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Dall'introduzione all'Uttaragita

Stralci presi dall'Introduzione all' Uttaragita (Il Canto successivo), delle Ed. Asram Vidya, pag 9-14

Se l'essere umano sperimenta il dolore attraverso l'esperienza della vita e delle sue condizioni e se la vita stessa, in quanto condizione relativa, è il prodotto dell'illusione e a monte di questa, dell'ignoranza-avidya, qual è, chiede Arjuna, quella Conoscenza che da sola è in grado di dissipare il dubbio e di squarciare il sipario che vela la Realtà? Qual'è quella Conoscenza svelata con la quale il dolore e la futilità dell''esperienza si dileguano totalmente lasciando il campo alla Compiutezza autoesistente?

Se il mondo della forma è pura apparenza, spiega il Signore, il discepolo deve distogliere l'interesse da questa per volgersi al Sostrato, a Quello che è "nella reale essenza", di tutte le cose e di se stessi: il Brahman. Conoscendo il Brahman si è liberati all'istante poiché si è raggiunta l'identità con Colui, "immutabile e indistruttibile, che è al di là di nascita e morte".

Dove cercare Brahman? All'interno di sé, nel "profondo stato di autoconcentrazione del Sè in se stesso", stato che è possibile attingere e svelare completamente una volta che la mente sia stata liberata dalla schiavitù del desiderio e dell'attaccamento. Meditare sul Sè, continua l'Uttaragita, significa "rivolgere la consapevolezza su se stessa" sinché, esaurita la potenzialità proiettiva, "la Coscienza riposa in sé" nella propria natura infinita e esente da cambiamento.

Ciò può costituire inizialmente una seria difficoltà, un ostacolo apparentemente insormontabile data l'abitudine estrovertente della mente; tuttavia l'aspirante deve passare con gradualità da una meditazione formale a una informale cercando di risolversi egli stesso nella consapevolezza del Sè. Ciò porterà inevitabilmente a un'espansione illimitata della coscienza, quindi alla soluzione della coscienza individuata, immersa nel divenire-relativo-apparente e con esso identificata, nella pura Coscienza assoluta, la quale soltanto, come sentenzia il Vedanta, è il sostrato eterno e l'essenza immutabile del puro Essere metafisico.

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Ciò che frena o rallenta la propria illuminazione è il continuo contatto con il piano formale qualora si abbia con esso, o con alcuni dei suoi aspetti e contenuti, un'identificazione profonda. Per svelare il Sè occorre "liberare la propria consapevolezza riflessa da ogni riferimento" e scoprire, con la meraviglia intima che accompagna ogni autentica elevazione spirituale, la costante permanenza della Consapevolezza, la sua autoesistenza e la sua incondizionatezza nei confronti degli eventuali contenuti.

La Realtà, sappiamo, è definita dal Vedanta come senza attributi: questa, ovviamente, non è una definizione negativa, ma un'affermazione infinitamente positiva, in quanto tutto ciò che è attributo si rivela sovrapposto e quindi non-assoluto.

Allora, chiede Arjuna, come è possibile pervenire alla consapevolezza di un Sè privo di attributi se la mente può concepire solo ciò che possiede attributi? La risposta del Signore è semplice e risolvente: questa si evidenzierà da se medesima allorchè si diviene consci di "essere noi stessi tutto ciò ". Non dobbiamo perciò pensare né osservare alcunchè, ma solo lasciare la Consapevolezza riposare in se stessa, libera di essere.

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Compito del discepolo è quello di perseverare alla soluzione dei contenuti sino a quando la Realtà non sarà divenuta da sé evidente: persino il proprio essere, in quanto ente individuato, non è che uno stato relativo e sovrapposto e, come ogni altro oggetto che manifesta condizionatezza e relatività, dev'essere anch'esso trasceso.

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La consapevolezza, si ribadisce alla fine del secondo capitolo, è il solo e unico mezzo perchè essenzialmente identico al Fine, nel quale si risolve. Viceversa, cercare di comprendere la Realtà attraverso il mentale è semplicemente impossibile, poiché il Sè è totalmente trascendente e al di là quindi anche della portata della mente.

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Dunque, realizzare il Sè - mèta di ogni peregrinazione esistenziale, causa di totale pacificazione e fonte di beatitudine e compiutezza perfetta - significa riconoscere noi stessi essere il Sè, unico e infinito, al di là di ogni possibile dualità o diversità apparente; significa riconoscersi pura Coscienza al di là di ogni contenuto, puro Essere oltre ogni aspetto istantaneo del divenire. Soltanto allora, quando cioè avremo saputo risolvere la totalità nella possibilità e questa nel puro "Sè" quale Consapevolezza libera, stabile e reale, onnicomprensiva e onnipotente, avremo davvero realizzato la nostra autentica e innegabile natura di eternità e infinitezza: tutto sarà compiuto in noi e né l'azione né l'esperienza né l'eventuale rinascita avranno più alcuna ragione di essere.

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