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L'Abulia del discepolo

Raphael - L’Abulia del discepolo

“ Quando l’uomo non è più vincolato agli oggetti sensoriali né all’azione e ha rinunciato a ogni sua ideazione, vien detto essere uno yogi “.

“ Chi ha padroneggiato l’io individuato si realizza in quanto Sé e rimane sempre lo stesso nel freddo e nel caldo, nel piacere e nel dispiacere, nell’onore e nel disonore “.

“ Quando la mente è silenziosa, priva di desideri sensoriali, stabile nell’atman, si dice che ha raggiunto l’armonia yogica “.

(Bhagavadgita: VI, 4-7-18)

Perché si è vincolati agli oggetti sensoriali? Perché si è attaccati alle ideazioni egoiche?

Perché si è costretti dalle polarità attrazione-repulsione, piacere dolore, ecc.?

Perché la mente non rimane silenziosa, essendo anch’essa un veicolo-corpo del riflesso del Sé?

Sono domande che un praticante-sadhaka deve porsi se vuole fare la sua sadhana con serietà e profitto.

Se facciamo una meditazione sui meccanismi operativi psicologici possiamo constatare che la coscienza incarnata si identifica con l’istanza di estroversione, con l’energia motrice stessa e col frutto dell’azione fino a sentirsi oggetto, perdendo così di vista o, meglio, dimenticando il Soggetto testimone dell’intero processo.

Quando la mente volge attenzione al particolare essa si particolarizza, “ … Anzi, diventa l’oggetto stesso … e si lascia formare dall’oggetto contemplato “ (Enneadi: IV, 4,2,5. Trad. di G. Faggin. Rusconi, Milano).

Un discepolo sincero e leale, riconoscendosi in ciò, dovrà affrontare e risolvere il problema dell’identificazione o della sua assimilazione all’oggetto. Quindi, che cosa dovrà fare? Prima di tutto avere la giusta conoscenza della sua natura di ente; ma questa conoscenza a che cosa porta? A riconoscere che non siamo né l’azione né il frutto dell’azione, né i nostri stessi veicoli-corpi di espressione, né l’io empirico individuato; e il riconoscimento a che cosa condurrà? A scoprirci atman-nous onnipervadente, fonte di beatitudine o pienezza.

“ Esiste una realtà, un’entità assoluta, la quale è l’eterno sostrato della coscienza differenziata, testimone dei tre stati e distinta dai cinque involucri “ (Sankara, Vivekacudamani, 125).

Siamo dunque il Testimone-coscienza di tutto il processo-divenire in noi; vale a dire, siamo i Testimoni dell’intero “secondo” fenomenico. Per riconquistare la nostra più profonda natura dovremo risolvere lo stimolo o l’istanza di estroversione che ci fa uscire dal nostro stato essente. Rimane ovvio che queste cose vanno sperimentate, non teorizzate.

Il desiderio è movimento verso … che, a sua volta, è caratterizzato dal movente attrattivo-repulsivo. Poste così le cose, possiamo avere questa sequenza: istanza originaria, movimento che tende verso (desiderio), azione propriamente detta, frutto dell’azione che, secondo le risultanze, può procurarci piacere o dolore.

Tali movimenti di estroversione spesso vengono risolti con la fuga. Abbiamo infatti persone che fuggono perché respingono cose ed eventi; o fuggono dalla stessa attrazione o dal piacere per tema di eventuali riscontri negativi. Sappiamo che alcuni non hanno mai amato (desiderato) per paura; sono fuggiti per timore di ricevere frustrazioni, per l’angoscia di perdersi; è lo spirito di conservazione di sé che prende il sopravvento fino a paralizzare lo scorrere della vita di relazione.

D’altra parte, attrazione e repulsione sono una moneta a due facce, nascono dalla medesima istanza, sono sempre desiderio. Sul piano dell’agire, per esempio, trovano sbocco nel desiderio di fare o di non fare. Vi sono poi persone con uno stato psicologico intermedio: desidererebbero agire, ma non agiscono; altre desidererebbero non agire ma poi agiscono, possono essere le più frustrate perché non c’è cosa peggiore che imporsi un’immobilità o mobilità incoerente col proprio stato interiore.

Dopo aver assimilato la conoscenza effettiva di ciò che è l’ente, dovremmo passare a risolvere l’attrazione-repulsione e ancora il frutto della stessa azione. Fino a un certo punto può darsi che il nostro iter realizzativo sia stato soprattutto teorico.

Abbiamo avuto la possibilità di chiarirci le idee, di comprendere determinate cose e di fare il punto della situazione sui nostri meccanismi psichici, per cui i guna (energie qualificate) non hanno ricevuto l’impatto di una “forza solare” da imporre loro nuove direzioni. Ma quando si tenta di frenare, dominare, direzionare e risolvere il movimento psicologico, si possono notare delle resistenze.

E se il discepolo vuole andare più a fondo, o ne è costretto per il suo grado di maturità, allora potrà notare un ripiegamento delle proprie energie, un senso di malessere che può sfociare in irrequietezza, spesso in indifferenza, persino in abulia irrazionale. Diremo, la psiche, ripiegandosi su di sé, perde colpi, come si suol dire, non si sente interessata a “tendere verso”, non trova motivazioni. Perché questo? Perché, a questo punto, la giustificazione fondamentale che sospinge all’agire attrattivo-repulsivo incomincia a essere intaccata. La forza traente che determina vitalità viene offesa, menomata, ridimensionata. L’io-ahamkara si mortifica, si abbandona in senso negativo, entra in uno stato di apatia.

Le energie motivanti lo scopo della vita (profano) si comprimono creando crisi di demotivazione, di disinteresse.

A questo punto, trattandosi di un discepolo più che di un semplice aspirante, possono provocarsi ulteriori mancamenti per un duplice riconoscimento: la dimostrazione che in fondo non era la pura Coscienza ad agire, non erano l’innocenza e la spontaneità a manifestarsi; di qui la delusione inevitabile e conseguente per aver creduto di essere ciò che non si era. Può anche indursi una successiva crisi di nullità e impossibilità a proseguire.

In altri termini, egli può toccare il fondo dell’impotenza-nullità dello stesso processo individuato; può riconoscere come, in definitiva, non lui ma qualcuno in lui ha vissuto finora e ha agito in sua vece. Può mettere in discussione tutto il suo operato, può capire che durante la sua vita non ha né conosciuto, né amato, né operato realmente.

È un momento delicato quando l’io si ripiega su se stesso perché la sua esistenza viene messa a dura prova. Il discepolo si trova veramente con le spalle al muro e dubita persino se la scelta della realizzazione l’abbia fatta questo qualcuno in lui oppure lui stesso in perfetta consapevolezza. L’ente perde la sua sicurezza, la sua sicumera; perde l’orgoglio e quel particolare sentire che caratterizzavano i suoi giorni “felici”, ma comunque illusori.

Quale strada può prendere un individuo ridotto all’apatia e al riconoscimento della propria nullità e impotenza? Che cosa fare di fronte a una simile situazione? Certo, si possono ancora stimolare interessi attrattivo-repulsivi facendo rifluire le vecchie energie, per cui si ritorna lentamente a vivere come prima e il tutto lo si può riconoscere come un brutto sogno, un brutto momento, o cose di questo genere.

Ma, ammettiamo che si sia arrivati a un punto in cui la coscienza non consente questo ritorno. Quando egli, il vero ente, non consente più un rientrare nel mondo delle illusioni, che si può fare? Come si può uscire da una situazione in cui sembra che tutto sia crollato, finanche la speranza di riprendere vecchie abitudini e vecchi abiti psicologici? È un momento delicato, abissale perché lo “psichico individuato” sente profondamente odore di morte, di cadavere. A questo stadio, ovviamente, il discepolo non può far niente: né ha la forza per fare, né la facoltà razionale, né la luce chiarificatrice.

Alcune soluzioni possono anche presentarsi ma vengono, in linea di massima, suggerite dall’esterno. Quindi, soluzioni, che non può dare la propria individualità, non può prospettare l’ahamkara perché questo offre solo le sue modalità, modalità che appartengono alla sua natura. Per cui l’ente deve volgersi altrove, deve trovare necessariamente aiuto.

Quando un aspirante nuotatore si trova in estrema difficoltà perché sta per essere sopraffatto dalle onde del mare, lo spirito di conservazione dell’ahamkara si spaventa, e un’angoscia lo tormenta; inutile fare gesti scomposti e irrazionali; c’è comunque una posizione ottimale che potrebbe salvarlo: fare il “morto a galla”, abbandonarsi, o “mollare la presa” in modo attivo, consapevole, allora le onde non solo lo sostengono ma lo cullano persino. In una situazione in cui l’individualità si trova all’estremo limite della sua sopravvivenza ciò che occorre è rimanere in posizione quiescente, silenziosa, di silente osservatore, in uno stato coscienziale d’immobilità, ma profondamente consapevoli dell’evento; solo così e gradualmente, ma il tempo conta poco, l’aurora fa capolino e la coscienza può notare che una luce ristoratrice e chiarificatrice incomincia a inondare l’intera spazialità psichica. È l’albedo dell’opus alchemico. Se ciò si verifica, allora il discepolo si trova in una nuova e più vantaggiosa circostanza aprendosi la via verso la vetta della consapevolezza universale.

“Morire da vivi” non è per tutti, ma chi osa e ci riesce assaporerà una pienezza che il mondo individuato non potrà neanche concepire. La filosofia autentica, secondo Platone, è esercizio di morte, ma ogni morte implica una nuova nascita.

“ … E dunque non è questo che si chiama morte, scioglimento e separazione dell’Anima dal corpo?

– Esattamente, rispose “ (Platone, Fedone: XII, 67 c. Trad. del Valgimigli. Laterza, Bari).

Il brano è tratto da “Fuoco di Risveglio” (Unità nel cambiamento) di Raphael, ed. Parmenides

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