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vedanta.it

Sull'Amore - II

Bodhananda - Amore per l’Ideale

D. Si dice che occorre amare l’Ideale e il guru.
Non vedo differenza fra l'Ideale e il guru. Se amo incondizionatamente, cade anche la differenza col resto.

R. Amando l'Ideale amo ogni cosa, perchè in me non c'è spazio per altro che non sia in Signore, ogni Forma sarà la sua Forma, ogni guru sarà il mio guru.
Ogni statua sarà del mio Signore, quale sia la forma, un totem o un disegno geometrico.

Se amo incondizionatamente, non c'è spazio in me per vedere il male, il mio Signore è così geloso, che non lascia che mi dedichi ad altri che a Lui.

È Lui che muove le mie azioni ed è Lui che stabilisce cosa sia armonico, è armonico ciò che entra nel suo volere.
Ma in questo io non posso e non devo entrare.
E il volere del mio Signore è solo per me, non posso dire agli altri cosa sia bene e cosa sia male; il mio Signore non mi fa vedere altri.

Egli è così geloso che mi fa vedere solo Lui. Non amo gli altri perchè li amo. Essi sono amati perchè io amo il mio Signore.

Ma dove sono gli altri? Essi sono tutti il gioco del mio Signore, che si compiace di mostrarsi a me in mille e mille forme.

E Tu, mio Signore che mi interroghi, perchè ti burli di questo tuo povero servo indegno, non sai forse che ho scoperto il tuo gioco e comunque Tu agirai, mai mi potrai sfuggire?

 

 

Definizione di Amore.

R. Quanto alla definizione di amore che si chiede... sa un po' di voler definire l'Assoluto. Potremmo dire, ma ci limiteremmo a traslare la definizione, che amore è ciò che libera l'altro.

D. Il Maestro che libera il discepolo favorendo la morte del suo ego, lo ama o no?
Al sentire di una parte di me, no. Perchè il dolore verso cui lo indirizza e' terribile per lui e per i suoi cari. O al limite, non ama i “suoi” cari . In sostanza nel grossolano per ogni asserzione è probabile che si trovi sempre un'asserzione contraria ugualmente valida.

R.Forse una definizione più ampia di amore potrebbe essere: "L'amore è quanto ogni individuo stima essere la più alta espressione dell'uomo e del Divino." Forse al suo interno riusciremmo a collocare ogni altro punto di vista. Forse.

Perche' qualcuno potrebbe obiettare che quanto sopra si applica alla Conoscenza; al che seguirebbe chi direbbe che Amore e Conoscenza sono la stessa cosa e non la finiremmo più. In sostanza forse è meglio lasciar cadere le digressioni teoriche e invece di parlare di amore vediamo come lo applichiamo con noi stessi o con chi ci sta vicino.

L'applicazione su noi stessi alcuni la chiamano con altri nomi: umiltà, tolleranza etc etc., ma alla fine, nel linguaggio che di solito usiamo, vediamo che da come viene descritto il loro agire, sempre di amore si tratta. Ma, cari amici... sono solo parole. 

 Apprendiamo come le parole possano dividere persone che seguono lo stesso cammino e comprendiamo a maggior ragione come possono dividere persone che percorrono diversi cammini.

La definizione di amore, per quanto ci si possa impegnare nella sua caratterizzazione, è un processo arduo che può avvenire solo per negazione, perchè l'amore è consustanziale al Sè, alla Realtà Assoluta e al Divino stesso, inteso come Principio di manifestazione.

L'amore è uno stato di coscienza o, se preferiamo, un piano di esistenza ove, caduta ogni distinzione, la legge operante è quella di coesione.

Pur ancora operando la legge della causalità, essa è comunque sottesa dalle leggi dell'Amore, leggi che mostrano attimo per attimo all'osservatore qualificato, la mancanza di differenza fra i diversi nomi e forme.

La percezione di questa mancanza di differenziazione appartiene al sottile, potremmo definirla una sorta di intuizione, di occhio che vede oltre la sostanzialità del manifesto.

Il rapporto con il nostro simile, con il nostro prossimo è regolato dalla legge dell'amore nella misura in cui siamo più consapevoli della nostra natura identica a quella dell'altro.

 

 

Dialoghi

 

D. Hai detto che: «La definizione di amore, per quanto ci si possa impegnare nella sua caratterizzazione è un processo arduo che può avvenire solo per negazione, perchè l'amore è consustanziale al Sè, alla Realtà Assoluta e al Divino stesso inteso come Principio di manifestazione». Sembra di poter affermare, allora, che l'amore è ciò che rimane alla fine del lavoro di disidentificazione da ciò che reale non è, in un certo senso è il prodotto del neti-neti: alla fine del lavoro di discriminazione, quel che resta è Amore. 


R. Non solo... questo sembra confermare quanto affermano i Filosofi realizzati che sostengono la piena identità fra le mete finali dei diversi cammini.
Un ente che si applichi consapevolmente nella via dell'amore bhakti marga, non può non giungere alla realizzazione non duale. Infatti la via dell'amore consiste nell'annullamento di ogni distinzione fra l'io e l'altro. Tale annullamente può essere fatto o nell'abbandono continuo e totale nei confronti dell'Ideale, o nell'abbandono continuo e totale nei confronti dell'altro. Chiaramente sono percorsi, specialmente il secondo, difficili da compiersi nel mondo profano, a meno che non si abbia una forte coscienza aderente al dharmaInfatti la via dell'amore (che alcuni vedono, non a torto, coincidente con la via dell'ahimsa, la non violenza) non implica un supino subire, ma un deciso equilibrio nei confronti dell'altro e del dharma. La resa che va fatta non elude l'osservazione del proprio dharmaPer intenderci... la famosa parabola di di S. Martino, cavaliere romano (forse) che recide con la spada il proprio mantello a metà durante una gelida giornata di inverno per donarne parte al pellegrino congelato, sarebbe invalidata se egli avesse donato in toto il mantello. Infatti il suo era un compito da guerriero, se avesse dato via il mantello, il freddo gli avrebbe impedito di pugnare adeguatamente perchè debilitato. Ugualmente ci sono persone che fuori casa sono splendide con gli altri, donano, sono disponibili, etc. etc. tralasciando i compiti familiari.

D. Dove dici che: «L'amore è uno stato di coscienza o se preferiamo un piano di esistenza ove caduta ogni distinzione la legge operante è quella di coesione. Pur ancor operando la legge della causalità, essa è comunque sottesa dalle leggi dell'Amore, leggi che mostrano attimo per attimo all'osservatore qualificato la mancanza di differenza fra i diversi nomi e forme». Per quanto arduo, proverei a definire questo stato di coscienza. Su questo piano di manifestazione duale e conflittuale, permangono differenze e barriere, ma è come se perdessero la loro importanza; la differenza tra me e l'altro rimane quale "strumento di lavoro" per continuare ad agire su tale piano ma, di fronte all'altro, quale che sia il rapporto che mi lega a lui-lei, esiste sempre e comunque la percezione di uno stesso Sè.

R. Per questo, chiamare amore la passione, chiamare amore la gelosia, chiamare amore l'attaccamento, chiamare amore il bisogno dell'altro, chiamare amore il vincolare l'altro non ha molto senso.
L'amore è la più piena accettazione dell'altro... è la sua libertà... anche di ferirci (ma è lui che ci ferisce o siamo noi che veniamo feriti?).

Se poi si arriva a comprendere che l'amore è incondizionato. Incondizionato vuol dire non soggetto a condizioni... e l'altro è una condizione. L'amore non può essere parcellizzato... non si può amare "uno" solo...

D. Prima hai detto che: «La percezione di questa mancanza di differenziazione appartiene al sottile, potremmo definirla una sorta di intuizione, di occhio che vede oltre la sostanzialità del manifesto». Potremmo dire un occhio la cui "profondità di campo" aumenta pian piano, fino all'infinito: prima si era capaci di mettere a fuoco un solo oggetto alla volta, vedendolo staccato da tutto il resto; dopo diventa tutto a fuoco, dall'occhio che guarda, all'oggetto osservato, al contesto che circonda entrambi, al loro substrato comune. 


R. E talvolta ancora accade che questa visione sia come un risveglio, un ricordare, un cambiamento istantaneo, ineluttabile e intramontabile, in cui ci si sveglia all'amore e nulla più potrà cambiare questo risveglio.


D. Si può dire allora che l'amore non è realtà contrapposta all'illusione, ma rappresenta il collegamento tra le due; se non ci fosse questo "collante" sarebbero due cose distinte.

R. Questa è una possibilità che si può verificare, può accadere anche che ci sia una realizzazione senza amore, o meglio una realizzazione che non preveda più la possibilità di "discendere" nell'illusione, anche se nel distacco.

Il buddismo chiama i jivanmukta, bodhisattva proprio per la loro capacità di essere nel mondo, ma non del mondo. Il poter essere di riferimento ad altri e dotati di grande compassione. E invero occorre veramente un amore incondizionato affinchè un ente permanga nel sensibile dopo la realizzazione non duale. 

Questo perchè, non dimentichiamo, per quanto la sua natura sia non duale, il corpo che continua ad usare è umano con tutte le limitazioni e conseguenze di un corpo grossolano.

D. È l'elemento che azzera ogni distinzione tra me e l'altro, che ci trasforma da due realtà distinte in un'unica realtà.
Probabilmente è qualcosa di molto simile alla compassione buddista.

R. Una compassione che possiamo chiamare decisamente amore, prema.

D1. Dove dici che: «chiamare amore la passione, chiamare amore la gelosia, chiamare amore l'attaccamento, chiamare amore il bisogno dell'altro, chiamare amore il vincolare l'altro non ha molto senso. L'amore è più la piena accettazione dell'altro... è la sua libertà... anche di ferirci (ma è lui che ci ferisce o siamo noi che veniamo feriti?)».Sono d'accordo, ma... se è chiaro che il bisogno dell'altro non è amore, la nostra accettazione dell'altro, che implica riconoscere anche i suoi bisogni, cosa implica? Se nel mare agitato del mondo facciamo da sponda a chi ha bisogno di noi, quello quando imparerà a nuotare?

R. Riconoscere i bisogni dell'altro non implica il subirli. Quello è un aspetto che dipende da altro, non dall'amore.
Posso comprendere e accettare che un leone cacci la selvaggina, ma questo non significa che si debba rimanere necessariamente là a fare da selvaggina.

D1. È vero che ciò che crediamo di fare per gli altri (anche il servizio al bisognoso) lo facciamo per noi...Prima di salvare il mondo dobbiamo preoccuparci di salvare noi stessi.
Però è anche vero che la relazione tra noi e il bisognoso è a lui molto utile, a volte indispensabile. Per entrambi è funzionale a comprendere l'unità e l'interdipendenza tra le creature, io ho bisogno di te, e tu hai bisogno di me.

R. Se ti mettessi con la pentola ad andare in giro a sfamare gli affamati, quanti ne potresti nutrire? Quanti nel mondo continueranno a morire di fame? Se la tua unica possibilità di fare del bene è quella, ok, falla.
Ma se la tua azione può essere più ampia e su diversi livelli, e può migliorare la vita di più persone, così che alla lunga ci sia sempre meno gente ad aver bisogno...non perdere tempo a cercare gli affamati da sfamare, dedicati a quell'azione. Ovviamente, se ti accosta un affamato, non puoi esimerti di aderire alla richiesta che la vita ti porge.

D1. Ma l'amore è oltre il bisogno...

R. Così dicono... certo è difficile comprenderlo sino a che non lo si sperimenti. Il bisogno di amore nell'essere umano è così forte... e lo rimane sin quando non realizza che si tratta di un'istanza realizzativa.

[brani e dialoghi tratti da ML Vedanta  - Sai Baba, marzo 2003]

 

 

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