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Satsaṅga

«Satsaṅga significa incontro del sat, il sat di quando si loda Dio come sat-cit-ānanda. Sat è il Principio Esistente, l’Essere che è la verità basilare dell’Universo. Allineatevi con la Verità, il sat in voi, il satya su cui mithyā è imposto dalle menti che non vedono la luce. Soffermandosi in questo sat la fiamma rimane accesa; la luce spunta, l’oscurità vola via e sorge il sole della Realizzazione (Jñānabhāskara)»1.

Un gruppo è costituito da individui e essendo l’individuo, in ultima analisi, un essere che ha in sé la totalità delle qualità (guṇa), un insieme di individui mostra tale totalità in maniera più accentuata e visibile.

«Il Satsaṅga vi fa incontrare con altre anime della stessa natura e crea il contatto che manifesta il “Fuoco interiore”»2.

Nel gruppo è più facile vedere i difetti altrui che i propri, il fuscello visto nell’occhio del vicino3 ci può mostrare in realtà la trave che è nel nostro occhio. Una qualità o nodo energetico ancora sconosciuto o non integrato viene stimolato al contatto con lo stesso nodo energetico di un altro io. L’incontro con altre persone può pertanto indirizzarci sugli aspetti interiori ancora da risolvere. Il contenuto noto o già risolto, non subisce alcuno stimolo perché già integrato durante la sādhanā. Di una persona ci colpiscono gli aspetti che più disturbano proprio perché in noi non sono stati affrontati o risolti. L’emozione conseguente mostra interiormente le note dolenti, le paure, le ansie, tutto ciò che determina la mancanza di armonia, offrendo così la possibilità di integrarle.

«Siate sempre circondati da persone devote alla vita più elevata, che vi incoraggino ad andare avanti lungo la strada, verso la mèta»4.

Un gruppo si raccoglie intorno ad un punto di luce che, irradiando un influsso spirituale, stimoli il risveglio coscienziale. Il suo influsso sarà tanto più puro quanto più alto è il livello coscienziale e parimenti proporzionale sarà la possibilità di risveglio per coloro che appartengono al gruppo.

Possiamo trovare gruppi condotti da Maestri, discepoli o istruttori, aspiranti discepoli e seguaci. Trovare un gruppo spirituale guidato da un Maestro realizzato è raro, ed è ancor più difficile esservi ammessi; solitamente non è accessibile e chi vi partecipa predilige il silenzio. Non necessariamente chi ne fa parte è un discepolo, ma condividendo in toto il dharma del Maestro, è membro della sua famiglia spirituale. Di posizione coscienziale elevata, è un’anima pura, discesa per amore a condividere l’opera del Maestro. Costoro vengono anche chiamati il “cerchio interno" Le note dominanti sono il silenzio e la contemplazione, e corrisponde alla posizione coscienziale del samnyāsin.

I gruppi guidati dagli appartenenti al cerchio interno, sono detti del “cerchio mediano” e vi partecipano persone che uniscono alla disciplina spirituale la via dell’azione. Una volta formatisi, è raro che accettino un neofita. Vi accede, dopo una lunga attesa, chi possiede, oltre alle qualità che si integrano con quelle già presenti nel gruppo, un’istanza realizzativa, non di ordine psicologico o emotivo. È la posizione della vānaprastha, e le note dominanti sono la contemplazione e l’azione.

Il cerchio esterno è costituito da gruppi condotti da devoti o aspiranti discepoli. Diversamente dai primi svolgono un’opera pubblica, sono gruppi meno selettivi e di più facile accesso. Chi li guida è un praticante anziano che ha alle spalle anni di disciplina interiore e segue amorevolmente ogni nuovo aspirante. Chi vi è ammesso intraprende il cammino iniziatico per morire al mondo delle opinioni. È la posizione del gṛhastha e le note dominanti sono l’azione e il confronto dialettico.

Infine ci sono i gruppi condotti da seguaci entusiasti che, avendo una conoscenza teorica della disciplina, operano per la diffusione dell’insegnamento del Maestro. Sono gruppi aperti e facilmente accessibili. Vi si trova sia il ricercatore motivato che chi cerca un semplice conforto emotivo, sia il neofita attratto dalla figura del Maestro che chi ha motivazioni di ordine psicologico. In ambito tradizionale è la posizione del brahmachārin. Le note dominanti sono l’azione e l’erudizione.

«Sankara suggerì il Satsaṅga come primo passo nella sādhanā. La compagnia dei saggi 5e dei buoni svilupperà il
senso del distacco e l’amore per il silenzio e la solitudine, e come
conseguenza svanirà l’illusione»6.

Il Saggio, cui secondo Śaṅkara dovremmo accompagnarci, non sempre è accessibile o riconoscibile; chi aderisce al gruppo nella convinzione di trovare al suo interno dei santi, rimane deluso nel trovarvi dei confratelli “imperfetti” che praticano la sādhanā. L’autoconoscenza viene favorita dal confronto e senza un’istanza di apertura a mostrarsi per quel che si è, il Satsaṅga non sortisce l’effetto atteso. Diviene un’occasione conviviale, di compiacimento perché frequentando un “giro” spirituale ci si sente impegnati, diversi, migliori.

Ci sono anche gruppi che propongono come meta la bontà emotiva, l’erudizione o i poteri psichici. Il “buono” sentimentale è chi desidera cambiare il mondo, senza aver prima portato a compimento la propria metamorfosi interiore. Incapace di applicarsi alla disciplina spirituale, cerca, attraverso un’opera di proselitismo, sostegno alle proprie opinioni e emozioni. In un guado (la vita), il buono sentimentale è colui che si adopera nel cercare di aiutare tutti senza sapere nuotare, spesso portando alla rovina con sé anche coloro che vorrebbe salvare. Il Saggio, è colui che solo una volta raggiunta la riva, si adopera per aiutare chi è ancora nel guado, avendo un solido appiglio cui far presa.

Il gruppo aiuta a crescere, stemperando le qualità nel “calderone” comune in cui possono essere assorbite senza conseguenze. Le qualità negative o positive, in quanto attributi, sono aspetti che cadranno, ma affinché ciò accada occorrono la discriminazione e il distacco, la comprensione e una posizione solare. Il buono cui i saggi consigliano di accompagnarsi è il fratello anziano che può mostrarci la sua esperienza e le sue difficoltà, è colui che non cela i propri errori, ma li mostra affinché altri li possano evitare e superare. Egli si mostra per quale è, cercando di donare non le proprie opinioni, ma la sua natura per come è, senza abbellimenti o veli.

Essere sé stessi significa ritrovarsi nella propria essenziale natura che è l’Uno senza secondo. L’oggetto di percezione - a qualunque dimensione e grado possa presentarsi - è sempre un “secondo” il quale non è altro che “apparenza”.

1 Sādhanā, p.35

2 Ibidem, p.35

3 Matteo, VII 1.5 e Luca, VI 37-41

4 Sādhanā, p.37

5 Vivekacūḍāmaṇi, sutra 3,8,13,15 e in particolare 32-42

6 Discorsi di Satya Sai, vol. III, pag.15

 

tratto da: Prema Dharma. Satya Sai Baba e il Vedānta Advaita edizioni I Pitagorici

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