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Karman o sacrificio

In ogni ramo della Tradizione è contemplata l’azione sacrificale. Negli stessi Veda un’intera parte, i Brāhmaṇa, è dedicata esclusivamente al rito o sacrificio.
Il termine sacrificio deriva dal latino sacrum facere, ed è questo il suo vero significato, anche se nel tempo esso è andato perduto.
Il rito usa il gesto e la formula come mezzi di collegamento col Divino: entrambi servono per evocare nell’officiante la giusta posizione coscienziale indispensabile per l’invocazione. Il rito, quindi, è una combinazione di forma e di anima. Ma, anche se si può prescindere dalla prima, che costituisce in effetti solo un preliminare, l’aspetto coscienza, anima, non può assolutamente mancare. Il rito, pertanto, si realizza nella figura del Sacerdos il quale, necessariamente, deve rendersi disponibile al Sacro, offrirsi all’universale da dove discende l'Influsso spirituale. Deve possedere Dignità sacerdotale. Solo allora egli diviene Sacro come l’atto stesso, diviene cioè un consacrato.
La consecratio, a sua volta, nel suo aspetto rituale, rappresenta il suggello a uno stato di coscienza che esiste già a tutti gli effetti, come quella del cavaliere al momento dell'investitura. Pertanto, essa segue una consacrazione di sé, già deliberata e realizzata dalla persona. È la resa prospettata da ogni Tradizione.
Ci sono gradi di resa, o di consacrazione, preliminari ovviamente alla resa o consacrazione totale.
Consacrarsi all’Universale significa morire all’individuato. E una consacrazione, infatti, segna una morte e una nascita, cioè un’iniziazione.
Abbiamo parlato prima di gradi. Certo è che una consacrazione, a qualunque livello si riferisca, coinvolge l’intero essere: corpo, psiche, spirito o, come li chiama l’Alchimia, sale, mercurio, zolfo.
La parola sacrificio contiene in sé l’idea di sacro, quindi è più chiarificatrice del termine rito. Ma anche quest’ultimo, etimologicamente, ha un suo significato ben preciso.
Rito, in latino ritus, in greco rythmos, deriva dal sanscrito ṛta, che significa Ordine cosmico. Il rito ha quindi una funzione di innesto agli universali al cui ritmo deve, ovviamente, sintonizzarsi.
Abbiamo usato le parole “funzione”, “ritmo”, “ordine”, tutti termini questi connessi con l’agire. Non c’è azione, infatti, che non abbia una sua funzione, non segua un suo ritmo, non tenda a un equilibrio (ordine).
La Tradizione vedica usa la parola karman (azione) come sinonimo di rito-sacrificio. L’azione, infatti, la sola degna di tal nome, è quella compiuta in modo rituale, sacrale, conforme all’Ordine cosmico.
Più che un’azione, quella dell’individuo è una reazione, un impulso a fare, determinato ovviamente non dalla sua volontà, ma dalla sua subcoscienza. Quindi non c’è libertà nel suo muoversi, ma necessità, soggezione, dualità.
La subcoscienza (io) rende l’individuo avulso dal contesto universale. La conseguenza è che la sua azione risulta essenzialmente profana.
Trascendere l’individualità significa riunirsi a quel Tutto che rappresenta il senso stesso dell’esistenza di ogni singolo aspetto. Oltre al fatto che l’individuo, immettendosi di nuovo nella sua vera condizione esistenziale, restituisce all’Esistenza uno spazio libero (canale) che egli stesso le aveva sottratto.
L’azione presuppone una coscienza impersonale, come quella del sacerdote durante il suo officio. In assenza di un agente (io), l’azione (profana) viene trascesa e diviene non-azione, diviene ṛta.
Ogni atto può diventare allora un rito, un atto sacrificale, l’espressione dell’Uno nel molteplice. Basta arrendersi, basta “morire a se stessi”: ai propri desideri, alle proprie pretese, alle proprie aspettative.


«L’attività di un individuo comune è costituita da reazioni che sono espressioni della sua particolare costituzione individuata. Egli è un “io” contornato da oggetti-eventi gradevoli o sgradevoli, attrattivi o repulsivi, e l’agire è in funzione dei suoi desideri, delle sue paure e del suo passato. Così, tutte le sue reazioni sono false, parziali, inadeguate perché basate sul fondamento egoico che è quello della separatività.
Il perfetto Realizzato accede allo stato di senza-io, di senza- desiderio, dove tutti i fuochi reattivi spariscono, ciò determina un tipo di azione impersonale, spontanea, innocente e genuina»1.

 

 

da Raphael, Fuoco di Ascesi, edizioni Parmenides (già Āśram Vidyā)


1 Raphael, La triplice Via del Fuoco, II, I, 3. Edizioni Āśram Vidyā, Roma

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