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Dharma

«Meglio il proprio dharma, quantunque imperfettamente adempiuto, che il dharma degli altri, anche se perfettamente compiuto. È preferibile morire adempiendo il proprio dharma ché quello di un altro produce danno» (*)

A prima vista questo sutra potrebbe apparire sconcertante perché propone il disconoscimento delle necessità altrui per concentrare l’attenzione su di sé. Potrebbe sembrare un incitamento all’egoismo.

Prima di tutto cerchiamo di capire ciò che significa la parola dharma. In termini generali, designa un “modo di essere”, la natura propria dell’operare conforme allo stato coscienziale; sotto altre prospettive il dharma è quella legge che la Divinità impone a se stessa. Anche per Platone l’Essere-Uno si manifesta nel mondo come “norma” e “misura”. L’Unità nel suo rapporto col mondo è suprema misura di essere.

Nel nostro caso specifico è il dovere-legge che l’individuo deve adempiere per essere in armonia con lo scopo della propria incarnazione e in armonia con il contesto in cui la sua azione deve espletarsi.

Si può tener presente che il jīva-anima prima di incarnarsi ha già prescelto le linee generali di attuazione, pressato naturalmente dai guna. Così, il sūtra raccomanda di assolvere precipuamente il proprio dharma per evitare di venir meno agli impegni assunti a suo tempo. Ma ciò implica che non dovremo interessarci degli altri? Non proprio. Il sūtra è diretto principalmente a quei discepoli estrovertiti e condizionati dall’attivismo che sogliono persino sostituirsi all’agire degli altri.

Ogni ente incarnato ha un suo karma e un suo dharma; vale a dire, ha il dovere di assolvere il suo karma, e nessuno dovrebbe distoglierlo dalla sua responsabilità perché ne va di mezzo la sua stessa crescita. L’aiuto che si può dare è quello di favorire lo sviluppo della persona; se invece non si opera conformemente al giusto rapporto e intelligentemente si può persino arrecare danno al risveglio dell’altrui coscienza.

Il dharma di uno studente, per esempio, è quello di studiare, essere diligente nelle frequenze scolastiche, sviluppare la mente, l’intuizione, la volontà, ecc.; ora, se una persona si sostituisce allo studente nello svolgimento del suo operare otterremo:

1. L’abbandono del nostro dharma.

2. La non crescita dello studente.

3. Un non giusto rapporto con la società perché un domani le offriremo un individuo impreparato.

Una cosa è aiutare una persona a svolgere il proprio dharma, soprattutto se ha un karma pesante, e una cosa è sottrargli non solo la responsabilità, ma persino l’azione stessa del suo karma-dharma.

È inevitabile che la risoluzione di tale condizione presuppone due cose:

1. Dominio delle proprie energie qualificate dal rajas che tendono a sopraffare.

2. Controllo del sentimento per evitare che sfoci nel sentimentalismo, e quindi nella debolezza.

Aiutare gli altri è imperativo del nostro stesso dharma, ma la misura che dobbiamo avere nel compiere l’azione dev’essere valutata e sottoposta alla facoltà dell’intelligenza. Aiutare gli altri è molto difficile, più di quanto si possa pensare, e spesso operiamo con leggerezza; noi generalmente offriamo risposte già confezionate per cui, senza volerlo, imponiamo le nostre convinzioni e la nostra modalità operativa.

Comprendere la maieutica socratica e poterla applicare sarebbe una cosa ottimale, ma purtroppo siamo sempre impulsati a elargire consigli anche quando non sono richiesti. Il sutra ci suggerisce che l’azione potrebbe produrre del danno persino a noi stessi che ci siamo messi in condizione di voler per forza assolvere il dharma di un’altra persona, anziché semplicemente favorirla e agevolarla, liberi totalmente dal giuoco attrattivo-repulsivo.

Meglio dunque compiere il nostro dharma, anche se con errori, piuttosto che quello di altri, anche se in modo esemplare.

(*) Bhagavadgitā: III, 35. Traduzione dal sanscrito e commento di Raphael. Edizioni Āśram Vidyā, Roma.

Articolo tratto da "Fuoco di Ascesi" Raphael, per le Edizioni Asram Vidya (ora Parmenides), pag 47-49

 

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