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Reale e non-reale

Bodhananda - Reale e non - reale

 

Definire la realtà e la non realtà è un processo realizzativo che può determinare anche qualche errore.
Uno degli errori in cui un aspirante può facilmente incorrere è un'accettazione empirica del concetto di Realtà, senza alcuna realizzazione della stessa.
Capita che si possa avere un'intuizione momentanea della realtà e che da questa si possano porre le basi per un costrutto.
Questo purtroppo, proprio per la sua natura fenomenica di costrutto (di effetto dell'intuizione), non ha alcuna rispondenza con il Reale.

Il Reale è uno stato che può solo essere vissuto, ma che non può essere preso quale base o motivazione di azione.

È come se il Reale in quanto tale una volta realizzato non comportasse alcuna modifica sostanziale nell'azione dell'iniziato che lo ha conseguito.
Questo perché, come esposto sopra, nel momento stesso in cui lo si cercasse di portare nel fenomenico (dotato di un grado di realtà inferiore o relativo) non sarebbe più reale:
1) è stato effettuato un processo di traslazione causato un atto volitivo individuale.
2) è Reale nel fenomenico, ma non può esistere in quanto tale se non nel jivanmuktha la cui consapevolezza - coscienza coincide con il Reale (e ove d'uopo anche con altri piani), mentre i suoi involucri sono solitamente soggetti al fenomenico. Pertanto in questo caso il Reale non è accessibile, quindi non si può parlare di sua esistenza nel duale.

Qualunque sia la posizione dell'aspirante (neofita, praticante, discepolo o iniziato) e il linguaggio tradizionale a cui si accompagna, possiamo riconoscere la vera posizione dalla non aderenza ad alcuna delle sue parole che, una volta espresse, sono lasciate libere di librarsi nel vento, senza che alcun legame vincoli l'aspirante ad esse.

Le parole possono considerarsi, nel caso di un aspirante che abbia realizzato la non dualità, come un indirizzo verso quella che è la natura di ognuno, ma esse non sono la verità, né lo possono essere.

Occorre saper distinguere la via dalla meta, e la realizzazione dall'opinione.

Credere che il mondo fenomenico non sia reale senza averlo esperito nel vissuto dell'ente, può comportare danni all'involucro mentale, anche irreparabili.
Così come esperienze saltuarie di stati trascendenti non possono essere considerate come possibilità di uso data alla mente, ma piuttosto come esempio di possibilità di essere.

È preferibile evitare di utilizzare il riporto nel fenomenico dei "ricordi" trascendenti. L'ente che approcci un percorso incentrato sul Reale, deve essere pronto a rinunciare ad ogni idea, convinzione e nozione sullo stesso.
Questo perché il pensiero non fa parte del Reale, ma la sua riduzione a semplice strumento può determinare il risveglio dell'ente alla sua natura di Puro Essere. È da lì che inizia lo stato di identità col Reale.

Un inizio che può essere visto come fattore temporale, ma che è semplicemente un adattamento dei veicoli corporei all'ente che, perduta ogni individualità, necessita di una parvenza della stessa per interagire nel mondo, ove questo sia richiesto e concesso.

D'altra parte taluni sostengono che quest'ultimo evento sia così raro, che Enti di una tale consapevolezza, presenti su questo pianeta consapevolmente, siano inferiori al numero delle dita di due mani. Né per un occidentale è facile il riconoscimento o l'accesso a tali Esseri.
Questo perché la cultura occidentale ha costruito una sorta di archetipo strutturato per figurarsi questi Esseri. Dipinti come dei “mostri” di potenza o santità o conoscenza, è come se non avessero più alcuna natura umana, mentre è proprio la natura umana, scevra da ogni reale condizionamento, l'indice del jivanmukta.

Ma è improbabile che il compito di questi Esseri sia quello di svolgere il ruolo di istruttori degli aspiranti, data la natura divina (in senso di Assoluta).
Di solito sembra che svolgano un'azione di respiro più ampio e non necessariamente percettibile dagli aspiranti.

Per questo motivo occorre non considerare "reali" o "assolute" le loro parole; se Reale o Assoluta è la natura dell'Ente che le emana, non è così la natura dell'ente che le ascolta, nel momento stesso che le vive, o meglio, Reale e Assoluta è la sua natura, ma di questo non c'è realizzazione, perchè l'ente si crede e si vede ancora individuato, soggetto al fenomeno, tanto è convinto di essere un corpo, una mente, un insieme di emozioni e sentimenti: aderendo agli involucri si crede altro da ciò che in realtà è.

È proprio questo suo credersi “altro” a determinare l'impossibilità di viversi come reale. Ne consegue che è portato ad utilizzare la propria idea di Reale come se fosse Reale, spesso con nocumento proprio e altrui.

[brano tratto da Ml Advaita_Vedanta 4 marzo 2003]

 

 


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