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Commento al Vivekacūḍāmaṇi: sūtra 16 e 17

Nel giugno del 2000 inizia, sulla lista Advaita-Vedānta, un lavoro collettivo di commento dei primi sūtra del Vivekacūḍāmaṇi di Śaṅkara che dura, a fasi alterne, fino al 2005.

In questo brano sono riportati i sūtra  16 e 17, su entrambi sono presenti due commenti di Bodhānanda espressi in momenti diversi.

I sūtra del Vivekacūḍāmaṇi sono tratti dal testo delle edizioni Aśram Vidyā, ora Parmenides

Revisione del gruppo Vidyādhara

 

 

  1. La comprensione di sè, la conoscenza oggettiva, la abilità di riconoscere la verità nelle Scritture o di capire le contrapposizioni relative, sono le qualità (lakṣaṇa) che deve possedere un candidato alla liberazione degno della conoscenza dell'ātman (ātmavidyā).

 

La conoscenza dell'ātman coincide con quanto chiamano conoscenza del Divino, solo dal punto di vista della conoscenza metafisica, ma non certo da quello della conoscenza empirica o del cammino devozionale. 

La conoscenza empirica predilige lo studio dei fenomeni o realtà apparente e relativa, ed è da questo punto di vista che si immagina un Divino disposto a seguire la volontà empirica degli uomini. 

Il cammino devozionale predilige una e una sola immagine del Divino, nel contempo, solo a parole, di solito, vede veramente tutti come immagine del Divino. 

Molti assimilano il concetto di ātman (Pura Realtà) a quello di Dio o Iśvara.

Questa associazione, se è vera dal punto di vista metafisico che vede i diversi piani di realtà assimilabili a certe coscienze, non è necessariamente altrettanto vera dagli altri punti di vista. 

Quanto detto non significa che ci sia una modalità errata e una giusta, ma semplicemente che, essendo diversi i sentieri che si recano sulla cima dell'unica montagna, diverse possono essere le esperienze e gli stessi nomi dati per indicare una data quota, spesso indicano cose diverse. 

Mentre un cammino metafisico tradizionale risolve i vari livelli di realtà attraverso l'integrazione o soluzione o identità con quel determinato livello, ed è un processo di consapevolezza (senza però discutere cosa sia la consapevolezza), un cammino devozionale, solitamente, se e quando conduce ad una realizzazione, lo fa attraverso una via separata, cioè mantenendo costante sino all'ultimo la separazione fra l'ente individuato e il Divino.  

Per questo motivo i requisiti richiesti all'aspirante della ātmavidyā, sono ben diversi da quelli che si richiedono al bhakta [colui che segue la via devozionale]. 

Comprendere sé stessi significa, fra l'altro, la capacità di sapersi vedere per come si è e non per come si vorrebbe. Quindi [implica] l'accettazione della propria natura sensibile o fenomenica, al di là delle leggi morali vigenti nello specifico spazio-tempo in cui si muove l'ente.

Se non si è in grado di vedere la propria natura fenomenica, difficilmente si saprà riconoscerla come velo alla pura realtà. 

Quindi, occorre che l'ente sappia abbandonare ogni valutazione soggettiva (sia propria che indiretta) e sappia vedere le cose con gli occhi dell'onestà oggettiva.

Questa oggettività consiste nel vedere una cosa per come è e non per come sarebbe dovuta essere o non sarebbe dovuta essere. 

Viene sottolineata la necessità della distinzione fra conoscenza e opinione, fra oggettivo e soggettivo.

Affinchè questa ci sia occorre la comprensione di sè, e quindi sapere distinguere la realtà di un evento (per relativa che sia) dalla sua interpretazione.  

Il riconoscimento della verità nelle scritture è l'arduo passo successivo e necessario come premessa per giungere all' ātmavidyā

Dicono infatti che le śāstra o i testi sacri di ogni ramo tradizionale abbiano diversi livelli di lettura, ossia diversi livelli di verità, ognuno dei quali comprende quelli precedenti.

Quando, quindi, ci si ritrova su una interpretazione di un passo che non comprenda anche l'interpretazione dell'interlocutore (nell'ipotesi ovviamente che anche l'interlocutore segua un percorso tradizionale), significa che esiste un livello di lettura-comprensione superiore che comprenderà sia il proprio [punto di vista] che l'altro.  

Va inoltre considerato che le scritture tradizionali non possono essere interpretate, essendo esse non l'esposizione di un pensiero, ma l'esposizione nel linguaggio (e quindi con i limiti dello stesso) di uno stato coscienziale.

Le scritture, pertanto, andrebbero vissute e non interpretate. 

Si aprono qui due possibilità.  La prima fa dire che se non si comprende uno scritto sacro, è inutile perderci tempo, perchè si andrebbe nel campo dell'opinione.

Di prassi, infatti, riconosciamo come verità ciò che abbiamo già esperito o di cui abbiamo diretta intuizione, pertanto se in un testo sacro troviamo qualcosa che conosciamo e poi subito qualcosa che non conosciamo, l'istruzione è contenuta nel passaggio fra le due fasi: quello sarà il prossimo passo da compiere.

Questa però è la posizione già dell'asparśin che non ponendosi mete, nè vedendo alcun cammino, si cura solo di ciò che esperisce, ossia viene esperito ogni fenomeno affinché sia integrato o si disciolga (questo non significa sfrenatezza nei costumi o nei modi, essendo spesso questo processo interiore). 

La seconda possibilità manda a dire che, dato che la mente è irrequieta di suo, è preferibile tenerla impegnata su qualcosa di sacro che altrimenti.

Ugualmente viene detto che è opportuno che il campo venga seminato se è fertile (il campo dell'asparśa è considerato sterile, perchè ogni pianta vi nasce solo per morire), affinchè determinate conoscenze possano essere di utilizzo su altri piani. 

Si porta un esempio. Un tempo, un Maestro spiegava al suo discepolo gli eventi che si sarebbero presentati su altri piani di coscienza, una volta abbandonato il corpo fisico denso.

Il discepolo rispose che la cosa non gli interessava (dato che seguiva la prima possibilità), quando si sarebbe trovato su quel piano lo avrebbe esperito al pari degli altri.

Essendo in quel momento non esistente nella percezione, non aveva senso occuparsene perchè ne avrebbe tratto solo delle opinioni che, pertanto, non avrebbero avuto poi alcuna rispondenza con l'effettiva esperienza.

Il Maestro aveva spiegato al discepolo la necessità degli aspiranti di tenere ferma la mente, e quindi il motivo dei lunghi esercizi di meditazione che vengono fatti fare a tutti i neofiti. Questa abitudine infatti, benché inutile sul piano grossolano se non per un benessere psicologico, non serve a causare la realizzazione, ma a prepararsi al trapasso e alle leggi che vigono su altri piani.

All'obiezione del discepolo, il Maestro rispose: forse questo può non servire a te, ma sicuramente servirà ad altri cui trasmetterai l'istruzione tradizionale.

Per vaste che possano essere le tue esperienze esse non possono comprendere tutto in un'unica vita (o in più vite se le ricordi o ne possiedi la consapevolezza), a questo serve la tradizione e le sue scritture. 

Quindi le scritture tradizionali servono anche come seme, come apprensione di dati che potranno essere applicati o necessari anche in seguito. 

Le contrapposizione relative possono essere intese come la capacità di comprendere che, nel piano duale, ogni asserzione si accompagna al suo opposto ed è strettamente in relazione, sia alla propria controparte polare (ogni asserzione è polare al suo opposto), sia anche al particolare spazio-tempo-persona che la espone, esprime, manifesta. 

Quanto esposto è un punto di vista sul sūtra iniziale. 

 

La comprensione di sé è la capacità di riconoscere in sé stessi gli aspetti etici rispetto a quelli morali.

Non si tratta di distinguere il bene dal male, essendo entrambi codificabili differentemente in funzione dell'etnia e della localizzazione geografica, e quindi propriamente definibili come aspetti morali. 

Esistono delle legge sovra-universali e proprie di ogni kalpa [ciclo cosmico] da cui un aspirante può anche deviare momentaneamente, se spinto da aspetti istintuali o morali, ma egli interiormente sa che questi aspetti sono ineluttabilmente parte della propria natura ed è a questi che tende. 

La conoscenza oggettiva è la capacità di utilizzare chiaramente la percezione e l'inferenza, distinguendo quelli che sono aspetti proiettivi da quelli che hanno comunque una ragion d'essere come conseguenza di una percezione.

Ossia, è anche possibile vedere un serpente per una corda, ma occorre anche saper poi riconoscere la natura della corda nel serpente per poi comprendere che la visione del serpente è stata una inferenza errata, e non una errata percezione. 

I passi delle Scritture si possono affrontare con due modalità: di riconoscimento e di apprensione. 

La modalità di riconoscimento consiste nell'affrontarle secondo le proprie realizzazioni coscienziali e, ove queste non riconoscano più quanto descritto nel testo, [occorre] operare con l'intuizione, ove nemmeno questa operi più, chiudere il testo aspettando che sia mutata la posizione coscienziale per proseguire la lettura. 

L'apprensione consiste nello studio dei testi, anche senza la necessità di comprensione.

Senza operare alcuna interpretazione, i testi vengono imparati e meditati, lasciando che siano essi stessi a risuonare internamente ed operare.   

Le contrapposizioni relative sono quelle che reggono questi piani di esistenza, è la legge della causalità, della trasposizione, della percezione, della dualità.

Questa comprensione permette di vedere che ogni aspetto ha un suo grado di realtà e, pertanto, non c'è alcun evento da accettare o da rifiutare.

Essi sono semplicemente esistenti e come tali spesso sono in contrapposizione secondo l'attitudine mentale.

 

 

 

  1. Solo colui che usa il discernimento (vivekino), il distacco (viraktasya), la calma (śama) con le qualità concomitanti (gunaṣālinaḥ), e che aspira ardentemente alla liberazione (mumuksoreva), può investigare sul Brahman (brahmajijñāsa).

 

Questo sūtra è di introduzione ai due successivi, e i tre insieme codificano le qualificazioni dell'aspirante alla non dualità.

1) Discriminazione fra reale e non reale.

Non esiste nella percezione individuata qualcosa di non reale.

Ogni percezione ha una sua origine oggettiva. Anche lo stesso miraggio, ha un sostrato oggettivo (vapore acqueo nel caso di morgana, impressioni del subconscio nel caso di insolazione). 

Affermato questo, possiamo poi parlare di gradi di realtà, ossia di ciò che ha una oggettività diretta e di ciò che ne ha una indiretta. 

Ricevere un pugno sul naso è un’oggettività diretta, diciamo di prima.

Vedere ricevere un pugno sul naso è una oggettività diretta, diciamo di seconda.

Raccontare di avere ricevuto un pugno sul naso è una oggettività indiretta, diciamo di terza.

Raccontare di avere visto ricevere un pugno sul naso è una oggettività indiretta, diciamo di quarta. 

Man mano ci allontaniamo dall'evento oggettivo in sè e l'evento non viene più esperito nell'oggettività, ma nell'esposizione verbale altrui. 

Ora, alla base di ogni esperienza, c'è un soggetto ed è la percezione in sè di quel soggetto che viene definita come meta della percezione reale, perchè ogni altra percezione si basa su quella percezione di sé come agente: ahaṁvṛtti

Per discriminazione si intende quel processo cognitivo che conduce dai vari piani di realtà a quell'ultimo o primo che può essere detto oggettivo e non più soggettivo. 

Sono soggettivi quelli che dipendono dal soggetto, è oggettivo quello che non dipende dal soggetto. 

Quindi, arrivati al soggetto ci si pone nella condizione in cui si esamina un soggetto alla ricerca della sua oggettività-realtà. 

Quando si è a quel punto, ogni altro piano è stato sciolto; al massimo rimangono delle tracce, che man mano scadranno da sole. 

Siamo sul piano del senso dell'io, del senso di esistenza, dell'io esisto. 

Ma, esaminandolo non lo si riesce a definire, ossia si scopre che egli non solo non ha alcuna oggettività, ma che non c'è neppure qualcuno che lo osserva.

Il famoso testimone si scopre non esistente. Il processo noto come neti-neti è giunto al suo fine.

Ha negato la realtà di ogni processo soggettivo ma anche di ogni processo oggettivo. Nonostante questo, l'ente si scopre comunque a vivere. Ha comunque sempre vissuto.

Le leggi della logica quindi cozzano con la sua esperienza.  Egli dice: “.... ma io vivo!”; ma non appena cerca di vedere, cogliere chi ha affermato "io vivo" lo scopre non esistente.

2) Distacco

Il processo ora descritto non può avvenire se non c'è il distacco totale dell'ente dai contenuti mentali che esamina.

Essi d'altra parte non sono suoi, sono stati acquisiti dall'esterno, da quel mondo fenomenico che comunque è stato percepito dal soggetto. Egli vede quindi come i contenuti mentali, oltre a non essere esistenti, costituiscano quella che vede come sua natura.

Pertanto, affinchè essi si possano sciogliere, l'ente deve essere distaccato da essi. Altrimenti per ogni contenuto che si elide egli vive una piccola o grande morte dolorosa.

Ma questa morte dolorosa si verifica perchè all'inizio egli è identificato con i contenuti e, pertanto, vive il dolore-piacere, sino a quando il distacco non si presenta o non si attiva. 

3) La calma la vedremo nei sūtra successivi insieme alle altre qualità.

4) Aspirazione ardente della liberazione.

Solo una tale aspirazione può muovere l'aspirante lungo il cammino non duale o lungo la parabhakti [devozione suprema], perchè è questa nota quella che brucia e attrae tutte le altre.

È il grande desiderio, il grande contenuto, che muove tutto e assorbe tutto. 

La freccia diretta, immobile che scopre/investiga sulla Realtà Assoluta.

 

L'essere consapevoli della propria esistenza in sè, senza la presenza di alcun attributo che ci permetta di percepire il soggetto come altro da ciò che siamo (pura realtà o essere), necessita:

- della discriminazione, per distinguere ciò che è oggetto di percepienza o inferenza e ciò che esiste in sè,

- del distacco, al fine di poter esercitare la discriminazione, infatti se si aderisce alla percepienza (io sono un uomo) o all'inferenza (io sono buono), non è possibile la discriminazione perchè si è identificati proprio con ciò che dovremmo discriminare. 

La calma interiore permette di affrontare e superare quei momenti in cui, a seguito della discriminazione, vengono sollevati alcuni veli, la perdita dei veli può talvolta determinare degli strascichi di sofferenza perchè l'io può ancora cercare ciò di cui ha memoria (usi e costumi precedenti) e di mancanza. 

L'aspirazione alla liberazione è necessaria perchè se si indulge ancora negli interessi mondani, difficilmente ci si può rivolgere all'interiorità.

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