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Guru e aspiranti

IL GURU

Spesso capita di confrontarsi con altri aspiranti su un argomento delicato: l'Ideale prescelto come rappresentazione personale del Divino.

Questo Ideale puo' essere una forma vivente, un simulacro (idolo, immagine, simbolo), una figura storica (mitica o realmente esistita), un verbo (concetto, frase o mantra).

Essendo un Ideale, non ha una connotazione definibile eguale per tutti, ma è estremamente soggettivo, perchè individuale è la visione che lo genera.

Prendiamo come esempio una figura il cui utilizzo non dovrebbe disturbare il lettore occidentale: Krishna.

Si consideri che quanto esamineremo non è limitato solo a questa figura, ma è applicabile a qualsiasi Ideale, sia esso vivente o meno, sia esso riconosciuto dai più, che misconosciuto.

Di Krishna vengono venerati principalmente due aspetti: quello duale e quello non duale, ognuno con una vasta gamma di sfumature che li porta anche a coincidere.

Affrontando la Gita da un punto di vista esoterico, vediamo come, in ultima analisi, la sua figura venga vista identica all'Assoluto in sè, e quindi assimilata ad un percorso che porta il devoto che si adegui alle sue prescrizioni ad uno stato di fusione con tale Ideale.
A seconda dell'indole del singolo devoto, tale percorso può essere di ordine conoscitivo o di ordine devozionale.

Ma allo stesso risultato giunge chi affronta la sua figura dal punto di vista profano, ossia chi si ponga come separato da Krishna e lo veda come una Forma divina da adorare.

Chi invece, avendone le qualificazioni, si ponga dal punto di vista non duale, non si cura della figura di Krishna (se non per quella "gratitudine" naturale per l'aspirante nei confronti della Tradizione o del proprio guruparampara), quanto del suo insegnamento o, meglio ancora, dell'applicazione propria di quell'insegnamento.

In sostanza:

a) l'aspirante alla non dualità si confronta con la pratica dell'insegnamento dell'Ideale.

b) l'aspirante alla conoscenza si confronta con l'insegnamento dell'Ideale.

c) il devoto spirituale si confronta con l'immagine dell'Ideale.

d) il devoto emotivo si confronta con l'opinione corrente sull'Ideale.

Ovviamente questi sono casi portati all'iperbole, e ognuno si troverà in questo ambito e non necessariamente in una delle specifiche posizioni, essendo le sfumature dell'individuo così legate ai guna e alla propria posizione coscienziale che difficilmente troveremo due individui esattamente eguali.

Ma proseguiamo immaginando, invece, che tutti noi si possa essere assimilati ad una delle quattro categorie sopra esposte.


L'ASPIRANTE NON DUALE

Nel caso dell'aspirante non duale (caso oltremodo raro, al dire della Tradizione trasposta nelle parole di Shankara e di Gaudapada, se vi viene sostenuto che anche i più grandi yogi tremano di fronte alla perdita dell'individualità, fosse anche necessaria solo per ambire alla realizzazione finale), alcun problema o dilemma dovrebbe essere posto, infatti un tale aspirante dovrebbe avere una percezione indifferenziata della vita e del mondo fenomenico attraverso cui essa si manifesta e nel quale si manifesta l'Ideale divino.


Tornando alla figura di Krishna, vediamo come il suo insegnamento (sia nella Bhagavad Gita che nell'Uttara gita) sia non solo universale, ma decisamente tradizionale, ossia perfettamente in linea con le altre tradizioni riconosciute, quindi non può esserci aderenza con la sua figura e, non essendoci aderenza, non ci può essere quella predilezione mentale che porti a definire un Ideale (quello prescelto) superiore ad un altro.

L'aspirante non duale saprà vedere e cogliere il Divino in qualsiasi Ideale, e quindi sarà in grado di usufruirne in ogni momento e maniera.

Per lui Krishna sarà ogni Ideale con cui avrà modo di controntarsi, perche' egli mirerà al sostrato comune della manifestazione, al noumeno e non certo al singolo fenomeno transitorio, quale sia l'Ideale prescelto che la propria individualità sceglie/venera/studia.

Pertanto, per l'aspirante non duale ogni Maestro appartenente alla Tradizione, ogni indirizzo tradizionale, ogni parola della tradizione sarà un mezzo del cammino o un perla da guardare se offerta in visione.

 

L'ASPIRANTE ALLA CONOSCENZA

L'aspirante alla conoscenza pone nei suoi scopi l'ampliamento della sua stessa capacità di conoscere, pertanto difficilmente concepisce la possibilità di venire meno a questa possibilità.

L'individuo che vede in sè, è lo strumento stesso della conoscenza e pertanto non concepisce una conoscenza che faccia a meno del soggetto. In realtà egli chiama conoscenza quell'insieme di opinioni, credenze e congetture che vede come esposizione dell'insegnamento dell'Ideale (nel caso di un Ideale in forma di verbo, potrebbe essere anche la semplice pratica di un mantra).
Ma dato che l'insegnamento di un Ideale è semplicemente una forma di comunicazione atta a porgere un indirizzo di possibilità di crescita, e non la verità in sè, essendo essa, sia incomunicabile, sia ineffabile che inesprimibile (e per questo di solito riguardo ad essa, alcuni propongo un percorso di negazione, ossia viene detto cosa non sia, piuttosto cosa sia), ne consegue che tale aspirante si confronta con un insieme soggettivo di valutazioni e convinzioni che hanno un'attinenza solo apparente con l'insegnamento dell'Ideale, anche se lo ricalcano pedissequamente.

Se Krishna dice ad Arjuna:

"O Partha! Senza dar corso ad alcun altro pensiero, ci si dovrebbe concentrare intensamente sull'essenza propria del Supremo: soltanto così si realizzerà l'Essere divino infinitamente puro e raggiante come fuoco senza fumo". 
(Uttara Gita, I, 26 - Ed. Asram Vidya)

Questa frase assume per l'aspirante della conoscenza un'importanza primaria, egli inizierà ad applicarla su se stesso e la consiglierà ad ogni altro perche' essa è divenuta patrimonio della sua conoscenza.

Egli cercherà di tenere lontani i pensieri, poi cercherà di concentrarsi sull'Ideale prescelto come manifestazione del Divino o dell'Assoluto in sè. E tutto questo perchè l'Ideale ha affermato che questa è l'unica maniera.

In realtà egli avrà semplicemente acquisito una nuova nozione a cui crede (perche' discende dall'Ideale) e che quindi trasforma in opinione.

Ma è oltremodo raro che un Ideale dia una prescrizione effettiva, un Ideale espone nel proprio dire un indirizzo, una meta a cui ognuno, secondo le proprie qualificazioni, cercherà di giungere.

Colui che cerchi di allontanare i pensieri potrà solo patire malattie psicosomatiche perchè i pensieri non sono altro che una sorta di sintomi, i pensieri sono le vritti, il movimento di citta (la mente o organo interno) e dipendono dalla posizione dei guna o se vogliamo dei chakra, o se vogliamo dal karma, etc. etc.

Quindi qualsiasi forzatura all'ordine naturale delle cose allontana l'aspirante dalla meta, invece che avvicinarlo.

Nè, altresì, è possibile concentrarsi sull'Essenza del Supremo sino a quando sarà presente nell'aspirante una qualsiasi congettura sul Supremo stesso, foss'anche la semplice definizione data dall'Ideale.

Occorre comprendere che l'insegnamento viene porto da Krishna direttamente ad Arjuna, che ne è il diretto discepolo che ne condivideva la vita e le battaglie. È l'insegnamento che la Consapevolezza Suprema porge a quell'io che già padroneggia la mente al punto da sentire diretta la voce della manifestazione dell'Assoluto.

Un tale aspirante (che cerchi di applicare delle parole prese da un libro, da un discorso e che cerchi anche di sostenerle nel confronto con altri) è destinato ad allontanarsi dalla meta cui ambisce, perchè invece di allontanare i pensieri non ha fatto altro che crearne di nuovi, perchè la stessa volontà di allontanarli non è altro che un nuovo pensiero.

Incapace, quindi, di praticare l'insegnamento dedicherà il suo tempo alla diffusione di quanto non ha compreso e realizzato, e possibilmente sosterrà il primato della sua ignoranza, contestando altri Ideali o insegnamenti che a maggior ragione non è in grado di comprendere.

Invece di riconoscere la propria incapacità e quindi accostarsi ad altri aspiranti più anziani che abbiano già realizzato quell'insegnamento, egli continua a sostenere e credere di avere un rapporto privilegiato con l'Ideale divino, ma questo rapporto è fatto di opinioni e fino a quando non si svilupperà quell'umiltà (e spesso sarà la vita stessa a farlo) capace di fargli riconoscere un fratello più anziano, egli si scontrerà con gli altri, ogni qualvolta vedrà in pericolo la propria interpretazione dell'Ideale.

 

IL DEVOTO SPIRITUALE

Questa figura equivale a quella dell'aspirante non duale, solo che in questo caso il devoto centra se stesso sulla Figura dell'Ideale e non sul suo insegnamento.

Sviluppa un rapporto di simbiosi e empatia che valica ogni separazione duale. Egli non si cura nemmeno delle parole dell'Ideale, perchè le vede incapaci di trasmettere l'essenza stessa dell'Ideale.

Le parole sono nulla rispetto all'Ideale stesso con cui ambisce un'unione tale che alla fine perde senso anche la stessa visione dell'Ideale.

È il devoto che disobbedisce all'Ideale se vede l'Ideale in pericolo, è il devoto che non usa mai la mente nel relazionarsi ad esso. Ma per lui l'Ideale si manifesta in ogni cosa, pertanto non si cura nemmeno di chi sostiene argomentazioni contrarie a quelle dell'Ideale.

Anche un antagonista viene visto come l'Ideale venuto a metterlo alla prova. E quindi non potrà non dargli ragione.

Un aneddoto illustra questa figura di devoto:

Un santo devoto di Visnu, un giorno durante la sua questua per il cibo non ricevette nulla. Ma lì accanto vide un cane con in bocca un tozzo di pane che gli si accostò posandoglielo ai piedi.

Il santo si sedette sul cane e iniziò a sbocconcellare il pane, mettendone di volta in volta un pezzetto nella propria bocca e un pezzetto in quella del cane.

[Ora condividere il proprio cibo con un animale è un gesto empio per un indù, considerato che per giunta il pane era stato contaminato dalla saliva del cane stesso].

La gente sulla via iniziò ad insultarlo, a ridere, a sbeffeggiarlo e al che il santo vaisnava rispose: "Visnu siede sopra Visnu. Visnu mangia Visnu. Visnu nutre Visnu. Perchè ridi, o Visnu?

La posizione del devoto spirituale è una delle più alte raggiungibili, e il suo stato viene detto quello della parabhakti, la devozione suprema ove cade ogni divisione.

Per lui l'Ideale divino non ha alcuna connotazione differenziata e pertanto non esistono altri Ideali divini separati, ogni Ideale, qualsiasi Ideale, sarà sempre e comunque il suo Ideale e mai contrasterà chi segue un qualsiasi altro Ideale, perchè lo vedrà sempre e comunque come adoratore dell'Unico Divino.

 

IL DEVOTO EMOTIVO

È la figura in cui un po' tutti, in una o più fasi della vita, ci siamo ritrovati, specialmente quando ci si è approcciati da neofiti ad un certo cammino.
Tale fase può essere durata un giorno, un mese, un anno o dieci anni, ma è probabile che sia la più diffusa.

È la posizione di chi accentua le differenze perchè incapace di vivere realmente l'Ideale divino; è un comportamento che non si manifesta solo nella relazione con gli altri, ma anche nell'intimità del proprio cuore.

Tale devoto si è avvicinato all'Ideale senza avere abbandonato tutte le opinioni preesistenti, ma spesso ha scelto l'Ideale in guisa di queste.
Tende ad applicare ogni parola dell'Ideale (spesso solo sentita da lontano o letta su un libro), ma in realtà applica solo quelle che rispondono alla propria posizione coscenziale.

Non avendo realizzato alcuno degli insegnamenti dell'Ideale, è pronto a combattere pur di sostenere la loro veracità, una veracità spesso fasulla perchè desunta dalla propria interpretazione e sostenuta da quanto chiama fede e che altro non è che un insieme di congetture e ignoranze.

È pronto a sostenere ad oltranza il primato del proprio Ideale e, spesso, non contento di questo sostiene anche il primato della propria posizione interpretativa.

Raramente considera di essere solo uno fra sei miliardi di esseri umani, o uno fra i miliardi di miliardi di esseri viventi su questo pianeta.
Normalmente rafforza questa posizione accompagnandosi con altri dotati della stessa indole, salvo poi scontrarcisi quando scopre che in realtà ognuno ha una sua interpretazione.

Pur curandosi, all'apparenza, solo dell'Ideale prescelto è incapace di vederlo negli altri Ideali e tanto meno in chi segue altri Ideali o il suo stesso Ideale.

È il devoto sempre prondo ad accendersi in difesa della propria visione dell'Ideale, del mantenimento della purezza di quell'Ideale e guai a chi ha una visione diversa.

È in lotta con gli altri per poter avere il posto più vicino all'Ideale, ma è anche chi si mette più lontano in modo da far vedere che lui è un vero devoto e lascia lo spazio agli altri, ma guai se questo non viene notato dall'Ideale stesso o dagli altri.

È in continuo rapporto intimo con l'Ideale o meglio con la propria proiezione dell'Ideale, ma non lascia spazio ad altri, se non quando la loro presenza rafforza le sue convinzioni.

È simile in questo all'aspirante alla conoscenza, entrambi in realtà vivono la fase in cui è solamente l'ego, l'individualità,ad approcciarsi al Divino attraverso l'Ideale prescelto.

 

CONCLUSIONI

Da quanto detto si vede che ogni qualvolta in noi si accende una fiamma che contrasti le posizioni altrui, in realtà c'è ancora qualche passo da compiere.

Credere all'unicità del Divino o di un Suo Ideale non cancella ipso facto ogni altro Ideale, a meno che non si creda che Dio sia molteplice ossia che non esista un solo Dio. In tal caso allora non c'è motivo di discutere: il Dio altrui è buono quanto il proprio.

Se invece si accetta l'unicità di Dio, è il caso di non sostenere il primato della propria visione di Dio o addirittura sostenere il primato dell'Ideale prescelto a rappresentarlo nella propria disciplina spirituale.

Questo per dire che il proprio Maestro non è il migliore, ma semplicemente proprio e che noi saremo sulla strada per divenire degli aspiranti-devoti seri quando riusciremo a vedere in ogni altro Maestro il nostro Maestro, e quando finalmente riusciremo a vedere il nostro Maestro eguale a quelli altrui.

Solo allora saremo riusciti ad applicare in vero l'insegnamento del nostro Maestro, perchè ogni Maestro insegna ad amare gli altri come noi stessi e ad aiutare sempre senza mai ferire.

Bodhananda, brano tratto dalla ML Vedanta-Sai Baba del 27 giugno 2001

 


L'esperienza con un Maestro.

Parlare della propria esperienza con un Maestro può alle volte sembrare gratificante per chi ascolta.

Però si incorre nel rischio di attribuire a sé i consigli ricevuti da chi ce li narra.

Se poi, ad esempio, parliamo di un advaitin quale Raphael... forse occorre essere ancora più attenti.

Spesso ha affermato di non essere un Maestro e di parlare attraverso i libri, da quando si è ritirato nel silenzio.

Nè possiamo affermare che un Maestro ci guidi solo perchè ne abbiamo letto i libri, o anche perchè lo abbiamo conosciuto o gli abbiamo parlato.

Già tempo fa si discusse a lungo sull'uso a definirsi discepoli di "qualcuno" per le letture o gli incontri avuti, quando ciò, al limite, rende seguaci o devoti di quel qualcuno.

Chi sollevò la questione affermò che il suo istruttore (che gli aveva dato alcune tecniche) era un discepolo di Raphael.

Solo che in realtà quell'istruttore non era un discepolo di Raphael, ma solo una persona che aveva avuto contatti con R. in passato.

Si torna così alla problematica più "calda": "Può qualcuno parlare a nome di un Maestro? E ci si può fregiare del titolo di discepolo e operare nei confronti di altri come istruttore, qualificati dall'essersi definiti discepoli di cotal Maestro? "

Può capitare di trovarsi in un gruppo [come una ML o un forum] a cui  partecipano devoti e seguaci di diversi Maestri, forse c'è anche qualche discepolo riconosciuto, ma il punto è che non necessariamente tutti riconoscono come tali gli altrui Maestri.

Per questo forse è importante, in un gruppo "misto", come un forum, non centrarsi sulla figura del Maestro, ma sulla pratica del suo insegnamento.

Inoltre, da Plotino: 

«È questo il significato della famosa prescrizione dei misteri “non divulgare nulla ai non iniziati”: proprio perché il Divino non dev’essere divulgato, fu proibito di manifestarlo ad altri, a meno che questi non abbiano già avuto per se stessi la fortuna di contemplare.»  

Vediamo, pertanto, quanto il dialogo fra un Maestro e un aspirante sia privato, troppe volte, infatti, riportando delle parole private all'esterno, accade di danneggiare chi, pur non essendo il destinatario di quelle parole, cerca di metterle in pratica solo perchè provengono dal tal Maestro.

Nè ha molto senso usare le parole di un Maestro per istruire gli altri, se non se ne ha la consapevolezza.

 Bodhananda, brano tratto dalla ML Vedanta-Sai Baba del 4 febbraio 2000

 

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