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Commento al Vivekacūḍāmaṇi: sūtra 21 (54 e 55)

Il commento di Bodhananda al sūtra 21 del Vivekacūḍāmaṇi, il gran gioiello della discriminazione, è parte di un lavoro collettivo di commento di alcuni  sutra di quel testo svolto dagli allora partecipanti alla mailing list Advaita-Vedanta che si articolò per un buon numero di anni, circa dal 2000 al 2005. Il testo di riferimento è quello dell'edizioni Parmenides (prima Asram Vidya).

Nel brano a seguire si innestano dialoghi sul commento di Bodhananda al sūtra 21. Vengono anche richiamati i sūtra 54 e 55 sul ruolo del Guru.

Sutra 21. Vairagya è il distacco da tutti i godimenti transitori, da quelli corporali a quelli corrispondenti allo stato di Brahma. La rinuncia, fondata sulla riflessione personale e sull'insegnamento del guru, dev'essere applicata a tutti gli organi e a tutte le condizioni di godimento.

Commento di Bodhananda [a seguire domande e dialoghi].

La rinuncia alla "fruizione" è quanto molti cammini indicano come strumento per conseguire la mokṣa o liberazione.


La fruizione è il fruire delle azioni compiute. 


Ogni azione che appare compiuta, è compiuta.


Compiuta significa anche finita in sè. Questa è l'azione del liberato.


Aspettarne le conseguenze la rende incompiuta e quindi un insieme di azioni incompiute avvolge l'essere individuandolo... ecco l'io: un insieme di azioni incompiute. 


Equivale al jīva che, manifestazione nel mondo dell'atman, si crede l'artefice delle azioni che compie, mentre ne è semplice esecutore

D. Ogni azione che ci accingiamo a compiere tende necessariamente al  raggiungimento di un obiettivo che ci siamo prefissati. 
Trovo giusto ciò che tu dici riguardo al "non agire per ottenere i  benefici che (si pensa) avremo al raggiungimento dell'obiettivo che ci  siamo prefissati".  Allora chiedo: "Qual'è il movente che ci dovrebbe indurre ad agire?

R. Nessuno, ma stiamo parlando di un punto di vista, quello "non duale". Ovviamente esistono altri punti che necessitano di un movente. Tornando al punto di vista advaita... 
Hai un movente per respirare, mangiare, evacuare, dormire?  Hai un movente quando fai qualcosa che senti di fare? 
Hai un movente quando ottemperi ai tuoi compiti? 
Possiamo chiamarlo Dharma, Prema, Shanti, Ahimsa o Satya.  Ma non è un movente, è la nostra natura.

D. Diciamo che siamo costretti a fare queste attività, ma ciò non toglie che decidiamo cosa  mangiare, dove e quanto dormire...

R. Questa infatti è la condizione individuata.

D. Nessuno scopo? Agire senza uno scopo?  Bisognerebbe essere un albero...(anche se non sono  del tutto certo che esso non prenda qualche  decisione)

R. Lo scopo spesso è l'azione stessa.

D. Tu chiedi: "Hai un movente quando fai qualcosa che senti di fare?"
Ti rispondo che il  più delle volte è per soddisfare un desiderio  "nato" dalla nostra mente...spesso condizionata

R. Infatti.

D. Poi chiedi: "Hai un movente quando ottemperi ai tuoi compiti?" Anche qui uno deve decidere quali sono i suoi compiti.

R. Dharma?

D. Io penso che la maggior parte delle azioni che compiamo non abbiano nulla a che fare con la nostra  "reale" natura...c'è sempre un movente ed il più  delle volte è dettato dalla nostra mente  condizionata.

R. Questo è quanto la mente ci fa credere, dicono.

 

 

D. È necessario l'insegnamento del guru?

R. La Gītā dice di sì. Shankara dice di sì. Ramana dice che il Guru esteriore è necessario sino a quando non troviamo il nostro sè.

D. Shankara nel Vivekacūḍāmaṇi afferma anche, e sottolineo "anche", perchè quello che dico non è per entrare in contraddizione o polemica con quanto detto:

  1.  È per la propria illuminazione interiore, è per l'esperienza diretta, e non per la mediazione di un Saggio che l'aspirante alla Realizzazione riconosce la vera natura delle cose. Se voglio conoscere cosa è la luna, occorre che la veda con i miei propri  occhi.
  1. Tutto quello che gli altri mi potranno dire non sarà sufficiente a farmela conoscere.
    Così per rompere i ceppi del'Ignoranza che si chiamano desideri, azioni e gli effetti di questi; su che cosa potrai contare se non su te stesso, anche se ti occorrono innumerevoli Kalpa? 


Ho voluto sottolineare questo aspetto perchè ho incontrato dei punti di vista in cui il guru veniva idolatrato,  mi riferisco ovviamente al guru di carne e ossa. Bodhananda del resto, in un suo recente intervento, ha menzionato un punto di vista presente nel buddismo Zen in cui si riconosce con molta chiarezza come, a un certo punto della sadhana-percorso realizzativo, il guru è percepito come un ostacolo-sostegno da abbandonare: "Se incontri un Budhha per strada uccidilo".

R. Più che il guru, l'interpretazione data dal discepolo al guru. Ogni cosa ... un libro, un'icona, un cervo bianco e anche, quindi, un essere umano, ma anche un sogno, un essere sottile può essere quindi Guru nella misura in cui è il Sé, che è presente nel nostro cuore, si svela in noi per loro tramite. Il Guru in carne e ossa o meglio la carne e le ossa come il mentale del guru umano hanno lo stesso valore di un Lingam in pietra o di un Cervo albino perchè entrambi sono maya-sovrapposizioni velanti. 

D. Questo è vero, ma meglio non nutrire eccessive speranze... Ramakrishna giunse ad una realizzazione duale attraverso l'adorazione di un idolo in pietra, ma poi dovette avere due diversi maestri per giungere a quella non duale. Forse sono ben poche le persone che abbiano conseguito la realizzazione senza un Maestro, perchè si possa fare stabile riferimento a tale possibilità. Specialmente se l'aspirante è una persona che confida nella propria mente. 

Al termine di questo dialogo si apre una discussione sul ruolo del maestro. Un partecipante fa una osservazione, a cui segue una precisazione di Bodhananda. 

D. Condivo che la conoscenza che deriva dall'insegnamento tradizionale sia indispensabile.
Vorrei però sottolineare la differenza tra lo śiksa guru [guru che insegna la corretta intonazione dei Veda] e il dīkṣā guru [guru che conferisce l'iniziazione al discepolo qualificato]: il dīkṣā guru può anche non istruire il discepolo...il suo ruolo principale è un altro, è come se fosse un cavo elettrico attaccato ad una presa di corrente...(se il cavo è interrotto, cioè non appartiene ad una paramparā autentica ["dall'uno all'altro", la catena dei Maestri nella trasmissione della Dottrina tradizionale], oppure appartiene ad una paramparā che in passato si è interrotta, non ci potrà trasmettere ciò che io considero  molto prezioso: la bhakti, quella autentica che non ha nulla a che fare con il sentimentalismo.

R. Questo è il Maestro inteso in senso advaita. Egli "trasmette" sia la bhakti che la jnana [(devozione e conoscenza] non essendoci fra queste alcuna differenza.

È sempre lo stesso movimento (nella sadhana) o la stessa immobilità (nella realizzazione) esaminato/a in sfere diverse.

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