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Il Vedanta e “gli” Yoga

 

Il Vedanta e “gli” Yoga.


Come praticare il karma yoga.

Bodhananda, Ramakhrisna Mission – seminario sul karmayoga – aprile 2007.

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Caratteristica del Vedanta era ed è la ripetizione e l' evocazione.
Attraverso i secoli ci sono arrivati testi che sono stati tramandati prima in forma mnemonica e poi a livello scritto su fogli di palma. Erano molto concisi, estremamente ripetitivi e venivano, comunque, delucidati personalmente da un istruttore.
Oggi le moderne tecnologie di comunicazione agevolano l'interscambio fra paesi e genti lontane così che quei testi sono facilmente reperibili in libreria o attraverso internet.

Si hanno quindi a disposizione, per l'apprendimento, molte possibilità di consultazione e può capitare di concettualizzare quel che si legge. La concettualizzazione di un testo tradizionale è, forse, la cosa più pericolosa che possa capitare ad un apprendista.

La nostra mente crede, o meglio, capisce determinate cose. Ma nella realtà un testo raramente significa quello che noi pensiamo d'aver capito. Se alcuni di voi hanno già fatto alcune esperienze di conoscenza su sé stessi, hanno scoperto che determinate frasi, determinati insegnamenti che un tempo avevano un loro significato, dopo averli sperimentati sulla propria pelle hanno tutt'altro significato, un significato che è diverso da quello che precedentemente creduto. La concettualizzazione è un aspetto del percorso spirituale che normalmente non viene nemmeno preso in considerazione.

L'argomento del seminario è karmayoga.

Cos'è il karmayoga?

Di solito si dice che il karma yoga è lo yoga per i tonti...


Quelle persone che non sono in grado di fare jnana yoga, quelle che sono un pochettino lente di comprendonio, quelle che non sono in grado di fare il cammino devozionale vengono definite come “quelle che fanno karma yoga”. Molta gente crede sia proprio così!

Crede, cioè che il karma yoga sia la parte deteriore, la parte più bassa dello yoga; addirittura quasi a livello di hatha yoga, come se lo hatha yoga a sua volta fosse una parte ancora più deteriore. Questo perché, in occidente, si è creata la falsa immagine dell'esistenza di vie differenti: la via dell'azione, la via del cuore e la via della mente.

Così quelle persone predisposte per un cammino intellettuale si dice che facciano jnana yoga. Quelle emotive si dice che seguano il bhakti yoga (lo yoga della devozione) e quelle che, invece, sono portate alla manualità, al servizio, allora sono quelle che fanno karma yoga. Queste distinzioni-definizioni vengono anche insegnate in parecchie scuole e le potete trovare in parecchi libri.

Ma vediamo la cosa in un'altra maniera.
Vediamo cosa sono i vari yoga e vediamo se è possibile distinguerli.

Jnana yoga.
Ogni tanto sento dire da alcune persone: “io faccio un cammino advaita”, “io faccio un cammino di conoscenza...”.
La persona che dovesse mai fare veramente un cammino di conoscenza, lo jnana yoga, dovrebbe applicare fondamentalmente discriminazione e distacco.

Questo significa che la sua percezione di qualsiasi evento sensibile dovrebbe essere affrontato attraverso discriminazione e distacco.

Ad esempio, il fatto che in questo momento sto grattando il mio naso è un'azione che dovrebbe essere compiuta con la totale osservazione dell'azione; addirittura si dovrebbe entrare nel distacco dell'azione stessa e discriminare se questa azione, o meglio la sua causa, ha una ragione di essere, qual è il suo livello di realtà, qual è il suo livello di percezione di realtà. Tutto questo, è chiaro, non è certamente possibile farlo in una vita normale. Forse lo può fare il contemplativo, colui che si è ritirato in clausura o quell'anima che ha un livello coscienziale tale che, avendo eliminato ogni altro contenuto, fa affiorare in qualsiasi azione tutta la linea causale che l'ha determinata.

Cammino devozionale: bhakti yoga.
Il Bhakti yoga se non si è predisposti è, per certi versi, ancora più difficile. Significa sempre un distacco completo da sé ma in funzione di un elemento esterno che può essere il Divino, un Principio o qualsiasi altra cosa. Se, ad esempio, muovo un orologio lo sto muovendo esclusivamente per porgerlo, avvicinarlo a questo principio o ideale cui faccio riferimento. Se il mio ideale è il maestro oppure una figura del Divino, come un Khrisna o un Cristo, non esisterà un'azione che io posso svolgere che non sia correlata totalmente ed indissolubilmente al Khrisna/Cristo. Questo è bhakti yoga.

Ma nella realtà tutte le persone che fanno un cammino stanno facendo karma yoga. Perché non esiste un cammino che non sia karma yoga. Perché nella realtà quello che chiamano i 3 o 4 yoga è sempre un solo yoga, un marga, un cammino, un percorso che sviluppo intorno a me stesso come essere umano. E cosa indosso come essere umano? Indosso un corpo fisico, e quindi ciò che concerne il corpo fisico posso chiamarlo karma yoga. Indosso anche un corpo emotivo che è correlato al corpo precedente perché ha delle sue casualità e dei suoi effetti che hanno un movimento e lo stesso accade con la sfera mentale. Ecco quindi che il karma yoga, cioè la causalità, va ad affrontare tutte le nostre tre sfere e che, nell'ambito di ogni singola sfera esistenziale, può assumere sfumature che chiamiamo bhakti yoga o jnana yoga.

Riassumendo cos'è il karma yoga?
Karma yoga viene chiamato la via dell'azione perché non esiste per un essere umano la possibilità di vivere su questo piano se non c'è lo svolgimento di un'azione. Tutto il nostro comportamento, tutto il nostro essere, tutto il nostro muoverci è un'azione ed è conseguenza di altre azioni. Ed il lavoro che viene fatto nell'ambito del karma yoga è cercare di portare questa azione in un determinato ordine.
Per fare questo dobbiamo comprendere innanzitutto chi siamo. Chi si approccia ad un cammino spirituale, quindi ad un cammino con sé stesso, deve capire fondamentalmente chi è: chi è il soggetto che deve fare e che vuole fare questo cammino.

Il Vedanta ci dà un aiuto e ci parla di ashrama: stati della vita.
Ci dice che esiste una fase di apprendistato e di studio, che poi esiste una fase di responsabilità detta del capofamiglia (il ghrasta), una fase di anacoresi e di valutazione della vita, e poi ancora una fase di distacco dall'azione e abbandono della vita.
Come anche ci raccontava Platone esistono delle predisposizioni. Queste predisposizioni sono le famose caste che in India si sono poi consolidate in qualcosa di alquanto deteriore. Queste caste sono: la casta dei così detti prestatori d'opera (i sudra), la casta dei commercianti, la casta dei guerrieri e la casta degli ierofanti, dei sacerdoti, dei bramini.
Trasportandole al giorno d'oggi, la casta dei sudra sono le persone che hanno la predisposizione per la manualità, per l'azione, per la fisicità del lavoro delle cose, quindi hanno con la natura un rapporto estremamente fisico, di intensità, di tatto.
La seconda casta, che chiamano dei commercianti, sono le persone che hanno invece una predisposizione per la comunicazione, la socialità, lo scambio, il confronto: un movimento orizzontale verso gli altri come, ad esempio, i commercianti.
Poi abbiamo la casta detta dei guerrieri. Qui ci sono coloro che dirigono gli altri, persone con una forte energia, che contemporaneamente stimolano in una direzione piuttosto che in un'altra, sviluppano nuovi progetti, nuove cose sempre nell'ambito degli altri esseri umani.
Nella quarta casta ci sono le persone che tendono invece verso l'introversione, verso la contemplazione, verso l'interiorità e quindi sono più ritirate rispetto al rapporto con gli altri. Notiamo in queste caste il ripetersi degli ashrama cioè degli stati della vita: una prima fase in cui abbiamo un rapporto di fisicità col mondo, poi una seconda fase in cui abbandoniamo la parte fisica e ci spostiamo più verso la parte diciamo emotiva, del sentire; nella terza casta arriviamo a dirigere gli altri nella causalità delle cose ed infine, nella quarta casta, incominciamo il ritiro, il riassorbimento: si torna nell'interiorità.

Ora, come praticare il karma yoga?

Ci sono varie modalità ma tutte partono sempre da quello che abbiano appena detto:
“io (soggetto che vuole praticare un cammino) in che posizione sono?”.
Ed a questa domanda potete rispondere soltanto voi cercando in voi stessi e con voi stessi.
Perché oltre alle posizioni descritte prima, esistono anche dei dharma, esistono dei karma, esistono situazioni familiari, esistono condizioni in cui voi già vi trovate quando vi ponete quella domanda. E nell'ambito tradizionale non esiste una posizione ottimale da cui partire. Non c'è bisogno di dirsi: "io per fare questo devo diventare così". Esiste: "io sono ciò che sono ed inizio a camminare da qui per come sono adesso e per dove sono ora”. Egli parte esattamente da dove è: non deve migliorare, non deve cambiare, non deve cercare d'essere differente da sé stesso, non deve cercare di essere altro da sé ma per come è, per come si vede, con tutti i difetti che si vede o con tutti i pregi che si vede. Questa è la persona che può incominciare il cammino.

Viene poi spiegato ed insegnato, che tutto ciò che noi vediamo di noi stessi sono semplici credenze, sono opinioni, sono visioni, sono dei contenuti che man mano perderemo per strada. Di conseguenza è del tutto irrilevante l'opinione che abbiamo di noi stessi. E' veramente inutile perché la perderemo esattamente come perderemo o perderete o come avete già perso, tutte le opinioni che avete avuto nella vostra vita. Qualunque cosa voi crediate oggi, un anno fa la credevate in maniera differente, dieci anni fa in maniera ancora più differente. Quindi attaccarsi alle opinioni, alle credenze in senso positivo o in senso negativo è totalmente inutile.

Quindi da dove si incomincia?

Si comincia cercando di capire quali sono i nostri compiti.
Normalmente si sente dire "ah io vorrei fare il cammino spirituale e per questo devo fare così, devo diventare migliore, devo andare a fare servizio, devo andare a fare quello, a fare questo...”.
Non esiste la possibilità di fare un cammino spirituale distaccato dalla nostra vita quotidiana. La Tradizione ci insegna che “tu sei cio' che sei, puoi praticare solamente ciò che sei, né puoi essere differente da ciò che sei”. Ipotizzare che bisogna andare nella foresta per fare un certo cammino è semplice follia. Altra credenza un po' assurda è ipotizzare che per fare il cammino spirituale bisogna lasciare mogli, figli, bambini o marito perché si crede che la posizione che si ha in quel momento impedisce di fare quel tipo di cammino. Ma ogni momento del nostro presente è quello che ci siamo guadagnati. Cioè se voi siete ora qui è perché la vostra vita ha “lavorato” per farvi trovare qui in questo momento! Questo è il vostro miglior presente possibile! Domani mattina, fra 5 giorni sarete da un'altra parte; questo è il vostro miglior momento possibile del vostro presente. Il cammino spirituale consiste nel rendere migliore il nostro presente, non il nostro futuro, né il nostro passato.
Il karma yoga è lo strumento che altri hanno praticato per cercare di rendere migliore il nostro presente attraverso la vita di tutti i giorni.

Ci sono varie scuole di pensiero.
Essenzialmente si è sempre creduto che il karma yoga facesse parte della ritualità. Per karma yoga si intendeva fondamentalmente: “ogni mattina ti alzi fai le tue abluzioni, fai la tua bella preghierina... fai questo questo e quest'altro... dopo di che fai la vita di ogni giorno nella quotidianità”. Ma questa è stata già contaminata. Ognuno di voi o è madre, o è figlio o è padre, o è cugino o è marito o è moglie... e vive la propria quotidianità... Se è fortunato, di solitudine - se invece vive la solitudine come una sfortuna, lo è. Oppure la vive in un ambito famigliare e quindi ha una convivenza continua con gli altri. Convivenza che è fatta di difficoltà che non sono certamente facili da affrontare e superare.
Allora cos'è che dovremmo fare? Cominciamo ad osservarci ogni giorno e guardare le nostre azioni come si svolgono e vedere momento per momento quello che accade. Ad esempio il fare la colazione... Ci sono due maniere per fare colazione: o preparo e faccio colazione consapevole di quello che sto facendo o la faccio in maniera inconsapevole. Non ci sono altre soluzioni. Il farlo in maniera inconsapevole significa che sono presente ad altro, che sto pensando ad altro, sto pensando a quello che devo fare dopo: diventa un automatismo in cui io non ci sono: quindi io non sono nel presente. Essere consapevole significa che qualunque azione sto facendo, io sono lì. E d'altra parte è l'unica maniera affinché io possa vivere il presente perché se sono distratto ed accade qualche cosa proverò sensi di colpa, avrò dubbi, avrò perplessità, ci saranno delle conseguenze. Perciò l'unica maniera che ho per poter svolgere l'azione è essere nell'azione.
Se riprendiamo il concetto di ashrama, gli stati della vita, vediamo che ogni singola azione può essere concepita, eseguita, valutata e abbandonata. Poi ci possono essere persone che riescono a svolgere l'azione senza nessuna considerazione perché hanno alti livelli di coscienza. Ma normalmente un'azione equanime, un'azione sana, deve avere un suo inizio, una sua esecuzione, una sua valutazione, una sua fine. Altrimenti non riuscirei completamente a sapere come ho condotto quell'azione: se l'ho condotta bene, se l'ho persa e come è andata.

La Gita ci dice che la via dell'azione consiste nel distacco dai frutti delle azioni. Perché nel momento stesso in cui noi andiamo a svolgere un'azione, se aderiamo a questa azione ci troveremo in difficoltà. Ci troviamo in difficoltà perché se svolgo un'azione pensando già al suo scopo, al suo fine, e per un qualche motivo questo fine non lo raggiungo mi troverò in difficoltà perché i sensi di colpa, sensi di fallimento, sofferenza, tensione e sono tutti aspetti che mi distolgono da questo mio presente. Presente in cui devo essere affinché non ci sia lo scollamento dalla persona che sono: da un lato ho i desideri, dall'altra parte le aspettative ed in mezzo ci sono io che non ho ottemperato né all'uno né all'altro. Per questo motivo viene detto che bisogna essere nel presente. Perché è solamente attraverso un'azione nel presente che noi riusciamo ad essere in pace con noi stessi.
Quando io svolgo un'azione distratto dai sensi di colpa del passato, distratto dai rimpianti o distratto dal futuro, dalle paure del futuro, io in quell'azione non ci sono... E non compio l'azione in maniera sana., compio un'azione cui dovrò tornarci sopra. Ogni volta che andiamo a compiere un'azione in cui non siamo stati presenti è come se stessimo lasciando un buco in mezzo alla stanza: lì non abbiamo messo delle mattonelle: abbiamo lasciato il buco perché "ci torneremo dopo". Ma se osserviamo la nostra vita vediamo che è fatta di tanti buchi! E la nostra sofferenza nasce essenzialmente da questo. Il senso di incompletezza, il senso di distacco dalla nostra natura.
Quindi l'essere nel nostro presente è lo scopo di tutto il karma yoga. E' un lavoro fatto per essere presenti nell'azione.
Nell'ambito di altre tradizioni, come può essere nella via giapponese, si può vedere che hanno trasformato il concetto di karma yoga nel concetto di qualità. Se la mattina devo preparare il tè per la colazione ripeterò quel movimento sempre più, sublimandolo e perfezionandolo, raggiungendo una perfezione in cui riesco a mettermi dentro quell'azione, rimanendo presente e distaccato completamente dagli elementi esterni. Si entra così nella meditazione, nella contemplazione dell'azione.
Ripeto ancora una volta, il lavoro che dobbiamo fare per praticare la nostra vita quotidiana è riuscire ad essere nel nostro presente.

Ed il karma yoga consiste semplicemente in questo.

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