato un realizzato. In altri termini, e in questo caso, vengono completamente rovesciati il significato e il valore della realizzazione.
Altri credono che il solo fatto di frequentare una chiesa, un gruppo esoterico, yoga, ecc., o di appartenervi implichi l'avere già il diritto di sedere "al desco degli Dei", contrapponendosi anche al resto dell'umanità.
Altri ancora ritengono che seguire in modo pedissequo e fanatico un gruppo, un Maestro o Guru significhi trovarsi già sull' "altra sponda" o aver valicato l' "abisso".
Vi sono poi gli autodidatti che non sopportano di avere una guida, un istruttore, per cui si affogano nelle letture diventando degli eruditi ma credendosi già iniziati, persino Maestri capaci di guidare coscienze in risveglio.
Queste categorie di persone (con altre ancora) ovviamente sono - potremmo dire - d'intonazione "profana", hanno poco o niente di aspirazione al "Sacro" perché presentano in modo evidente l'errore di fondo in cui si dibattono.
V'é anche una categoria di aspiranti alla ricerca spirituale che senza dubbio "aspirano" veramente e innocentemente, ma ancora sono preda di energie rajasiche a vari livelli. Sono persone dispersive, vanno di qua e di là per soddisfare esigenze manasiche, passano da un guru all'altro; fanno viaggi pensando che la verità, la realizzazione o la liberazione si trovi fuori di sè; sono comunque in buona fede.

Abbiamo quelli che per anni frequentano un gruppo, ma tengono un comportamento passivo, senza passare - diremo - nel discepolato attivo, autoconsapevole e ben orientato, per cui l'intero gruppo é costretto a trascinarseli dietro, quasi di peso.
Altri ancora, per quanto ben intenzionati, sono limitati da un karma abbastanza pesante che li rende stressati e privi di energia.
Alcuni hanno un comportamento e un accostamento troppo emotivo, con tutte le conseguenze che tale energia duale comporta.

Vi sono dei neofiti che cercano enfaticamente un Maestro, ma solo per farsi dire quello che loro desiderano, e quando ció non avviene possono anche reagire. L'io vuole sempre - come vedremo più in là - gratificazione e consensi.
Altri arrivano ai ricatti: fanno lo yoga, l'ascesi o seguono la spiritualità a condizione di ottenere salute, prosperità economica, professionale, buon matrimonio se si va in cerca di famiglia, aggiustamento dei conflitti familiari, ecc., e ció con motivazioni consce o inconsce.
Non parleremo ovviamente di quanti sanno perfettamente quello che vogliono, dove e chi cercare; a costoro non occorrono né stimoli né molte parole, sono già pronti e ben direzionati.

Ma chiediamoci: cosa vuol dire realizzazione? Che cosa significa liberazione e da cosa dovremmo liberarci? Che cosa significa essere un Iniziato? Sono molti oggi - ad esempio - a fare lo yoga, ma potremmo domandarci: che cosa vuol dire fare lo yoga? Che cosa vuole da noi lo yoga? E quanti tipi di yoga ci sono? Un buon aspirante, postulante o iniziando che dir si voglia dovrebbe documentarsi, avere una pur minima panoramica delle varie correnti spirituali per non trovarsi un giorno deluso, disperdendo energie preziose, e cominciare ad avere un giusto rapporto con la realizzazione.

Per rispondere a queste domande dovremo iniziare a indicare prima di tutto qual é la costituzione dell'ente, o persona, nella sua totalità secondo la visione yoga, iniziatica e anche religiosa, diversamente certi concetti rimarranno sempre sfumati e imprecisi. Ció vale ancor più per il tipo prettamente occidentale, o di "coscienza occidentale", che puó non avere una visione chiara di parole, concetti, eventi che sono fuori dal suo contesto culturale. L'Occidente é impregnato da tempo della dottrina cristiana conciliare i cui valori sono peculiarmente religiosi e i cui contenuti sono: Dio-persona o Padre, grazia, fede, peccato, penitenza, obbedienza, sacramenti, dualità Creatore-creatura, demonio, inferno, salvezza, Cristo Gesù, ecc. Questi sono concetti chiave da cui neanche un ateo o un materialista è libero, per quanto possa pensare di esserlo.

Concetti come quelli di realizzazione o liberazione sono oltre la visione spirituale occidentale e i più non possono fare a meno di accostarli alla dimensione religiosa. Ancora, alcuni Maestri orientali parlano anche di conoscenza come mezzo di liberazione, ma anche questa visione è aliena all'occidentale religioso, perché per il cristiano cattolico i mezzi salvifici sono la fede, le opere e la Grazia, mentre per il protestante è la sola fede. Abbiamo voluto dare qualche accenno - anche se ridotto - per dimostrare che spesso ci si accosta a cose di cui non si conosce totalmente l'implicanza.

Ora, riprendendo il tema sopra accennato, possiamo asserire che tutte le Tradizioni dell'Oriente e dell'Occidente iniziatico postulano che l'ente é la sintesi di Spirito, Anima e Corpo (per parlare in termini religiosi, vedi San Paolo); di nous, psichè e soma, secondo la Tradizione dell'antica Grecia; di ātman, jīvātman e ahamkāra, per parlare in termini Vedanta, e potremmo menzionarne altre; ma rimarremmo su questi stessi principi, cambierebbero solo i nomi.
Il nous-ātman è la scintilla divina in noi, é della natura dell'Essere Supremo; la psiché-jīvātman è l'anima o il mediatore tra lo Spirito puro e il soma; infine l'ahamkāra rappresenta la parte soggettiva dell'ente, l'io-corpo-soma. Tali principi, o stati di coscienza, per quanto possano esprimersi su tutti i piani esistenziali, hanno nondimeno un loro punto di riferimento - se ci è consentito dire - spaziale, una loro particolare influenza su determinate sfere vitali.
A questo punto dovremmo anche menzionare - secondo la Tradizione iniziatica unica e universale, perché in fondo v'è solo una Tradizione con diversi rami di adattamento alle esigenze dei vari popoli - queste sfere esistenziali su cui si dispiega la vita dell'Ente. Prenderemo in considerazione la visione Vedanta.

L'ātman é fuori del tempo-spazio-causa, è lo "stato" metafisico puro dell'ente; il jīvātman opera principalmente su due piani esistenziali: brahmaloka e hiraṇyaloka; l'ahamkāra (principio dell'individuazione) opera sul manavaloka, kamaloka e pṛthiviloka.
Il brahmaloka (loka = luogo, stato, dimora) é la dimora di Brahma, dell'Essere persona, del Dio dell'intera manifestazione; hiraṇyaloka é il luogo o stato coscienziale, degli Dei, é il mondo intelligibile; il manavaloka corrisponde al "terzo cielo" di cui parla San Paolo ed é caratterizzato dal processo pensativo per quanto ci troviamo già in uno stato individuato anche se é il più elevato a cui l'individuazione possa accedere; il kamaloka è il luogo o stato di coscienza dei desideri insoddisfatti, delle passioni; il pṛthiviloka é la sfera della terra, piano corporeo, grossolano che conosciamo tramite i cinque sensi, mentre gli altri piani sono superfisici o - come vengono denominati - sottili. A seconda delle qualità (guna) che esprime, l'ente si dirige verso l'una o l'altra sfera, per cui la sua via sarà Devayāna o Pitṛyāna. Possiamo riproporre il tutto in questo quadro dimostrativo:

Il manas e il kāma possono essere sintetizzati perchè dove si trova uno si trova l'altro; si parla infatti di kāma-manas per esprimere lo stato mentale-sensoriale. Posto così il problema, per comprendere che cosa implichi la realizzazione-liberazione e cosa voglia da noi dovremo, a questo punto, capire un'altra cosa molto importante che é il fondamento e lo scopo, appunto, del processo realizzativo.
Se parliamo di realizzazione o di liberazione vuol dire che qualche cosa in noi non è realizzata, non é compiuta o si trova in schiavitù. Dovremo perció capire che cosa è in noi che è in schiavitù o in stato di non-compiutezza.
Diciamo subito che il jīvātman-anima-psiché é un semplice riflesso coscienziale dell'ātman atemporale, e l'ahamkāra é, a sua volta, un riflesso del jīvātman. L'ahamkāra, riflesso di un riflesso, si é "scisso", ha affievolito il suo contatto con la sua controparte universale per cui si é particolarizzato, individuato credendosi assoluto quando invece non é altro, come abbiamo visto, che il riflesso di un riflesso.
Per precisare meglio, diremo che l'ahamkāra, in quanto tale, é solo "il senso dell'io", "ció che genera l'io", é un punto di riferimento; é quando si identifica con un suo corpo-veicolo e con le qualità di questo che si esprime come "io sono questo e non altro".

Asmitā (io sono), secondo il Rāja-yoga di Patanjali, é l'identità o il fondersi della coscienza col potere della cognizione o qualità dei veicoli-corpi di manifestazione.
Quando ció avviene si ha un un "io sono questo" contrapposto ad un altro "io sono questo", con conseguente oblio della propria controparte divina. In questo contesto si é operata una scissura, il cordone ombelicale si è "allentato" fino al punto in cui si é costituita l'individualità separata. Con l'individuazione abbiamo così il trionfo dell' "io sono io" e "tu sei tu"; io sono questo corpo e tu sei quel corpo diverso dal mio; si é, in altri termini, assolutizzato un relativo, diremo meglio un'apparenza.

Le religioni parlano di "caduta", la stessa religione cristiana ci dice che noi siamo Angeli decaduti; Adamo, mangiando il frutto dell'Albero del bene-male, é "caduto" nel dualismo io-tu; Platone parla della "caduta" dell'anima nella generazione per cui occorre ridarle le ali e farla volare verso il mondo intelligibile, che é la sua vera patria.
"Il mio Regno non é di questo mondo" dice Gesù. Il Vedanta dice che l'ahamkāra, riflesso del jīva-anima, si é completamente identificato - come abbiamo già visto - con i suoi veicoli-corpi espressivi e quindi con le qualità individuate, dimenticando la sua origine universale-intelligibile.
Potremmo continuare a citare altre Tradizioni, ma cambierebbero, come già abbiamo detto, solo i nomi o il concetto, mentre la sostanza rimarrebbe la stessa. Parliamo ovviamente di Tradizioni iniziatiche pure.

Crediamo che il lettore che ci ha seguito fin qui abbia ora compreso che cosa significhi liberazione o realizzazione. Realizzazione implica risolvere una scissura; liberazione implica liberarsi di ció che noi, come pure coscienza, non siamo. Yoga - e parliamo di qualunque tipo di yoga - vuol dire unione, congiunzione; occorre dunque unire ció che é stato separato, congiungere due poli che si sono "allentati". Noi siamo della stessa essenza dell'Essere supremo in quanto é e non diviene, ma per un atto di libera scelta ci siamo identificati con il divenire, obliando la nostra natura divina: é il mito di Narciso che, innamoratosi della sua "ombra" o "riflesso" delineato sull'acqua, cade e "muore" al suo stato coscienziale precedente.

Peró nessunoci impedisce di riprendere la nostra condizione originaria. Le difficoltà sono rappresentate solo dal grado di identificazione che abbiamo attuato con la nostra "ombra", con ció che appare e scompare, col fenomeno cangiante, con la maya, direbbe il Vedanta.

Rimane ovvio che ritornare al proprio stato originario implica un rientro in sè stessi fino a ritrovarsi coscienza senza secondo, fuori cioé da ogni identificazione oggettuale (un istinto, un'emozione, un pensiero sono semplicemente dati oggettuali che possono essere osservati, manipolati, dominati e trascesi). Secondo Platone occorre ricordarsi di ció che realmente si é. L'anima caduta nell'oblio di sé deve risvegliarsi, secondo la bella immagine che egli ha dato dell'auriga addormentato e del carro con due cavalli di cui uno é bianco e l'altro é nero, simboli anche alchemici.
Noi - ripetiamolo - siamo esseri o, meglio, coscienza universale inclusiva, onnipervadente e dovremo riprendere la nostra natura, risolvendo quella seconda natura artificiosa e illusoria che ci siamo creati (natura dell'"ombra") e che ci ha fatto disconoscere la nostra origine divina. Ed é tale l'identificazione con questa seconda natura che ai più é difficile, quasi impossibile, prospettare la prima. Diremo, senza mezzi termini, che i più sono alienati, e non puó non essere così.

Tutti coloro che si accostano a qualunque tipo di yoga, di Scuola iniziatica, di Filosofia realizzativa, ecc., senza conoscere queste cose e senza tendere a colmare la scissura, o sono in buona fede oppure sono dei mistificatori.
Un autentico Iniziato è colui che ha saputo colmare tale scissura, che ha saputo risolvere la "caduta" e trascendere quella seconda natura fino a ritrovarsi unità; un Iniziato colui che ha saputo estrarre l'oro dalla caverna - secondo l'espressione alchemica - e farlo rilucere del suo splendore.
L'individuazione si svela mediante l'affermazione di se, in quanto io separato, l'orgoglio, il "desiderio" di essere desiderato, amato, le passioni di varia natura, gli istinti della forma, ecc.
Un Iniziato degno di questo nome, un liberato, un realizzato, non ha piú niente di tutto ció; possiamo dire - e crediamo di non suscitare "scandalo" o meraviglia nell'aspirante occidentale - che egli non ha niente di umano perché è qualcosa di piú; anzi, a certi livelli è puro ātman fuori dal tempo-spazio-causa, quindi fuori dal divenire e da ogni dualità; è uno-senza-secondo.
Un autentico realizzato é "lampada a sè stesso" in quanto, ovviamente, Sé; egli non necessita di niente avendo estinto tutti quei desideri che appartengono all'"ombra"; egli vive di "moto proprio", é un sole che rotea su sè stesso effondendo "luce" e "calore"; un desiderio, di qualunque natura e grado é qualcosa di non compiuto, é mancanza, é privazione, e queste cose appartengono a quell'"ombra" perchè, appunto, non é.

Nel titolo di questo capitolo abbiamo scritto "conforto psicologico", perché?

Perchè - dobbiamo avere l'ardire di dirlo - moltissime persone cercano solo un conforto psicologico, una maniera per impiegare il tempo, un motivo per trovarsi con altre persone che fanno cose diverse dal normale, un modo per risolvere conflitti e tensioni accumulati nella famiglia, sul lavoro, ecc.; anzi, vi sono guru orientali e occidentali che favoriscono queste scelte, aiutando solo a perpetuare l'individualità separata in modo da farla esprimere eventualmente con meno tensioni. Sono terapeuti, psicologi. Altri guru aiutano persino a sviluppare poteri latenti psichici per soddisfare la vanità e compensare frustrazioni psicologiche dell'allievo.

In sintesi, tutte queste cose operano nella sfera dello psichico individuato per mantenere e perpetuare quell' io psicologico, empirico che risponde al piano del sensibile, non per trascenderlo e risolverlo nell'Io ontologico.
D'altra parte, in tutti i tempi - quindi non solo nel presente - l'individuazione, la "scissura" necessariamente ha portato, porta e porterà sempre conflitto, dolore, alienazione, e non v'è alcuna politica, economica, erudizione o scienza empirica che possa dare compiutezza, pace, serenità e beatitudine a una coscienza alienata e frammentata. Quindi l'individualità, o il frutto della "caduta", é sinonimo di dolore-sofferenza (si vedano le quattro nobili Verità del Buddha, che sono poi le fondamenta del buddhismo), per cui essa, più che tentare di risolversi e trascendersi, chiede solo divagazioni alla sua mancanza, alla sua privazione e incompiutezza.

Difatti, quando lungo l'iter realizzativo si prospetta la trascendenza dell'io con i suoi prodotti e si cerca di attuare positivamente e praticamente la realizzazione, allora si nota che l'individualità fugge, si ritrae. Fino a quando quell'individualità, o quella seconda natura illusoria, ascolta soltanto conferenze, parole, ecc., oppure si soddisfa con letture, con le positure yoga o con i canti, accetta, si gratifica e si conforta, ma quando s'inchioda la coscienza a rientrare in sè stessa mediante processi o tecniche adeguate, allora é il momento del rifiuto.

I più non cercano la "morte iniziatica" ma, paradosso, cercano come uscire dal conflitto volendo tuttavia rimanere nel conflitto. I più cercano compensazioni psicologiche per poter "campare" e protrarre il proprio "io sono questo" fino alla scadenza dell'incarnazione. I più cercano all'esterno quello che invece é all'interno, secondo le indicazioni di tutti i grandi Iniziati, compreso Gesù; i più vogliono essere liberati dalle pene continuando a promuovere le cause che producono quelle pene. I più, insomma, vogliono essere confortati.

L'individualità è avida di conforto, di essere accettata, desiderata, soddisfatta e appagata proprio perchè non è, e non essendo una realtà assoluta non potrà mai essere felice e compiuta per quanto le si possa dare. É così che passa da un desiderio all'altro, da un'istanza all'altra, da un evento all'altro (divenire) senza trovare un attimo di sollievo e di respiro.

Spesso i più si abbandonano, si rassegnano ed escogitano tutti i sofismi per convincere sé stessi e gli altri che la vita é fatta così, che il mondo é fatto così, che bisogna accettarlo per quello che é. Questa é una visione riduttiva, masochistica e di rifiuto a risolvere il problema della propria incompiutezza. E il mondo necessariamente é pieno di conflitti, di dolore, di crudeltà, di aberrazioni di vario genere perché lo vogliamo così, perchè non tentiamo di cambiare la sua filosofia e quella del nostro modo di vivere, perché non vogliamo morire a una parte di noi che vive di proiezioni illusorie, perché ci accontentiamo di briciole compensative che non risolvono il problema ma che, anzi, lo complicano e lo rinviano.

La spiritualità - prendiamo questa parola nella sua più ampia connotazione - diventa spesso fonte di conforto e compensazione per quelle coscienze che non vogliono affrontare il "mostro" che dimora in loro stessi. Persino un'"opera di carità" puó costituire un'innocua fonte di compensazione o conforto psicologico, l'azione di un discepolo può essere duale, può avere pur sempre una componente compensatoria.
Molti, si accennava poc'anzi, sono pressati da un pesante karma, da disarmonie e da disturbi psichici per cui vanno disperatamente in cerca di aiuto o di conforto, e se non l'ottengono si ribellano. Nei nostri tempi, poi, é venuto meno il "calore" familiare, il senso dell'amicizia, persino il riposo e la distensione fisica, perché tutti sono in corsa verso il guadagno materiale per far fronte all'esigenza del consumismo alienante. Ma questa corsa non solo non porta all'Essere, ma disumanizza persino, abbrutisce, arrecando maggiore alienazione e creando conflitti di ogni genere e, paradosso, maggiore incertezza.
Altri s'inseriscono in scuole iniziatiche per prestigio, per avidità di titoli, cariche, gradi e uffizi; vale a dire, come sempre, per compensazione psicologica. E a tutti questi ricercatori di "valori mondani", a questi disadattati, rassegnati, alcuni guru orientali e occidentali offrono conforto, e qualcuno offre anche un tipo di comunità-società prettamente edonistica, del carpe diem, tollerando una placida licenziosità al limite del libertinaggio per far stordire e far dimenticare la naturale privazione dell'individualità. In altri termini, si prospetta il biblico "vitello d'oro".
Diremo, con tutta sincerità, che gran parte dei metodi yoga induisti e buddhisti in Occidente, porgono solo motivi terapeutici, per cui il cristiano e il profano hanno buon gioco nel classificarli come metodi offerti all'io egoistico per appagarsi, star meglio ed espandersi.

Fatto sta che per la realizzazione, la liberazione o per essere veramente Iniziati occorrono precise qualificazioni; in altri termini, occorre essere pronti. Se non v'è una specifica vocazione, un richiamo profondo della coscienza, non dell'"io accattone", un ardore per le cose che sono e non divengono, non si puó parlare di yoga , di realizzazione, di liberazione e neanche di salvezza intesa nel senso cristiano.
Se non v'é una precisa istanza per il sovrasensibile sarebbe bene non affrontare il processo realizzativo o iniziatico per non avere delle sicure delusioni, che sarebbero di certo fonte di ulteriori conflitti, e per non dissacrare quel pò di Sacro che disperatamente tenta di resistere a questo Kali-yuga.

La realizzazione, in quanto tale, porta il suo frutto che è - secondo le indicazioni univoche di due grandi e autentici Maestri: Platone e Samkara - stabile Beatitudine e stabile Conoscenza. Molti però preferiscono il conflitto che deriva all'instabile e contingente godimento sensoriale, dalla caducità del grossolano sensibili e dell'erudizione quantistica.

La conoscenza autentica e risolutiva é diretta a tutti - non ci sono privilegiati o predestinati -, anche se non tutti la vogliono accettare e vivere, per cui essa dev'essere circoscritta a quei pochi (in confronto a milioni di "addormentati") che, essendo stati morsi dal serpente della dura avidya, si sono alquanto risvegliati alla consapevolezza che qualche cosa in loro non funziona.

L'augurio che si può esprimere é che tutti possano trovare la Beatitudine, seguendo il sentiero più adatto alle proprie esigenze (che sia orientale o occidentale ha poca importanza; è importante che sia un sentiero puro), perché ognuno, nessuno escluso, ha in sé questo tesoro incommensurabile che, per un atto di identificazione con ciò che é caduco e perituro, ha completamente dimenticato.
L'augurio é che tutti possano rimettere le ali all'anima - relativamente decaduta - per volare verso le supreme vette della Beatitudine senza oggetto, nostra reale natura che, per quanto "oscurata" o velata, non potrà mai essere distrutta.

Tratto da da “Essenza e scopo dello yoga - Le Vie iniziatiche al Trascendente” Raphael, Ed. Asram Vidya, Pag.111-125

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