Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai alla sezione.

vedanta.it

L'apice della piramide

Raphael

 

L’apice della piramide

 

L’effetto prodotto dall’errata discriminazione è considerato reale per tutto il tempo che persiste la condizione dell’errore.

Quando nel sonno proiettiamo l’universo-sogno, per riconoscerlo come evento illusorio ci occorre cambiare lo stato di coscienza perché fino a quando sogniamo non ci è possibile farlo; è solo al risveglio, con una nuova presa di coscienza, che noi possiamo dire: il sogno era illusione.

È bene considerare un’importante caratteristica del Vedanta e tenerla presente se si vuole comprendere tutto il processo realizzativo Advaita.

 Il Vedanta sostiene che per riconoscere l’errore in cui si dibatte un essere e scoprire la verità, occorre uscire da una simile condizione di co­scienza illusoria. L’uomo è tormentato da indefiniti conflitti, specula su ciò che è semplicemente il frutto delle sue immaginazioni, è attanagliato dalla condizione del bene e del male e da tutte le dualità relative allo stato particolare di consapevolezza in cui vive.

D’altra parte tende in maniera inconscia alla perfezione, a miglio­rare il suo destino e quello del prossimo. Di continuo si trova di fronte problemi insolubili: sul piano religioso, scientifico, educativo ed economico-sociale. Per ovviare a questa modalità di vita, tenta di trasformare strutture, regimi, filosofie e costumi, ma non tocca l’essenza, causa re­condita di questo stato di cose; in altri termini non trasforma se stesso. A che vale fare una rivoluzione, allontanare dal potere una particolare classe di individui quando questi sono sempre avidi di ricchezze, di desi­deri materiali incontrollati, intrisi di cupidigia, di orgoglio e separatività?

A che vale sostituire un “regime” con un altro quando gli individui, nella loro intima coscienza, sono sempre gli stessi?

Che cosa potrebbe dirci l’Advaita che guarda dall’apice della piramide?

Voi non potete trasformare la società fino a quando non trasforme­rete voi stessi. 

Ma trasformare se stessi è cosa ardua, difficile. Fare una rivoluzione sociale è più facile che attuare una rivoluzione in se stessi. Uccidere i nemici esterni è più facile che debellare quelli interni. Fino a quando vediamo con l’occhio dell’illusione cadiamo sempre nell’errore, anche se quest’ultimo apparentemente può non sembrare tale.

Solo quando trasformeremo la nostra coscienza potremo riconoscere di aver vissuto in uno stato illusorio, non prima. Una simile considerazione vale anche a proposito della Conoscenza. L’Advaita sostiene: non possiamo comprendere Brahman perché vorremmo la soluzione senza creare alcun moto, il che significa rimanere sempre nel velo di maya.

Vogliamo comprendere Brahman? Ebbene, non dobbiamo chie­dere dimostrazioni analitiche, speculativo-discorsive che non hanno senso, ma trasformare la nostra mente. Dobbiamo uscire dallo stato di coscienza illusorio perché è solo risvegliandoci ad una nuova condizione esistenziale che riconosceremo il risplendente atman. È solo quando una trasformazione profonda del nostro essere si attua che potremo avere le risposte alle domande scaturite nelle e dalle condizioni di coscienza precedenti. È bene precisare che la metafisica Vedanta non è astratta o fantastica, non è quietistica, né devozionale, né passiva, né accomodante, né nichilista, né panteista come alcuni addirittura hanno affermato. Essa è essenzialmente dinamica, mira a dare al singolo la responsabilità di ogni azione e la soluzione dell’intero conflitto fisiopsicologico e spirituale.

Questo messaggio di Samkara non è rivolto ai pigri che non voglio­no trasformarsi; non è per coloro che vogliono solo discorrere, erudirsi ed accumulare nella subcoscienza cognizioni; non è per coloro che vo­gliono la trasformazione semplicemente immaginata nella loro fantasia; non è per coloro che vogliono fare crociate o trasformare gli altri per forza in quanto autoinvestiti di prerogative messianiche; è solo per co­loro che vogliono attuare la più ardita impresa che possa determinarsi nella coscienza umana: l’integrale rivoluzione psicologica di se stessi.

È trasmutando realmente le nostre menti cariche di incompiutezze che potremo trasformare la società e il mondo intero. E tutto ciò è opera di vera iniziazione.

 

Il seguente brano, già pubblicato come Quaderno n. 8/2006  fu usato come manifesto della ML Advaita_Vedanta.

Citazione dal Vivekacudamani, col commento di Raphael pag. 115 - Edizioni Parmenides (era Asram Vidya)

 

 

Vidya Bharata - Edizioni I Pitagorici © Tutti i diritti riservati.  
Tutti i diritti su testi e immagini contenuti nel sito sono riservati secondo le normative sul diritto d’autore.

Chi è online

Abbiamo 109 visitatori e nessun utente online

Sei qui: Home L'apice della piramide