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Il Giusto Agire

IL GIUSTO AGIRE

«Colui che vede il non-agire nell’agire e l’agire nel non-agire, quegli è il più savio fra gli uomini, è uno che ha realizzato lo yoga, che ha tutto compiuto.

Colui che abbandona ogni attaccamento ai frutti dell’azione è sempre in pace, per cui non cerca rifugio in nessuna cosa; egli non produce alcun agire, benché [in effetti] agisca».1

Secondo l’insegnamento Sāṁkhya, da cui si sviluppò il darśana Yoga di Patanjali2, sul piano del manifesto non vi è ente che non sia impulsato dalla prakṛti-natura a muoversi, agire, fare. Un sūtra della Gitā insegna che nessuno può sottrarsi all’agire, per cui occorre comprendere e distinguere la giusta azione dalla non-giusta azione e dalla stessa non-azione.

Solo il puruṣa che è nello stato di kaivalya, l’isolamento dalla prakṛti, rimane nella sua immobilità perfetta o divino Silenzio. Fino a quando ciò non si è raggiunto, pensare di non voler agire, in un mondo di movimento-cambiamento, è pura illusione; sarebbe come voler credere di stare fermi su un pianeta che inesorabilmente si muove nello spazio a migliaia di chilometri il secondo. Il moto nasce dallo stimolo dato alla prakṛti-śakti dal purusa, alla quale ha impresso una tale accelerazione da sembrare che anch’esso venga trascinato in questo vortice.

Movimento-agire-azione sono attributi della sostanza, mentre il sat e il cit (volontà e intelligenza) sono espressioni del puruṣa.

Nell’individuo il moto si esplica con tendenze istintuali, emotive, ideali sotto l’aspetto di desideri. La sua vita è caratterizzata, in ultima analisi, dall’istanza del desiderio: desiderio di essere questo o quello, desiderio di appropriazione, di appagamento nell’avere gratificazioni di ogni genere. Dal momento che non si può non agire, è utile chiedersi: in che modo si può creare la giusta azione, il giusto agire? Oppure, in che modo si può passare dall’azione normale all’agire senza agire, secondo il sūtra, e infine all’Immobilità perfetta?

I molti non solo sono costretti ad agire, non solo sono legati ai frutti dell’azione (entrando così nel conflitto piacere-dolore), ma sono condizionati dalla non-conoscenza perché pensano che l’agire sia del puruṣa, dell’ātman, del nous anziché della prakṛti, dei guna o della xopa platonica.

Coloro che iniziano l’ascesi, la prima cosa che devono fare è la pratica del distacco dai frutti dell’azione.

Riconosciamo che la nostra azione è sempre motivata dalla ricompensa: materiale o psicologica, quindi da un interesse; ricompensa che può venire dal consenso altrui, o dalla nostra stessa soddisfazione di fare, e quando questa viene meno, per varie ragioni, non ci muoviamo più. Diremo che non si prova più... interesse all’agire.

Da quanto abbiamo detto risulta che l’individuo è pressato a creare movimento-azione, che però genera causa, e ogni causa, a sua volta, determina effetti. Capita addirittura che a volte l’effetto sia sproporzionato alla causa; ne avremo avuto di certo esperienza. Se dunque l’azione è produzione di cause e se di ciò siamo consapevoli, allora dovremo fare in modo che l’azione sia armonica.

La maggioranza dei nostri fratelli umani cade inconsapevolmente e disordinatamente da una causa-effetto a un’altra subendo il ciclo dualistico dell’evento.

Difatti, la Tradizione filosofica iniziatica cerca di dire a quelle persone che incominciano a risvegliarsi di fare molta attenzione alla produzione di cause per evitare conseguenze negative.

Pensare è già promuovere azione essendo ogni pensiero-immaginazione produttore di movimento, quindi di cause. Ogni pensiero-emozione attira pensiero-emozione affine; l’odio attira l’odio, la guerra attira la guerra, la violenza attira la violenza, ecc. Queste cose sono già note. Esiste una legge fondamentale nell’universo che possiamo definire di “concordanza”: a una qualità espressiva corrisponde una qualità sintonica, similare, concordante. Non v’è alcun Dio che premia o punisce, sono gli enti che si premiano o si puniscono secondo che sappiano applicare o no determinate leggi. Noi conosciamo e applichiamo tante leggi della fisica, ma non conosciamo né comprendiamo quelle che governano la sfera sottile universale.

La Tradizione filosofica insegna a essere agenti creatori di eventi armonici. Quando reiteratamente leggiamo testi spirituali sì che le nostre qualità vi si conformino, allora attiriamo sostanza qualificata affine fino a stupirci di certe intuizioni e possibilità. Occorre far vibrare l’aura, e quando più aure vibrano all’unisono sulla giusta nota-frequenza non possono non accadere avvenimenti meravigliosi. Così un’azione (pensiero, emozione, ecc.) può collocarsi su una sfera esistenziale sottile. In che modo possiamo capire se la nostra azione ha toccato o vibrato la sfera dell’intelligibile oppure quella del sensibile? Ciò è importante da esaminare per evitare di cadere in errori di valutazione.

Esistono sfere individuate, universali, principiali, con diversi gradi vibratori. Il sūtra che abbiamo proposto si riferisce a un tipo di azione che non è di ordine individuato. Infatti, la prima rieducazione che bisogna fare su di sé è proprio l’abbandonare la presa sui frutti dell’azione; il rendersi dunque liberi, da che cosa? Dall’aspettativa, materiale o psicologica perché, come dice il sūtra, «colui che abbandona ogni attaccamento ai frutti dell’azione è sempre in pace». Quando due enti s’incontrano, si creano purtroppo delle aspettative le quali portano prima o poi conflitto. Una stessa aspettativa-frutto di gratificazione per l’io psicologico cela in sé anche la sofferenza perché piacere e dolore sono sempre un’unità, una moneta con due facce. Quando l’ente cerca di abbandonare la presa sui frutti dell’azione può avvenire che non si muova più, si accennava poc’anzi. Perché? Perché l’io empirico si muove solo se pressato da interesse egoistico, e dal momento che l’ente non si è risolto ancora come Coscienza universale, allora rimane in un vuoto, nella sterilità. Lentamente occorre aprirsi un varco lungo la linea verticale, verso l’universale in modo che la coscienza, trasferendosi su un altro sistema di coordinate, non è più irretita da quegli interessi meschini propri dell’io accattone.

A questo punto coscienziale l’ente ha due precisi riconoscimenti:

1. Che il puruṣa non agisce, perché ad agire è la prakrti. Il purusa incarnato non fa altro che dare la direzione all’azione, come il contadino, chiudendo o aprendo dei solchi, lascia scorrere l’acqua per ristorare la terra.

2. Che il puruṣa, essendo fissato in se stesso come coscienza universale, non è soggetto all’apprezzamento o meno del particolare.

Sotto questa prospettiva, la coscienza incarnata pur agendo non agisce perché il suo agire consiste solo nel direzionare la prakṛti, rimanendo distaccata da tutte le polarità psicologiche. È la non-azione nell’azione. È il coronamento del primo sūtra che abbiamo proposto.

Si afferma che una determinata azione può produrre merito o demerito; vale a dire, opportunità favorevoli oppure diffi­coltà di ogni genere sia materiali che psicologiche; sono però condizioni che, avendo una nascita e una fine, operano nel tempo-spazio. Il Liberato trascende l’una e l’altra, perché la sua azione è motivata da una coscienza che non poggia su alcuna cosa-evento essendo essa pienezza di se stessa. Tutto ciò che viene dopo la Coscienza-Testimone rappresenta una sovrapposizione o un “secondo”.

Colui che vede l’agire nel non-agire è libero:

a) dall’energia rajasica che impulsa all’estroversione;

b) dalla scelta interessata all’azione stessa;

c) dai frutti, qualunque essi siano: materiali, psicologici, spirituali.

Un tale stato è quello del jìvanmukta 3, Liberato vivente perché ha trasceso le polarità di ogni ordine e grado, perché si è pacificato con tutto l’esistente.

1 Bhagavadgìtà: IV, 18, 20. Op. cit.

2 Cfr. La Via regale della Realizzazione (Yogadarśana) di Patañjali. Traduzione dal sanscrito e commento di Raphael. Edizioni Āśram Vidyā, Roma.

3 Per la condizione del jivanmukta, cfr. L’Oceano di Beatitudine del Liberato in vita (Jivanmuktānandalaharī) in “Opere Minori” di Sankara, voi. II, e Vivekacūḍàmaṇi, sūtra 427 e segg. Edizioni Āśram Vidyā, Roma.

 

Articolo tratto da "Fuoco di Ascesi" Raphael, per le Edizioni Asram Vidya (ora Parmenides), pag 71-75

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