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Tradizione, aspiranti e maestri

Bodhananda, dialogo tratto dalla Ml Vedanta-Sai Baba 28 – 30 settenbre 2005


Il dialogo tra D. e R. (Bodhananda) si snoda dalla riflessione di qualcuno che ha scritto:

“Ho ascoltato e letto di Maestri “stra-riconosciuti” che hanno affermato di “non” avere alcun discepolo, mentre erano circondati da tante persone che non solo si sentivano discepoli, ma erano anche al servizio da anni e anni.”

***

D. Potrei anche condividere questa visione "dura e pura" del Maestro, che consegna a quell'unico discepolo, se e quando si presenta, il mandato tradizionale, solo che allora viene da chiedersi: "Ma la Tradizione fa uso dei maestri solo per perpetuare se stessa e basta?" 
Una sorta di uso strumentale, come per un libro sacro, tramandato di custode in custode, solo che in questo caso il deposito sapienziale non è scritto, ma vivente?
Strano accostamento con la sruti e la smrti.

R. La sruti non è scritta, è tramandata oralmente. Se assisti, in un Vedapāṭhaśālā [scuola tradizionale per lo studio e la recitazione dei veda], ai piccoli bramini che iniziano a praticare i vari sutra, mano a mano più difficili in funzione dell'età, da incespicanti a più sicuri, là non puoi non vedere che il bramano è un semplice accessorio dei Veda.

D. Difatti accostavo la sruti al maestro vivente che insegna (anche) oralmente agli aspiranti.
Mentre la smrti la accostavo ai testi scritti, quindi alla memoria, alla tradizione rammentata. Cioè l'una è la tradizione vivente (sruti) mentre l'altra è la tradizione rammentata (smrti) o sbaglio in tale definizione ?
Ricorda vagamente la visione un po' fondamentalista di un tale R. Dawkins, un biologo-genetista autore di numerosi libri divulgativi, che sosteneva l'uso strumentale degli esseri viventi da parte del DNA.
Ovvero che ogni essere vivente è sostanzialmente un tramite, un mezzo di perpetuazione e diffusione del DNA. Insomma il classico dilemma se è venuto prima l'uovo o la gallina.
Dawkins avrebbe certamente scelto l'uovo, considerando la gallina un semplice tramite tra due uova.

R. La sruti è condivisa da tutti i sei sistemi brahmanici, la smrti non necessariamente.
Considera che con questi due termini stiamo parlando sempre di mistica e filosofia dell'India.
Personalmente, in quanto "questo" aspirante, non vedo discontinuità fra le upanishad e il relativo commento di Shankara o con la Bhagavadgita o il Brahmasutra commentati da Raphael, o fra la Mandukya upanishad e le karika di Gaudapada, nonostante le upanishad siano sruti e tutto il resto smrti.
Solo che un dualista preferirà Ramanuja o Caitanya, un tantrista preferirà Dattatreya, etc.
Quella che esponi è una visione sostanzialmente corretta.
Quanto a noi interessa oggi è la Tradizione, non certo i vari personaggi che l'hanno mano a mano sostenuta.
Se ci fai caso in realtà tutti i successori di Shankara “sono” Shankara, molte opere le si fa risalire a Vyasa... il fatto è che il Principio che si "occupa" di mantenere il dharma o la tradizione vivente, è sempre lo stesso o, pare, comunque è portato avanti da pochi... quei pochi che continuano ad incarnarsi.
Nel dualismo ha importanza "chi" incarna la Tradizione-Verità, perché si ritiene importante ed unico; nell'Advaita, non si pone nemmeno il problema, tutti aspiranti e nessun maestro se non la Tradizione.
Il Maestro è tale per il discepolo.

D. Per analogia verrebbe da dire che anche la tradizione, quale “deposito” sapienziale (che sono poi delle informazioni anch'esse al pari del DNA) perpetua se stessa tramite l'organismo vivente del maestro...di ”maestro” in maestro.

R. Per i shaiva, è Shiva stesso che impartisce l'istruzione al discepolo nel Maestro.
Da dove allora, il fatto che non ci sono Maestri? Che non ci sono uomini, ma solo donne e un maschio, il Supremo Shiva? Tanta prakriti e un solo purusha?

D. Se così fosse, per noi aspiranti, senza arte né parte, resterebbe ben poca speranza di venirne fuori..

R. Dove è detto che tutti gli aspiranti debbano essere Maestri?
Non solo. È proprio agli aspiranti che è dato di venirne fuori... gli altri non sono altro che i famosi immortali, gente che di era in era va in giro a portar croci e a fare ascensioni più o meno rapide di vita in vita. Se la si considera dal punto di vista umano, è alquanto pesante, se non stressante.

D. Riprendendo da dove dici che: “Quanto a noi interessa oggi è la tradizione, non certo i vari personaggi che l'hanno mano a mano sostenuta. Se ci fai caso in realtà tutti i successori di Shankara “sono” Shankara, molte opere le si fa risalire a Vyasa... il fatto è che il Principio che si "occupa" di mantenere il dharma o la tradizione vivente, è sempre lo stesso o, pare, comunque portato avanti da pochi... quei pochi che continuano ad incarnarsi. Nel dualismo ha importanza "chi" incarna la Tradizione-Verità, perché si ritiene importante ed unico; nell'Advaita, non si pone nemmeno il problema, tutti aspiranti e nessun maestro se non la tradizione. Il Maestro è tale per il discepolo. 
Quanto sopra lo comprendo e condivido, ma la domanda allora diventa: “Chi è l'interlocutore della Tradizione. Ovvero la Tradizione a chi si rivolge, a chi è diretto il messaggio che espone ?
Se i vari maestri fungono solo da tedofori della fiamma sacra, mi chiedo allora; qual'è il compito della fiamma sacra, sempre che ne abbia uno?

R. Messaggio?! Bodhananda ultimamente utilizza il termine "testimonianza".
La testimonianza tradizionale unica è lasciata per chiunque possa/voglia realizzarla.
Dove è detto che tutti gli aspiranti debbano essere Maestri?

D. Infatti non lo intendevo in tal senso quanto, piuttosto, che destino di tutti gli aspiranti, prima o poi, sia l'affrancarsi dall'avidya [ignoranza] e giungere alla "realizzazione" o come dir si voglia.

R: Esiste la videhamukthi, esiste il mahasamadhi, l'assorbimento.

D. Che poi l'una coincida anche con l'altra, ovvero che la realizzazione coincida anche col maestro, su questo magari se ne può parlare.

R. Il Maestro è dato dal discepolo.

D. Ho letto di realizzati completamente anonimi, vissuti nella foresta fuori da ogni contatto umano, la cui testimonianza, se di questo stiamo parlando, rasenta il nulla.
Poi c'è comunque chi sostiene e pure io parzialmente, che la testimonianza non passa necessariamente per una presenza fisica e verbale.

R. Lascia fuori le anime disincarnate, medium et similaria.

D. Vi sono molte testimonianze, e soprattutto su vari piani che non sono necessariamente quello grossolano, onde per cui anche un jivanmukta anonimo nella foresta porta la propria testimonianza al mondo, alla Tradizione.

R. Nessuno nega l'esistenza di altri piani di esistenza e della possibilità che ivi operino coloro che hanno realizzato l'Essere.

D. Mi verrebbe anche da chiedere, ma la testimonianza poi a chi è rivolta?

R. La Tradizione unica e non-duale che si rivolge a qualcuno?
Il fuoco brucia e rifulge, se è stato acceso, a prescindere dalla vicinanza di chi lo vede.

D. Intendo dire una Tradizione senza un interlocutore a cui rivolgersi avrebbe ancora senso? La Tradizione a chi parla? A chi rivolge le sue parole e le sue attenzioni...?

R. A sè stessa, se dici che parla e ha attenzioni.

D. Parzialmente la risposta viene da quel noto adagio che vuole che il maestro compaia quando il discepolo è pronto. Lo stesso vale per la Tradizione?
La Tradizione appare (nella figura di un maestro o anche altrimenti?) quando l'aspirante è pronto ad accoglierla e comprenderla (e non prima)?

R. Uhm... no. Se l'aspirante è pronto ad accoglierla e comprenderla, essa è sempre stata con lui.
Lui è sempre stato la Tradizione.
Non vincolarla al tempo. Non c'è differenza fra nama, rupa e prakriti. Non c'è differenza fra Discepolo, Maestro e testimonianza o Tradizione.
Vedi come in certi lignaggi venga adorato anche il discepolo che succeda al soglio pontificio, anche se non realizzato.

D. Un altro modo ancora di intendere la via potrebbe essere preso a prestito parafrasando il titolo di una conferenza tenuta dal noto maestro buddista vietnamita, Thich Nhat Hanh: “Non c'è una via per la pace, la pace è la via!”. Si potrebbe allora dire che non c'è una via per la realizzazione, la realizzazione è la via.

R. Non necessariamente, quanto qui viene percepito è il logos.

"Isagoge I, tre.
Nel molteplice mondo dei nomi e delle forme, vige la legge della causalità e un sistema di riferimento spazio-temporale.

L'essente si vede quale artefice (ar = congiungere; dhe=mettere) perché attraverso la percezione mette insieme l'intera molteplicità del mondo fenomenico che mantiene esistente attraverso la mente (men= ricordare, pensare), cui segue il tempo (tem=tagliare) determinato per ordinare la molteplicità del ricordo. 

La percezione (per=per mezzo, capere=prendere) di essere è possibile solo se si manifesta una qualche discontinuità o diaphoróts.
La prima è il passaggio dalla coscienza in sé alla coscienza di sé.
L'essere diviene consapevole di sé stesso, della propria auto – esistenza, limitandosi.
È il passaggio dall’assoluta Realtà alla pura Realtà.
È qui che questa diviene l'artefice del molteplice che sostiene con il ricordo, ordina col tempo e trasmette con il logos." 
(Tratto da NewsLetter Vidya Bharata N°8).

D. Ancora una cosa, ho letto questo brano di recente...
Esiste, o monaci, un non-nato, un non-divenuto, un non-creato, un non-formato. Se, o monaci, non esistesse questo non-nato, non-divenuto, non-creato, non-formato non si potrebbe conoscere alcuna via di salvezza da ciò che è nato, divenuto, creato, formato. Ma, o monaci, poichè esiste un non-nato, un non-divenuto, un non-creato, un non-formato si può conoscere una via di salvezza da ciò che è nato, divenuto, creato, formato. [Udana (Versi ispirati) 8.3 (73) (Brano tratto da "I discorsi del Buddha", pag. 195, Oscar Classici Mondadori].

Quanto sopra se non fosse per la fonte riportata potrebbe benissimo risultare preso dalla Māṇḍūkya o dal Vivekacūḍāmaṇi, o no?

R. La tradizione è unica. A volte sorge il sospetto che uniche siano quelle note che discendono a suonarcela.

 


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