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Dolore dell'individuazione e ānanda

Bodhananda -  Dolore  dell'individuazione e ānanda

 


A: La nostra esperienza di vita, almeno a questo livello, non può prescindere dal dolore. Se lo pensi vero...sarà vero, almeno per te....magari sarà pure vero, anzi è vero, ma io non voglio che sia vero e cerco un'altra verità, almeno per me... sì, lo so... pare uno scioglilingua.....

B: Carino lo scioglilingua! La Gioia corrisponde alla Grazia, ma la Grazia non può essere scelta, né tanto meno voluta, è un dono che arriva quando cadono tutte le domande, tutte le richieste, nella totale accettazione nel bene e nel male.
In questa non scelta, il dolore assume lo stesso valore della felicità, né più nè meno e, in quanto tali, integrati in una Gioia superiore che li contiene.
Da un punto di vista "più alto"..non esiste nient'altro che ānanda e tutto il resto è solamente una sua "deformazione"...tutto ciò però non può e non deve essere evitato.
Perchè rifiutarlo se è comunque un' espressione del Reale? Un espressione di noi stessi?


Bodhananda: [il dolore] Dovrebbe nascere dalla convinzione di esistere come essere "individuato", invece che come semplice essere.
L'individuazione è proprio il credersi separati e diversi perché ci si abitua ad interfacciarsi attraverso i vari corpi...
Attraverso il veicolo fisico crediamo di muoverci, attraverso quello emotivo traiamo appagamenti (e pene), attraverso quello mentale "creiamo" le due "azioni" precedenti.

Questa abitudine all'individuazione è ben difficile da lasciare durante la vita, in quanto è proprio essa il sostegno della vita stessa su questo piano.

Nonostante la realizzazione dell'identità con l'Assoluto l'ente che permanga sul piano fisico denso è comunque soggetto alle leggi dei veicoli corporei.
Se il corpo fisico viene colpito esso subisce un trauma, ugualmente gli altri due.

Sembrerebbe però che il distacco, esistente per certi versi, è come se modificasse le modalità di reazione dei vari corpi, almeno sino al momento della dissoluzione.
Almeno, così parrebbe osservando le tradizioni che ci arrivano sui vari Maestri (a meno che non si tratti del solito “devotame” o di erudizione).

D'altra parte cerchiamo di non considerare il distacco o la realizzazione come un punto di vista "alto": il dolore fa parte della vita nel momento stesso in cui c'è adesione alla vita.
Così è per la gioia.

Non c'è alcuna differenza fra dolore e gioia, sono entrambi due aspetti di uno stesso stimolo vitale che viene percepito da uno o più dei tre veicoli corporei.

È l'adesione alla vita dei tre corpi (quindi dell'individuazione) fonte del dolore e anche della gioia.

È la percipienza (o coscienza) dei corpi ad essere letta come dolore o gioia a seconda del loro stato di squilibrio.

Uno stato di squilibrio è gioia o dolore a seconda se conduce ad un equilibrio stabile o indifferente o ad un ulteriore squilibrio.

L'adesione a questo squilibrio (o movimento) attraverso la percipienza è quando noi chiamiamo dolore, gioia, etc.

L'ānanda non ha nulla a che fare con la gioia (l'ānanda del Sat-Cit- Ānanda), essendo slegata da ogni percipienza, è uno stato non descrivibile che il termine gioia non solo limita, ma confonde e crea aspettative.

Non è gioia. Si crede gioia perchè si usa il medesimo termine (ānanda) che viene usato per indicare un altro stato, la realizzazione duale della percipienza del Divino o del Sè.

Il riconoscimento dell'Essere, la sua visione, ancora separata.
Quindi questa ānanda duale, nascendo dalla percipienza, oltre a portare la Gioia più grande, dona anche il dolore più grande... è lo stato del Mistico, è il giovane Ramakrishna che impazzisce dal dolore quando la Madre divina non gli si mostra, per sprofondare nella gioia suprema e divina di quando Ella l'accoglie amorevolmente.

Si pensi o si ricordi l'immensa gioia di quando ci vediamo amati dal Maestro (innamorato/a, genitori, etc.) e all'inferno di quando siamo ignorati.

[brano tratto dalla ML Vedanta - Sai Baba del 6 marzo 2004]

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