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Commento al Vivekacūḍāmaṇi: sutra 20

Il commento di Bodhananda al sutra 20 del Vivekacūḍāmaṇi, il gran gioiello della discriminazione, è parte di un lavoro collettivo di commento di alcuni  sutra di quel testo svolto dagli allora partecipanti alla lista Advaita_Vedanta che si articolò per un buon numero di anni, circa dal 2001 al 2005. Il testo di riferimento è quello dell'edizioni Parmenides (prima Asram Vidya).
 
Non tutti i sutra sono stati commentati da Bodhananda oppure su alcuni sutra sono presenti vari commenti di altri partecipanti alla lista.
In linea generale ho riportato soltanto i commenti di Bodhananda, in alcuni casi anche quelli di altri.
Quando ci sono state richieste di chiarimento sul commento di Bodhananda ho riportato, ove possibile, le domande e le risposte conseguenti.
In questo brano viene commentato da Bodhananda il sutra 20 della triade in studio.
 
 
 
 
 
I quattro mezzi cardinali.
 
Sutra 18. I saggi hanno detto che per la realizzazione occorre praticare quattro qualificazioni, senza le quali l'attuazione del Brahman può fallire.
 
Sutra 19. La prima è la discriminazione tra reale e irreale (nityanityavastuvivekah), la seconda è il distacco da ogni frutto dell'azione sia in questo mondo, sia in altri, la terza è costituita dal gruppo delle sei qualità, quali la calma mentale, ecc... e la quarta è l'aspirazione ferma e ardente alla liberazione.
 
Sutra 20.  Il discernimento tra reale e irreale (nityanityavastuvivekah), si fonda sull'incrollabile convinzione  che solo Brahman è reale (brahma satyam) e che l'universo fenomenico è non reale. 
 
 
Commento di Bodhananda.
Leggendo questo sutra, mi ha molto colpito il termine "convinzione".  
 
A differenza delle altre volte, sono andato a prendere il Vivekacudamani dell'Asram Vidya per controllare in quanto  la parola mi strideva un po’. 
Nell'esperienza personale, in quella di altri confratelli e consorelle e negli stessi testi tradizionali, le convinzioni trovano poco spazio dato che la convinzione o credo è pur sempre un aspetto del manas, una proiezione. 
 
D'altra parte in alcuni gruppi spirituali si fa la meditazione sulla frase: "Io sono Dio" e questa pratica si basa sulla convinzione che l'io che afferma, non sia più "l'io psicologico" ((individuale), ma quello ontologico (universale), e fino a qui comprendo che è una istanza verso l'alto, una sorta di richiesta di intercessione al mondo degli Dei.
 
Ma l'affermazione di identità con Dio necessiterebbe prima della conoscenza del Divino, sia nel suo aspetto persona, sia in quello impersonale.  
Altrimenti si affermerebbe una convinzione perchè, non avendo esperienza del trascendente, non possiamo non affermare come vero un qualcosa che è una semplice illazione (per quanto confermata dalla tradizione).
 
Il rischio vero non è questo, perchè in fondo la tradizione esiste proprio come trampolino di lancio, ma il punto è che dall'inconscio collettivo, dall'educazione e dalle convenzioni, si ha una idea-concetto di Dio, gli si danno certi attributi, se non poteri.
Quindi l'uso di certi mantra, se non si ha già un certo livello di consapevolezza, può solo che essere dannoso.  
 
Lo stesso potremmo dire col credo-convinzione del solo Brahman reale e dell'universo fenomenico non reale.
Poi controllando il commento di Raphael a questo e ai successivi sutra, si è visto che parla di "comprensione, assimilazione, risoluzione, andare oltre". 
D'altra parte è difficile fondare il discernimento o la discriminazione sulla convinzione. Proprio perchè lo stesso discernimento non può non disconoscere la convinzione come elemento per la trascendenza. 
Però controllando meglio ho visto che nel sutra riportato manca una parola: incrollabile.
 
La convinzione di cui parla Shankara è incrollabile.
Ora una convinzione incrollabile può essere solo conseguenza di una conoscenza diretta.  Se io credo qualcosa, questo credere nasce dal vedere come reale quel qualcosa.
Se uso il discernimento (ragion pura) non posso credere reale qualcosa che diviene da un’affermazione del Maestro o della Tradizione.
Lo ritengo valido in quanto indirizzo, ma sin quando non lo avrò esperito, lo terrò in sospensione, perchè per quanto alto possa essere il livello coscienziale del Maestro o del testo sacro, per quanto possa essere grande la sua proprietà di linguaggio, senza un controllo diretto da Maestro a Discepolo, la sua affermazione sarà comunque mediata dalla mente e pertanto, volenti o nolenti, interpretata, quindi non reale. 
 
Esiste però anche la conoscenza diretta, continuativa, quella che Ramana chiama sahaja samadhi, in tal caso allora sì che si può parlare di convinzione incrollabile.
È un’esperienza continuativa e il mondo fenomenico viene visto come semplice emanazione o manifestazione del Brahman.  
 
Ma forse questo sutra non è certo rivolto ai jivanmukta, se non per quei casi in cui l'ente, pur vivendo tale stato, non sa di cosa si tratti (si ripensi a Ramana che "codificò" il suo stato solo quando ebbe a leggere i testi tradizionali, anni dopo essere riuscito a stabilizzare il suo stato coscienziale). 
 
Per questo motivo credo che il sutra sia più da indirizzare a quegli aspiranti che a mezzo di una sadhana o per la grazia dell'Ideale o per affioramento di un precedente livello coscienziale, hanno avuto modo di esperire in modo puntuale (non continuativo) l'esperienza della non realtà in sé della molteplicità, ne detengano una sorta di memoria: l'incrollabile certezza.  
 
Tutto questo per affermare che credere "non reale" il fenomenico non può e non deve influenzare l'azione della persona nel fenomenico stesso, non almeno in quelle che sono le azioni pertinenti al proprio dharma. 
 
Da qui la pericolosità dell'affrontare discipline per cui non si abbiano la predisposizione e l'istanza adatta. 
Ci sono persone che possono convincersi di certe verità metafisiche e poi cercano di applicarle nel fenomenico.
 
In ambito metafisico non c'è spazio per certezze non esperite (se non quelle pertinenti le leggi del fenomenico, ma anche lì con un certo margine di discrezionalità), non c'è quello spazio che invece esiste nell'ambito della devozione o dell'azione dove invece alcune certezze sono un parametro necessario al cammino spirituale. 
 
Ora, purtroppo, avviene che alcuni si avvicinino al cammino non duale o lo percorrano portandosi dietro un carico di convinzioni e spesso costruendosene altre.
Sono fardelli che rendono gravoso il cammino e che, talvolta, sospingono lontano dall’agognata meta. 
 
Sono queste convinzioni uno dei pericoli più grandi su ogni cammino, perchè esse limitano la nostra vista e la nostra percezione, ma anche la capacità di essere coerenti con l'insegnamento che cerchiamo di praticare, al punto talvolta di ritrovarsi, senza nemmeno accorgersene, nel cammino altrui. 
 
[ML Advaita_Vedanta 8 aprile 2001]

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