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Causalità e ascesi

Bodhananda,  "Causalità e ascesi"  (periodico Vedanta n° 20 - Febbraio 2008)

 «L’aspirante, consapevole dell’assenza del libero arbitrio e della casualità, comprende che l’intero processo vitale è un’ascesi di dissoluzione: un movimento apparente, comunque destinato a finire, perché la sua pura natura di essere (atman) non può essere raggiunta poiché pienamente presente.» 

(Avadhutagita, Commento al sutra VI, 2 - Edizioni I Pitagorici)

La tradizione unica universale, codificata nella testimonianza dei Conoscitori di ogni tempo, descrive un percorso temporale (samsara o continuo divenire) per il risveglio dell’essere individuato alla propria essenza; di questo percorso, il culmine è solitamente considerata la vita umana, temporalmente suddivisibile in una fase iniziale di apprensione, studio, crescita: è quella dello studente, dell’apprendista; una seconda fase di attività, esecuzione, operatività: è quella del capofamiglia, dell’esecutore; la terza è la fase del riassorbimento, della riflessione, del raccoglimento: è quella dell’anacoreta, del valutatore; la quarta fase, l’ultima, è del silenzio, della terminazione, della pienezza: è quella del sapiente, del Conoscitore.

Questa codifica non regola solo la vita umana, ma anche lo svolgimento dell’azione equanime, unico vero strumento per non procrastinare il reintegro della molteplice individuazione nell’essenza.

Il riconoscimento di questa codifica è di ausilio per coloro che aspirano all’Ordine, al Divino, alla Conoscenza, al Reale.
L’esecuzione equanime delle azioni di competenza alle precipue fasi indica all’aspirante il grado di autoconsapevolezza presente nella sua incarnazione.

Qui non si esaminano le modalità di esecuzione delle azioni nelle fasi, modalità codificate nella tradizione del Vedanta come karmamarga, bhaktimarga, jnanamarga; esaminiamo il continuo divenire, nella parte a noi facilmente accessibile, e le leggi che ci concernono nella sua manifestazione.

Il riconoscimento della legge di causalità come regolatore del molteplice fenomenico è un fatto assodato e riconosciuto dai più.

Tutti sanno che lanciando con la giusta forza un'adeguata massa rigida su una normale lastra di vetro, questa si romperà.
Tutti sanno che gli oggetti cadono verso il centro di attrazione gravitazionale; che mordendo la propria lingua si prova dolore, che dopo il sonno si ritrova la veglia, che il fuoco irradia calore, che ad ogni effetto corrisponde una causa.
Ma non tutti esplorano fino in fondo quanto questo influisca su loro stessi e, ancor meno, in fondo, importa loro il saperlo.

Ogni evento ha una sua causa e ogni evento determina un effetto, e che quanto chiamiamo vita è un insieme di eventi causati, viene preferibilmente dimenticato.

La maggioranza delle persone preferisce credere di essere padrona del proprio futuro, di determinare con abbastanza precisione le proprie azioni, grazie all’esercizio della volontà.

Altre ritengono che esista un destino ineluttabile, regolato da un Ordine superiore e da cui non si può prescindere.
Non osservando l’esperienza, è più facile credere di essere gli artefici delle proprie azioni; non realizzando che le pulsioni, le emozioni, i pensieri, sono solitamente del tutto indipendenti dalla volontà, e che questa è una sorta di somma algebrica dei fattori condizionanti, consci e inconsci.
Un elemento insieme relato e variabile del sistema.

Si crede che un bimbo messo accanto ad un vaso di marmellata possa scegliere fra il mangiarla e il non mangiarla, e non che l’azione dipenda solo da quanto forte sia lo stimolo a nutrirsene e quanto forti siano gli impulsi a contenersi. Si crede che il bimbo possa scegliere.
Si crede che se al bimbo saranno stati ingiunti dei valori morali, l’obbedienza, etc., questi saprà obbedire all’ingiunzione di non gustare la marmellata.
In realtà, non ci sarà alcun momento decisionale... ci sarà una somma di pro e contro, emotivi ed razionali, e poi il bimbo effettuerà l’unica scelta possibile, quella che gli risulterà meno dolorosa, in quel preciso momento, in conseguenza di tutti quei fattori.

È questo il punto: ogni azione è predeterminata dalle precedenti. È questo che sconvolge la mente, che rifiuta ciecamente ad oltranza quest’incapacità di incidere sul proprio destino.
Incapace di accettare la realtà, giunge ad immaginare capacità e possibilità che divengono un’ulteriore sovrapposizione sul Reale.
Se ogni azione è effetto di una o più precedenti, ogni azione è predeterminata: l’essere individuato non ne è artefice, quanto semplice esecutore.
Questa esposizione sembrerebbe porsi quasi in guisa di tragedia: "Gli uomini sono degli automi e non ce ne rendiamo conto? Crediamo in un libero arbitrio inesistente?".

Eppure, forse, non è vero che sia proprio così tragica, anzi... in fondo il mondo va degradando da millenni e la gente continua a credere di fare da sola le proprie scelte, crede di avere una volontà capace di intervenire nel corso degli eventi e se anche, ogni tanto, giunge a sospettare qualcosa, ci pensa la mente ad intervenire favorendo qualche altra adesione e impedendo quell’autoconoscenza che rappresenterebbe la sua morte come strumento indipendente e di supposto giudizio.
Se fosse così, allora sì che non ci sarebbe alcuna possibilità di trascendenza o redenzione, che invece esiste: l’essere individuato può sciogliere l’individuazione e, quindi, redimersi dalla contingenza, uscire dal processo causale, non attraverso un’azione, ma attraverso la sospensione consapevole dell’identificazione, ossia cessando di credersi l’artefice delle proprie azioni.

Il piano grossolano è il piano della causalità, ma la natura dell’essente è l’essere e questi è incausato, pertanto nella piena libertà dell’arbitrio.
Non è la mente ad essere dotata di libero arbitrio, né l’invidualità (essendo entrambe causate), è il puro essere ad esercitare l’arbitrio liberamente; esso infatti. pur presente come testimone nei piani causali, non vi appartiene, pertanto in ogni momento è “libero” di riconoscersi.

Questa libertà è assoluta ed è quella che mette in crisi molti aspiranti che professano una presunta non dualità e, incapaci di realizzarla, avendo concettualizzato il Reale, cadono preda del nichilismo mentale, incapaci di risolvere la negazione del libero arbitrio, trasformano l’Advaita in una sorta di meccanicismo fatalistico, ove l’uomo interpreta il ruolo di un pupazzo preda delle correnti del continuo divenire, affrontato con una sorta di disinteresse eroico, una sorta di stoà moderna.

L’Advaita Vedanta è oltre ogni fatalismo, rappresenta la più alta libertà esistente, quella del Reale.
Su questo piano l’arbitrio inizia ad esercitarsi nella scelta fra la testimonianza inconsapevole e la testimonianza consapevole.
Nel primo caso viene mantenuta l’individuazione, pertanto il processo causale procede, autoalimentandosi di causa in effetto; nel secondo caso, inizia il dissolvimento dell’individuazione, pertanto il processo causale inizia a rarefarsi.

L’azione inconsapevole di chi si crede l’artefice sostiene il continuo divenire o samsara: è quel passeggero che sul treno della vita, continua a credere di dover portare il bagaglio in mano; nel secondo caso, invece, il passeggero ha riconosciuto come il treno segua i binari indipendentemente da lui e, pertanto, può posare tranquillamente il bagaglio: è il treno a portare entrambi.

Come comprendere che è giunto il momento di poggiare il bagaglio perché si è sul treno?
Occorre saper trovare i binari e poi percorrerli, perché più del treno è il tram che raccoglie chiunque incontri lungo i binari e chieda di salire. Il biglietto è l’istanza realizzativa, quel bisogno del trascendente che oscura ogni fenomeno. In ogni caso, se anche non si è pronti a salire su quel tram, il percorso a piedi è più agevole lungo i binari, facilitato perché essi indicano il sentiero, e poi, quando si sarà realmente stanchi dell’impermanenza, si potrà prendere il prossimo tram.

Occorre però ricordare che quanto è stato oramai attivato deve trovare il proprio compimento, anche se nel frattempo si è saliti sul tram (se per portare quel bagaglio, il corpo si è azzoppato, non tornerà sano perché si è saliti sul tram o perché lo si è deposto. Quel corpo continuerà a zoppicare).
Fra i diversi binari, ce ne è uno che sembra quasi in disuso in Occidente, mentre in Oriente viene ancora indicato come la via maestra, ne abbiamo già accennato in precedenza, è l’azione equanime o dharma, da compiersi secondo le quattro fasi naturali (sia nell’azione che nella vita), entro le tre sfere principali di esistenza e secondo la propria indole, per conseguire gli scopi della vita umana (purushartha).
Questo è un argomento che necessita di approfondimento, per questo si raccomanda la riflessione e meditazione della Bhagavadgita.

Immaginate queste parole come qualche fotogramma preso da un intero filmato, estratto solo per comprendere se appartiene al vostro presente oppure no e, in conseguenza di questo, lievemente, senza sforzo, iniziare a percorrere uno di questi binari quale ausilio.

Molti affermano di voler salire sul tram; di questi, parecchi ne sono realmente convinti, eppure sono veramente poche le persone pronte alla non dualità, anche se non si può negare l’anelito che pervade alcuni di costoro.

La realizzazione non duale è il termine di una manifestazione, pertanto non è un evento facilmente riscontrabile nel sensibile, per quante ambizioni si possano avere, anzi essa è esclusa da ogni forma di desiderio; raramente gli aspiranti avanzati sono destinati a questa realizzazione durante la vita, spesso costoro sono destinati ad una attività di servizio tradizionale, alla condivisione del dharma di un Conoscitore fermamente stabilizzato nel Sé.

L’andare in giro come le api, di fiore in fiore, ritenendo che altrove si troverà un binario più lucido o una fermata più comoda non conduce ad alcun risultato, anche se è vero che il proprio presente è sempre il migliore possibile.

L’accesso diretto ad un Conoscitore è un evento così raro che andrebbe conservato come il più prezioso dei tesori. Ritenere che ci siano Conoscitori migliori di altri, mostra che forse non si è compresa l’unicità del Principio, comune e unico in tutti i rami tradizionali.

Abbiamo esaminato come da un punto di vista puramente metafisico nel fenomenico non esista alcun libero arbitrio, ma abbiamo anche visto che dal punto di vista fenomenico, questa medesima affermazione non ha senso per chi è soggetto alla contingenza: come valutare le infinite variabili in gioco per determinare un comportamento piuttosto che un altro?
Parimenti vediamo che la negazione del libero arbitrio in un'ascesi fenomenica non ha nemmeno senso.
In una testimonianza metafisica, quale individualità potrebbe mai essere esistente, quale volontà e quale arbitrio, per cosa?
Per questo motivo occorre comprendere che non si possono usare le realizzazioni interiori fuori dall’ambito ove sono state realizzate; esse hanno valore soltanto in quello stato coscienziale.
Per quanto si sia appreso a nuotare nell’acqua, non si può applicare questa realizzazione nell’aria o sul terreno. Parimenti, tranne casi eclatanti, non si può camminare sull’acqua.

La pratica del Vedanta passa attraverso questa semplice comprensione, ogni stato di coscienza, ogni fenomeno ha le sue modalità di espressione, l’aspirante deve apprendere a non confonderle e mischiarle, ossia non usare una consapevolezza acquisita per alterare o interferire con il continuo divenire, allontanandosi dall’azione equanime. Non è facile, ma porta ad una comprensione del manifesto più profonda, quella che fa vedere come non ci sia nulla da accettare e nulla da rifiutare.

Quella trascendenza che ogni aspirante, di ogni culto, di ogni religione, di ogni scuola, seguace di ogni Maestro, Profeta e Incarnazione, cerca attraverso la pratica, è comune e identica per ogni individuo in questa manifestazione, a prescindere dal linguaggio utilizzato per definirla e a prescindere da ogni modalità proposta.

La testimonianza dei Conoscitori, l’applicazione nei tanti culti presenti in India e nel mondo hanno mostrato come il Vedanta sia uno strumento applicabile da ognuno, senza intaccare le proprie credenze, usi e abitudini.

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