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vedanta.it

Coscienza, pratica del testimone e abulia del discepolo

Bodhananda, dialoghi tratti dalla mailing list advaita - vedanta (24 febbraio- 2 marzo 2002).

All'inizio la risposta di Bodhananda (R.) chiude un breve scambio tra A e B, segue la risposta a una domanda di C. e un lungo dialogo con altra persona (D.). I brani di Raphael citati da D. sono tratti da  "Fuoco di ascesi" - edizioni Asram Vidya.

***

A. Non ho ben capito cosa intendi per "coscienza". Forse che la coscienza è libera di credersi quello che vuole?

B. Vediamo se riesco a spiegarmi. Intanto possiamo partire dal fatto che la coscienza permea l'universo, nulla è incosciente. Con il termine "coscienza", l'insegnamento del Vedanta dal quale traggo ispirazione, (non sono io che lo dico, per capirci) si riferisce a vari stati, che partono dal "senso dell'io", fino a pervenire alla "coscienza universale", stato dell'Essere che è compiutezza e beatitudine.

R. Il termine coscienza ha sempre lasciato perplesso il sottoscritto, nell'esperienza a cui si ha accesso, non esiste un quid che si possa definire coscienza. Quando lo si traduce nei testi, spontaneamente lo si vede come "consapevolezza".
Questa può essere consapevolezza di sé e allora parliamo di una "coscienza elevata" oppure  consapevolezza di altro e allora parliamo di una "coscienza in evoluzione".
In realtà si ha la sensazione che i vari autori col termine coscienza si riferiscano di volta in volta sia all'Essere o atman che al jivatman. Altre volte si ha la sensazione che con cosciente intendiamo vitale, ciò che è vivente.

***

C. Il problema è che non riesco ancora a comprendere chi è l'osservatore e chi è l'io. Quando dico di osservarmi, chi è che si osserva e quando penso chi è che pensa?

R. Se usassimo il termine "assistere", invece che quello di "osservare" o "testimoniare", forse sarebbe più semplice?
Lo stesso concetto di testimone o osservatore, se inteso in senso discorsivo, implica che esso sia una sorta di soggetto, ma non è questo il caso di questo stato.
Noi aspiranti spesso crediamo che la metafisica sia un qualcosa di lontano, di teorico, di concettuale.
La metafisica o filosofia dell'Essere è semplicemente il nostro stato naturale, uno stato che non ci è affatto remoto, né distaccato, né avulso.
Come aspiranti al percorso tradizionale, ognuno ha le proprie realizzazioni, ognuno vive i propri livelli di coscienza e, spesso, è da questi che espone la propria Realtà.
Questa Realtà, poi può essere più o meno velata dai nostri contenuti, ma è altresì vero che possiamo porgere solo noi stessi, sta poi agli altri prendere quanto più sentono consono per il proprio momento.
Se qualcuno osservasse la vita che questo ente conduce, difficilmente potrebbe supporre che si tratti di un aspirante, preso com'è dalla contingenza del quotidiano, né lo si potrebbe dire anche solo leggendo queste righe.
Ma anche nello scrivere, come nel combattere o nel pensare, la mia intima natura rimane intoccata ed assiste a ciò che avviene.
Ieri sera, tornavo in macchina dopo una giornata passata non nel solito ufficio, ma presso uno stabilimento di produzione. Durante i 40 e oltre minuti di viaggio, ci sono state diverse telefonate di lavoro, in diverse lingue e tutte di diverso argomento... ad un certo momento ho fermato la macchina per il troppo ridere che era scoppiato alla considerazione che questa vita sembra chiamare sempre più per un coinvolgimento mondano che per uno spirituale.
Oggi una cara persona, telefonicamente mi consigliava alcuni libri, sostenendo che erano decisamente “advaita” e che non si contraddicevano, ho risposto dicendo che non era cosa che stimolava il mio interesse...
Durante tutti questi eventi era il corpo ad agire, la mente ad operare... ma tutti questi non sono certo me.
E anche quando scrivo ho difficoltà ad usare la prima persona, perchè tutto questo che avviene non è certo causato da un "me" che se ne possa dire artefice.
Una volta di fronte ad un opificio, di cui avevo curato la progettazione e la direzione dei lavori, (e dico io, perchè la costruzione delle frasi necessita un soggetto, ed evitarlo le articolerebbe fin troppo), mi chiesero se ne fossi orgoglioso. La risposta fu: "No, perchè mai dovrei essere orgoglioso di qualcosa che andava fatto?".
Lo stesso è avvenuto con qualche libro...il punto è sempre lo stesso: se un qualcosa è stato fatto, andava fatto.
Che poi la vita ci abbia usato come strumenti, non toglie che è la vita che vive e che noi siamo semplici attori sul palcoscenico della vita.
Si crede che la mente smetta di esistere quando l'aspirante raggiunge la realizzazione.
Non saprei affermare se sia vero, proprio perché non saprei né potrei mai affermare che questo ente sia un realizzato. Dove mai dovrebbe essere il soggetto che realizzi cosa?
Sì, certo... nel linguaggio possiamo parlare di realizzazioni, per la necessità di definire gli argomenti, ma è sempre e solo linguaggio, ossia una codificazione per comunicare, non certo la realtà.

D. Domande sull'orlo del baratro....talvolta, forse, sarebbe meglio nemmeno porsele, ma tant'e, quando sorgono evidentemente il momento era comunque maturo a partorirle e vederle crescere. Fatico a scrivere questa mail, un po’ mi faccio violenza, non ne avrei voglia, ma poiché credo ancora nel dialogo tra gli esseri umani, pur riconoscendovi una buona dose di "scambio di convinzioni", la butto giù così come viene. Tempo addietro ho letto un brano: "L'abulia del discepolo", tratto dal libro "Fuoco di ascesi" di Raphael e l'ho trovato molto pertinente a questo mio momento... Ne riporto la parte per la quale ne ho sentito la maggiore empatia, aggiungendovi un commento.

"Dopo aver assimilato la conoscenza effettiva di ciò che è l'ente, dovremmo passare a risolvere l'attrazione - repulsione e ancora il frutto della stessa azione.
Fino a un certo punto può darsi che il nostro iter realizzativo sia stato soprattutto teorico.
Abbiamo avuto la possibilità di chiarirci le idee, di comprendere determinate cose e di fare il punto della situazione sui nostri meccanismi psichici, per cui i guna (energie qualificate) non hanno ricevuto l'impatto di una "Forza solare" da imporre loro nuove direzioni.
Ma quando si mette mano a:
1. frenare,
2. dominare,
3. direzionare,
4. risolvere il movimento psicologico, si possono notare delle resistenze.
E se il discepolo vuole andare più a fondo - o ne è costretto per il suo grado di maturità - allora potrà notare un ripiegamento delle proprie energie, un senso di malessere che può sfociare in irrequietezza, spesso in indifferenza, persino in abulia irrazionale.
Diremo che la psiche, ripiegandosi su di sé, perde colpi - come si suol dire -, non si sente interessata a "tendere verso", non trova motivazioni. Perché questo?
Perché la giustificazione fondamentale che sospinge all'agire attrattivo - repulsivo adesso incomincia a essere intaccata.
La forza traente che determina vitalità viene offesa, menomata, ridimensionata.
L'io - ahamkara si mortifica, si abbandona in senso negativo, entra in uno stato di apatia.
Le energie motivanti lo scopo di vita (profano) si comprimono, creando crisi di demotivazione, di disinteresse.
A questo punto - trattandosi di un discepolo più che di un semplice aspirante - possono provocarsi ulteriori mancamenti per un duplice riconoscimento: la dimostrazione che in fondo non era la pura Coscienza ad agire, non erano l'innocenza e la spontaneità a manifestarsi; la delusione inevitabile e conseguente per aver creduto di essere ciò che non si è." 

Commento: "La delusione di aver creduto di essere ciò che non si è" credo sia un vecchio quanto forse caro compagno di viaggio di tanti di noi, ma quando questa delusione va a ledere proprio la più cara dell'aspirazione che si coltivava: la realizzazione, allora il mondo crolla ai piedi, si disgrega.
Ciò inevitabilmente dimostra che "colui" che cercava ovviamente non era, ma sopratutto che tra tanti possibili modelli esistenziali di scelta, abbiamo scelto proprio "lui" per essere noi!

R. Il punto è un altro. Noi crediamo di essere qualcosa di ben individuato, crediamo di essere un soggetto ben preciso o che, per lo meno, esista un soggetto di qualche fatta che possiamo essere. È estremamente difficile per un aspirante o per un discepolo accettare che la sua vera natura, o meglio tutto ciò che egli è, sia proprio quella "sensazione" di essere.
Siamo così abituati a pensare o credere o sentire di essere "qualcosa" (un qualcosa definito e individuato", che ci rifiutiamo di vivere o vedere che noi siamo proprio e solo quello stato che chiamiamo essere).
Adesso mentre scrivo, io non sono certo Bodhananda, quello è un nome che è stato dato, né sono il nome con cui questo ente viene indicato all'anagrafe.
Sì, certo, questo corpo è stato partorito all'origine da una donna, ma "io" non sono questo corpo che si usura, che un giorno si disgregherà, né è mia questa mente che permette la formulazione delle parole, né esiste un qualche "io" che possa essere definibile.
La pratica del testimone non serve a trovare il testimone (per il semplice fatto che non esiste), ma per trovare la testimonianza. Poi possiamo chiamarla sat-cit-ananda, atman, brahman, o tao...

D. Cito ancora Raphael senza nulla da aggiungere a quanto sopra: "Può anche indursi una successiva crisi di nullità e impossibilità a proseguire. In altri termini, egli può toccare il fondo dell'impotenza-nullità dello stesso processo individuato; può riconoscere come, in definitiva, non lui ma qualcuno in lui ha vissuto finora e ha agito in sua vece. Può mettere in discussione tutto il suo operato, può capire che durante la sua vita non ha realmente né conosciuto, né amato, né operato".

R. Strano! È proprio questo il momento di liberazione da molti dei contenuti, con questa consapevolezza si accede alla possibilità di accedere a tutti quegli aspetti che ci siamo celati interiormente, è il momento dell'assoluzione! Ogni colpa svanisce, perché non è stata commessa da noi.

D. E ancora:

"È un momento delicato quando l'io si ripiega su se stesso perché la sua esistenza viene messa a dura prova. Il discepolo si trova veramente con le spalle al muro e dubita persino se la scelta della realizzazione l'abbia fatta questo qualcuno in lui, oppure lui stesso in perfetta consapevolezza.
L'ente perde quella sicurezza, quella sicumera; perde l'orgoglio e quel particolare sentire che caratterizzavano i suoi giorni "felici", ma comunque illusori."  

E questo è tristemente vero...
All'inizio vi è una certa baldanza, che oserei dire, pur nelle avversità di cui qualunque "istruttore" ci ha messo in guardia, ci conferma maggiormente di essere sulla giusta e retta strada realizzativa.
Quasi a dire che se non vi fossero avversità sul cammino, dubiteremmo di essere in cammino verso la realizzazione.
Questo dà un certo orgoglio, alle volte persino ostentato dai viaggiatori "spirituali" nei confronti di altri ancora agli "inizi".
Vengono elencate innumerevoli avversità a cui si andrà incontro, sotto intendendo ovviamente di averle felicemente superate.
Ma questa baldanza ad un certo punto viene meno. Quando le domande che ponevi si fanno pressanti e vogliono una risposta che sia veritiera, e qui mi riferisco ad ognuno di noi con se stesso e non in riferimento agli altri, allora anche una semplice domanda... ci ricorda che in sostanza ci si interroga sull'interrogante, si vorrebbe ballare sulle proprie stesse spalle; c'era una "regola" o forse era semplicemente una massima, se non ricordo male, di Cartesio, che diceva: si può dubitare di tutto, ma non di chi stia dubitando. Il problema è che non riesco ancora a comprendere chi è l'osservatore e chi è l'io. Questo può aprire voragini infinite. Sì, perché questo porta a chiedersi chi ha camminato, chi ha percorso parte di cammino, tanta o poca che fosse, chi aspira, ed anche quel verbo aspirare (da cui aspirante) che teniamo in così debita distanza da desiderare, quanto è veramente discosto dal puro e semplice desiderare profano?

R. A cosa serve questa domanda? E che importanza ha la risposta?
Questo è sempre e solo ancora il bisogno di "essere qualcosa", è una ricerca di identità individuata. Noi non siamo un "quid" di definibile, al quid definibile possiamo assistere, possiamo finanche identificarci con esso, ma da qui all'esserlo...

D. Il vassallo che aspirava i favori del Re, di quanto si discosta dall'aspirante che aspira a sedere accanto al trono di Dio, questo in un ottica duale; l'advaita fa ancora di meglio, aspira al trono stesso, ad incoronarsi Re....della serie: "Perché accontentarsi di sedere a fianco del Re, perché non prenderne direttamente il posto?

R. Strano, non ho mai visto l'Advaita come lo esponi tu.
L'advaitin non aspira a nulla, avendo realizzato che lui, il trono e il Re sono della stessa natura e, pertanto, realizzato questo, continua a fare il trono se era un trono, a fare il Re se era un Re e il cortigiano se era un cortigiano. Se poi gli altri lo vedono ancora come prima, questo è affar loro, non certo suo.

D. Cari amici il succo è questo, si aspira perché si desidera, è amaro da accettare, ma è così e non è cambiando il genere di desiderio che se ne cambia la natura intrinseca, un desiderio resta un desiderio, fosse anche di servire Dio, il più nobile dei desideri!

R. Caro fratello, poco fa è sorto un desiderio, ho alzato questo corpo da dove è seduto, lo si è portato in cucina e si è soddisfatto il desiderio-bisogno che era sorto.
Cosa importa se il desiderio sia nobile o non nobile? C'è un desiderio. È soddisfabile? Bene, perché non soddisfarlo se la tua etica lo permette?
Se poi sorgesse di continuo, allora si potrà vedere se sia il caso di vedere se c'è altro, perché è noioso essere schiavi dei desideri, col poco tempo che è dato per vivere. Se sorge un desiderio in contrasto con la tua etica, allora lo si può usare per comprendere se c'è altro.
Questo ente non potrà mai essere Presidente degli Stati Uniti, perchè non è nato lì, ma se questo fosse un desiderio ricorrente potrebbe avere due scelte: la prima fare in modo che cambi la legge americana e poi dedicarsi a perseguire tale scopo, oppure vedere da cosa origini questo pensiero.
L'advaita o qualunque cammino tradizionale che si richiami alla filosofia dell'essere, non nega l'avere, semplicemente chi lo segue vuole sapere perché vuole avere. Tutto qui. Ognuno di noi, per dirla con parole povere, può essere solo la sua realizzazione.
Quando non c'è più nulla da realizzare o di realizzato, allora i testi dicono che quell'ente è un Realizzato. Non dicono che sia un Re, né che si senta un Re.
Cerchiamo di ricordare che tutti abbiamo ricevuto un'influenza culturale e sociale duale, un'influenza che discerne fra bene e male, nobile e non nobile.
Perché mai è amaro un desiderio? Se non ci fosse stato il desiderio di liberazione forse avremmo avuto un Ramakrishna? Se non ci fosse stata la paura di morire, avremmo avuto Ramana Maharshi?
Il punto è che talvolta l'aspirante condanna ciò che è male, in nome di un ciò che è bene. Ma non esiste nulla su questo piano che non serva a ciò che serve. Figuriamoci poi il nostro passato e gli eventuali errori che vi vediamo contenuti.

D. Non vuole essere una crociata contro niente e nessuno, ognuno è libero di servire chi e cosa meglio crede, e se servire Dio, o credere di farlo lo rende anche solo un po’ più felice nella sua esistenza terrena, ben fa, e buon proseguimento.
Purtroppo il verbo servire implica un servitore e Colui che gode dei servizi e qui mi fermo perché le domande ed anche, purtroppo, le risposte vengono a galla e fanno male, ovviamente al servitore in questione.

R. Caro fratello, cosa c'è più bello del servire?
Sta agli altri usufruire del servizio, ma non saprei vedere destino più bello del servire la vita in tutte le sue manifestazioni. Sempre ieri ero da un medico e non potevo evitare di amarlo per come si è messo al servizio degli altri. Noi tutti siamo al servizio di qualcuno, la nostra stessa natura, ineffabile e indefinibile, è al servizio della manifestazione.
Ritorno al punto forse più saliente. La crisi nasce dalla necessità di avere un centro definibile. È questo che determina l'abulia. Cessato lo stimolo realizzativo (e se è cessato è perché non serve più), basta solo smettere di cercare quello che non c'è.
La mente ancora per un po' continuerà a muoversi alla ricerca di un centro, di una definibilità, di un quid con cui identificarsi... ma non c'è.
Tutto qui. La realizzazione si può presentare in diverse modalità, ha anche aspetti di metafisica pura, ma in fondo non è altro che: "Quando c'è fame, mangio. Quando c'è sete, bevo".
Che poi chi non l'ha mai conseguita l'abbia abbellita di tanti ammennicoli, questo è un altro paio di maniche.

D. Quale strada può prendere un individuo ridotto all'apatia e al riconoscimento della propria nullità e impotenza? Che cosa fare di fronte a un simile spettacolo? Certo, si possono ancora stimolare interessi attrattivi-repulsivi facendo rifluire le vecchie energie per cui si ritorna lentamente a vivere come prima, e il tutto lo sì può riconoscere come un brutto sogno, un brutto momento, o cose di questo genere.

R. La ricerca del centro è proprio questo, una stimolazione degli interessi attrattivi-repulsivi. Si cerca un soggetto per potersi contrapporre all'oggetto.

D. Cito di nuovo: "Ma, ammettiamo che si sia arrivati ad un punto in cui la coscienza non consente questo ritorno. Quando egli, il vero ente, non consente più un rientrare nel mondo delle illusioni, che si può fare? Come possiamo uscire da una situazione in cui ci sembra che tutto sia crollato, persino la speranza di riprendere vecchie abitudini e vecchi abiti psicologici? E' un momento delicato, abissale perché lo "psichico individuato" sente profondamente odore di morte, di cadavere. A questo stadio, ovviamente, il discepolo non può far niente: né ha la forza per fare, né la facoltà razionale, né la luce chiarificatrice." 

R. Occorre comprendere che quel "egli, il vero ente", non è un soggetto artefice, agente, un individuo, un Re. Si tratta di uno stato di coscienza, che, sconosciuto ancora, non viene riconosciuto come unica e sola natura. L'Essere.

D. Detta così, non dà molte speranze, del resto di speranze sono cosparsi i cammini di chiunque, rottami ai bordi della strada, lasciati, abbandonati, aggrappandosi a quell'unica speranza traente: la realizzazione.

R. Realizzazione è il termine usato per indicare lo stato coscienziale di quelli che gli aspiranti chiamano "realizzati". Se da un lato questi non sono tanti quanti sono coloro che vengono indicati come tali, è altresì vero che tale stato è raggiungibile da chiunque lo voglia realmente. Potrai opporre che quel "volere" implica una egoità. Vero. Ma poi questa cessa, proprio nel processo di autoconoscenza.
Il punto è capire che ad un certo momento il processo di conoscenza finisce, perché non c'è più nulla da conoscere e si tratta solo di accettare.
Il "neti neti" è il processo di conoscenza, discriminando fra ciò che è reale e ciò che non lo è (non entriamo in merito ai vari livelli di realtà, perché ne abbiamo parlato tante volte), si arriva all'inesistenza del soggetto individuato.
Poi segue l'"iti iti", il processo di integrazione ove ogni evento-elemento che era stato visto come non reale, viene accettato-integrato come reale, in quanto contingente al piano di esistenza che si vive.
Non è certo il raggiungimento del nirvikalpa samadhi, la realizzazione. La realizzazione è il nirvikalpa samadhi vissuto nel quotidiano dei vari piani di esistenza con i quali si è chiamati ad interagire.
Che il sottoscritto abbia o non abbia questo corpo, è del tutto indifferente sia a questo ente, sia alla vita che fa sì che lo abbia.
Se si ha un corpo è perchè si è accettato di averlo (anche se alle volte è piacevole creare un ego che se ne lamenti). Ognuno di noi è puro Essere e non può essere altrimenti.
Se poi a Tizio piace vivere certi stati, vuol dire che li vivrà. Lo stesso vale per Caio... lascerà il corpo? Sì, quando deciderà che è il momento di farlo.
Ma chi è quel Caio che deciderà questo? Non certo il Caio-ego, ma la sua essenza. Dovremmo distinguere fra essenza e natura. Se per natura possiamo indicare  il jiva-atman, l'essenza è l’atman.

D. Vista in un’ottica finanziaria, la realizzazione è un investimento ad alto rischio; la prima regola di ogni borsista è quella di diversificare gli investimenti, considerato che puntando tutto su uno, se quello crolla tu crolli con lui...Ci scherzo e ironizzo sopra, è la mia natura umana a portarmici, ma vi assicuro che dietro l'ironia (auto-ironia, ahimè!) non c'è molto di cui scherzare.

R. Ricordo, a braccio, alcune tue parole, ma forse non erano nemmeno tue. Qualcuno contestava che il cammino si sposasse con la sofferenza, quando tutti i Maestri parlano di beatitudine. La sofferenza, il crollo, la crisi, è semplicemente un'ulteriore identificazione.

D. Cito Raphael: "Alcune soluzioni possono anche presentarsi, ma vengono - in linea di massima - suggerite dall'esterno. Quindi, soluzione che non può dare la propria individualità, non può prospettare l'ahamkara perché questo offre solo le sue modalità, modalità che appartengono alla sua natura. Per cui l'ente deve volgersi altrove, deve trovare necessariamente aiuto. Quando un aspirante nuotatore si trova in estrema difficoltà perché le onde del mare cercano di sopraffarlo, lo spirito di conservazione dell'ahamkara mette paura e un'angoscia lo tormenta; inutile fare gesti scomposti e irrazionali; c'è comunque una posizione ottimale che potrebbe salvarlo: fare il "morto a galla", abbandonarsi, o "mollare la presa" in modo attivo, consapevole, allora le onde non solo lo salvano ma lo cullano persino."
La vecchia storiella del ramo.....devo averla già sentita da qualche parte.
Sfronda di qua e sfronda di là, ti ritrovi a segare anche il ramo realizzativo...e quando comincia a scricchiolare è già tardi...L'unica certezza del momento è che era segabile, quindi sacrificabile anche lui, solo che ci sei seduto sopra e se viene giù, tu vai giù con lui, almeno questa è la descrizione del momento in cui mi trovo.

R. Il punto è che sei ancora sul ramo ad avere paura di andare giù. Tale è la paura che potresti già essere andato giù e nemmeno essertene accorto, terrorizzato come sei di avere paura di andare giù.
Il momento della caduta è passato, non ti sei fatto niente, ma sei così abbarbicato a quel ramo che ti vedi ancora lassù. Le opinioni e le credenze di alcuni sono così forti che, altri sostengono, dopo la morte continuano a vivere in un mondo mentale, senza accorgersi di avere lasciato il corpo e che non è stata la fine del mondo.

D. Nell'ottica del mare e delle onde, si potrebbe dire che uno a forza di demolire la nave che per tanta parte della sua vita ha invece più o meno faticosamente costruito per navigare sui mari della vita, si ritrova ora su una zattera in balia delle onde. Verrebbe da dire. "Bell'imbecille! Ben ti sta! Avevi una nave e ti sei ridotto su una zattera ad affrontare l'oceano, cioè la vita".

R. Sì, capita di vederla così. Avviene quando ancora non hai capito di essere un pesce e che in realtà sia la nave che la zattera erano e sono solo delle separazioni dalla tua natura di pesce nel mare o, se vuoi, dalla tua natura di pura acqua.

D. Il termine complementare e di attrito alla realizzazione è, e resta, la vita, almeno questo ho vissuto fino ad ora. Poi ci si accorge che la vita, le onde, il mare, la zattera o la nave che fosse, trova luogo nella stessa identica unità terrestre. Ossia la realizzazione non deve vincere e battere niente e nessuno, meno che mai le onde della vita, alte e tumultuose, o calme e placide che siano.

R. Infatti la realizzazione è la semplice accettazione del tutto come manifestazione dell'essere e noi siamo quella manifestazione.
Realizzato questo come pura consapevolezza o conoscenza diretta (bodha), scopriremo che quel noi nella manifestazione è vestito di un noi-universale o Essere, identico a Quello, ossia la Pura Realtà o Realtà Assoluta. Un aspirante è già realizzato, devo solo comprenderlo e accettarlo.
Il fatto stesso di dire: "Io sono così e cosà", contiene la realizzazione, basta eliminare il così e il cosà.
Quel "chi" che si accorge della vita, delle onde e del mare, non è un soggetto individuato, ma è lo stesso essere dell'io sono.

D. Mi accorgo di aver "usato" la realizzazione quale strumento di navigazione (il più possibile calmo, tranquillo e piacevole) della vita-mare, conscio, per esperienza, della sua intrinseca pericolosità quanto variabilità. Insomma come dire: "Il mare oggi è calmo e non vi sono problemi, ma se domani si infuria, vado a ripararmi nella zattera-osservatore - quasi fosse un loculo di salvataggio - e aspetto che si calmi di nuovo."
Insomma, diciamocelo chiaramente, una bella quanto comoda scappatoia.

R. Tu non "ti accorgi di". C'è semplicemente l'accorgersi, non c'è un soggetto che si accorge. È quell'accorgersi ad esistere, non un soggetto che si accorge.
Il punto è che, dato che esiste l'azione, si crede che ci debba essere necessariamente un soggetto. Un soggetto che, in realtà, si è estinto all'estinzione dei contenuti.

D. Quando tutto fila liscio e si è "felici" a chi viene in mente di passare in modalità osservatore?
L'osservatore entra in ballo quando le cose vanno storte, per cavarci dalle peste, dalla sofferenza del momento....
Non vi pare che il conto non torni, che ci sia qualcosa che non quadra? L'osservatore o è sempre o non è mai, non può essere un quid a comando, a desiderio, in funzione delle circostanze del momento.

R. Infatti è sempre. Solo che non ci interessa essere un non - soggetto, è più piacevole credersi esistenti come individui, piuttosto che viverci puro essere, sino a quando almeno viviamo soggetti all'individuazione.

D. Credo che l'autore del brano postato volesse dire questo con quel: "C'è comunque una posizione ottimale che potrebbe salvarlo: fare il "morto a galla", abbandonarsi, o "mollare la presa" in modo attivo, consapevole, allora le onde non solo lo salvano ma lo cullano persino." 
Come dire che allora la vita non solo ti salva, ma persino ti culla. Nessuna zattera o nave realizzativa e quindi nessun mare da combattere...

R. Nessun ramo, caro fratello, nessun ramo. Non ci sei mai salito sopra e non lo hai mai segato. Hai semplicemente sognato di farlo e siccome cadere del ramo significherebbe svegliarsi, ti rifiuti di cadere e fino a quando sarai sul tuo ramo, sarai nel tuo sogno e potrai evitare di svegliarti. Perchè se ti svegliassi, non ci sarebbe più sogno, più sognatore e più tu..

D. Se si lascia il desiderio realizzativo ci si trova direttamente in mare, cullati o meno che sia dalle sue acque perigliose o calme che siano.

R. Se si lascia il desiderio realizzativo, tocca poi lasciare il desiderio-credenza di "io". È questa la vera paura. Sino a che si mantiene l'idea di realizzazione, si evita di affrontare la non esistenza dell'io come soggetto.


D. Dice Raphael: "In una situazione in cui l'individualità si trova all'estremo limite della sua sopravvivenza ciò che occorre fare è rimanere in posizione quiescente, silenziosa, di silente osservatore in uno stato coscienziale d'immobilità, ma profondamente consapevoli dell'evento; solo così e gradualmente - ma il tempo conta poco - l'aurora fa capolino e la coscienza può notare che una luce ristoratrice e chiarificatrice incomincia a inondare l'intera spazialità psichica.
È l'albedo dell'opus alchemico. Se ciò si verifica, allora il discepolo si trova in una nuova e più vantaggiosa circostanza aprendosi la via verso la vetta della consapevolezza universale. "Morire da vivi" non è per tutti, ma chi osa e ci riesce assaporerà una pienezza che il mondo individuato non potrà neanche concepire. La filosofia autentica - secondo Platone è esercizio di morte, ma ogni morte implica una nuova nascita."

"E dunque non è questo che si chiama morte, scioglimento e separazione dell'Anima dal corpo?"

"Esattamente" - rispose.

(Platone, Fedone, XII: 67 c.).


Qui i commenti si esauriscono siamo già "oltre"...

R. No, non siamo nell'oltre, siamo nel qui.

 


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