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Sulla dualità e non-dualità

Obiezione: Se in conformità a certi passi vedici quali: «L'atman senza secondo» (Chandogya up.: VI, II, 2), ecc., il Sé‚ supremo, perennemente puro, intelligente e libero, è la sola realtà nel senso più alto e tutto il resto è non reale, allora perché‚ nei testi vedici vi sono forme di meditazione come: «Mia cara, il Sé‚ dovrebbe essere visto» (Bṛhadāraṇyaka up.: II, IV, 5); «L'ātman è privo di errore... bisogna conoscere...»(Chāndogya up.: VIII, VII, 1), ecc.? E, ancora, perché‚ sono prescritti i riti (karman) come, ad esempio, l'agnihotra?

Si ascolti questa risposta:

16. Vi sono tre stadi (asrama) di vita (il quarto è quello del samnyasin) che corrispondono a (tre gradi di comprensione): inferiore, medio e superiore. Questa meditazione è raccomandata a coloro (che non sono ancora illuminati) per semplice compassione.          

Il termine asramah, che significa stadio di vita, si riferisce a quelle persone cui competono i doveri delle Scritture corrispondenti a un determinato stadio. La parola indica anche coloro che appartengono ai differenti ordini sociali ognuno dei quali segue la sua particolare via; essi sono trividhāh: di tre specie, hīna madhyama utkṛṣṭa dṛṣṭayah: persone che possiedono una facoltà di visione inferiore, media e superiore: cioè sono dotate di mente incapace, semicapace e buona. Questa meditazione sui riti è stata impartita per quelli che hanno intelletto incapace e semicapace, legati agli stadi di vita, ecc., e non per le persone di intelletto superiore le quali conoscono già che il Sé‚ è Uno-senza-secondo.

(Questa meditazione) è stata data dai benevoli Veda per compassione (alle prime due classi di persone) che percorrono il sentiero della virtù acciocchè‚ possano raggiungere questa visione superiore di unità (atmica) come, appunto, è posto in rilievo dai testi vedici quali: «Quello che non può essere pensato dalla mente, ma ciò per mezzo del quale la mente è in grado di pensare, sappi che Quello è Brahman e non ciò che questa folla viene ad adorare (come un oggetto ) qui » (Kena up.: I, 5); « ...e tu stesso sei questo (ātman)». »Esso (ātman) è tutto ciò che è...» (Chāndogya up.: VI, VIII, XVI; VII, XXV, 2), ecc.

[ L'insegnamento tradizionale, essendo di ordine sintetico, assomma la conoscenza totale noumenica, trattando così della realtà dal punto di vista di Virāṭ (scienza delle energie cristallizzate), di Hiraṇyagarbha (scienza delle energie dinamiche, superfisiche e sottili), d'Iśvara (scienza dei principi primi o ontologica) e di Turīya (metafisica pura).

I primi tre punti di vista soddisfano particolari tipi di mente ancora non completamente risvegliati offrendo loro un certo grado di verità che può essere adeguatamente recepito. Il quarto punto di vista è prettamente metafisico e riservato a persone che hanno un intelletto capace o una mens informalis. La metafisica è un insegnamento che riguarda i Grandi Misteri; anticamente non era di dominio pubblico, e per quanto oggi venga data con maggior larghezza, tuttavia sono pochi quelli che in essa possono intuire certe implicanze.

L'insegnamento dell'asparśa, e quindi dell'Upanisad in questione, riguarda la metafisica pura, per cui la verità è svelata dalla prospettiva di Turīya, del Quarto, del Brahman nirguṇa. Gauḍapāda commenta questa Upanisad attenendosi alla śruti e alla stessa ragione, nei limiti in cui questa può essere di valido aiuto nel caso specifico.

In riferimento ai darsana - che compendiano la problematica conoscitiva dell'Essere e del non-Essere - si può dire che il Nyāyā, il Vaiśeṣika, il Śāṁkhya e la Karma Mīmāṁsā rispondono alla visione (vedere in senso vedico) di Virāṭ e Hiraṇyagarbha (dualismo); lo Yoga e il Vedānta Viśiṣṭādvaita di Ramānuja rispondono alla visione di Iśvara (monismo) e l'Advaita vedānta di Gauḍapāda e Śaṁkara risponde alla visione prettamente metafisica (non-dualità, advaita o asparśa). Così, questa Upaniṣad, che è la quintessenza dell'insegnamento indù tradizionale, può soddisfare diverse coscienze a differenti stadi di sviluppo; Gauḍapāda, però, la vede dalla prospettiva della metafisica pura che è quella di Turīya, per cui le conclusioni non possono non essere che di ordine esclusivamente metafisico.]

La conoscenza perfetta consiste nella realizzazione del Sé‚ non-duale e ciò è confermato dalle Scritture e dal retto ragionamento, mentre qualunque altra argomentazione è sbagliata, trovandosi fuori della verità. Vi è, ancora, un'altra ragione per sostenere che le teorie dei dualisti sono non reali: queste infatti poggiano su opinioni contraddittorie quali piacere, non-piacere, ecc.

Obiezioni: In che senso?

Risposta: Ecco la risposta:

17. I dualisti - attaccati alle loro investigazioni, che portano a certe conclusioni - sono in contraddizione. Ma questa visione (non-duale) non è in contraddizione con alcuno.

Dvaitinaḥ: i dualistiche seguono l'opinione di Kapila, di Kanada, del Buddha, di Arhat e di altri, si attaccano profondamente a quelle metodologie di ricerca che portano alle loro personali conclusioni.

Essi pensano, così, che il loro modo di vedere debba rappresentare la verità ultima e che ogni altra visione debba ritenersi falsa; di conseguenza, amano teneramente le loro proprie credenze e detestano quelle che considerano contrarie.

Perciò, oscillando tra le cose che piacciono e non piacciono, conseguenza dell'aderire alle proprie convinzioni, si contraddicono reciprocamente.

Come le diverse membra di un uomo: mani, piedi, ecc., non entrano in conflitto  le une con le altre, così il nostro modo di vedere conforme ai Veda, cioè il riconoscimento dell'unità dell'atman in tutti gli esseri, non entra in conflitto con le teorie particolareggiate le quali, invece, si contraddicono reciprocamente.

[ Come la molteplicità apparente si risolve nell'unità, così tutti i punti di vista si risolvono nell'unico punto di vista metafisico. L'asparśa yoga, ponendosi dalla prospettiva prettamente metafisica, non può contrapporsi né escludere alcun punto di vista di ordine particolare, perché ogni particolare non è altro che la verità totale vista dai jiva sotto certe angolazioni.

Per l'asparśa la stessa creazione-manifestazione esiste e non esiste; dalla visuale da cui ci si pone essa può essere affermata o negata. Per ulteriori chiarimenti di questo concetto si veda di Samkara: Aparoklṣānubhūti, sūtra

Quindi, ciò che si vuole affermare è che la perfetta visione consiste nel realizzare il Sé come Uno-senza-secondo, perché questo (tipo di realizzazione) trascende l'attrazione e l'avversione.

Ora, viene posto in evidenza perché questa realizzazione conoscenza non è in conflitto con le altre conoscenze.]

Tratto da Māṇḍukya Upaniṣad, Raphael, Ed. Asram Vidya, pag 159-16158. (Traduzione dal sanscrito e commento di Raphael. Edizioni Asram Vidya, Roma 1975).

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