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Le qualificazioni del discepolo

LE QUALIFICAZIONI DEL DISCEPOLO.

Non si può non riconoscere che ogni attività (professione, ecc.) profana-sociale esige una certa attitudine, una predisposizione e qualificazione; potremmo persino parlare di vocazione. Per ogni funzione occorre, dunque, l'idoneità attinente a quella particolare sfera. Spesso si possono avere non bravi professionisti o lavoratori perché non si é portati per quello specifico ruolo, perché si manca appunto di vocazione o di attitudine. Questa, se non sempre, può essere comunque sviluppata, sebbene può capitare che il soggetto neanche sappia di averla.

Anche nel campo spirituale vige la stessa legge; un candidato privo di vocazione, di predisposizioni e qualificazioni, potrebbe fare ben poco. Per quanto possa seguire un sentiero, sarà pur sempre un cattivo aspirante. Inoltre, come per seguire una qualsiasi professione occorrono studio, tempo, abnegazione e grande serietà, così per seguire un sentiero spirituale, o iniziatico, necessitano una grande serietà, abnegazione e parecchio tempo a disposizione. Capita però che, in via di massima, l'aspirante si dedichi alla Realizzazione nei ritagli di tempo. Possiamo anche dire che l'occupazione principale, o fondamentale, é quella sociale, mentre quella spirituale rimane relegata al tempo rimasto libero. Vi sono soggetti che frequentano scuole iniziatiche una volta il mese, oppure ogni quindici giorni, e poi tutto finisce lì: gli altri giorni sono ovviamente dedicati ai rapporti sociali, al lavoro, a volte stressante e conflittuale, alla famiglia e all'inevitabile divertimento, credendo così di essere sulla Via iniziatica o, addirittura di essere degli Iniziati.

Il più delle volte si crede persino che la Via consista nell'essere più buoni, etici, liberi da un certo conformismo religioso, o nel frequentare persone che semplicemente parlano di cose iniziatiche o esoteriche. Si può anche affermare che l'attenzione dominante, per non dire esclusiva, di alcuni é rivolta a sperimentare la vita formale, del sensibile corporeo, anche se poi parlano di spiritualità o frequentano un gruppo spirituale, iniziatico, ashramico, ecc. Una via, o Sentiero, comporta un grande impegno, come abbiamo già fatto notare, e un'ampia disponibilità di cuore e di mente. Platone arriva a dire che

«...fin da giovinetti (gli aspiranti filosofi) non conoscono la via che mena al foro...Brighe di consorterie per acquisire cariche pubbliche, convegni, banchetti e festini... sono tutte cose che nemmeno in sogno vien loro in mente di fare.»
(Platone, Teeteto XXIV, 173d).

"Separare" e "fissare" il mercurio, per parlare in termini alchemici, non é questione di frequentare periodicamente una scuola; l'attuazione di tale processo esige bel altro. Per valicare l'abisso qabbalistico non basta sedere su uno scanno ashramico, muratorio, o frequentare saltuariamente un qualunque tempio. Solo quest'epoca di "ferro", o kaliyuga, può far credere che ciò possa bastare. Per quanto siamo già anima, atman, nous, ecc., secondo le varie terminologie, tuttavia é tale la nostra identificazione con ciò che non siamo che non é facile, a livello pratico operativo, realizzare o essere ciò che siamo. Se poi vengono a mancare quelle qualificazioni a cui si é accennato, allora la situazione diventa tragica e nello stesso tempo grottesca.

Si deve tener conto che l'iniziazione (diksa) richiede una vera rivoluzione nel nostro modo di pensare, volere e agire; nella Grecia dei Misteri la teletè, iniziazione ai Misteri comportava la metànoia e, come afferma Platone, la conversione-rivoluzione. Ciò implica un nuovo stile di vita che non ha più niente che fare con la vecchia modalità espressiva.
L'Iniziato, pur stando nel mondo, non é del mondo.

«E il vero è che il suo corpo (dell'aspirante filosofo) si trova nella città e ivi dimora, ma non la sua anima.»
(Platone, Teeteto XXIV, 173e)

Ma quali possono essere le qualificazioni che si richiedono per un giusto approccio alla via della liberazione? La prima, oltre quello che si possono intravedere in ciò che finora abbiamo detto, é la più difficile da attuare; ci riferiamo all'umiltà. Si presume che un'aspirante provenga dalla sfera profana, sociale e da un tipo di conoscenza che si riferisce esclusivamente al mondo dei fenomeni, al dominio dei nomi e delle forme. L'insegnamento filosofico realizzativo é rivolto invece alla sfera dell'essere. Per parlare in termini platonici, l'aspirante proviene dalla dimensione dell'opinione (doxa), per cui si trova nel mondo del sensibile corporeo; sa poco o niente dello stato dell'epistéme che opera per intuizione superconscia e capta la sfera dell'intelligibile. Poi, trovandosi nella dimensione individuale e particolare, ha poca dimestichezza con quella universale. Egli può offrire opinioni, ma non Conoscenza pura; e più é un conoscitore della condizione materiale sensibile, più difficile diventa poterlo distaccare dal mondo della quantità.

«Siamo d'accordo ormai su questo punto in rapporto alla natura dei filosofi, che sono cioé amanti della conoscenza, quella che sa svelare il mistero di quell'oggettiva esseità che eternamente é; quell'esseità che non va errabonda e vagante in ciclo di generazione e di morte.» (Platone, Politéia, VI, 485).

All'inizio del sentiero, all'aspirante generalmente si dice di distaccarsi dalla conoscenza-comportamento dell'inconscio collettivo, per quanto ciò non sia facile, perché l'aspirante porta impresso in sé, o nella sua aura, il marchio di archetipi che appartengono a quell'ordine, oltre al fatto che ancora opera in esso. Occorre una grande umiltà per riconoscere che su certe cose si é ignoranti: vale a dire che si ignorano determinate conoscenze. Negli antichi Misteri il candidato doveva rimanere per parecchi anni in silenzio perché tutto quello che avrebbe potuto dire non avrebbe avuto niente che fare con l'Insegnamento esoterico e iniziatico; inoltre, ciò gli era di grande aiuto per incominciare a dominare la parola, cosa non facile nel mondo individuato. Qui riconosciamo la scuola di Pitagora, ma non soltanto questa. Un'altra qualificazione é il saper trovare un accordo, una sintonia coscenziale con l'Insegnamento perché la conoscenza iniziatica non é, appunto, come quella profana dove occorre solo un'adeguata intelligenza e soprattutto una buona dose di memoria. A scuola i nostri professori ci hanno insegnato certe nozioni di chimica, fisica, matematica, di storia della filosofia, ecc., e noi le abbiamo memorizzate e poi ripetute; per la Dottrina tradizionale non é questione di memoria, essa non consiste in nozioni quantistiche, e la funzione dell'Istruttore non é ovviamente quella di un professore di scuola media o universitaria. Essi hanno scopi e metodi diversi oltre a una posizione coscenziale differente.

L'insegnamento é diretto non al cervello, ma al Cuore, non al manas-mente-dianoia, ma alla buddhi-noésis. La sua funzione é di far emergere la Conoscenza che già é in noi, di risvegliare la coscienza a ciò che essa é. La Conoscenza iniziatica é come il sole che risveglia le potenzialità che sono già nel seme. È un procedimento di maieutica. Il conoscere non viene dall'esperto mediante la memorizzazione di dati oggettuali, ma dall'interno, dall'essenza di cui siamo intessuti.

«In effetti, la conoscenza di tali verità non é affatto comunicabile come le altre conoscenze ma, dopo molte discussioni fatte su questi temi e, dopo una comunanza di vita, improvvisamente, come luce che si accende dallo scoccare di una scintilla, essa nasce dall'Anima e da se stessa si alimenta.» (Platone, Lettera, VII, 341).

Un'altra qualificazione consiste nell'avere un atteggiamento ricettivo e nello stesso tempo attivo e solare. La donna, per la sua particolare natura, può
essere più ricettiva ma meno attiva-solare, un uomo può essere più attivo-solare ma meno ricettivo; in ogni modo per apprendere-comprendere occorrono non solo umiltà e ricettività (non passività), ma anche una posizione attiva e solare per fissare ciò che si é appreso e compreso, fissare sul piano della coscienza più che della mente e malgrado tutte le circostanze positive o negative di ordine intrinseco che potrebbero verificarsi. Secondo Platone ciò significa rimettere le ali e volare verso la nostra vera patria.

C'é poi la qualificazione di saper vivere nel silenzio, cosa questa, come già si accennava, molto difficile. È nel silenzio del nostro cuore che si possono maturare certi eventi; anzi, il silenzio é il fondamento di ogni Via iniziatica, e qui non si vuol dire solo di non parlare con altri, ma di fare tacere quella mente che si esprime mediante l'opinione (doxa) perché chi sta intraprendendo una nuova via, una strada completamente opposta a quella precedente, ha poco da dire o da proporre. La Via inizia nel silenzio, si matura e si conclude nel grande silenzio. Brahman é Silenzio, secondo l'Upanisad. Il Padre dell'Essere é ineffabile, secondo Platone.

Un'altra qualificazione é quella di sapersi liberare dalla nozione di tempo-spazio-causa. La Conoscenza di ordine metafisico, o dei Grandi Misteri, (quella che prospettano Parmenide, Platone, Samkara ed altri della Tradizione universale), necessita della mens informalis che sola sa trascendere quella nozione fenomenica che opera esclusivamente nella dimensione del sensibile corporeo. La Realizzazione, si sa, non dipende dalla categoria di tempo-spazio-causa in quanto l'essere che noi siamo non diviene. È la vita formale che diviene e che ha una sua parabola ascendente e discendente. E la prakrti, con i suoi punti, piani e forme, che si trasforma e diviene.

Se, come si é fatto notare, la Conoscenza é già in noi, allora occorre avere quell'attitudine-qualità di raccoglimento interiore (uparati) che consente di mettersi in contatto con la voce del silenzio o del nostro cuore (però per un soggetto estrovertito, occorre dire, é un po' difficile). Per quanto la Realizzazione, o la liberazione, sia diretta a tutti, non tutti, in quel tempo-spazio, sono pronti a raccogliere il messaggio; però é anche vero che se noi siamo già l'Essere o Quello, come afferma il Vedanta advaita, allora prima o poi non potremo non pervenire a svelare la nostra autentica Pienezza o Beatitudine.

Articolo tratto da "Fuoco dei Filosofi" Raphael, per le Edizioni Asram Vidya (ora Parmenides), pag 71-77

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