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Commento al Vivekacūḍāmaṇi: sūtra 13 - 15

Nel giugno del 2000 inizia, sulla lista Advaita-Vedānta, un lavoro collettivo di commento dei primi sūtra del Vivekacūḍāmaṇi di Śaṅkara che dura, a fasi alterne, fino al 2005.

In questo brano sono riportati i sūtra  13-15 con relative note di commento di Bodhānanda e un intervento di un altro partecipante (A.) sul sūtra 12. 

I sūtra del Vivekacūḍāmaṇi sono tratti dal testo delle edizioni Aśram Vidya, ora Parmenides

Revisione del gruppo Vidyādhara

 

 

 

 

  1. Si arriva a conoscere il Sè seguendo i salutari consigli di un Saggio realizzato, non bagnandosi nelle acque sacre, moltiplicando le offerte o facendo interminabili prāṇāyāma.

 

Bodhānanda

Questo sūtra è terribile nella sua semplice esposizione.

Se si considera che il Vivekacūḍāmaṇi è attribuito a Śaṅkara e, se non a Lui, ad un Maestro della stessa levatura, si comprende anche perchè molti si ritraggano di fronte all'advaita.

Si puntualizza la non causalità del Sè. Si negano la devozionalità, la ritualità e i vari yoga da palestra.  

Lo stesso Śaṅkara necessitò di un Maestro.

Ammettiamo pure la possibilità, per alcuni, di poter giungere alla consapevolezza del Sè, senza l'intervento di un Maestro.

Quanti sono? Per quanto ci si possa elevare dal sensibile, ciò che si eleva è un io, per rarefatto che diventi. 

Nella sua elevazione diviene rarefatto, rimangono solo tracce dei contenuti, ma è sempre presente il rischio di aderire a quelle tracce o di rimanere attratto o fascinato dalle altezze. 

E come mai saprà districarsi quando cadrà nella disperazione più nera di chi non sa trovarsi, né sa più trovare il sole nel cielo, il cielo in alto e la terra in basso? 

E quando di colpo si troverà incorporeo, oppure in mille e mille corpi, oppure vivrà ogni pensiero del mondo come proprio e si vedrà come una radio impazzita che capta ogni frequenza? 

E ancora, quando dovrà misurare terrorizzato ogni parola, perchè ogni parola uscita dalle sue labbra diverrà verità? 

E quando vorrà fuggire da sé stesso e dal mondo, ma non saprà trovare più un sé stesso e un mondo da cui fuggire? 

E quando si vedrà immobile nel divenire apparente nel mondo, ma nonostante ciò chiamato ad interagire col mondo per il suo dharma

E se quell'immobilità peserà al punto che vorrebbe disfarsene, ma non c'è nessuno che possa farlo? 

Quando vivrà tutti questi paradossi, ultimi colpi di coda di un io ormai agonizzante, cosa farà? 

Come saprà se i fenomeni che avvengono intorno sono naturali del suo stato oppure no e quindi è il caso che ricorra ad un medico? 

E quando il suo metabolismo sarà mutato?

E quando gli altri, che vedrà identici a sè, lo guarderanno come un mostro o un alienato, cosa farà? 

E quando non saprà più in quale dei corpi nella stanza si trova, cosa farà? 

Chi potrà dirgli che sono momenti che accadono e che occorre tenere ferma la posizione senza curarsi di ciò che, in fondo, è consueto perchè già ad altri avvenuto? 

E quando, già anziano, troverà che le scritture erano false per come le aveva comprese e che esistono stati indescrivibili che prescindono la banalità di Iśvara, del saguṇa se non dello stesso nirguṇa

Non perchè essi siano banali, ma perchè pur sempre di manifestazione si parla nei primi due casi e di non manifestazione nell'ultimo.

Questi sono stati "semplici", in fondo metafisicamente comprensibili alla buddhi di un aspirante anziano che li abbia in parte avvicinati. 

Cosa farà quando, consapevolmente, sarà uno nei molti e insieme i molti nell'uno e insieme nessuno? 

Potrà sedersi ai piedi di un saggio realizzato chiedendo umilmente consiglio. 

Noi possiamo disquisire in eterno, un attimo di esperienza spazza via quest'eternità di disquisizione. 

Non è il saggio in sé, il Maestro, ma la sua esperienza, perchè essa può guidarci alla nostra vera natura.

  

  1. Il successo finale dipende essenzialmente dalle qualificazioni del ricercatore; il tempo, il luogo e l'impiego di mezzi ausiliari sono aspetti secondari. (deśakalādyah)

 

Bodhānanda

Essendo il tempo e lo spazio delle categorie della mente, necessarie all’ordinazione della molteplicità fenomenica nella memoria (ossia due eventi uguali vengono distinti nella percezione da coordinate spazio-temporali), la loro influenza sulla diretta esperienza-conoscenza-consapevolezza della propria innata natura non duale, è del tutto secondaria. 

Al pari, i mezzi ausiliari, quali i rituali (intendendo ogni azione codificata con una procedura e quindi anche una tecnica yogica, una forma meditativa, un processo logico, un rito devozionale o un mantra), essendo parte della molteplicità, non possono incidere sulla natura ultima della Realtà e, quindi, sono da considerarsi secondari o poco influenti sulla realizzazione del Sè. 

Viene affermato che la Conoscenza della Realtà Assoluta o Brahman dipende prevalentemente dalle qualificazioni del ricercatore.  

Questa affermazione è stata spesso motivo di sconforto per gli aspiranti. Ma lo stesso sconforto non ha ragione di essere, perchè chi si confronta con la tradizione realizzativa della Philosophia Perennis per il fatto stesso di affrontare realmente sè stesso e non indulgere nel mondo delle opinioni, ha già le qualificazioni necessarie, infatti essendo ininfluente il tempo, non si pone nemmeno il caso di dovere raggiungere queste qualificazioni. 

Il senso di questa affermazione troverà completamento nel sūtra successivo. 

Ognuno che voglia conoscere se stesso e non investigare sulla molteplicità del fenomenico o indulgere in pratiche che sottintendono la realtà assoluta dello stesso fenomenico, già possiede le qualificazioni.

Perché le qualificazioni di cui si parla consistono, fra l'altro, in una forte istanza realizzativa (e quindi la non aderenza al fenomenico).

 

 

  1. Un ricercatore del Sè deve appoggiarsi alla propria investigazione, dopo aver debitamente avvicinato un Istruttore (guruṁ), il quale deve possedere la perfetta conoscenza del Brahman e una grande compassione.

 

Bodhānanda

Alcuni ritengono che basti la grazia di avvicinare un guru perchè tutto sia compiuto.

Questa è indubbiamente la posizione del bhakta, ma non dimentichiamo che il bhakta mette a disposizione del Maestro le proprie azioni come servizio.

Per il ricercatore è opportuno, afferma l'autore del Vivekacūḍāmaṇi, proseguire nell'azione dell'auto-conoscenza.  

Questo può essere inteso come un invito a comprendere che il Maestro non deve sostituire i libri e quindi, se usiamo le sue parole come verbo, incorriamo negli stessi rischi di una cultura libresca. 

Un Maestro di solito ci indirizza ove possiamo trovare noi stessi e non certo verso un apprendimento mentale. Ovviamente [ciò accadrà] quando tale Maestro abbia già conseguito la conoscenza della Realtà Assoluta, altrimenti vivrà sempre la tentazione di dominio sugli altri e quindi cercherà di sostenere le proprie idee, avendo ancora delle idee in cui credere. 

 

A. Si dice che solo un maestro sappia riconoscere un'altro maestro...? 

Parzialmente vero....parzialmente falso!  Un maestro tutt'al più riconosce "sé stesso", eventualmente in un altro corpo-contenitore. Aria nelle brocche, la stessa aria, brocche diverse... 

Quando ci rivolgiamo ad un maestro non facciamo altro che rivolgerci alla brocca, additiamo la brocca come maestro.

Per riconoscere l'aria contenuta dovremmo prima averla riconosciuta in noi stessi, ma allora staremmo riconoscendo la stessa aria, saremmo maestri noi stessi. 

Ciò che ci permette di identificare il maestro è la brocca, una brocca diversa dalla brocca nella quale ci riconosciamo, quando non identifichiamo, noi stessi. 

Perfetta conoscenza del Brahman è perfetta conoscenza dell'aria, un'aria che si veste di brocca, di compassione, per poter dialogare in alterità  con noi. 

Il maestro in un certo senso si "incarna", atterra, scende (e non cade) dal paradiso, ogni volta che ne richiediamo un intervento, un dialogo, un  consiglio. 

Anima una forma ed un nome solo per compassione nostra, per venirci incontro, là dove possiamo avvicinarlo, riconoscerlo, comprendere...

Il maestro si rende tale e veste la "brocca" solo per la nostra dualità e alterità. 

Ossia l'ottica del maestro è solo e tutta nostra, è solo identificandomi  come una brocca, che posso definirne un'altra, sia pure trasparente come un maestro. 

Molti di noi credo, vivono un rapporto con un maestro godendo  quotidianamente della sua compassione, sempre intesa come disponibilità a venirci  incontro.

Quel giorno tesi la mano ad una brocca, ma quel maestro si fece brocca a  sua volta e mi tese la sua, ricambiando il gesto. Due brocche che si davano la mano e si scambiavano un buongiorno!

La differenza (tra me e lui, dualmente  parlando) correva solo sulla consapevolezza o inconsapevolezza di tale azione-visione. 

Io ero una brocca che dava la sua mano ed il suo saluto-stima ad un maestro, mentre "lui" era la "mia" stessa aria che osservava e vedeva due brocche darsi la mano. 

Cosa sto cercando di dire?

Che i maestri non sono fuori di noi (brocche),  non sono altro da noi, siamo-sono noi stessi! Il che non equivale ad auto-nominarsi  maestro! 

L'aria della brocca-Raphael è la stessa dell'aria brocca-Ramana, dell'aria  brocca- Nisargadatta, sempre la stessa aria è, sempre la stessa aria che alberga  nella brocca che ciascuno di noi crede di essere.

Certo un maestro che vive in una brocca  di vetro trasparente (sempre in un'ottica duale) è comodo, ci fa vedere dualmente  l'aria che non riusciamo a vedere nè nelle altre brocche, nè in noi stessi, ma questo  dipende dalla nostra e altrui opacità, dal nostro e altrui spessore della brocca.

Il cammino è assottigliare sempre più quella brocca, fino ad esaurirne la  "massa", lo spessore, sino a che non c'è più.

Ci ritroveremo la stessa aria, ed allora non potremo più dire "ci ritroveremo" perchè l'aria sarà la stessa, la  stessa che ancora alberga agli occhi altrui nella propria brocca. 

Tutti i maestri del mondo sono me, perchè sia "io" che "loro" (che "voi")  siamo la stessa aria, ma ci piace tanto crederci delle brocche, distinte, separate, aspiranti, discepoli, maestri... 

Se incontri un maestro uccidilo, non certo fisicamente, uccidi la brocca ( la tua) che ti divide e separa da "lui", che ti fa credere di essere "tu", e lui,  "lui".

 

  1. La comprensione di Sè, la conoscenza oggettiva, l'abilità di riconoscere la verità nelle Scritture o di capire le contrapposizioni relative, sono le qualità (lakṣaṇa) che deve possedere un candidato alla liberazione degno della conoscenza dell'Ātman.(Ātmavidyā)

 

Bodhānanda

La conoscenza dell'ātman coincide con quanto chiamano conoscenza del Divino solo dal punto di vista della conoscenza metafisica, non certo da quello della conoscenza empirica o del cammino devozionale. 

La conoscenza empirica predilige lo studio dei fenomeni o realtà apparente e relativa, ed è da questo punto di vista che si immagina un Divino disposto a seguire la volontà empirica degli uomini. 

Il cammino devozionale predilige una e una sola immagine del Divino, nel contempo solo a parole, di solito, vede veramente tutti come immagine del Divino. 

Molti assimilano il concetto di ātman (Pura Realtà) a quello di Dio o Iśvara.

Questa associazione se è vera dal punto di vista metafisico, che vede i diversi piani di realtà assimilabili a certe coscienze, non è necessariamente altrettanto vera dagli altri punti di vista. 

Quanto detto non significa che ci sia una modalità errata e una giusta, ma semplicemente che, essendo diversi i sentieri che si recano sulla cima dell'unica montagna, diverse possono essere le esperienze e gli stessi nomi dati per indicare una data quota, spesso indicano cose diverse.

 Mentre un cammino metafisico tradizionale risolve i vari livelli di realtà attraverso l'integrazione o soluzione o identità con quel determinato livello, ed è un processo di consapevolezza (senza però discutere cosa sia la consapevolezza), un cammino devozionale, solitamente, se e quando conduce ad una realizzazione, lo fa attraverso una via separata, cioè mantenendo costante sino all'ultimo la separazione fra l'ente individuato e il Divino.  

Per questo motivo i requisiti richiesti all'aspirante della ātmavidyā, sono ben diversi da quelli che si richiedono al bhakta. 

Comprendere se stessi significa, fra l'altro, la capacità di sapersi vedere per come si è e non per come si vorrebbe.

Quindi l'accettazione della propria natura sensibile o fenomenica, al di là delle leggi morali vigenti nello specifico spazio-tempo in cui si muove l'ente.

Se non si è in grado di vedere la propria natura fenomenica, difficilmente si saprà riconoscerla come velo alla pura realtà. 

Quindi occorre che l'ente sappia abbandonare ogni valutazione soggettiva (sia propria che indiretta) e sappia vedere le cose con gli occhi dell'onestà oggettiva.

Questa oggettività consiste nel vedere una cosa per come è e non per come sarebbe dovuta essere o non sarebbe dovuta essere. 

Viene sottolineata la necessità della distinzione fra conoscenza e opinione, fra oggettivo e soggettivo.

Affinchè questa ci sia occorre la comprensione di sè, e quindi sapere distinguere la realtà di un evento (per relativa che sia) dalla sua interpretazione.  

Il riconoscimento della verità nelle scritture è l'arduo passo successivo necessario come premessa per giungere all'ātmavidyā

Dicono infatti che le Śāstra o i testi sacri di ogni ramo tradizionale hanno diversi livelli di lettura, ossia diversi livelli di verità, ognuno dei quali comprende quelli precedenti. Quando, quindi, ci si ritrova su un'interpretazione di un passo che non comprenda anche l'interpretazione dell'interlocutore (nell'ipotesi ovviamente che anche l'interlocutore segua un percorso tradizionale), significa che esiste un livello di lettura-comprensione superiore che comprenderà sia il proprio che l'altro.  

Va inoltre considerato che le scritture tradizionali non possono essere interpretate, essendo esse non l'esposizione di un pensiero, ma l'esposizione nel linguaggio (e quindi con i limiti dello stesso) di uno stato coscienziale.

Le scritture pertanto andrebbero vissute e non interpretate.  Si aprono qui due possibilità. 

La prima fa dire che se non si comprende uno scritto sacro, è inutile perderci tempo, perchè si andrebbe nel campo dell'opinione. Di prassi, infatti, riconosciamo come verità ciò che abbiamo già esperito o di cui abbiamo diretta intuizione. Pertanto se in un testo sacro troviamo qualcosa che conosciamo e poi subito qualcosa che non conosciamo, l'istruzione è contenuta nel passaggio fra le due fasi: quello sarà il prossimo passo da compiere.

Questa però è la posizione già dell'asparśin che non ponendosi mete, nè vedendo alcun cammino, si cura solo di ciò che esperisce, ossia ogni fenomeno viene esperito affinchè sia integrato o si disciolga (questo non significa sfrenatezza nei costumi o nei modi, essendo questo processo spesso interiore). 

La seconda possibilità manda a dire che, dato che la mente è irrequieta di suo, è preferibile tenerla impegnata su qualcosa di sacro che altrimenti.

Ugualmente, viene detto che è opportuno che il campo venga seminato se è fertile (il campo dell'aśparsa è considerato sterile, perchè ogni pianta vi nasce solo per morire), affinchè determinate conoscenze possano essere di utilizzo su altri piani. 

Si porta un esempio. Un tempo un Maestro spiegava al suo discepolo gli eventi che si sarebbero presentati su altri piani di coscienza, una volta abbandonato il corpo fisico denso. Il discepolo rispose che la cosa non gli interessava (dato che seguiva la prima possibilità), quando si sarebbe trovato su quel piano lo avrebbe esperito al pari degli altri. Essendo in quel momento non esistente nella percezione, non aveva senso occuparsene perchè ne avrebbe tratto solo delle opinioni che, pertanto, non avrebbero avuto poi alcuna rispondenza con l'effettiva esperienza. Il Maestro aveva spiegato al discepolo la necessità degli aspiranti di tenere ferma la mente, e quindi il motivo dei lunghi esercizi di meditazione che vengono fatti fare a tutti i neofiti.

Questa abitudine infatti, benchè inutile sul piano grossolano se non per un benessere psicologico, non serve a causare la realizzazione, ma a prepararsi al trapasso e alle leggi che vigono su altri piani.

All'obiezione del discepolo, il Maestro rispose: "Forse questo può non servire a te, ma sicuramente servirà ad altri cui trasmetterai l'istruzione tradizionale".

Per vaste che possano essere le tue esperienze esse non possono comprendere tutto in un'unica vita (o in più vite, se le ricordi o ne possiedi la consapevolezza), a questo serve la tradizione e le sue scritture. 

Quindi le scritture tradizionali servono anche come seme, come apprensione di dati che potranno essere applicati o necessari anche in seguito. 

Le contrapposizione relative possono essere intese come la capacità di comprendere che, nel piano duale, ogni asserzione si accompagna al suo opposto ed è strettamente in relazione sia alla propria controparte polare (ogni asserzione è polare al suo opposto), sia è relativa anche al particolare spazio-tempo-persona che la espone, esprime, manifesta. 

Quanto esposto è un punto di vista sul sūtra iniziale. 

 

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