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Raphael - Alle fonti della vita: prime righe e prefazione

Premadharma:

Queste sono le prime righe di quello che solitamente viene indicato come un primo libro per approfondire il percorso spirituale in un ambito di unicità tradizionale, per come presentata da Raphael.  

A seguire la prefazione dello stesso libro.  

***

D. Mi sono sempre posto un Ideale, ma presto o tardi esso mi è crollato. Disperatamente cerco qualcosa che mi dia il senso della vita, ma ogni qualvolta mi guardo attorno non vedo altro che le macerie di questi ideali. Oggi arrivo a chiedermi se la vita abbia veramente uno scopo. Che cosa mi può dire? 

L'uomo erra nella foresta del divenire, corroso dal dubbio, dal conflitto e dall'incompiutezza. In questo intero processo di solitudine e d'ignoranza cerca di aggrapparsi a dei sostegni che noi chiamiamo ideali. Ma col tempo dovrà arrendersi proprio perché gli sfugge il vero scopo dell'esistenza. Quale potrebbe essere questo scopo? 

D. Penso, quello di comprendersi? 

R.Che cosa intendiamo per comprensione? Vi prego, cerchiamo di afferrare assieme questo concetto, altrimenti il nostro non è un dialogo realizzativo, ma una semplice conversazione da salotto.

Se a un individuo viene detto che la strada che sta seguendo è senza alcuna uscita, che se desidera arrivare alla mèta deve prendere quella opposta e lui, pur affermando d'aver capito, continua a percorrere il vicolo cieco, vuol dire che non ha invero compreso. 

Comprendere significa prendere con sé un dato, integrare un contenuto concettuale, penetrare l'essenza di una cosa. Dunque, se comprendiamo la nostra vera Essenza, non possiamo non essere quell'Essenza, in ogni luogo, tempo e causalità. 

D. Questo atto del comprendersi richiede tempo, ritiro dal mondo e solitudine. Come posso io, che lavoro quotidianamente e che mi trovo in questo mondo così frenetico, giungere a quello stato favorevole? 

R. Per comprenderci dobbiamo proprio ritirarci nella giungla o in montagna? Sia che stiamo in città, in campagna o altrove, noi portiamo ovunque il nostro conflitto e la nostra incompiutezza. Possiamo trovarci in alta montagna, circondati da solitudine, e avere una mente irrequieta e tutt'altro che silenziosa; ciò può non accadere invece dimorando in città. Il raccoglimento è un'attitudine mentale. La comprensione di sé non dipende dal luogo e dal tempo; l'io, purtroppo, cerca sempre di evadere il problema di fondo. Possiamo comprenderci quando siamo oberati dal lavoro? Chi è che lavora? Che relazione c'è tra noi e il lavoro? Che cos'è il lavoro? Possiamo lavorare pur stando altrove con la mente?

Mentre camminiamo, per esempio, possiamo pensare a un qualunque avvenimento? Scoprire tutto ciò significa comprendersi e questo processo lo si può realizzare in qualunque condizione psico-fisiologica.

 

Prefazione (Marina Zannelli):

Ogni opera di Raphael è preziosa perché costituisce un mezzo importante, un canale non indifferente, attraverso il quale si può far giungere a molti una voce che, specialmente qui in Occidente, può essere di valido aiuto e che andrebbe perduta se l'Autore non ci desse nei suoi scritti ciò che ha sperimentato e realizzato nella vita. 

La prima parte di Alle Fonti della Vita è esposta in forma dialogica; generalmente dove c'è un'interrogazione c'è un vuoto da riempire, un'ignoranza da far scomparire, un dubbio da chiarire e, conseguentemente, una verità solo da svelare perché: essendo tutto in noi, anch'essa verrà trovata nella profondità del nostro essere; partendo da questa certezza spesso l'Autore risponde con altre domande a quelle che gli vengono rivolte e, con un'arte che lo avvicina alla maieutica socratica, costringe il richiedente a un movimento a ritroso che lo fa rientrare sempre più in se stesso fino a scovarvi ciò che cercava. 

Evidentemente, le domande risposte di Raphael sono quelle stesse che, in altri tempi, si imposero a lui e ne determinarono la ricerca; anche se ormai tutto ciò è superato, risuona ancora, nell'incalzare pressante del suo dire, l'eco di quel lungo travaglio spirituale che ebbe come approdo le dottrine orientali e, conseguenzialmente, il Vedanta Advaita e l'Asparśa Yoga. 

Vediamo ora la tematica del testo il quale, volendoci portare alle Fonti della Vita, ci configura l'uomo nella sua costituzione psichica e intellettiva, ce ne precisa gli ideali, le deviazioni, le debolezze, ce ne evidenzia i conflitti e le sofferenze ricercandone le cause e, contemporaneamente, ci offre l'investigazione sulla Realtà ultima e sulla posizione dell'uomo di fronte a questa; l'analisi profonda e vasta apre orizzonti inaspettati, sì che il discorso via via si allarga in direzioni impensate, tocca vertici inesplorati; già all'inizio si delinea il concetto di comprensione che è amore, quell'amore che, dalla morte di Gesù, non è più germogliato nel cuore degli uomini, l'amore inteso non egoisticamente come un do ut des, ma quello che tutto e sempre dà senza nulla chiedere, che è Gioia senza desiderio, che è capace di arrivare alla perfetta fusione dell'oggetto e del soggetto: sì, il vero amore deve dare, ma che cosa donare se si hanno le mani vuote, l'aridità nel cuore, l'avidya nella mente?

Quindi prima cerchiamo di arricchirci riscoprendo i veri valori della vita, trasformandoci per realizzarli e poi, solo quando saremo rivestiti di questa ricchezza, facciamoci donatori. 

Per trasformarsi occorre conoscersi, studiarsi, capire quali sono i nostri nemici e combatterli perché molto spesso noi sbagliamo nell'individuarli e, nella valutazione dei nostri errori, attribuiamo talvolta all'oggetto l'importanza che invece dovremmo dare alla nostra risposta a esso; questa è una precisazione che ci porta molto lontano e può avere conseguenze incalcolabili sulla società e sul modo di impostare la nostra esistenza. Infatti noi addossiamo gran parte delle nostre angosce, delle nostre ansie e, soprattutto, dei nostri stress, alla direzione tecnicistica dell'attività umana da cui consegue il consumismo che ci prende in un vortice di necessità e ci costringe a un folle ritmo di vita, causa di tante alienazioni e nevrosi; se invece di condannare il progresso valutassimo la nostra reazione al suo prodotto vedremmo che l'uomo è libero di accettarlo con indifferenza o con interesse: nel primo caso resterà tranquillo nella sua intima pace, nel secondo si sentirà obbligato a una corsa affannosa per possederlo. Lasciamo dunque che la scienza e l'intelligenza dell'uomo facciano il loro cammino ed equilibriamo piuttosto le nostre reazioni; verremo così ad assumere una posizione coscienziale del tutto nuova e giusta anche di fronte a una gran parte dei desideri, noi, che del desiderio siamo i figli.

 Infatti desideri di ogni genere e calibro ci condizionano e dirigono le nostre energie, inchiodandoci al conflitto, alla sofferenza, all'incompiutezza. Il problema del desiderio è stato affrontato da tutte le filosofie; Raphael ne offre una soluzione con autorità e chiarezza e, soprattutto, con intento realizzativo, riferendosi alla condizione del Liberato che, fuori dall'attrazione-repulsione, non è mosso da niente di ciò che la vita planetaria gli può offrire a qualsiasi livello.

Poiché noi non siamo degli illuminati e non comprendiamo che il nostro Sé non vuole niente perché ha tutto, ma che è l'io a inventarsi tanti bisogni, e poiché non possiamo eliminare tutte le cause del desiderio, né fermare l'attività della mente dove origina il processo stimolante, l'unica soluzione è dosarlo, "nel giusto dosaggio del desiderio sta la vera virtù di un popolo" (sutra 87) e, una volta compreso, risolverlo (sutra 19, 34, 69, 87, 88).

Finora abbiamo seguito la trasformazione dell'uomo (che nei sutra [relativi all'opera in argomento] acquisterà altro tono ed altro peso, attraverso l'azione della comprensione, dell'amore e della soluzione del desiderio), ora dobbiamo vederne la necessità; infatti noi, che indaghiamo sull'ultima Realtà, che non può essere pensata dalla mente dato che non ha né contorno né qualificazioni, possiamo sapere che cosa essa sia solo realizzando la Realtà, il che vuol dire essere Realtà; ma non ci arriveremo mai se non trasformeremo tutto in noi, se non discrimineremo il relativo dall'Assoluto, se non tenderemo sempre con tutte le nostre forze verso la Verità, se non ci applicheremo a un'opera di svelamento più che di evoluzione per scoprire in noi ciò che c'è sempre stato: l'atman che, secondo la dottrina vedantica upanishadica, da Raphael esposta con magistrale chiarezza, è già il Brahman; ma in tutto questo vasto processo trasformativo, che deve impegnarci a fondo, dobbiamo vedere di mantenerci in una posizione coscienziale tale che ci dia la giusta Visione, e a questo proposito l'Autore ci avverte che niente può essere validamente concettualizzato se la Conoscenza non nasce da un centro stabile ed equidistante da tutti i punti della circonferenza, perché solo da questa posizione si può comprendere la Totalità, liberi dal divenire e quindi dal tempo-spazio-causalità, costrutti mentali che ci impediscono di vedere il Tutto in un eterno presente. 

Bisogna proprio dire che ogni argomento trattato ne oggettiva altri e l'indagine si estende in cerchi sempre più ampi. Si è accennato al divenire, quindi al mutevole, e ciò porta alla riflessione che ordinariamente è là che l'uomo cerca la soluzione dei suoi problemi e la speranza di felicità ma, per quanto non l'abbia mai trovata perché sbaglia il luogo della ricerca, è sempre là che l'io lo spinge: io, fantasma samsarico la cui natura è schiavitù, mostro di desideri assetato di immortalità e di perpetuità, sempre in cerca di nuove prede; questo io, a cui non è stato dedicato nel presente testo alcun capitolo specifico, è sempre presente con i suoi inganni, i suoi alibi e la sua pericolosità, per cui l'Autore ne addita l'incompiutezza, la disonestà, la falsità, l'astuzia quasi con un senso di pietà per l'uomo che ne è vittima e che non riesce a liberarsene; lo responsabilizza di tante negatività sì da far nascere in noi l'avversione per questo nemico che ci ferma nel nostro sforzo di ascesa; vorremmo abolirlo, trascenderlo, annullarlo, e i sutra 8, 9, 10, 75, 81 sono una risposta all'avversione che si è creata in noi e che porterà alla logica conclusione che la morte dell'io è necessaria per chiunque voglia svelare il proprio Sé, ma tanto più per l'Asparśa yoga che, non poggiando su alcun sostegno, non può accettare quelli che l'io vuole offrirgli. 

Non c'è altro mezzo per neutralizzare la sua potenza perché anche dandogli altro potere non rettificheremmo mai la sua costituzionale debolezza e povertà, ma anzi userebbe questa nuova forza per renderci ancora più schiavi. Qui si entra in una valutazione del potere che sarà poi ripresa nei sutra 70, 71 e soprattutto ne La Filosofia dell'Essere. 

Lungo tutto il testo si è sempre parlato di mente, e in un intero capitolo vengono presi in esame i complessi processi mentali, e la mente è vista quale limitato strumento di percezione di dati esterni; nell'impossibilità di rivolgersi sul soggetto conoscente (nessuno può salire sulle proprie spalle) essa inizia la sua opera di proiezione e crea l'io, il tempo, lo spazio, la causalità e ci impedisce di conoscere l'ultima Realtà; da qui la necessità di ridurla al silenzio, ma siamo ostacolati dal cumulo di cristallizzazioni che il passato ha formato in noi, dalle larve vaganti, dai fantasmi che odorano di cipresso, da cui ci dovremo liberare mediante una purificazione che ci dia una possibilità di eliminare tutto ciò che ci rende schiavi del passato, di correggere quelle discordanze e disarmonie che hanno alterato l'armonia dei nostri ritmi. 

Con un'esortazione a ricordarci che siamo l'Assoluto e con un accenno all'Arte come mezzo di trasformazione delle idee in colori, parole, suoni, ecc., tanto più perfetti quanto meno qualificati dall'io, terminano le domande e le risposte. 

Ora ci troviamo di fronte una pagina bianca espressiva e significativa come se fosse scritta, dove Raphael sembra dire al lettore: "Fermati! Finora ho risposto alle tue domande, ho risolto i tuoi dubbi, colmato i tuoi vuoti; ti ho dato la possibilità di trasformare in conoscenza l'ignoranza che era alla base della tua richiesta, ma ora fermati, rifletti, fai silenzio in te e in questo bianco silenzio che ti trovi davanti, medita! Non avere fretta, e solo quando ti sembrerà di avere capito quanto ho cercato di far giungere al tuo cuore, allora prosegui e, se oltre ad aver capito avrai anche compreso, la tua conoscenza diverrà coscienza".

Poiché la Via del Fuoco è definita da Raphael come pensieri che vibrano, per comprendere i sutra-aforismi è necessario mettersi in una posizione coscienziale che permetta di captare, quanto più è possibile, queste vibrazioni; allora si potrà entrare nello spirito della metafisica realizzativa, mèta che l'Autore sempre tiene presente e rispetta e sollecita, e l'insegnamento che fin qui ci è stato dato non resterà pura erudizione ma diventerà carne o espressione. 

In questi sutra Raphael si esprime con una modalità simile a quella dei più noti espositori della dottrina Vedanta; mentre le domande-risposte hanno un tono più discorsivo che ben risponde alla forma dialogica, qui c'è la sicurezza incisiva del Maestro che, pervenuto a una sintesi realizzativa dell'Unità della Tradizione, può additare, a chi è ancora lontano dalla mèta ultima dell'uomo, la via per raggiungerla, con una forza e una vibrazione così potenti che scuotono e penetrano quasi fisicamente. 

Si veda, per esempio, il sutra 54 che, in fondo, è la risposta alla domanda che apre il testo: "Ha un senso la vita"? Dopo avere, con un esame spassionato, obiettivo e deciso, enumerato le risposte che comunemente l'uomo si dà e dopo averne polverizzato l'attendibilità, incalza con altre domande che stringono sempre più il cuore della questione, superando perfino il pessimismo del richiedente fino a portarlo a un estremo limite di rottura, per cui può dire che se la lotta nella quale l'uomo è impegnato portasse solo verso qualche cosa di perituro sarebbe una terribile "beffa, un inganno, una crudeltà irrazionale". Se la vita non avesse un significato che trascende l'individuo e la sua materialità, sarebbe veramente un assurdo.

Nella prima parte si è così insistito sulla transitorietà del corpo fisico e della materia che in questi sutra diventa logico dedurre il vero scopo dell'esistenza dell'uomo, di questo Dio decaduto (sutra 38, 39) che ha la libertà e la possibilità di reintegrarsi nella propria essenza dove affonda le sue radici (sutra 53), come il seme che, attraverso il crescere e il fiorire della pianta, ritorna seme. Egli ha in mano la possibilità di crearsi il proprio destino, ne è il Demiurgo; non c'è nessun Dio che si opponga al direzionamento delle sue energie. Si rende così all'essere la responsabilità delle sue azioni che, con troppa indulgenza verso se stesso, aveva demandato a un Dio: è tanto comodo scaricarsi delle proprie responsabilità!

Ecco il pericolo del dualismo che ci può quietare con una falsa valutazione del nostro stato coscienziale (sutra 40-45). Allontaniamo dunque da noi ogni velo col quale l'io cerca di nascondere i propri alibi e vediamoci quali siamo, consci di poter essere ciò che pensiamo di essere. Così, all'incertezza angosciosa dell'uomo moderno, al suo vuoto interiore pieno solo di confusione, di solitudine, di alienazione, di paura Raphael offre la pietra salda e sicura di un valido perché della vita e mostra che fermarsi alla propria grossolanità vuol dire perdere i contatti con la Realtà Universale (sutra 4, 10, 30, 53, 59), diventare un cadavere vivente, creare una società già morta. 

Ecco che il concetto si estende al campo sociale e politico (sutra 60); nell'opera: “La Filosofia dell'Essere”, sarà chiaramente indicata la soluzione per questi problemi, qui già sinteticamente accennata in una politica, l'unica possibile, che si basi su una condotta etica trascendente l'individualità e allacciata alle leggi universali. Ma per arrivare a questo è necessario che l'uomo sveli a se stesso, cercandola in sé, l'essenza del suo essere; ed ecco che tutto quello che attraverso le risposte è stato detto sul vero amore, sulle limitazioni della mente, sulla nostra posizione di fronte al desiderio, sulla continuità del divenire, sulla necessaria libertà dall'io, dai ricordi del passato, da ogni causa duale e quindi conflittuale, dai poteri della maya che negano ogni possibilità di trascendenza, di amore e di identità, porta ora, nei sutra, altri frutti, assume un valore propedeutico di fronte a essi per cui, chiariti i punti di maggiore importanza, ribadita con un continuo martellare la necessità, anzi il dovere, di avviarsi verso la realizzazione con costanza, decisione e coraggio, sì da riconquistare la potenza solare che risolva le forze lunari (sutra 99). 

Raphael affronta, in un crescendo vertiginoso, tutti i gradi dell'Opera di trasformazione che Egli espone con termini sia alchemici sia qabbalistici (sutra 99, 100, 101, 103, 104, 108). Vi sono, in questi sutra, una forza, una sicurezza davanti alle quali il lettore, se ben comprende, trema di commozione e di sgomento, preso dalla sublimità dei concetti e dalla consapevolezza del proprio ristretto limite, che allontanerà nel tempo la possibilità di avvicinarsi all'altezza di certe sfere! Il processo di trasformazione dall'individualità alla cosmicità vivente rende indispensabile l'uso del Fuoco, anzi di tutti i Fuochi necessari per risolvere, gradualmente, sia ciascun elemento simbolo di realtà più profonde in un altro, sia il mondo dell'oggetto e quello del soggetto.

Bisogna abbandonarsi al Fuoco Onnipervadente che è Armonia, carpirlo dal Mondo Superno, lasciarsene bruciare, fare di tutti i Fuochi un unico Fuoco e avere il coraggio di osservarlo spegnersi. In modo analogo a quanto avviene negli altiforni, il ferro solido viene risolto nell'infinita vita universa, la massa in libera energia.

Raphael mostra al lettore, e naturalmente all'eventuale candidato alla Realizzazione, tutti i gradi attraverso i quali dovrà passare, tutte le difficoltà che incontrerà e che dovrà superare; non gli presenta in forma allettante l'opera che lo attende, ma gliene svela l'estrema durezza con la sicurezza di chi l'ha sperimentata in se stesso; lo mette in guardia dai facili entusiasmi, dalle illusioni, dai giochi del pensiero; non gli nasconde niente; gli parla di agonia, di morte a se stessi, di croce alla quale si dovrà inchiodare; non si può proprio dire che il tutto sia invitante o che questo Conoscitore dell'Advaita cerchi dei proseliti per l'Asparśa Yoga, si direbbe anzi che li voglia allontanare. Egli comprende che solo chi possiede le dovute qualificazioni può mettersi su questa via dato che ce ne sono altre che possono rispondere adeguatamente alle diverse qualificazioni di ognuno.

Ma non per questo Egli cessa di ripetere che l'imperativo di oggi è: trasformarsi. In questi sutra Raphael vibra la sua nota, e il suo grido diviene sferza, sprone, sollecitazione, comando per chi ancora perde tempo e sonnecchia, per chi continua a nutrirsi di terrestrità invece di dedicarsi a domare il proprio cavallo e a conquistare se stesso: "Se una mattina svegliandoti ti sei proposto di fare qualcosa che poi non hai fatto vuol dire che non ti sei svegliato". (sutra 6). 

Non si deve credere che questi sutra siano dei voli lirici espressi in una forma poetica fine a se stessa; è lo stile della pura metafisica realizzativa, quella che ti insegna a osservare l'estinguersi di quell'ultimo Fuoco centrale in cui tutti gli altri si sono risolti: è la morte conclusiva finale nella Solitudine divina. 

L'opera è compiuta e l'ente, liberatosi di tutto ciò che lo tratteneva sul piano della manifestazione, è arrivato Alle Fonti della Vita, a svelare l'Essere in se stesso e vi si è identificato: il ciclo umano è concluso. 

[brani tratti da: Raphael, Alle fonti della vita. Edizioni Aśram Vidya]

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