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Ramakrishna Paramahamsa - Possesso del Divino

Ramakrishna Paramahamsa - Possesso del Divino

a cura di Bodhananda

Quaderno n° 10 - 31 Agosto 2006

Centre Vedantique Ramakrishna France

«Dio è l’unica cosa che puoi dire di essere tua.»

 (Sri Ramakrishna)


Questa frase è facilmente comprensibile da qualsiasi devoto, di qualsiasi culto, di qualsiasi etnia: nel misticismo, l’intimità crescente fra l’amante e l’Amato, fra la creatura e il Creatore, fra l’uomo e il Divino, rappresenta il più alto livello di conoscenza possibile, oltre il quale c’è solo la piena e totale identità.
Nonostante questo, ci sono ricercatori che sostengono che Dio sia una superstizione, una credenza cui sono dediti gli animi più semplici, eufemismo per indicare chi non si perde dietro al costrutto del proprio intelletto.

Non è difficile comprendere come una disamina del meccanicismo causale del fenomenico, senza un’eguale e più profonda indagine sull’io e le sue origini, abbia potuto produrre quest’altra credenza che si contrappone alle credenze sul Divino.
Solitamente, dove c’è esperienza, questa non può essere oggetto di credenza, mentre dove c’è credenza, là non c’è esperienza. Infatti la credenza-opinione attiene a ciò che non si conosce per esperienza.

Un'esperienza che sia diretta, di prima mano, non una conoscenza indiretta, di seconda o terza mano, letta o udita; non un opinare cui si potrà opporre sempre qualsiasi altro opinare prodotto da una qualsiasi altra mente condizionata dal continuo divenire del mondo fenomenico.

Normalmente si ritiene che esistano dei punti fermi, oggettivamente condivisibili da tutti, ma in realtà anche questi possono essere messi in discussione. Si potrà discutere sempre sul colore di un oggetto, sulla sua utilità, sulla sua foggia... perché in realtà non si starà affatto discutendo realmente di quell’oggetto.
Staremo sempre e solo discutendo delle nostre soggettive percezioni di quell’oggetto, non dell’oggetto in sé o delle sue qualità in sé. Discutiamo quindi di qualcosa che dipende dal soggetto e più precisamente dalle sue possibilità di percezione e poi di elaborazione.

È allora evidente che la discussione di una qualsiasi inseità è possibile se, e solo se, non è presente alcuna alterità: la frase di Sri Ramakrishna descrive la totale assenza di alterità che l’uomo può raggiungere.
Si è visto che una qualsiasi credenza in materia può solo che essere falsa, pertanto occorre riscontrare se le parole «Dio è l’unica cosa che puoi dire di essere tua» siano la descrizione di un’esperienza. Esaminiamole.

Dio: esiste, non esiste; è una credenza, non lo è... Possiamo però dire che il termine è usato nei vari culti ad indicare un Quid talmente superiore alla condizione umana (intesa come insieme di più energie - fisica, mentale e una più rarefatta detta spirituale, che taluni negano) da esserne considerato la causa prima o, almeno, l’ordinatore.

È: è un verbo che afferma l’inseità o una qualità-attributo attinente al soggetto. In questo specifico caso adduce un attributo di unicità, che trasforma il possesso in inseità.

Unica: afferma una molteplicità che lascia ad un livello inferiore. Mentre si afferma l’esistenza di tante cose, questo termine le esclude tutte dalla frase. Centra l’intera frase su Dio.

Cosa: rimanda a Dio.

Puoi dire: l’atto del testimoniare. Oggi, alcuni ritengono tale anche il proferire un’opinione. In ambito tradizionale, ad esempio, l’opinione non era accettata come testimonianza, al pari dell’inferenza.

Essere: Vedere È.

Tua: questo termine è la chiave di volta o, se preferiamo, il guardiano della soglia. Cosa vuol dire Tua? Attribuisce tutti i termini precedenti ad un soggetto, nega cioè la possibilità di condivisione. Se è tua, non è mia. Se è tua, non è nostra. Se è tua, non è loro. Non nega la ripetitibilità, non nega l’identità, anzi in abbinamento a Unica afferma che quella Cosa, ossia Dio, è la medesima per tutti.
Nega la trasferibilità della Cosa, e questo non sarebbe possibile se fosse una credenza, lo è solo nel caso di un’esperienza, la credenza è forse la più trasferibile delle cose; se così non fosse, il proselitismo non esisterebbe.

Certamente tutto il discorso si regge solo ammettendo che l’assunto sia vero. Se l’assunto di Sri Ramakrishna fosse non vero, se fosse una credenza e non la testimonianza di un’esperienza diretta, allora l’intero discorso cadrebbe. Abbiamo visto già in precedenza che la frase non può essere una credenza, quindi dobbiamo dimostrare che sia non falsa.

Per questo, occorre allora esaminare non più l’assunto, ma la sua effettiva possibilità di realtà. Per fare questo, torniamo al Tua.
Tua è un termine che dobbiamo applicare su noi stessi con le medesime valenze del mio. Cosa indica il termine mio? Mio è l’indirizzo, mio è il nome, mio è il corpo, mia è questa mente... Esaminiamo le tre valenze principali del termine mio: proprietà, differenza, identità.

La proprietà può essere intesa nel fenomenico: un oggetto viene attribuito a chi ne detiene il titolo di proprietà. Questi è il risultato di una convenzione in uso, regolata differentemente a seconda dell’etnia e della cultura; alcune negano la possibilità della proprietà. Ad esempio, come si può possedere della terra, se è lì da milioni di anni e chi afferma di possederla durerà, nelle migliori delle ipotesi, un centinaio di anni?

Si possiede una penna perché la si è comprata, la si è ricevuta in regalo, la si è trovata, la si usa. Tutte questa azioni convenzionalmente determinano un possesso: la penna è diventata mia. Questi eventi però hanno necessitato del divenire per poter essere, in quanto prima quella penna non era mia. E dopo non sarà mia. Quindi il mia non afferma alcuna continuità, anzi afferma proprio una discontinuità. Una serie di discontinuità, una serie di possessi o di usi sino a quando quella penna avrà un qualche utilizzo.

Lo stesso avviene per le persone, un figlio può essere mio? Alcune etnie e alcuni culti affermano di sì, affermano anche il diritto di sopprimere quel mio figlio che si allontani da quanto io ritengo mia legge.
Vediamo pertanto come la proprietà sia il risultato di una convenzione vigente, un accostamento momentaneo, della durata massima di un centinaio di anni, soggetta comunque ai mutamenti sociali e legislativi.

Il termine mio si associa all’uso del verbo avere, ciò che è mio lo “ho”; avere è sinonimo di possedere. Ho una penna, ho un’auto, ho una casa, ho un vestito, ho una attività, ho un laurea. Io ho il mio: ciò che è mio, lo ho!

La distinzione è propria dell’uomo, come distinguere l’uno dall’altro. Come distinguere me da te? A questo scopo si usa la differenza: individua un ente fra miliardi di altri, insieme eguali perché umani, insieme diversi perché individuati fra loro: individui. Si regge ancora sull’avere, ma purtroppo si giunge ad identificarsi con l’individuo risultante dal processo di distinzione; oramai il senso comune fa associare l’individuazione a sé stessi. È quanto la tradizione Vedanta chiama avidya, l’ignoranza metafisica sulla propria natura di puro essere.

Io ho un corpo con determinate fattezze, tu ne hai un altro con fattezze diverse (colore degli occhi, dei capelli e della pelle, peso, altezza, corporatura), io ho una storia, tu ne hai un’altra (etnia, indirizzo, educazione), io ho una personalità, tu ne hai un’altra (carattere, emozioni, sentimenti, pensieri). Da una serie di caratteristiche morfologiche che servono semplicemente a distinguere e riconoscere le varie forme indossate dall’essere individuato, si passa ad un vero processo identificativo, che porta ad una falsa identità, ossia l’ente si identifica con la forma.

Io sono biondo? No! È questo corpo ad avere i capelli biondi. Io sono nero? No! È questo corpo che ha la pelle nera. E così via... sono magro, sono basso; tu sei bruno, sei giallo, sei grasso, sei alto. Io sono italiano, sono romano, sono cristiano; tu sei ungherese, sei milanese, sei induista. Io sono buono, sono calmo, sono innamorato, sono spensierato; tu sei malvagio, sei irascibile, sei arido, sei pensieroso.

Ecco come delle definizioni di forma, non solo del grossolano, nell’immaginario collettivo sono divenute delle vere e proprie identificazioni. L’ignoranza metafisica sulla propria natura di essente porta a credere di essere i propri possessi. Si crede di essere il corpo che si indossa, si crede di essere biondi o castani, bianchi o neri solo perché si indossa un corpo differente.
Di queste differenti morfologie del nostro corpo ce ne facciamo un cruccio o un orgoglio a seconda se quelle morfologie vanno di moda (diffusione o imposizione fra gli individui che in quel momento esercitano il potere mediatico - politico, religioso, culturale) o meno.

Risulta anche qui evidente che l’esperienza di possesso a cui Sri Ramakrishna fa riferimento, deve essere un qualcosa di ben diverso da quanto abbiamo descritto. Per quanta intimità si abbia col proprio corpo, con l’inizio del decadimento (o i più fortunati prima grazie ad infortuni o malattie), si inizia a comprendere che il corpo (con tutte le varie morfologie di identificazione) non è altro che un veicolo, uno strumento, una attribuzione momentanea destinata a logorarsi.

La presa di coscienza di non essere il corpo è considerata in molti rami della tradizione universale l’inizio del passaggio ai Grandi Misteri (metafisica).
È attraverso la progressiva disidentificazione corporea (non sono il corpo grossolano, non sono il corpo sottile o emozionale, non sono il corpo causale) che può durare diverso tempo, che si procede attraverso la realizzazione di diversi stati coscienziali, gli ultimi dei quali nel ramo Vedanta della tradizione, sono chiamati samadhi (savikalpa, nirvikalpa e sahaja samadhi) e sono considerati, da taluni, equivalenti allo stato del Divino.

Dalla testimonianza dei santi, dei profeti e delle incarnazioni del Divino, sappiamo che essi dichiarano di non essere il corpo e nemmeno i tratti caratteriali della personalità considerati negativi dalla morale, da alcuni di costoro attribuiti ad un antagonista che li usa per fermare la loro ricerca-visione del Divino.

Abbiamo visto che capita di dire: “io sono buono”, “io sono stato cattivo”, “io sono irascibile”, o addirittura, “io sono italiano”, “io sono cristiano” e “io sono avvocato”.

Incominciamo dalle ultime affermazioni. Come si fa ad essere “avvocati”? Al limite si potrà avere una laurea in legge, si avrà un permesso (conseguito a seguito di un tirocinio e un esame di stato) che autorizza l’esercizio di un certo mestiere acquisito attraverso lo studio e la pratica presso chi esercita lo stesso mestiere; ma non si è avvocati.
Si esercita un mestiere, non si è quel mestiere, non si è neppure gli artefici di quel mestiere, lo si esercita, quindi si è degli esercenti. Ben prima di essere avvocati o vasai, si è persone, si ha una interiorità, degli interessi, degli affetti, etc.
Quanto si esercita nella vita come attività, certamente non è la nostra prima natura, al limite può indicare una possibile predisposizione se siamo stati noi a scegliere di esercitarla e non altri per noi.

L’appartenenza religiosa determina una qualità tale da essere la nostra natura, da essere noi? Non stiamo parlando del Divino stesso, sia esso adorato nel corpo del Cristo, nell’impersonale Allah o Dio Padre o Jahve, o nel personale bodhisattva o avatara. Stiamo parlando dei culti che sono sorti a partire da questi Princìpi del Divino e che tante genti attraggono e raccolgono. Che differenza c’è per questo io, essere indù o cristiano?
Forse le invocazioni che innalzerei a Kali, la Madre divina, sortiranno effetto differente da quelle che innalzerei a Maria, la Madre celeste? Forse saranno differenti le mie meditazioni su Ganesha, figlio di Shiva, rispetto a quelle che farei sul Cristo, figlio del Padre divino? Oppure è differente l’adorazione di Gopala da quella di Gesù bambino? O quella del Corpo crocifisso rispetto a quella in un campo di pire funerarie di uno shivaita?

Alcuni credono di sì, e su queste credenze molti poggiano ogni tipo di conflittualità etniche e sociali.
Alcuni culti, secondo chi li professa, sono migliori di altri, perché i nomi utilizzati per indicare il Principio, le modalità per invocarlo e le pratiche per raggiungerlo, sono migliori o perché il Principio stesso risponde in maniera difforme.

Appare chiaro ai più che non è questo a rendere dissimili le persone. E se questo non vi appare invece chiaro, forse è proprio quello su cui dovreste lavorare interiormente o col vostro padre o maestro spirituale: credo che per professarmi cristiano o musulmano o induista, io sia migliore di chi professi un altro culto.
A tal proposito si propone come seme meditativo l’episodio di Caino e Abele, dove una differente modalità di culto ha portato alla morte un essere umano.

Allora, non sono questo corpo né i suoi attributi mi appartengono; non sono quello che faccio, né mi appartengono le azioni che svolgo; non sono quello che professo, né sono mie le credenze; sono forse il mio carattere, la mia personalità? Posso essere buono o cattivo? Sono io ad esserlo?

Da quanto abbiamo visto, dovrebbe essere facile realizzare che la bontà come la cattiveria, oltre ad essere relative alla cultura, se intese come giudizi, dipendono dalle convenzioni e dalle situazioni. In realtà, bontà e cattiveria sono relative alle azioni che noi abbiamo o non abbiamo svolto e alle loro conseguenze sulle azioni altrui.
Non si entra nell’ambito dei fattori morali, se una azione sia cattiva o sbagliata, sul concetto di peccato: in ambito duale per ogni ragno satollo c’è una mosca mangiata viva; per ogni leone a digiuno, c’è una gazzella che saltella viva.

Quindi, come entrare mai nel merito? Forse non esiste lo stesso Divino per il ragno, la mosca, il leone e la gazzella? Forse chi mangia ha maggiori meriti rispetto a chi digiuna o muore? Forse Dio predilige gli uni rispetto agli altri? O forse la vita e la morte non sono l’una un premio e l’altra una punizione, quanto due facce della stessa medaglia?

Quindi, per quanto possa nutrirmi delle teneri carne della gazzella, per quanto possa essere un orco cattivo o uno sterminatore, per quanto possa essere fonte di sofferenza altrui, io non sarò quelle azioni, né potrò dirle mie, anche se sarò chiamato a pagarne le conseguenze.
Le azioni non sono mie perché effetto di cause precedenti, quindi il carattere o l’indole che mi avrà spinto ad effettuarle non è mio, come mio non sarà il prezzo che pagherò, ma siccome c’è l’identificazione (altrimenti determinate azione non sarebbero state compiute) ecco che sentirò mie quelle azioni e mio sarà il dolore con cui pagherò.

A poco, a poco, abbiamo escluso ogni possibile possesso ed identificazione, abbiamo visto che nulla, del fenomenico, può essere detto mio.

A questo punto, come può avere senso la frase «Dio è l’unica cosa che puoi dire di essere tua»?
Come posso dire mio? Abbiamo visto che non c’è nulla che possa essere detto mio.
O, forse, posso chiamare mio ciò che riguarda me al punto di essere me? È una possibilità che necessita prima la comprensione di cosa sia questo io di cui dovremmo avere il possesso.
Abbiamo visto man mano come si siano escluse tutte le varie cose che si sono esaminate, esse non solo non sono mie, ma sono proprio estranee a me. Non sono il corpo, né le emozioni, né i pensieri, né le azioni; cosa rimane?

Rimane il loro centro, quel quid chiamiamolo “Sé” che assiste allo svolgimento delle azioni, alle loro conseguenze, assiste a come il corpo assecondi le varie azioni, le emozioni, i sentimenti e i pensieri. Egli assiste a tutto questo e se osservo attentamente scopro che questa è la sua unica azione, se volessi mai definire attivo un qualcosa che non comporta alcuna attività.

Egli è il testimone.


«Perché non riconosci il Sé, il quale è puro Essere ed ha la natura della Beatitudine, come l’unità di Coscienza che è testimone della mente e delle sue modificazioni?
Ogni conoscenza implica una consapevolezza e il Sé, Coscienza pura e senza secondo, è la Cono¬scenza delle conoscenze in quanto l’atman è il Testimone assoluto di ogni contenuto mentale e quindi della mente stessa.

«Avendo rimosso la (falsa) nozione per la quale (il Sé) viene identificato con il corpo, ecc., realizza, attraverso la consapevolezza di essere sempre il Sé, l’unità di Coscienza-Conoscenza che ha la natura dell’Esistenza e della Beatitudine assolute ed è testimone dell’intelletto.»(1)


Le parole di Shankara, nella traduzione di Raphael, ci danno il giusto abbrivio. Quello che chiamo io o sé, il testimone che assiste al continuo divenire del mondo dei nomi e delle forme, è puro Essere. Osserviamoci un attimo, cosa possiamo dire in realtà di noi stessi? Solo che siamo.

Io sono; anzi, togliamo l’io: “sono”!
Sono esattamente ciò che sono.
Testimonio perché sono.
Percepisco perché sono.
Esisto perché sono.
Tutto si poggia solo su questo. Non devo nemmeno curarmi di come avviene la percezione, essa è comunque possibile se e solo se, io sono.
Sarà anche possibile e forse probabile che ogni elemento percepito è percepito perché a sua volta è, ma è irrilevante.
Esso è se e solo se il Sé che sono è.
Nel sonno profondo i nomi e le forme scompaiono, ma ciò che sono non scompare, testimonio la continuità in cui non ho cessato di essere.

Forse abbiamo raggiunto la semplicità dell’esperienza che ci testi¬moniano le parole di Sri Ramakrishna... possiamo dire mio solo di ciò che realmente siamo, l’essere, ciò che rende esistente l’intero universo dei nomi e delle forme (omnipotente), ciò che ce lo mostra e manifesta (omniscente), ciò che lo sostiene dall’interno (omnipervadente), identico in tutto e in tutti (omnipresente).

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1) Shankara, Vakyavritti, 11-12. Opere Minori vol. I - Edizioni Asram Vidya

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